Letta: sono cavoli vostri

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni tanto c’è da rimpiangere il Gran Bugiardo che elargiva menzogne, auto, spettacoli,  sogni e realtà di seconda mano, adesso che dire la cruda verità è l’uso di mondo dei culialcaldo che ci hanno confezionato il peggiore dei mondi possibili, dal quale sono esenti per nascita, meriti dinastici, nepotismo in senso stretto nel caso in oggetto, affiliazione a tutte le possibili tipologie di cricche e cerchie, la cui produzione culturale sconfina nel crimine sociale.

Ospite di una tv di “servizio”,  di quelle dove i maggiordomi fanno gli spiritosi tra una leccatina e un soffietto senza doverosa mascherina, Enrico Letta (nella foto con due degli zii) ha profetizzato che da oggi l’arte di arrangiarsi, carattere nazionale così presente nell’autobiografia dell’Italia e del quale ci si è vergognati in passato, preferendo la dizione: popolo di navigatori e poeti, consisterà nel “conformarsi” a un nuovo  “contratto sociale”.

È finito il tempo in cui si andava a scuola, all’università e poi si lavorava”, ha detto. “ Adesso per tutta la nostra vita dobbiamo adattarci, cambiare ed essere pronti. E il sistema deve aiutare tutto questo”.

Andrei anche oltre, fossi in lui. Direi, fuori dai denti, i canini particolarmente sviluppati nei vampiri, che è inutile andare a scuola, all’università, fare i concorsi, cercare un lavoro, a meno di non essere come lui, che, fin dalla nascita, benedetta da uno stuolo di parenti influenti, è stato addestrato per l’arte del Michelazzo, che fin dall’asilo è stato fornito della tessera di iscrizione a tutti i possibili partiti dell’arco costituzionale e a tutte le vecchie e nuove cupole, sette, Trilateral, Aspen Institute, Fondazioni europee, Nato, bancarie, fino al coronamento di un sogno nato sui banchi di scuola a Strasburgo e di parrocchia: farsi un think tank tutto suo, quel VeDrò che riunì ai tempi d’oro personalità illustri  da Angelino Alfano alla Nunzia De Girolamo, dalla Gelmini al Giorgetti,  da Lupi alla Polverini  e alla Ravetto, da Tosi a Passera e a Moretti,  fino al grande traditore pronto a sguainare serenamente il pugnale, Matteo Renzi.

E se molti di loro sono scomparsi dalla scena, lui con calma serafica sta seduto sulla sponda del fiume, scuotendo la naftalina nella quale si conserva in attesa che la situazione sia talmente grave ma non seria da concedergli una quarta, quinta, sesta possibilità dopo tutte quelle che gli sono state immeritatamente regalate dalla provvidenza, che ha perfino assunto i panni di quell’emerito di Napolitano: pluriministro, plurisottosegretario, Presidente del Consiglio, tutti incarichi svolti sotto la bandiera con le stelle, e magari fossero quelle di Negroni che vuol dire qualità, quella dell’Europa alla quale ogni giorno rinnova il suo atto di fede cieca ricambiato con prestigiose sine cura e affiliazioni automatiche in autorevoli organismi.  

Me lo sono guardato il filmato della recente dichiarazione di guerra al popolo, con lui che sogghigna parlando del futuro che ci condannerà a diventare delle nullità come sarebbe lui se fosse nato da altri lombi, in una vasca di pesci rossi invece che in un delfinario reale.

Si capisce che non è solo una minaccia. Il processo è cominciato ma la condanna è già stata pronunciata da quelli sopra di lui cui regge così scrupolosamente le code, e che, per ridurci così,  delle vite nude, hanno demolito l’istruzione che correrebbe il rischio di risvegliare la coscienza, hanno cancellato il lavoro, i suoi diritti e le sue garanzie, che correrebbero il rischio di pretendere l’uguaglianza, sapendo bene che la libertà comincia dove finisce la necessità.

 I lustrascarpe dell’Europa, ancora esaltati dal trionfo della “democrazia” americana baluardo intrepido della civiltà occidentale, che parla alla Grecia, a noi tramite i suoi pupazzi da ventriloquo,  hanno da tempo superato l’idea che l’austerità – oggi il Recovery- siano delle strategie economiche, delle misure eccezionali e temporanee, degli algoritmi, da quando sono invece diventate i capisaldi dell’ideologia dominante, che impone una condizione e una percezione di incertezza sistemica e di precarietà strutturale, tali da persuadere dell’obbligatorietà di cedere a ricatti e intimidazioni, di obbedire ai condizionamenti intimati in nome del senso di responsabilità e dell’interesse generale, di partecipare da singoli individui e da collettività alla lotta quotidiana contro i grandi babau,  concorrenza mondiale, saturazione dei mercati, invendibilità delle merci, inflazione, ristagno, spread, problemi che il capitalismo finanziario produce e che ci chiede di risolvere con la rinuncia, il sacrificio e la schiavitù.

Tanto che a un certo momento siamo stati espropriati degli ultimi diritti rimasti, quello a lavorare per poi consumare: finite le produzioni, consumati i risparmi, ridotta l’occupazione a prestazioni occasionali o da remoto, secondo le regole di nuovi cottimi e caporalati, la merce umana è invitata a prendere atto del suo stato di minuscoli ingranaggio di una macchina globale, della quale assicura il funzionamento prestandosi a venire azionato e spostato dove e come il padrone vuole, tanto non sa fare e non merita nulla di più.  E siamo regrediti perfino da quella rivendicazione dei prerogative  personali che era  diventata un elemento progressista, nella convinzione che fosse sufficiente all’emancipazione dal giogo dello sfruttamento, nel momento nel quale siamo stati richiamati alla inevitabile e fatale necessità di abdicare a diritti fondamentali, istruzione, socialità, lavoro in cambio di quello alla sopravvivenza sanitaria.

In fondo Letta ritiene di essere un onestuomo che non ci nasconde l’infamia di quello che nella sua mediocrità ha contribuito a generare, con scelte politiche che dimostrano l’intento esplicito di ridurre ai minimi storici il nostro status di persone  e il nostro habitat civile. Proprio come Toti che ha espresso con sincerità quello che altri ipocritamente celano, che siamo essenziali solo contribuendo al profitto, solo da sfruttati. Fuori da quello siamo inessenziali e tutto quello che per noi è fondamentale fuori dalla produttività, inclinazioni, vocazioni, talento, desideri, affettività, relazioni, amicizia, deve essere soggetto a controllo, in regime di libertà condizionata, discrezionale e oggetto di regole arbitrarie.

E quindi, in occasioni eccezionali,  compito di governi e istituzioni è quello di occuparsi, ingerirsi e decidere per forgiare le abitudini e disciplinare ciò che accade fuori dall’orario di lavoro, che si prolunga nelle 24 ore nel caso molto propagandato dello smartworking e dei part time grazie a forme di sorveglianza totale.

La precarietà esibita come un’opportunità di godere di licenze, autonomia e indipendenza mostra adesso la sua funzione di selezione e di controllo a monte delle nostre esistenze,  sulla base di criteri di accesso diseguali, di premialità discrezionali e discriminatorie che sono servite a depoliticizzare, isolare e dividere i fronti e le trincee della forza lavoro. Al tempo stesso, e oggi  in presenza di una emergenza  sociale spacciata come sanitaria, si è accreditata una gamma di doveri pubblici e collettivi originati da un malinteso richiamo alla responsabilità individuale, addossata interamente ai cittadini e alle loro condotte personali, in modo da esonerare le istituzioni dal minimo richiesto sul piano  della tutela della salute.  

 E se Letta, l’aspirante postino delle disgrazie europee che arrivano sempre in forma di lettera, l’esattore esoso delle pretese imperiali, il cassamortaro azzimato della nostra dignità, si è accreditato come un galantuomo a confronto con bulli e teppisti di governo e opposizione, bisognerebbe cominciare col condannarlo per abuso, di uomo.

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