Italy on demand

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio un vulcano di idee e, come per i vulcani appunto, sarebbe consigliabile starne lontano per non venir travolti dalla lava incandescente delle sue cazzate, o meglio sarebbe dire bullshit?

Perché un carattere irrinunciabile della filosofia e della comunicazione del ministro Franceschini è la passione per gli Usa e per il lo slang bassoimperiale, magari ritrasmesso con gli stilemi e gli accenti di altri due interpreti prestigiosi,  Mericoni e Rutelli, noto per aver compitato a stento il gobbo del pistolotto inneggiante al “giacimento”, alle miniere nostrane di bellezze e cultura da “sfruttare”, quelle che il detentore perenne del dicastero incaricato pensò di “valorizzare” a fini squisitamente turistici con una campagna intitolata Very Bello.

Mi capita spesso di tornare su questa figura di fantolino di quella provincia che da sempre è la fucina di una classe dirigente piccolo borghese che ha convertito in piccole virtù certi grandi vizi, ambizione, arrivismo, superficialità, spregiudicatezza, volubilità.

E non a caso si parla di lui, avvocatino dopo avvocatino, come aspirante a più alti destini, in virtù di una crisi alla quale, si mormora, avrebbe contribuito in veste di insider,  esibendo sotto traccia quella affaccendata abilità da mediatore che veniva coltivata nelle sue geografie di origine, per vendere maiali dei quali non si butta via niente proprio come per i beni culturali,  la stessa che dimostra in trattative con sponsor e mecenati coi quali ha capito che bisogna dimostrarsi cedevoli, quanto si deve invece essere intransigenti con tecnici, esperti, storici, lavoratori che non possiedono le necessarie qualità per imporre un brand e fare cassetta.

Che sia vero o no che ha scambiato una casacca con l’altra, è invece certo che si tratta di una creatura da Leopolda, con una vena speciale per la commercializzazione di tutto quel merchandising e di quella paccottiglia “ideale” che, sia pure con scarso riscontro elettorale,  ha contribuito invece accreditare un “pensierino” forte.

E’ quello dell’idolatria del mercato, della detenzione da parte di un ceto, superiore socialmente e dunque moralmente, della possibilità dinastica o di appartenenza di accentrare poteri decisionali, di delegittimare lo stato di diritto autorizzando corruzione e arbitrio a norma di legge,  della irriducibile subalternità all’amico americano, al suo stile di vita, al suo gergo, dell’ostinato atto di fede nell’Ue, nello schifiltoso disprezzo per il “popolo” che è lecito affamare offrendo in cambio cotillon al Colosseo, espropriare di beni e diritti elargendo mancette di consolazione, immeritevole com’è della bellezza che  è vantaggioso sfruttare o abbandonare in modo che il suo prezzo nell’outlet globale sia più conveniente per augusti compratori.

E difatti si tratta di un sacerdote della “valorizzazione” termine in voga per definire l’opera di moderna  razionalizzazione delle foreste amazzoniche abbattute per realizzare parquet esclusivi, per abituarci alla profittevole trasformazione del paesaggio della Sicilia in un lucrativo susseguirsi di campi da golf, per favorire la conversione di paesi e borghi in alberghi diffusi grazie al sostegno all’economia della multinazionale di B&B, sperimentata in via privata nella magione di famiglia, opportunamente “corretta” da casa vacanze in studentato, per ridurre tutela e salvaguardia a operazioni estemporanee di marketing.

Come succede a Pompei una volta di più minacciata  da un flusso magmatico ministeriale che offre spettacolari scoperte  a orologeria per celebrare il tandem tra titolare del dicastero e direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei,  come nel del “termopolio” già rivelatosi nel 2019 ma esibito in pubblica ostensione in occasione del Natale per nutrire l’immaginario dei fan dei masterchef frustrati dalle restrizioni,  ma soprattutto in non sorprendente coincidenza con le proteste del personale precario delle biglietterie senza cassa integrazione da mesi.

E non deve stupire, anche questo fa parte della concezione di ordine pubblico, quella che fa il camouflage ai grandi eventi e alle grandi opere infiltrate dalla criminalità, che lancia l’ipotesi di una Pompei smart-city per occultare nel percorso virtuale i crolli della mancata manutenzione, così come nasconde il martirio dei senza casa, senza lavoroe senza speranza del cratere del sisma dietro al repertorio di immaginette votive dei restauri prioritari al patrimonio ecclesiastico cui abbiamo  tutti doverosamente partecipato, in modo da consolidare il destino di quelle aree in  destinazioni del turismo sacro.  

Un ordine pubblico che si è arricchito della istanza sanitaria e dunque permette a un sindaco, quello di Venezia, di precettare le sovrintendenze restie per prolungare la chiusura dei musei civici limitando il rischio di pericolosi assembramenti davanti a Guardi e Canaletto, che consente a un governo che usa l’eccezionalità come cura salvavita  per tenere chiusi i rischiosi teatri ma aperti e esposti bus, tram, metro, che in maniera esplicita dichiara che il nostro patrimonio artistico e il nostro possiedono un’unica finalità e hanno un unico significato: quelli di prestarsi all’uso e all’abuso turistico e al consumo commerciale.  

E difatti, in modo che non ci siano dubbi,  abbiamo subito il sospirato avvio dell’aggiornamento del Colosseo in modo che possa ridiventare “un grande teatro popolare, dotato delle tecnologie più avanzate, montacarichi e complesse macchine di scena per dare vita agli spettacoli più emozionanti , cacce, combattimenti, per un periodo persino battaglie navali”, (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/12/26/hic-sunt-ladrones/ ), grazie all’incarico dato all’Invitalia di Arcuri per un bando da 18.5 milioni, con l’aggiunta di altra gara europea di importo di 411 mila euro per l’appalto del servizio di realizzazione e fornitura delle divise e dell’equipaggiamento da lavoro per il personale, che, per coerenza, potrebbero rievocare i costumi del Gladiatore, quello con Kirk Douglas.

E adesso con la dovuta solennità l’immarcescibile ministro lancia finalmente la promessa Netflix della cultura, la piattaforma digitale promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo insieme a Cassa Depositi e Prestiti e a Chili, per “supportare” il patrimonio artistico-culturale italiano con la realizzazione di “un palcoscenico virtuale” per estendere le platee e promuovere nuovi format per il teatro, l’opera, la musica, il cinema, la danza e ogni forma d’arte, live e on-demand, riservando forte attenzione ai nuovi talenti.

Seppellito l’arcaica formula del VeryBello già nel 2015 rinominata Very Flop, finalmente siamo approdati al più futurista e visionario  ITsArt che già dal nome vuole esprimere “la proiezione internazionale dell’iniziativa” e rimarcare, in forma inedita “lo stretto legame tra il nostro Paese e l’arte” partendo “da un concetto semplice e immediato che è al cuore del progetto: ‘Italy is art’ (l’Italia è arte)”. E lo si intuisce anche dal logo, che con una linea dinamica e moderna, quel punto davanti a It, sottolinea la vocazione digitale del progetto,  e che, con un richiamo al tricolore, evoca “l’italianità della sua visione”.  

 Gratta gratta,  alla fin fine il lieto annuncio riguarda in forma postuma la costituzione di una società per azioni, quelle buone che portano quattrini ai promotori, con Cassa Depositi e Prestiti in veste di socio maggioritario e Chili S.p.A., 88 dipendenti, oltre 30 dei quali saranno impegnati sullo sviluppo e la manutenzione dell’iniziativa, pensata e prodotta dall’immaginifico ministro insieme ai partner senza interpellare gli attori che dovrebbero muoversi sul “palcoscenico”.

Quanto all’impegno finanziario oltre ai 10 milioni previsti dal decreto Rilancio  , Cdp di suo ha versato 6,2 milioni, mentre Chili ha conferito in natura sei milioni di euro, un valore suddiviso in 5,5 milioni come sovrapprezzo e 490mila euro a titolo di capitale  mediante il conferimento della piattaforma tecnologica software di distribuzione di contenuti video e audio on demand, attraverso la quale saranno distribuiti i contenuti digitali culturali che includono prime di eventi e altri spettacoli teatrali, concerti, stagioni liriche, virtual tour e che, come è stato osservato, si pone in aperto conflitto con la funzione e il patrimonio multimediale sterminato della Rai.

 Più che privata la cultura, l’arte, la bellezza diventano intimiste così come il distanziamento sanitario è diventato sociale. Potremo goderceli comodamente da casa, tramite app, sul Pc o in televisione con un modesto canone, necessariamente obbligatorio come  ogni forma di obbedienza e appartenenza responsabile alla società. E allora non possiamo che augurarci che l’arrivo dell’intelligenza artificiale cancelli dal Bel Paese tanti malfattori naturali.

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One response to “Italy on demand

  • Anonimo

    “di delegittimare lo stato di diritto autorizzando corruzione e arbitrio a norma di legge”

    é stato proprio lo sgoverno Conte a “depenalizzare” l’abuso d’ufficio, negli ultimi anni…reato tipico della classe dominate.

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