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I falsari della resurrezione

franAnna Lombroso per il Simplicissimus

Da due giorni giornali e rete straripano dell’appassionato sdegno contro il tristo figuro e la sua piazza, invero poco frequentata a vedere le foto dall’alto, generosamente definita da Famiglia Cristiana “La più imponente riunione di idioti da decenni”, per via di quello spirito caritatevole che ha sempre animato le crociate della cristianità, per operare una accurata selezione tra gli umiliati gli offesi e i diseredati da fare oggetto della sua pietà.

Proprio come è successo in passato quando la critica di cittadini esacerbati verteva sui costumi dissipati del puttaniere più che sul conflitto d’interesse, anche in questo caso l’anatema è lanciato più per l’organizzatore no-mask e assembramenti che contro l’aspirante golpista cacciato perfino dall’Arma per le sue intemperanze.

Altrettanto dicasi per le forze dell’ordine accusate di due metri e due misure sulla qualità del distanziamento, da parte di chi non solleva un sopracciglio per ben altre repressioni e ha solidarizzato con quella istruita contro le inopportune manifestazioni promosse da lavoratori nei primi di marzo, costretti alla ressa doverosa nei posti di lavoro e nei mezzi pubblici.

Certo, l’arruffapopolo è davvero impresentabile, dei suoi adepti sappiamo poco, perché per una volta nessun organo di stampa ci ha illuminati sulla natura del loro volgare ribellismo, spregevole in quanto ignorante, rozzo, xenofobo (si sa i cacciati da Capalbio succede che vengano conferiti nelle loro discariche periferiche), animalesco, quindi oggetto di sacrosanta e giustificata riprovazione, la stessa che ha costretto a consegnare da anni il malcontento disonorevole della pancia nelle mani della destra: misura dolorosa ma necessaria avviata da chi possedendo qualche residuo di garanzia e sicurezza, vanta una superiorità morale da difendere e da esercitare contro quei fermenti animali che si alzano dai margini della civiltà.

Invece, come mi è capitato di scrivere a caldo, sarebbe utile capire cui prodest, visto che certe macchiette  finiscono sempre per essere funzionali ai disegni di chi comanda: in questo caso togliere valore e credibilità a qualsiasi forma di critica alla gestione delle crisi sanitaria e economica in nome di una obbligatoria unità nazionale tenuta insieme da un esecutivo di “salute pubblica”. Ma anche, come effetto non secondario, rendere accettabili, per appartenenza alle élite e rispetto dei requisiti riconducibili alle regole di bon ton diventate imperativi etici, altri figuri in realtà più dannosi, visto che sono affidati a loro settori strategici della cosa pubblica.

Proprio in coincidenza con la disdicevole manifestazione degli irriguardosi irresponsabili senza mascherina, il responsabile del nostro patrimonio culturale si è espresso come dinamico coach per una «grandiosa Ricostruzione».

Abbiamo davanti un’occasione incredibile“, ha proclamato dalle pagine del Corriere, la crisi scoppiata con il coronavirus può trasformarsi in un’opportunità   “perché per la prima volta dopo più di trent’anni un esecutivo può spendere risorse per il Paese invece di tagliarle. Sospeso il patto di Stabilità, ci sarà il Recovery fund, c’è il Mes che prenderemo…”. Anche se agisce all’interno di  coalizione “politicamente fragile ” Dario Franceschini confida in questo “jackpot che potrebbe cambiare le sorti del Paese“.  Dicendosi sicuro che passata l’emergenza, “il turismo in Italia ricomincerà a crescere impetuosamente”, quindi bisogna puntare sui nostri luoghi più ricchi di bellezze paesaggistiche e artistiche e finora più trascurati: il Sud.

E come? Collocando i 150 milioni del decreto Rilancio “per la riqualificazione della nostra offerta alberghiera e con un piano di recupero e rilancio dei borghi…. spesso abbandonati o trascurati”,   grazie alla realizzazione di “hotel diffusi, cammini, ciclabili, ferrovie storiche, cibo, natura, arte”.

Ma prioritario per l’avvio di questa strategia di valorizzazione sarà il prolungamento fino il Sicilia della rete dell’Alta velocità al servizio di un turismo qualificato. E magari prendendo in considerazione l’ipotesi del Ponte, “perché”, come osserva l’Illuminato, “ i treni ad alta velocità dovranno pur attraversare lo Stretto”.

Ecco basta girare gli occhi per guardare il termometro, distogliere l’attenzione per lavorare in regime di storm working, per far fare ai figli, avendo Internet, i compiti con la didattica a distanza, per istruire la pratica per la cassa integrazione, per farsi dare l’elemosina in qualità di Partita Iva, che come un saltapicchio vien fuori dalla scatola delle meraviglie il genietto delle macchine da corruzione, il fantasmino dell’alta velocità dove non ci sono i treni per i pendolari e se ci sono si scontrano in un binario unico, dove c’è una stazione nella più volte nominata Capitale della Cultura in compenso non c’è la ferrovia.

Eccolo il bravo ragazzo, così intriso dei valori della tradizione familiare da aver voluto fare della casa avita un bel B&B aperto a visitatori paganti ancorchè esclusivi. È  una vocazione la sua, così potente da farne la sua mission istituzionale in modo  da trasformare tutto il Paese con preferenza per il Mezzogiorno proverbialmente parassitario e indolente, in un gran parco tematico delle civiltà morte del Mediterraneo, con i viventi non emigrati in qualità di figuranti in costume, in veste di osti, locandiere, inservienti, guide e intrattenitori, proprio come raccomandano quei sacerdoti della fruizione turistica e culturale, Farinetti che chiede di convertire il Sud nella Sharm el Sheik europea o Briatore pronto a trasformare la noiosa Valle dei Templi in un più profittevole Billionnaire.

Tutto così sarà Very Bello, come postulava una delle sue campagne pensate per vendere il Bel Paese all’estero proprio come tocchi dell’analogo formaggio: si è confermato il suo disegno di adibire a uso puramente turistico il patrimonio culturale, anche grazie al “riaccorpamento”  di Beni culturali e Turismo, giustamente divisi dal Conte 1, col ripristino della direzione generale ad hoc, con la vigilanza sull’Enit e l’elaborazione del piano strategico, a sancire che il tesoro d’arte e storia e memoria che abbiamo avuto in prestito e che dovremmo restituire intatto alle generazioni a venire, che abbiamo mantenuto sia pure non al meglio con le nostre tasse è vocato e destinato allo sfruttamento turistico.

Come è confermato dalla proliferazioni creativa di auguste pensate immaginifiche, gladiatori e giochi d’acqua con tanto di triremi nel Colosseo allagato, navi invitate a tornare nella Serenissima e plauso all’alta velocità fiorentina, campi da golf sparsi in Trinacria, rilancio dei musei grazie a direttori/manager addestrati in Mc Donald’s, assenso alla trasvolata di preziosi reperti comprese due guglie del Duomo a corredo dell’esposizione di salami e mortadelle del norcino reale approdato negli Usa e pure alla gita dei Bronzi di Riace all’Expo provvidenzialmente impedita dalla sovrintendente.

E tante altre  in qualità di autore della famosa iniziativa del Mibact chiamata “Circuitazione di opere icone”, che permise alla Velata di Raffaello di Palazzi Pittidi transitare  per mesi in tutta l’America più profonda tra Oregon, Wisconsin, Nevada a bordo di un camion; che fece sì che durante una mostra al Colosseo  cadesse per il vento la statua ellenistica della Fanciulla di Anzio o che  durante la mostra su Costantino al Palazzo Reale di Milano si frantumasse un  prezioso cratere in marmo.

Ma lui è fatto così, proprio non gli sta bene che si sprechino delle buone occasioni, che non si colgano le “opportunità”, come sa fare lui: lo ha dimostrato  il piglio imprenditoriale con cui raccoglie fondi per  l’Ales Spa.

Ales S.p.A, è la società in house del Ministero che ne detiene il 100% del pacchetto azionario che fa quindi capo a lui stesso, e per la quale è riuscito a reperire nel mese di marzo, dicono fonti ben informate, ben 5 milioni e rotti di contributi pubblici. Una “ditta”  che ha tutte le caratteristiche di una società per azioni, quindi di natura privatistica,  impegnata da oltre quindici anni in attività  di supporto alla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale e di supporto agli uffici tecnico – amministrativi del Socio Unico,  che, hanno denunciato i sindacati dei lavoratori dei Beni Culturali, “il Mibact avrebbe potuto espletare da solo e attraverso i suoi uffici, e che in tutti questi anni ha   utilizzato per le proprie attività solo personale completamente esterno al dicastero, bypassando in maniera assoluta le regole delle assunzioni pubbliche tramite concorso”.

Ormai sappiamo che la bellezza non si mangia in mezzo a due fette di pane. E che nemmeno ci salverà, troppo impegnata a dar da mangiare a loro.


Ministero dei Mali Culturali

tortaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Io capisco che siete ancora tutti impegnati nel neo-antifascismo militante contro l’ex ministro che continua ad essere in auge grazie al successo di critica, la vostra, di pubblico, anche elettorale, di stampa, tutta entusiasticamente adibita a fare da ripetitore alla sua propaganda cialtrona. E che se proprio un sabato mattina decidete di disertare il supermercato, è per andare in piazza con specie ittiche  più civiche dei bastoncini e dei filetti del Capitano.

Però sarebbe opportuno che vi guardaste intorno per identificare altri pericoli per la democrazia e l’interesse generale e per dare voce e ascolto ad altri fermenti, uno per esempio si chiama Emergenza Cultura, i cui rappresentanti non si sa come non compaiono mai nei talk, non vengono intervistati, non producono gadget e merchandising, forse perché si battono proprio contro la commercializzazione dei nostri beni e l’occupazione dei nostri templi dell’arte, del paesaggio e della storia da parte dei mercanti.

E di mercanti ce ne sono due molto attivi nel governo e hanno il merito sorprendente di farci rimpiangere i predecessori, Toninelli e Bonisoli.

Si tratta della ministra delle Infrastrutture, entusiasta delle opportunità che offrono le emergenze testate in qualità di ex commissaria nel cratere del sisma del Centro Italia, vuole perpetuarne qualcuna foraggiando quelle grandi opere dannose per l’ambiente e i bilanci pubblici ma redditizie per cordate di corrotti e corruttori, prudente e riflessiva invece quando si tratta di noiosa e poco creativa manutenzione del territorio o di rivedere contratti con controparti criminali. E del ministro per i Beni Culturali, tornato per fare piazza pulita di due o tre misure non proprio disdicevoli del predecessore, grazie al ricorso al gioco delle tre carte, togli qualcosa a qualcuno (l’ingresso gratuito agli ultra sessantacinquenni, che vadano a guardare i lavori degli stradini perbacco!, e rimetti le domeniche gratuite nei musei.

Era solo il primo passo della restaurazione secondo Franceschini, che sta ripristinando i contenuti della sua Prima Riforma che aveva fatto di lui con tutta probabilità il peggior Ministro dei Beni Culturali, in pool position con Galan, Ornaghi e quel Bondi, cui dobbiamo l’acquiescenza idiota al dimezzamento del budget del dicastero voluto da Berlusconi e Tremonti, quello che la cultura la voleva in mezzo a due fette di pane, così oggi spendiamo in cultura l’1.1% della spesa pubblica (cioè esattamente la metà della media europea) e lo 0,6% del Pil.

Lui non parla di salame o mortadella con marchio Unesco, ma ripete il mantra desolante e  il trito repertorio da volantini di Mondo Convenienza con l’offerta sugli scaffali del supermercato globale del nostro petrolio e dei nostri giacimenti al migliore offerente. Non a caso ha subito provveduto al ripristino della direzione generale Turismo presso il ministero dei Beni culturali, con la vigilanza sull’Enit e l’elaborazione del piano strategico, a sancire che il tesoro d’arte e storia e memoria che abbiamo avuto in prestito e che dovremmo restituire intatto alle generazioni a venire, che abbiamo mantenuto sia pure non al meglio con le nostre tasse è vocato e destinato allo sfruttamento turistico. E che la nostra missione non è quella di tutelarlo per goderne perché è una perenne lezione di storia e dunque di futuro oltre che di bellezza, ma di lanciarlo sul mercato per trarne profitto.

E infatti la parola d’ordine non è salvaguardia, non è cura, bensì valorizzazione, un termine che già nella sua radice  ha a che fare con la quotazione, il prezzo e il profitto della merce cultura, della cui  promozione sono incaricati quei direttori di museo selezionati in virtù di conclamate performance di manager e esperti di marketing con particolare interesse per soggetti stranieri che garantiscano un rapporto consolidato con le multinazionali  del moderno consumo di merce culturale.

D’altra parte da uno che in fase di eclissi di poltrone ha trasformato la casa avita in profittevole B&B ,  non possiamo aspettarci che pratichi il culto del passato,  come si fa nei musei che, lui forse non lo sa, sono un “brevetto” italiano. E infatti il museo dovrebbe essere una realtà viva e di tutti, non è una mostra,  non è a termine, non si monta e smonta e non deve aprire una tantum, non deve essere messo in ombra dalle esposizioni che ospita o dissanguato da quelle che nutre con prestiti dissipate,  fa parte dei nostri territori, incarna e dà ospitalità alla nostra memoria collettiva, in quelli maggiori molto propagandati come in quelli minori, ancora più fondamentali per il rispetto e il ricordo di radici comuni.

Mentre grazie a “riforme” volute da insospettabili progressisti, in testa Ronchey e Veltroni che hanno preparato la strada al nostro Attila odierno, si è spalancata la porta al mecenatismo peloso dei privati grazie all’istituto delle concessioni  che ha lasciato nelle loro mani non solo i cosiddetti servizi aggiuntivi dei luoghi di cultura (ristoranti e librerie), ma anche la didattica, l’organizzazione delle mostre, la bigliettazione e la
vigilanza,  per mettere a reddito i nostri tesori. Così a Palazzo Pitti si fanno gli addii al celibato  e le cene degli azionisti delle multinazionali, a Brera sfilano i capi degli stilisti, alla Gipsoteca riscaldata opportunamente invece l’intimo di una nota marca, il Colosseo è da tempo la location di sconfortanti show compresi i festeggiamenti per l’ottavo re n.10 della Magica,  la Reggia di Caserta diventata un brand è la location preferita di spot, allestimenti arrischiati per mostre estemporanee, il nome per la pubblicità di liquori, pasta, accessori,  Ponte Vecchio si chiude ai cittadini per la cena di gala di un’azienda cara al Giglio renziano.

Viene da sospettare che la restituzione dello status di autonomia amministrativa e gestionale  alle Gallerie dell’Accademia di Firenze concessa dallo stesso Franceschini nel 2016 con la incoronazione a direttrice della tedesca Cecilie Hollber, che si è definita “manager culturale”, così come è previsto per il Parco Archeologico dell’Appia Antica e per il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma, vada nella stessa direzione di altre pretese centrifughe che premiano insulsi campanilismi e invadenze privatistiche,  pensate per segmentare e paralizzare la gestione centrale e di conseguenza quella periferica, conservando allo Stato la tutela ma delegando poteri decisionali e competenze a comuni e regioni in “piena schizofrenia amministrativa”,  se è vero che l’indipendenza dal Polo della Toscana del museo, che non possiede una struttura né uffici  a disposizione di una comunità di ricerca e studio, serviva solo a tenersi in tasca i proventi del biglietto per la visita al Davide.

E non rincuora certo il potenziamento previsto della struttura. Quanti fichi secchi serviranno alle nozze di  7 nuove soprintendenze, alla creazione di quella nuova per il patrimonio subacqueo, della nuova direzione generale per la sicurezza del patrimonio culturale e per la conferma degli uffici esportazione in qualità di strutture interne operative alle soprintendenze, questi ultimi incaricati delle procedure che presiedono alla pratica nefasta dei prestiti con trasvolate oceaniche a beneficio delle iniziative di norcini e organizzatori delle multinazionali dei Grandi Eventi  ? O per il rafforzamento della direzione generale Creatività Contemporanea che già così puzza di polvere negli occhi dei citrulli e che dovrebbe occuparsi di rigenerazione urbana, design, moda, periferie, industrie culturali e creative, qualsiasi cosa si voglia intendere con questo sciocchezzaio modaiolo degno del manifesto delle Sardine.   Quando  a fronte dei 25 nuovi dirigenti “promossi” da Franceschini per avere una rete di controllo, vigilanza e tutela ci sarebbe bisogno di almeno sette mila  addetti.

E’ che, come ha osservato Salvatore Settis, l’ideologia che ha ispirato gran parte dei ministri che si sono susseguiti negli anni considera le soprintendenze e la rete di  tutela come una “bad company”, distinta dalla “good company” che sarebbero i musei e la conservazione pura e semplice.  Così chi lavora tra le mura di un museo, di una chiesa, in un sito archeologico è umiliato, mal pagato, privo di quelle stesse tutele che dovrebbe riservare alla bellezza di cui è incaricato di aver cura. Solo la metà di loro ha un contratto  e solo il 23% ne ha uno “regolare”, magari di quelli multiservizi, quelli per le pulizie, per le mense scolastiche, del commercio, mentre per gli altri vige la regola del ricatto e l’imposizione di un volontariato come promessa e premessa di qualcosa di più in un ipotetico futuro.

La cultura non si mangia ma nemmeno ci fa mangiare: in troppi se la stanno rosicchiando.


Caritas pelosa

fontana_di_trevi_transennata_640_ori_crop_master__0x0_640x360Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai è risaputo, hanno cambiato i diritti in elargizioni e sostituito  la solidarietà con la carità. È che fa comodo a tutti, te la cavi con qualche sms, con qualche colletta, con un mi piace sull’immaginetta del sindaco disobbediente e è fatta, salvo poi chiedersi perché non se li accolgono a casa loro i molesti immigrati, salvo fare qualche ora di volontariato compassionevole volontariato e lasciar sola la seccante nonna tutto agosto o cercare di ricoverarla tra i lungodegenti.  E mica vale solo per le invasioni di 12 stranieri in una cittadina di 30 mila abitanti, si attaglia perfettamente anche a chi raccoglie bottiglie di plastica nella spiaggetta raggiunta col Suv, insomma alla difesa di dogmi dietro ai quali si nascondono il più delle volte,  interessi e giri di quattrini.

Per quello non mi unisco alla deplorazione per la decisione della sindaca di Roma che ha deciso che le monetine che i turisti lanciano nella Fontana di Trevi per propiziare un ritorno nella Città Eterna, restino del Comune e non vadano più nelle casse della Caritas. Dal primo aprile il tesoretto, nel 2018 pari a 1,5 milioni di euro, verrà messo a bando per essere destinato in misura prevalente “al finanziamento di progetti sociali e per la restante parte alla manutenzione ordinaria del patrimonio culturale”.

Apriti cielo:   titola l’Avvenire  “Le monetine tolte ai poveri” sono servite a offrire servizi importanti non soltanto per i clochard, nella Capitale oltre 10mila, ma anche per quanti faticano ad arrivare alla fine del mese, con i posti letto ma anche con  i generi alimentari distribuiti attraverso l’Emporio della Solidarietà presente a Ponte Casilino. Per non dire del Pd che tramite il suo segretario regionale recrimina: “Invece di sostenere chi ogni giorno fornisce una rete straordinaria di assistenza e di solidarietà   viene raddoppiata la tassa sul terzo settore e ora viene colpita la Caritas di Roma che svolge un ruolo fondamentale e garantisce assistenza e umanità a migliaia di persone e di famiglie in difficoltà” mentre  l’ex capogruppo capitolina ed ora consigliera regionale Michela Di Biase in Franceschini, accusa che  “nel nome della legalità verranno sottratte risorse preziose per interventi a favore dei senzatetto e a iniziative benefiche che sempre più spesso colmano mancanze del sistema welfare cittadino”.

Ora a me non piace niente di quello che fa la Raggi, salvo ricredermi se davvero impedisce l’ingresso al centro ai torpedoni, primi tra tutti quei condomini addetti al trasporto di pellegrini distribuiti in due piani nei luoghi sacri e cui farei seguire immediatamente un impegno per promuovere l’esazione dell’Imu dei fabbricati della chiesa  luoghi di un altro culto ancora più potente,  quello turistico.

E sicuramente la solidarietà non è un caposaldo della sua amministrazione, proprio come non lo è di altri sindaci che militano nelle schiere della disubbidienza,  che pare non preveda, nemmeno quella, di compiere il necessario salto dalla pietà alla cura dell’interesse generale oltre che del decoro.  Non mi aspetto dunque che decida di non estendere a infami incarichi le funzioni della sua municipale prendendo alla lettera le opportunità repressive offerte dal Daspo urbano, pensato proprio per rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi, bianchi o neri che siano. Non mi aspetto che affronti il problema delle case occupate dai senzatetto come vuole una drammatica sfida sociale prima che umanitaria, invece che come fastidioso grattacapo da risolvere con l’uso della forza pubblica in armi. Ormai non mi aspetto nemmeno che malgrado le promesse elettorali si sottragga agli ordini dei poteri forti romani sottraendosi all’obbligo di tira su uno stadio inutile in una zona a rischio ambientale, per la cui realizzazione è inevitabile il contributo pubblico, economico e morale, sotto forma di infrastrutture di collegamento, sconti e manomissione delle regole urbanistiche e di tutela del territorio.

Però sulle monetine e la Fontana convertita in cassetta delle elemosine da passare direttamente alla Caritas mi torvo d’accordo con lei.

E non solo perché la Caritas, organismo pastorale della Cei (Conferenza Episcopale Italiana, l’unione permanente dei vescovi cattolici in Italia) per la promozione della carità ha intenti  confessionali e missionari   e una funzione pedagogica:  far crescere nelle persone, nelle famiglie, nelle comunità  il senso cristiano della solidarietà,  non può né deve esser considerata un potere sostitutivo della funzione obbligatoria dello Stato e del settore pubblico a diseredati, poveri, emarginati, ma semmai aggiuntivo.

Non solo perché per  praticare concretamente e esercitare quello spirito  evangelizzatore la Cei può contare su  un ingente patrimonio comprensivo di attici prestigiosi e di proventi derivanti da attività commerciali, se non apertamente simoniache, esenti da qualsivoglia regime di imposizioni fiscali. E quindi quel cespite ha soprattutto un inaccettabile valore simbolico a sancire l’eterna soggezione della città di Roma e dello Stato italiano alla potenza Oltretevere.

Ma anche perché quella cifra, seppur depurata dei costi per la raccolta affidata all’Ama non sappiamo con che esiti,  sarà destinata a interventi di conservazione e risanamento di beni comuni e artistici,  verde pubblico e monumenti, altre fontane vandalizzate comprese. Un obbligo quello, stabilito dalla nostra Costituzione e in capo allo Stato, che è però ancora e anche vincolato all’impegno di estendere la sua attività di vigilanza, conservazione, valorizzazione e restauro dei beni ecclesiastici attraverso capitoli di spesa del Mibact e soprattutto grazie all’apposito  Fondo edifici di culto (Fec) in capo al Ministro dell’Interno, che ha in cura  oltre ottocento chiese distribuite su tutto il territorio nazionale. Tanto è vero che Stato e governi che si succedono tra adoratori di Padre Pio, fanatici di San Gennaro, adoratori di presepi purché non fusion, hanno dato priorità agli interventi di ricostruzioni delle chiese anche rispetto alle case dei terremotati dell’Emilia, come del Centro Italia, suffragando il sospetto di una subordinazione ossequiente al potere dell’aspersorio autorizzato all’evasione dell’Imu in qualità di poderosa agenzia turistica mondiale e celeste, della quale è bene conservare la protezione e la gratitudine in vista di viaggi terreni e ultraterreni. Tanto è vero che nelle stesse chiese soggette a restauro a spese delle Stato è concessa anzi applaudita come prova di dinamismo e imprenditorialità qualsiasi iniziativa commerciale: biglietto di ingresso, terrazza bar sulle guglie, caffetterie sulle terrazze absidali, “te all’Opera”: dove l’Opera non è un teatro, ma l’Opera del Duomo di Siena che nella “cripta” della cattedrale organizza mostre a pagamento con la possibilità di gustarsi  “al piano terra il sangue di Cristo della messa, al primo piano un mojito, al piano di sotto un Caravaggio” che denunciò a suo tempo Settis.

Questo è un Paese di giuramenti e promesse mancate, di costituzioni inattuate e tradite, figuriamoci se davvero potevamo sperare in una libera Chiesa in libero Stato per essere liberi dall’ipocrisia e dalla cattiva coscienza che si esprime con la carità pelosa, anche quella dei “mecenati” chiamati a salvare il nostro patrimonio in cambio di  favori, aggiramento e scavalcamento delle regole, concessioni e autorizzazioni urbanistiche per occupare intere aree con le loro cittadelle del lusso. Come nel caso proprio della Fontana di Trevi cui è stato restituito un inquietante candore da poco dopo essere stata bardata per anni con la effe del logo dello sponsor.. e più mecenatismo peloso di quello.

 


Impara l’Arte di metterla da parte

grande legnoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Finalmente una buona notizia: pare che gli intellettuali esistano e litighino tra loro come ai tempi della scapigliatura, dell’interventismo o del neo realismo colpevole di mettere in cattiva luce il Bel Paese. Stavolta a far baruffa non sono pifferai senza piffero , scalmanati per l’astinenza da talkshow più che da senato e camera, cronisti di nera che si improvvisano storici revisionisti, monache smonacate che vanno dove le porta il cuore, politologi schizzati che scrivono contro Berlusconi ma pubblicano da Mondadori,  stavolta il tafferuglio vede di fronte Montanari e Daverio, noti ambedue al grande pubblico per felici esperienze televisive ed anche per le loro discese in campo più o meno fortunate, e cui si sono accodati altri  che non resistono alla tentazione di commettere un reato di piaggeria.

Il tema non è marginale, tratta del possesso privato e della libera circolazione di beni artistici e culturali che per la loro natura dovrebbero possedere la qualità di patrimonio  di tutti, quindi soggetto a criteri di sorveglianza e tutela in modo che si possa goderne liberamente e consapevolmente.

La più celebrata delle damazze milanesi, oggetto in anni lontanissimi di pruriginosi gossip per via di intrinsechezze con irsuti antagonisti di allora, oggi sobri pompieri, poi passata alla leggenda per via del suo impegno di fondatrice e presidente del Fai, il fondo nato con lo scopo di ‘tutelare e valorizzare il patrimonio d’arte e natura italiano, educare e sensibilizzare la collettività, vigilare e intervenire sul territorio’, sic,  ha deciso di mettere in vendita un suo Burri che campeggiava sullo scalone monumentale  della proprietà milanese dell’augusta mecenate in Corso Venezia, dove è alloggiata una formidabile collezione che annovera anche due Canaletto da  far invidia a Elisabetta II.

Per farlo ( il Grande legno e rosso  potrà dunque essere battuto all’ asta da Phillips a New York il 15 novembre con una stima tra i 10 e i 15 milioni di dollari)  ha potuto approfittare di una disposizione contenuta nella riforma che regola l’esportazione dei beni culturali, che ha introdotto la modifica all’articolo 68 del Codice dei Beni culturali (Codice Urbani 2004) sulla circolazione internazionale delle opere d’arte, ( e che ha aumentato da 50 a 70 anni la soglia per la valutazione da parte della Soprintendenza ai fini del “rilascio dell’attestato di libera circolazione”), salutata come un “traguardo”   nell’azione di valorizzazione dei nostri giacimenti, del nostro petrolio, per usare il mantra dei talebani de noantri.

Tanto per far capire chi avrebbe beneficiato della riforma del ministro incaricato degli outlet,  ci pensò allora proprio il  Sole 24 Ore, che ci informò di come le nuove regole fossero state  frutto della instancabile pressione esercitata dal gruppo d’interesse Apollo 2 che rappresenta case d’aste internazionali, associazioni di antiquari e galleristi di arte moderna e contemporanea e soggetti operanti nel settore della logistica di beni culturali, ben rappresentato dall’avvocato Giuseppe Calabi di Milano, avvocato di fiducia di Sotheby’s. A riconferma di chi è che fa le tendenze dell’arte e della post-arte con le macchine rottamate davanti a Palazzo Grassi non è il pubblico, non sono gli appassionati, non è il tempo che premia o punisce mecenati ma anche trattori che hanno scambiato un Van Gogh per una pasta e patate, è invece quella cricca che fa il “mercato” dell’arte, che ha occupato la critica e l’editoria di settore, che produce Grandi Eventi con grandi coperture assicurative per le trasvolate di quadri, statue, guglie del Duomo comprese da mettere in mostra con i salami di Eataly, che condanna musei e gallerie statali a fare da location per reggiseni o per convention aziendali.

A Montanari non è andata giù l’operazione condotta dalla Signora Crespi che non ha ritenuto opportuno rivolgersi al Mibact per saggiarne la eventuale volontà di acquisire il quadro, scegliendo invece, cito,  “la via dell’alienazione all’estero, per massimizzare il profitto senza alcuno scrupolo culturale e morale: l’opera è stata esportata senza dichiarare esplicitamente il nesso storico con la famiglia Crespi”.

Rintuzza il Daverio, cominciando con l’appellarsi alla privacy offesa dal Montanari che come un Travaglio qualsiasi si è fatto dare sottobanco la documentazione e giudicando l’invettiva dello storico dell’arte, prodotto di un’ideologia nazionalista arcaica degna “del mascellone di Predappio”, forse in odor di sovranismo e populismo, a fronte, inutile dirlo del linguaggio universale dell’arte e delle leggi ormai anche scritte della globalizzazione. E dando alla Crespi tutti i meriti passati e recenti: quelli dell’acclarato mecenatismo  (è probabile, sostiene l’ex assessore della Giunta Formentini che si sia risolta a vendere un’opera che le era cara per sviluppare la sua attività munifica) e quelli dell’intuito che le ha permesso di comprare a poco quello che ora vale molto. Vendere oggi a milioni di euro, di sterline o di dollari le opere della nostra contemporaneità, scrive il Daverio che negli anni deve aver abbracciato entusiasticamente le teorie di chi la cultura la vede bene tra due fette di pane, venduta come il petrolio, comprata da chi se la merita per censo e rendita, da custodire in manieri o in caveau come inalienabile investimento,  non depriva il patrimonio nazionale, visto che di Burri c’è un intero museo a Città di Castello, ma contribuisce invece a ristabilire un onore nazionale che viene quotidianamente avvilito dalla stupidità che regna sovrana, purtroppo anche sulla carta stampata”.

Inutile dire che ha ragione Montanari, che prendendo spunto dalla brutta avventura di chi “vuole essere canonizzato in vita per meriti verso il patrimonio, e poi farsi bellamente gli affari propri”,  condanna l’ideologia che ha ispirato la gestione di un Ministero e del patrimonio che deve salvaguardare e promuovere, ma che ha scelto invece la strada del marketing, dello “sfruttamento commerciale”, dei direttori di museo manager, dei campi da golf in Sicilia di fianco alla Valle dei Templi, dell’offerta in comodato del Colosseo come marchio aggiuntivo di mocassini, della esaltazione del ruolo dei privati in qualità di padroni assoluti nella gestione, nella manutenzione e nel valore pedagogico delle nostre risorse.

Ha ragione, anche se la contesa nata intorno all’equivoco della “fruizione artistica”  del popolo  ci fa tornare ai tempi di Guttuso e Trombadori, quando Gramsci si conosceva per qualcosa di più dell’odio agli indifferenti su Wikiquote, quando c’erano gli operatori culturali e i vituperati stabili in mano al Pci, quando Rinascita promuoveva ogni anno un artista promettente dedicandogli la copertina, insomma quando l’arte stava meglio e forse un po’ anche noi. E se pensiamo che quel Burri è stato mostrato al pubblico fino ad oggi una sola volta in una personale, che da cinquant’anni potevano goderne solo gli ospiti eletti della venerabile patrona, che il dicastero al quale si tagliano per primi fondi e personale è quello che dovrebbe salvare la nostra reputazione e la nostra storia, che mirabili raccolte giacciono in cantine senza essere mai state nemmeno catalogate per mancanza di professionisti, che una biblioteca di straordinaria importanza è stata saccheggiata a beneficio di persona cara a un uomo politico di primo piano, che comuni  e regioni investono quattrini pubblici per la realizzazione di esposizioni e mostre  di cassetta, come blockbuster,  grazie all’eco di film dozzinali o all’impegno di promoter commerciali.

Altro che Mao, la rivoluzione culturale l’hanno fatta loro: prendi l’arte e mettila in cassaforte.


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