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I golpisti delle Logge

isozakiAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’era da immaginarlo che la visita pastorale agli Uffizi della piazzista del ciarpame globale più cafone, ultima dopo Madonna, i Masai che corrono con tanto di scudi e lance per celebrare le confezioni dello stilista locale e così via,  avrebbe prodotto danni incalcolabili (ne scrissi qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/07/20/il-brand-delloltraggio/).

E infatti c’è da sospettare che dobbiamo alla sua sguaiata opera di volgarizzazione di Botticelli, impiegato come sfondo dell’ostensione commerciale della sua merce, la svolta, salutata con giubilo dal sindaco Nardella e dall’ineffabile  direttore del Museo, Schmidt: “si tratta di una decisione storica”, che autorizza e finanzia (intanto con 12 milioni) e dopo quasi vent’anni di polemiche e contenziosi, la realizzazione della Loggia, disegnata dall’immancabile archistar, in questo caso giapponese, Arata Isozaki.

Pensata come una loggia moderna in acciaio e pietra farà da visionario, immaginifico e, pare, imperativo contrasto con quella dei Lanzi in piazza della Signoria, a significare la vocazione e il talento di Firenze nel combinare magicamente passato, presente e futuro grazie alla creatività degli artisti dei vari rinascimenti che si sarebbero susseguiti, compresi gli ultimi a cura di Renzi, Farinetti, Nardella, a base di finocchiona a New York, alta velocità con annessi buchi sotto lo storico selciato, rifacimento di facciate michelangiolesche e concessione munifica di siti d’arte, dopo lo storico caso di Ponte Vecchio, come location in uso esclusivo per buffet, eventi mondani, sfilate di compagni di merende  (Piazza della Signoria sarà la sala da pranzo a cielo aperto per gli stilisti Dolce & Gabbana, reduci da analoghe performance nella Valle dei Templi).

Chissà perché a dire Loggia in Toscana ne viene maliziosamente in mente un’altra contrassegnata da legami opachi, influenze velenose, cerchie tossiche. Niente a che fare, rintuzzerebbero i patron delle iniziative futuriste del dinamico ceto politico locale, dallo stadio della Fiorentina, all’ampliamento dell’aeroporto di Peretola, così  proiettato nel domani da sfidare dati e statistiche sul decremento degli arrivi e sulla crisi del turismo pre e post Covid.

L’opera, che si sarebbe resa necessaria  per “razionalizzare” l’uscita del museo considerata “insufficiente” già nel 1999,  muoverebbe invece dall’idea utopica di richiamare nell’oggi i temi cari a Brunelleschi, per promuovere  “un dialogo tra contemporaneità e  tradizione storica”,  offrendo al tempo stesso   protezione e copertura, che quando c’è un’acquata a Firenze si rischia come sanno anche i Lungarno, dando forma così a un vero e nuovo spazio pubblico con tanto di colonne e sculture in pietra “serena” – come Letta, beata lei –  aperto a turisti e cittadinanza, a esclusione, c’è da immaginare, dei molesti ospiti, vucumprà, allestitori di kebab, che tanto male fanno alla reputazione della Città del Giglio, come ricordato dal sindaco nelle  obiezioni sollevate alle accuse dell’Unesco di mercificazione oltraggiosa del centro storico.

È che non sono solo quelli l’ostacolo alla valorizzazione di Firenze come capitale indiscussa del turismo e dello sfruttamento del nostro petrolio, come ha sempre sostenuto il vero sindaco del quale il povero Nardella resta una pallida imitazione,  che investì milioni per farla “conoscere” nel mondo grazie a campagne pubblicitarie affidate ai suoi amichetti del cuore, o che cercò di aggiungere lustro promuovendo la ricerca di affreschi leonardeschi sulle pareti dell’ufficio,  e che, tanto per chiarire il senso dell’operazione di questi giorni, voleva che gli Uffizi facessero cassa, diventassero un juke box che faceva risuonare a comando il tintinnar dei soldi, concorde con il ministro che non tramonta mai nell’affidarne la gestione a un manager esperto di marketing.

A fermare la corsa verso un ambizioso futuro, come in tutte le città d’arte, sarebbero proprio gli ingenerosi residenti, misoneisti e arroccati nel passato, che le politiche di questi anni, hanno “convinto” a cercarsi nuovi spazi esistenziali, con ogni sorta di metodi dolcemente persuasivi:  piani  che  agivano con intenti vessatori nei confronti della gestione ordinaria delle trasformazioni, mentre  favorivano i nuovi padroni della città, imprese immobiliari d’assalto, corporation, fondi  stranieri, una voluta indeterminatezza delle regole in favore delle grandi proprietà strutturate e spregiudicate, lo stravolgimento dei criteri del “restauro” per  promuovere ghiotte estrazioni di valore a beneficio di speculatori, svendite del patrimonio pubblico.

In previsione del “rilancio”, della ricostruzione dopo la pandemia, il primo cittadino si è ritagliato una sua leadership nella cerchia dei sindaci che hanno chiesto più autonomia, più risorse, più discrezionalità e libertà d’azione, a base di cantieri per infrastrutture, per operette immorali, secondo le priorità che ogni giorno si rivelano più arbitrarie e irrazionali, ponti, tunnel, stadi compresi, secondo la filosofia dei 137 interventi argomentata negli Stati Generali, con il placet delle feroci dame europee in veste di streghe di Macbeth.

E infatti mentre esultava per la Loggia, che vuole sia, anche per affinità stilistica, la sua piramide del Louvre, ha anche festeggiato una “delibera di indirizzo” per riqualificare la zona di Campo di Marte ed agevolare il restyling del Franchi grazie a un grandissimo parcheggio, all’ampliamento dei volumi commerciali e all’inserimento di una linea della tramvia, interventi, ha sottolineato compiaciuto, che dovrebbero convincere i patron della Fiorentina a investire nello stadio ben oltre le promesse.

Si sta inoltre  impegnando per condurre il porto al più presto l’iniziativa di permettere e avviare  in zona di Costa San Giorgio, nota anche con il toponimo di Poggio alle Rovinate perché in vari periodi è stata al centro di movimenti franosi,  al posto dell’ex Scuola di Sanità Militare, la realizzazione di un mega albergo di lusso di una dinastia commerciale e immobiliare argentina, che richiede ovviamente di dotarsi  di parcheggi interrati, di magazzini e locali di servizio e tanto per non farsi mancare il doveroso buco,  un tunnel sotterraneo di 600 metri con accesso carrabile.

Anche non volendo, si ha sempre la conferma che le priorità di governi, centrale e periferici, non hanno nulla a che fare con il bene comune, secondo gerarchie e graduatorie che come nel passato sono condizionate da altri interessi che ondeggiano tra profitti, scambio di favori e voti, clientelismo, familismo, speculazione, corruzione e megalomania. Gli esempi si sprecano, anche in materia di felice combinazione di geni del passato e odierna creatività da mescolare per dare una nuova e moderna identità alle nostre città d’arte: a Venezia non si è costruito l’ospedale di Le Corbusier, non si è realizzato il Palazzo dei Congressi di Louis Khan, me è servita una mobilitazione generale per impedire la torre-mausoleo di Cardin, mentre nessuno si è davvero esposto per impedire l’osceno palazzone della Cassa di Risparmio a San Luca o l’inutile ponte mangiasoldi dell’ultimo faraone filosofo, cui dobbiamo anche la remota indifferenza per la bruttura dell’Hotel Santa Chiara.

E a Firenze oltre alla Loggia è prevista un’accelerazione del progetto del Museo della Lingua italiana, che dovrebbe vedere la luce, pronubo come al solito Franceschini,   nel complesso di Santa Maria Novella giusto in tempo per la celebrazione dei 700 anni dalla morte di Dante, grazie a un finanziamento di 4,5 milioni, auspicato e sostenuto da una pletora di studiosi riuniti in apposita commissione presso il Ministero che si vede che non sono a conoscenza delle sofferenze peraltro ampiamente denunciate in cui versa la Biblioteca Nazionale, che resterà chiusa in agosto malgrado le proteste di ricercatori e professori, che ha vesro diminuire di anno in anno il numero dei dipendenti: 400 nel 1997, 280 nel 2002, due anni meno di 150, la cui frequentazione è ridotta  e ostacolata da procedure insensate (i libri devono restare in quarantena a differenza degli indumenti in centri commerciali e boutique).

Per carità promuovere la lingua italiana poco frequentata anche dal nostro ceto politico è doveroso, ma è lecito interrogarsi sul perché costruire un altro contenitore comunale della lingua nazionale   invece di finanziare le biblioteche, gli archivi, le scuole in una città che non sa o non vuole tenere aperti nemmeno i suoi musei civici e le sue miniere di sapere e conoscenza, come hanno sempre recitato i mantra dei fautori della mercatizzazione del patrimonio culturale.

Non farà bene alla reputazione internazionale del Paese che vuole accreditarsi come “meta universale” del turismo l’ambizioso Piano Strategico del Mibact  “che punta al rilancio della competitività territoriale”  con una dotazione di 103 milioni di euro per l’implementazione di  «cantieri diffusi che vanno a migliorare la bellezza delle città italiane — ha detto Franceschini — e a sostenere l’economia e il turismo del Paese», dal parco e dal Museo archeologico di Sibari (Cosenza) al più improbabile Museo d’Arte contemporanea di Rimini con la nascita di Part (Palazzi dell’Arte di Rimini), dall’Archivio di Stato di Roma alla Casa dei cantautori liguri a Genova.

Iniziative all’insegna di estemporaneità e occasionalità,  che raccontano bene come gli affronti alla Costituzione e ai diritti che postula e testimonia si possano commettere non solo in via referendaria, nemmeno con la imposizione di stati di eccezione: basta consegnare tesori preziosi nelle mani sbagliate e l’oro si trasforma in sterco del diavolo.

 

 

 

 


I falsari della resurrezione

franAnna Lombroso per il Simplicissimus

Da due giorni giornali e rete straripano dell’appassionato sdegno contro il tristo figuro e la sua piazza, invero poco frequentata a vedere le foto dall’alto, generosamente definita da Famiglia Cristiana “La più imponente riunione di idioti da decenni”, per via di quello spirito caritatevole che ha sempre animato le crociate della cristianità, per operare una accurata selezione tra gli umiliati gli offesi e i diseredati da fare oggetto della sua pietà.

Proprio come è successo in passato quando la critica di cittadini esacerbati verteva sui costumi dissipati del puttaniere più che sul conflitto d’interesse, anche in questo caso l’anatema è lanciato più per l’organizzatore no-mask e assembramenti che contro l’aspirante golpista cacciato perfino dall’Arma per le sue intemperanze.

Altrettanto dicasi per le forze dell’ordine accusate di due metri e due misure sulla qualità del distanziamento, da parte di chi non solleva un sopracciglio per ben altre repressioni e ha solidarizzato con quella istruita contro le inopportune manifestazioni promosse da lavoratori nei primi di marzo, costretti alla ressa doverosa nei posti di lavoro e nei mezzi pubblici.

Certo, l’arruffapopolo è davvero impresentabile, dei suoi adepti sappiamo poco, perché per una volta nessun organo di stampa ci ha illuminati sulla natura del loro volgare ribellismo, spregevole in quanto ignorante, rozzo, xenofobo (si sa i cacciati da Capalbio succede che vengano conferiti nelle loro discariche periferiche), animalesco, quindi oggetto di sacrosanta e giustificata riprovazione, la stessa che ha costretto a consegnare da anni il malcontento disonorevole della pancia nelle mani della destra: misura dolorosa ma necessaria avviata da chi possedendo qualche residuo di garanzia e sicurezza, vanta una superiorità morale da difendere e da esercitare contro quei fermenti animali che si alzano dai margini della civiltà.

Invece, come mi è capitato di scrivere a caldo, sarebbe utile capire cui prodest, visto che certe macchiette  finiscono sempre per essere funzionali ai disegni di chi comanda: in questo caso togliere valore e credibilità a qualsiasi forma di critica alla gestione delle crisi sanitaria e economica in nome di una obbligatoria unità nazionale tenuta insieme da un esecutivo di “salute pubblica”. Ma anche, come effetto non secondario, rendere accettabili, per appartenenza alle élite e rispetto dei requisiti riconducibili alle regole di bon ton diventate imperativi etici, altri figuri in realtà più dannosi, visto che sono affidati a loro settori strategici della cosa pubblica.

Proprio in coincidenza con la disdicevole manifestazione degli irriguardosi irresponsabili senza mascherina, il responsabile del nostro patrimonio culturale si è espresso come dinamico coach per una «grandiosa Ricostruzione».

Abbiamo davanti un’occasione incredibile“, ha proclamato dalle pagine del Corriere, la crisi scoppiata con il coronavirus può trasformarsi in un’opportunità   “perché per la prima volta dopo più di trent’anni un esecutivo può spendere risorse per il Paese invece di tagliarle. Sospeso il patto di Stabilità, ci sarà il Recovery fund, c’è il Mes che prenderemo…”. Anche se agisce all’interno di  coalizione “politicamente fragile ” Dario Franceschini confida in questo “jackpot che potrebbe cambiare le sorti del Paese“.  Dicendosi sicuro che passata l’emergenza, “il turismo in Italia ricomincerà a crescere impetuosamente”, quindi bisogna puntare sui nostri luoghi più ricchi di bellezze paesaggistiche e artistiche e finora più trascurati: il Sud.

E come? Collocando i 150 milioni del decreto Rilancio “per la riqualificazione della nostra offerta alberghiera e con un piano di recupero e rilancio dei borghi…. spesso abbandonati o trascurati”,   grazie alla realizzazione di “hotel diffusi, cammini, ciclabili, ferrovie storiche, cibo, natura, arte”.

Ma prioritario per l’avvio di questa strategia di valorizzazione sarà il prolungamento fino il Sicilia della rete dell’Alta velocità al servizio di un turismo qualificato. E magari prendendo in considerazione l’ipotesi del Ponte, “perché”, come osserva l’Illuminato, “ i treni ad alta velocità dovranno pur attraversare lo Stretto”.

Ecco basta girare gli occhi per guardare il termometro, distogliere l’attenzione per lavorare in regime di storm working, per far fare ai figli, avendo Internet, i compiti con la didattica a distanza, per istruire la pratica per la cassa integrazione, per farsi dare l’elemosina in qualità di Partita Iva, che come un saltapicchio vien fuori dalla scatola delle meraviglie il genietto delle macchine da corruzione, il fantasmino dell’alta velocità dove non ci sono i treni per i pendolari e se ci sono si scontrano in un binario unico, dove c’è una stazione nella più volte nominata Capitale della Cultura in compenso non c’è la ferrovia.

Eccolo il bravo ragazzo, così intriso dei valori della tradizione familiare da aver voluto fare della casa avita un bel B&B aperto a visitatori paganti ancorchè esclusivi. È  una vocazione la sua, così potente da farne la sua mission istituzionale in modo  da trasformare tutto il Paese con preferenza per il Mezzogiorno proverbialmente parassitario e indolente, in un gran parco tematico delle civiltà morte del Mediterraneo, con i viventi non emigrati in qualità di figuranti in costume, in veste di osti, locandiere, inservienti, guide e intrattenitori, proprio come raccomandano quei sacerdoti della fruizione turistica e culturale, Farinetti che chiede di convertire il Sud nella Sharm el Sheik europea o Briatore pronto a trasformare la noiosa Valle dei Templi in un più profittevole Billionnaire.

Tutto così sarà Very Bello, come postulava una delle sue campagne pensate per vendere il Bel Paese all’estero proprio come tocchi dell’analogo formaggio: si è confermato il suo disegno di adibire a uso puramente turistico il patrimonio culturale, anche grazie al “riaccorpamento”  di Beni culturali e Turismo, giustamente divisi dal Conte 1, col ripristino della direzione generale ad hoc, con la vigilanza sull’Enit e l’elaborazione del piano strategico, a sancire che il tesoro d’arte e storia e memoria che abbiamo avuto in prestito e che dovremmo restituire intatto alle generazioni a venire, che abbiamo mantenuto sia pure non al meglio con le nostre tasse è vocato e destinato allo sfruttamento turistico.

Come è confermato dalla proliferazioni creativa di auguste pensate immaginifiche, gladiatori e giochi d’acqua con tanto di triremi nel Colosseo allagato, navi invitate a tornare nella Serenissima e plauso all’alta velocità fiorentina, campi da golf sparsi in Trinacria, rilancio dei musei grazie a direttori/manager addestrati in Mc Donald’s, assenso alla trasvolata di preziosi reperti comprese due guglie del Duomo a corredo dell’esposizione di salami e mortadelle del norcino reale approdato negli Usa e pure alla gita dei Bronzi di Riace all’Expo provvidenzialmente impedita dalla sovrintendente.

E tante altre  in qualità di autore della famosa iniziativa del Mibact chiamata “Circuitazione di opere icone”, che permise alla Velata di Raffaello di Palazzi Pittidi transitare  per mesi in tutta l’America più profonda tra Oregon, Wisconsin, Nevada a bordo di un camion; che fece sì che durante una mostra al Colosseo  cadesse per il vento la statua ellenistica della Fanciulla di Anzio o che  durante la mostra su Costantino al Palazzo Reale di Milano si frantumasse un  prezioso cratere in marmo.

Ma lui è fatto così, proprio non gli sta bene che si sprechino delle buone occasioni, che non si colgano le “opportunità”, come sa fare lui: lo ha dimostrato  il piglio imprenditoriale con cui raccoglie fondi per  l’Ales Spa.

Ales S.p.A, è la società in house del Ministero che ne detiene il 100% del pacchetto azionario che fa quindi capo a lui stesso, e per la quale è riuscito a reperire nel mese di marzo, dicono fonti ben informate, ben 5 milioni e rotti di contributi pubblici. Una “ditta”  che ha tutte le caratteristiche di una società per azioni, quindi di natura privatistica,  impegnata da oltre quindici anni in attività  di supporto alla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale e di supporto agli uffici tecnico – amministrativi del Socio Unico,  che, hanno denunciato i sindacati dei lavoratori dei Beni Culturali, “il Mibact avrebbe potuto espletare da solo e attraverso i suoi uffici, e che in tutti questi anni ha   utilizzato per le proprie attività solo personale completamente esterno al dicastero, bypassando in maniera assoluta le regole delle assunzioni pubbliche tramite concorso”.

Ormai sappiamo che la bellezza non si mangia in mezzo a due fette di pane. E che nemmeno ci salverà, troppo impegnata a dar da mangiare a loro.


Ministero dei Mali Culturali

tortaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Io capisco che siete ancora tutti impegnati nel neo-antifascismo militante contro l’ex ministro che continua ad essere in auge grazie al successo di critica, la vostra, di pubblico, anche elettorale, di stampa, tutta entusiasticamente adibita a fare da ripetitore alla sua propaganda cialtrona. E che se proprio un sabato mattina decidete di disertare il supermercato, è per andare in piazza con specie ittiche  più civiche dei bastoncini e dei filetti del Capitano.

Però sarebbe opportuno che vi guardaste intorno per identificare altri pericoli per la democrazia e l’interesse generale e per dare voce e ascolto ad altri fermenti, uno per esempio si chiama Emergenza Cultura, i cui rappresentanti non si sa come non compaiono mai nei talk, non vengono intervistati, non producono gadget e merchandising, forse perché si battono proprio contro la commercializzazione dei nostri beni e l’occupazione dei nostri templi dell’arte, del paesaggio e della storia da parte dei mercanti.

E di mercanti ce ne sono due molto attivi nel governo e hanno il merito sorprendente di farci rimpiangere i predecessori, Toninelli e Bonisoli.

Si tratta della ministra delle Infrastrutture, entusiasta delle opportunità che offrono le emergenze testate in qualità di ex commissaria nel cratere del sisma del Centro Italia, vuole perpetuarne qualcuna foraggiando quelle grandi opere dannose per l’ambiente e i bilanci pubblici ma redditizie per cordate di corrotti e corruttori, prudente e riflessiva invece quando si tratta di noiosa e poco creativa manutenzione del territorio o di rivedere contratti con controparti criminali. E del ministro per i Beni Culturali, tornato per fare piazza pulita di due o tre misure non proprio disdicevoli del predecessore, grazie al ricorso al gioco delle tre carte, togli qualcosa a qualcuno (l’ingresso gratuito agli ultra sessantacinquenni, che vadano a guardare i lavori degli stradini perbacco!, e rimetti le domeniche gratuite nei musei.

Era solo il primo passo della restaurazione secondo Franceschini, che sta ripristinando i contenuti della sua Prima Riforma che aveva fatto di lui con tutta probabilità il peggior Ministro dei Beni Culturali, in pool position con Galan, Ornaghi e quel Bondi, cui dobbiamo l’acquiescenza idiota al dimezzamento del budget del dicastero voluto da Berlusconi e Tremonti, quello che la cultura la voleva in mezzo a due fette di pane, così oggi spendiamo in cultura l’1.1% della spesa pubblica (cioè esattamente la metà della media europea) e lo 0,6% del Pil.

Lui non parla di salame o mortadella con marchio Unesco, ma ripete il mantra desolante e  il trito repertorio da volantini di Mondo Convenienza con l’offerta sugli scaffali del supermercato globale del nostro petrolio e dei nostri giacimenti al migliore offerente. Non a caso ha subito provveduto al ripristino della direzione generale Turismo presso il ministero dei Beni culturali, con la vigilanza sull’Enit e l’elaborazione del piano strategico, a sancire che il tesoro d’arte e storia e memoria che abbiamo avuto in prestito e che dovremmo restituire intatto alle generazioni a venire, che abbiamo mantenuto sia pure non al meglio con le nostre tasse è vocato e destinato allo sfruttamento turistico. E che la nostra missione non è quella di tutelarlo per goderne perché è una perenne lezione di storia e dunque di futuro oltre che di bellezza, ma di lanciarlo sul mercato per trarne profitto.

E infatti la parola d’ordine non è salvaguardia, non è cura, bensì valorizzazione, un termine che già nella sua radice  ha a che fare con la quotazione, il prezzo e il profitto della merce cultura, della cui  promozione sono incaricati quei direttori di museo selezionati in virtù di conclamate performance di manager e esperti di marketing con particolare interesse per soggetti stranieri che garantiscano un rapporto consolidato con le multinazionali  del moderno consumo di merce culturale.

D’altra parte da uno che in fase di eclissi di poltrone ha trasformato la casa avita in profittevole B&B ,  non possiamo aspettarci che pratichi il culto del passato,  come si fa nei musei che, lui forse non lo sa, sono un “brevetto” italiano. E infatti il museo dovrebbe essere una realtà viva e di tutti, non è una mostra,  non è a termine, non si monta e smonta e non deve aprire una tantum, non deve essere messo in ombra dalle esposizioni che ospita o dissanguato da quelle che nutre con prestiti dissipate,  fa parte dei nostri territori, incarna e dà ospitalità alla nostra memoria collettiva, in quelli maggiori molto propagandati come in quelli minori, ancora più fondamentali per il rispetto e il ricordo di radici comuni.

Mentre grazie a “riforme” volute da insospettabili progressisti, in testa Ronchey e Veltroni che hanno preparato la strada al nostro Attila odierno, si è spalancata la porta al mecenatismo peloso dei privati grazie all’istituto delle concessioni  che ha lasciato nelle loro mani non solo i cosiddetti servizi aggiuntivi dei luoghi di cultura (ristoranti e librerie), ma anche la didattica, l’organizzazione delle mostre, la bigliettazione e la
vigilanza,  per mettere a reddito i nostri tesori. Così a Palazzo Pitti si fanno gli addii al celibato  e le cene degli azionisti delle multinazionali, a Brera sfilano i capi degli stilisti, alla Gipsoteca riscaldata opportunamente invece l’intimo di una nota marca, il Colosseo è da tempo la location di sconfortanti show compresi i festeggiamenti per l’ottavo re n.10 della Magica,  la Reggia di Caserta diventata un brand è la location preferita di spot, allestimenti arrischiati per mostre estemporanee, il nome per la pubblicità di liquori, pasta, accessori,  Ponte Vecchio si chiude ai cittadini per la cena di gala di un’azienda cara al Giglio renziano.

Viene da sospettare che la restituzione dello status di autonomia amministrativa e gestionale  alle Gallerie dell’Accademia di Firenze concessa dallo stesso Franceschini nel 2016 con la incoronazione a direttrice della tedesca Cecilie Hollber, che si è definita “manager culturale”, così come è previsto per il Parco Archeologico dell’Appia Antica e per il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma, vada nella stessa direzione di altre pretese centrifughe che premiano insulsi campanilismi e invadenze privatistiche,  pensate per segmentare e paralizzare la gestione centrale e di conseguenza quella periferica, conservando allo Stato la tutela ma delegando poteri decisionali e competenze a comuni e regioni in “piena schizofrenia amministrativa”,  se è vero che l’indipendenza dal Polo della Toscana del museo, che non possiede una struttura né uffici  a disposizione di una comunità di ricerca e studio, serviva solo a tenersi in tasca i proventi del biglietto per la visita al Davide.

E non rincuora certo il potenziamento previsto della struttura. Quanti fichi secchi serviranno alle nozze di  7 nuove soprintendenze, alla creazione di quella nuova per il patrimonio subacqueo, della nuova direzione generale per la sicurezza del patrimonio culturale e per la conferma degli uffici esportazione in qualità di strutture interne operative alle soprintendenze, questi ultimi incaricati delle procedure che presiedono alla pratica nefasta dei prestiti con trasvolate oceaniche a beneficio delle iniziative di norcini e organizzatori delle multinazionali dei Grandi Eventi  ? O per il rafforzamento della direzione generale Creatività Contemporanea che già così puzza di polvere negli occhi dei citrulli e che dovrebbe occuparsi di rigenerazione urbana, design, moda, periferie, industrie culturali e creative, qualsiasi cosa si voglia intendere con questo sciocchezzaio modaiolo degno del manifesto delle Sardine.   Quando  a fronte dei 25 nuovi dirigenti “promossi” da Franceschini per avere una rete di controllo, vigilanza e tutela ci sarebbe bisogno di almeno sette mila  addetti.

E’ che, come ha osservato Salvatore Settis, l’ideologia che ha ispirato gran parte dei ministri che si sono susseguiti negli anni considera le soprintendenze e la rete di  tutela come una “bad company”, distinta dalla “good company” che sarebbero i musei e la conservazione pura e semplice.  Così chi lavora tra le mura di un museo, di una chiesa, in un sito archeologico è umiliato, mal pagato, privo di quelle stesse tutele che dovrebbe riservare alla bellezza di cui è incaricato di aver cura. Solo la metà di loro ha un contratto  e solo il 23% ne ha uno “regolare”, magari di quelli multiservizi, quelli per le pulizie, per le mense scolastiche, del commercio, mentre per gli altri vige la regola del ricatto e l’imposizione di un volontariato come promessa e premessa di qualcosa di più in un ipotetico futuro.

La cultura non si mangia ma nemmeno ci fa mangiare: in troppi se la stanno rosicchiando.


Caritas pelosa

fontana_di_trevi_transennata_640_ori_crop_master__0x0_640x360Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai è risaputo, hanno cambiato i diritti in elargizioni e sostituito  la solidarietà con la carità. È che fa comodo a tutti, te la cavi con qualche sms, con qualche colletta, con un mi piace sull’immaginetta del sindaco disobbediente e è fatta, salvo poi chiedersi perché non se li accolgono a casa loro i molesti immigrati, salvo fare qualche ora di volontariato compassionevole volontariato e lasciar sola la seccante nonna tutto agosto o cercare di ricoverarla tra i lungodegenti.  E mica vale solo per le invasioni di 12 stranieri in una cittadina di 30 mila abitanti, si attaglia perfettamente anche a chi raccoglie bottiglie di plastica nella spiaggetta raggiunta col Suv, insomma alla difesa di dogmi dietro ai quali si nascondono il più delle volte,  interessi e giri di quattrini.

Per quello non mi unisco alla deplorazione per la decisione della sindaca di Roma che ha deciso che le monetine che i turisti lanciano nella Fontana di Trevi per propiziare un ritorno nella Città Eterna, restino del Comune e non vadano più nelle casse della Caritas. Dal primo aprile il tesoretto, nel 2018 pari a 1,5 milioni di euro, verrà messo a bando per essere destinato in misura prevalente “al finanziamento di progetti sociali e per la restante parte alla manutenzione ordinaria del patrimonio culturale”.

Apriti cielo:   titola l’Avvenire  “Le monetine tolte ai poveri” sono servite a offrire servizi importanti non soltanto per i clochard, nella Capitale oltre 10mila, ma anche per quanti faticano ad arrivare alla fine del mese, con i posti letto ma anche con  i generi alimentari distribuiti attraverso l’Emporio della Solidarietà presente a Ponte Casilino. Per non dire del Pd che tramite il suo segretario regionale recrimina: “Invece di sostenere chi ogni giorno fornisce una rete straordinaria di assistenza e di solidarietà   viene raddoppiata la tassa sul terzo settore e ora viene colpita la Caritas di Roma che svolge un ruolo fondamentale e garantisce assistenza e umanità a migliaia di persone e di famiglie in difficoltà” mentre  l’ex capogruppo capitolina ed ora consigliera regionale Michela Di Biase in Franceschini, accusa che  “nel nome della legalità verranno sottratte risorse preziose per interventi a favore dei senzatetto e a iniziative benefiche che sempre più spesso colmano mancanze del sistema welfare cittadino”.

Ora a me non piace niente di quello che fa la Raggi, salvo ricredermi se davvero impedisce l’ingresso al centro ai torpedoni, primi tra tutti quei condomini addetti al trasporto di pellegrini distribuiti in due piani nei luoghi sacri e cui farei seguire immediatamente un impegno per promuovere l’esazione dell’Imu dei fabbricati della chiesa  luoghi di un altro culto ancora più potente,  quello turistico.

E sicuramente la solidarietà non è un caposaldo della sua amministrazione, proprio come non lo è di altri sindaci che militano nelle schiere della disubbidienza,  che pare non preveda, nemmeno quella, di compiere il necessario salto dalla pietà alla cura dell’interesse generale oltre che del decoro.  Non mi aspetto dunque che decida di non estendere a infami incarichi le funzioni della sua municipale prendendo alla lettera le opportunità repressive offerte dal Daspo urbano, pensato proprio per rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi, bianchi o neri che siano. Non mi aspetto che affronti il problema delle case occupate dai senzatetto come vuole una drammatica sfida sociale prima che umanitaria, invece che come fastidioso grattacapo da risolvere con l’uso della forza pubblica in armi. Ormai non mi aspetto nemmeno che malgrado le promesse elettorali si sottragga agli ordini dei poteri forti romani sottraendosi all’obbligo di tira su uno stadio inutile in una zona a rischio ambientale, per la cui realizzazione è inevitabile il contributo pubblico, economico e morale, sotto forma di infrastrutture di collegamento, sconti e manomissione delle regole urbanistiche e di tutela del territorio.

Però sulle monetine e la Fontana convertita in cassetta delle elemosine da passare direttamente alla Caritas mi torvo d’accordo con lei.

E non solo perché la Caritas, organismo pastorale della Cei (Conferenza Episcopale Italiana, l’unione permanente dei vescovi cattolici in Italia) per la promozione della carità ha intenti  confessionali e missionari   e una funzione pedagogica:  far crescere nelle persone, nelle famiglie, nelle comunità  il senso cristiano della solidarietà,  non può né deve esser considerata un potere sostitutivo della funzione obbligatoria dello Stato e del settore pubblico a diseredati, poveri, emarginati, ma semmai aggiuntivo.

Non solo perché per  praticare concretamente e esercitare quello spirito  evangelizzatore la Cei può contare su  un ingente patrimonio comprensivo di attici prestigiosi e di proventi derivanti da attività commerciali, se non apertamente simoniache, esenti da qualsivoglia regime di imposizioni fiscali. E quindi quel cespite ha soprattutto un inaccettabile valore simbolico a sancire l’eterna soggezione della città di Roma e dello Stato italiano alla potenza Oltretevere.

Ma anche perché quella cifra, seppur depurata dei costi per la raccolta affidata all’Ama non sappiamo con che esiti,  sarà destinata a interventi di conservazione e risanamento di beni comuni e artistici,  verde pubblico e monumenti, altre fontane vandalizzate comprese. Un obbligo quello, stabilito dalla nostra Costituzione e in capo allo Stato, che è però ancora e anche vincolato all’impegno di estendere la sua attività di vigilanza, conservazione, valorizzazione e restauro dei beni ecclesiastici attraverso capitoli di spesa del Mibact e soprattutto grazie all’apposito  Fondo edifici di culto (Fec) in capo al Ministro dell’Interno, che ha in cura  oltre ottocento chiese distribuite su tutto il territorio nazionale. Tanto è vero che Stato e governi che si succedono tra adoratori di Padre Pio, fanatici di San Gennaro, adoratori di presepi purché non fusion, hanno dato priorità agli interventi di ricostruzioni delle chiese anche rispetto alle case dei terremotati dell’Emilia, come del Centro Italia, suffragando il sospetto di una subordinazione ossequiente al potere dell’aspersorio autorizzato all’evasione dell’Imu in qualità di poderosa agenzia turistica mondiale e celeste, della quale è bene conservare la protezione e la gratitudine in vista di viaggi terreni e ultraterreni. Tanto è vero che nelle stesse chiese soggette a restauro a spese delle Stato è concessa anzi applaudita come prova di dinamismo e imprenditorialità qualsiasi iniziativa commerciale: biglietto di ingresso, terrazza bar sulle guglie, caffetterie sulle terrazze absidali, “te all’Opera”: dove l’Opera non è un teatro, ma l’Opera del Duomo di Siena che nella “cripta” della cattedrale organizza mostre a pagamento con la possibilità di gustarsi  “al piano terra il sangue di Cristo della messa, al primo piano un mojito, al piano di sotto un Caravaggio” che denunciò a suo tempo Settis.

Questo è un Paese di giuramenti e promesse mancate, di costituzioni inattuate e tradite, figuriamoci se davvero potevamo sperare in una libera Chiesa in libero Stato per essere liberi dall’ipocrisia e dalla cattiva coscienza che si esprime con la carità pelosa, anche quella dei “mecenati” chiamati a salvare il nostro patrimonio in cambio di  favori, aggiramento e scavalcamento delle regole, concessioni e autorizzazioni urbanistiche per occupare intere aree con le loro cittadelle del lusso. Come nel caso proprio della Fontana di Trevi cui è stato restituito un inquietante candore da poco dopo essere stata bardata per anni con la effe del logo dello sponsor.. e più mecenatismo peloso di quello.

 


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