La campagna elettorale americana con le sue modalità guatemalteche insieme alla narrazione pandemica coeva e in qualche modo funzionale ad essa, hanno rivelato a che punto è la notte, quella che dovrebbe passare come in “Napoli milionaria” nella speranza che la luce dissolva la corruzione dei pensieri. E invece il buio sembra essere sempre più fitto. Infatti di contro a una sinistra residuale e ambienti progressisti di maniera, anch’essi lontano ricordo di posizioni anti capitalistiche, le quali combattono strenuamente a fianco del progetto di disuguaglianza sociale e abbattimento della democrazia del neo feudalesimo globalista, ci sono vecchie destre catto – fascio – bottegaie che invece cercano di alzare barricate contro il grande reset accusando gli avversari di essere “marxisti”. Si tratta di una singolare inversione delle parti che tuttavia denuncia in modo chiarissimo una cosa: l’assenza totale di una cultura politica, eradicata ormai da decenni, che porta i contendenti ad utilizzare vecchi materiali polemici, spezzoni di ideologia saldamente catafratta sulla groppa dei media padronali, chincaglierie di pensiero senza in realtà capirne nulla. Quando questa gente parla di marxisti riferendosi ai grandi ricchi e alla loro religione del mercato e del profitto, evidentemente dimostrano di non sapere quello che dicono, dal momento che Marx è proprio il filosofo che mostra, partendo proprio dalle premesse teoriche del capitalismo, come esso e il liberalismo di accompagno  non siano strutturalmente in grado di portare a quella libertà che predicano e men che meno all’eguaglianza sociale. Anzi meno questa ideologia incontra resistenze, più le istanze di progresso, di sviluppo delle forze produttive e di regolazione attraverso il mercato si rivelano illusioni. E proprio oggi, in questo periodo di menzogna, lo possiamo scorgere con chiarezza.

Il comunismo immaginato da Marx non c’entra proprio nulla con tutto questo e fa impressione vedere anche le teste pensanti più raffinate come Agamben parlino di “socialismo stalinista”  e del comunismo come una variante del capitalismo e non come una sua totale eresia, quanto meno idealmente. Cosa salda le parole del ” grosso intellettuale” come si diceva una volta senza suscitare il riso, con la canea da bar sport contro i “marxisti” che hanno ordito un diabolico piano contro Trump? Cosa  suscita queste inedite aggregazioni? E’ la straordinaria ascesa della Cina che è allo stesso tempo causa ed effetto del declino occidentale o per meglio dire è la scandalosa visione del tramonto di un potere planetario che durava da alcuni secoli e a cui ci si era talmente assuefatti da non poter nemmeno concepire il suoi venir meno. Se poi a questa situazione di fondo si aggiunge che la Cina è un paese ufficialmente comunista e che ha realizzato il maggior sviluppo economico mai visto nella storia, tutto va in corto circuito a cominciare dall’idea secondo cui il comunismo sarebbe sinonimo di povertà generale e contemporaneamente a quella che nessuno potrà mai sopravanzare l’Occidente. Troppo e in troppo poco tempo, anche se a dire la verità il maoismo negli anni ’60 e ’70 era già un eresia dentro l’eresia marxista, la percezione di logiche diverse da quelle occidentali. E così mentre mentre il capitalismo nella sua fase finale ci toglie ogni giorno una fetta di libertà (compresa quella economica) senza compensarlo con diritti reali come la casa, il lavoro, la sanità, si mormora che questo è comunismo e che anzi la Cina è dietro i poteri globalisti e i suoi trucchi per instaurare una sorta di dittatura: perciò la liberazione dall’ultra capitalismo finanziario fa tutt’uno con la guerra fredda o calda contro Pechino. Nemmeno ci si sforza di comprendere che invece l’esito della concentrazione del potere in un grande fratello è nella logica stessa del capitalismo e che semmai il comunismo si propone come un rimedio anche se poi nelle sue realizzazioni concrete ha in qualche modo tralignato.

Certo il globalismo fa comodo alla Cina, ma Pechino sa benissimo che la lotta degli Usa e dei suoi ascari europei contro di lei  e il suo sviluppo non è questione di questo o di quel presidente: potranno cambiare i modi, ma non la sostanza delle azioni di un impero al suo tramonto che deve per forza combatterla se vuole sopravvivere. Tanto più che essa rappresenta l’esatto contrario del neoliberismo, ovvero il modello di un’economia mista nella quale la mano pubblica e la pianificazione sono preponderanti: lo stesso straordinario successo di questo modello non consente più alle elites neo liberiste occidentale di poterci convivere visto che esso non tollera lo stato, anzi lo vuole privatizzare sostituendolo con i potentati economici. Il fatto è che con tanta confusione in testa sarà difficile organizzare una resistenza coerente anche perché è molto più comodo rimanere in bilico sulle false certezze costruite a partire dalla metà degli anni ’70 che sostituivano Gramsci con Vattimo, il binomio Hegel – Marx con quello Nietzsche – Heidegger, la scienza con la scientismo, che rischiare di ripensare tutto. Come potrebbe farlo gente tremula per un’influenza? Ma per resistere dobbiamo cominciare a fregarcene della “modernità” per essere moderni.