La Cina in cima

Da qualche settimana la Cina è ufficialmente la maggiore economia del pianeta: lo era di fatto anche prima, ma con il Covid  anche certi conteggi del Pil sul settore terziario, che cercavano di salvare l’onore imperialistico degli Usa come prima economia del pianeta hanno, dovuto arrendersi alla realtà. Nonostante il Covid, rapidamente circoscritto ed eliminato dal proprio panorama interno, Pechino con la sua economia mista, crescerà secondo ogni previsione del 5 per cento a fronte della drammatica caduta dei Paesi occidentali dove la pandemia è stata giocata non come fatto sanitario, peraltro banale, ma come Armageddon per  sparigliare le carte di un sistema giunto ormai a fine corsa. Il sorpasso non è certo tutto merito della Cina, ma è anche molto demerito dell’occidente e della sua mutazione neoliberista che prima ha trasferito la manifattura in Asia per sfruttare i bassi costi del lavoro e fare profitti prima inimmaginabili con i quali si è nutrito il mostro finanziario e ora è stato costretto a enfatizzare una sindrome influenzale per tentare di non essere sopraffatto dalle conseguenze di tutto questo: impoverimento generale, caduta del welfare, disoccupazione vanamente nascosta da artifici statistici, disuguaglianze sociali ritornate all’ancien regime, con relativa instabilità sociale. Il tentativo è quello di accelerare al massimo il processo nel tentativo di disorientare e di dividere e  per così dire, di sopravanzare la reazione popolare e democratica in velocità .

In questo contesto, come scarna consolazione, nascono le campagne anticinesi, alcune basate su un virus che è stato per un decennio il convitato di pietra dei think tank occidentali, ma che in genere ripercorrono le strade e le modalità emotive della russofobia. Tuttavia se  esse sembrano inarrestabili in Occidente, sul piano planetario sono un fallimento e questo è la prova del nove dei nuovi rapporti di forza che si vanno instaurando: una decina di giorni fa gli Stati Uniti, il Giappone e naturalmente i Paesi dell’Ue, hanno presentato all’Onu un appello esortando la Cina a rispettare i diritti umani delle minoranze uiguri, esprimendo anche preoccupazione per la situazione a Hong Kong. Ma questa iniziativa, peraltro abbastanza sconcertante per la sua ipocrisia narrante, è stata stoppata da altre due di segno diverso presentate una dal Pakistan e l’altra da Cuba che hanno raccolto entrambe singolarmente molti più voti di quella occidentale. In particolare è significativo che mentre Washington si è dedicata a costruire una narrazione sui musulmani Uiguri che sarebbero repressi da Pechino, la stragrande maggioranza dei Paesi musulmani ha votato in favore della Cina. Insomma il cambiamento è in atto e di certo la campagna elettorale in corso negli Usa non promette nulla di buono, né sul piano della tenuta dell’Unione, né su quello della possibile risposta alla perdita di egemonia: Trump promette sfracelli, ma non sembra avere idee e strumenti di pensiero adatti a contenere l’ex celeste impero, a parte le smargiassate e le minacce, mentre Biden o sarebbe meglio dire chi per lui viste le condizioni mentali, non pare avere ricette diverse da quelle sinora perseguite dalla sua parte. Questo se la battaglia elettorale, come è possibile se non probabile,  non prosegua per mesi oltre le urne in una sorta di vera e propria guerriglia civile. Chi pensa che con l’uno o con l’altro presidente, a seconda dell’orientamento preso dalla sua confusione,  tutto possa tornare nei consueti binari non ha capito proprio nulla di come si stanno evolvendo le cose: ormai non si può più fare a meno di tenere conto delle nuove realtà e per prima dovrebbero farlo l’Europa e l’Italia sempre che non si vogliano suicidare.

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