Miseria e ignobiltà

Ieri mattina ho aperto la mail e ho trovato un messaggio da parte di Ebay che non mi sarei mai aspettato, non ancora almeno: “Non usi più le tue sneakers? Vendile!” . Ora non so bene cosa voglia dire esattamente sneaker, è una di quelle infinite e inutili sottotipizzazioni che ritagliano,dividono e ricuciono settori merceologici in maniera da tenere sempre teso l’arco ossessivo del consumo, diciamo perciò scarpe da ginnastica basse. Non sono calzature di costo stratosferico, al contrario di altre tipologie sportive sono soggette più al labile clamore di qualche collezione di moda che non al culto atletico e di solito vengono sfruttate al limite dell’intossicazione da fumi organici: il fatto che si apra un mercato di scarpe usate come ad Accra, sia pure online, dimostra come la crisi da Covid si stia avvitando rapidamente su se stessa e stia precipitando ad una velocità maggiore del previsto. Un’organizzazione commerciale come Ebay difficilmente inviterebbe esplicitamente a questo tipo di scambio se non ci fosse un’offerta di chi ha bisogno di raccogliere anche pochi euro e una domanda che ha dei limiti molto bassi di spesa.

Tutto questo non ha niente a che fare con i mercatini dell’usato delle griffe dove vengono riciclati vestiti usati solo in poche occasioni o con gli sconti degli outlet che si accontentano di un ricarico due, tre, anche dieci volte inferiore rispetto al negozio o ancor meno con le contraffazioni vendute sui marciapiedi: quelle erano manifestazioni di una società ancora per qualche verso opulenta dove l’imitazione delle classi superiori era vissuta come una forma di emancipazione sociale e non come una maledizione per evitare a se stessi l’immagine di povertà. Non è neanche una saggia opera di riciclo modaiolo che comunque implicherebbe – come per i telefonini – un folle mercato di sostituzioni e dunque sarebbe virtuosamente illusoria: è al contrario un salto all’indietro che coinvolge oggetti così personali come le scarpe da essere l’ultima cosa che si vuole vendere e la prima rubata ai morti. La loro alienazione rappresenta nell’immaginario collettivo l’ultimo stadio della rovina. Ma anche un elemento centrale archetipico che rappresenta il desiderio e il potere, basti pensare al sandalo dorato perduto da Elena di Troia o ai calzari alati di Hermes o alle innumerevoli scarpe delle fiabe a cominciare da Cenerentola per finire alle scarpette rosse di Andersen. Se sapessimo che la fanciulla si è venduta la scarpetta persa su Ebay prima che il principe entrasse on line, ci rimarremmo male.

Mi chiedo perciò fino a quando sarà possibile spacciare come una numinosa promessa di aiuto e di riscatto per aver scioccamente voluto fare i primi della classe della pandemia, i miserabili spiccioli europei che, secondo le ultime tabelle della Commissione di Bruxelles, avranno un’entità pari all’ 1,9 per cento del Pil e per giunta spalmato su 7 sette anni il che vuol dire un’inezia rispetto a quanto si può raccogliere con i soli titoli di stato ormai venduti a interesse basso o addirittura negativo. La salvezza semplicemente non esiste dentro le logiche europee e men che meno dentro quelle  del vincolo esterno: ben presto ci si comincerà ad accorgere che il miracolo annunciato era semplicemente una svista e che al posto delle risorse vere ci saranno solo imposizioni e tagli. E’ molto probabile, qualcosa si comincia a leggere sull’argomento, che i danni prodotti all’economia reale e soprattutto alle piccole e medie imprese, siano molto più ampie e profonde di quanto non si creda o venga detto . La carrozza sulla quale ci hanno fatto credere di salire si sta trasformando in zucca.

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2 responses to “Miseria e ignobiltà

  • adelante

    si davvero splendido articolo. Un piacere leggerlo tra il serio e il faceto .

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  • fabio

    Ottimo, sempre puntuale, un piacere leggerti. La crisi da Covid accelera non solo i processi di distruzione creativa (Schumpeter) ma anche la crisi terminale del capitalismo, che produce sempre meno plusvalore avendo liquidato quasi tutto il lavoro umano, o avendolo trasformato in ‘lavoro di merda’ (i bullshit jobs di cui ha scritto il compianto David Graeber). Il moto di produzione capitalistico è per definizione cieco e dunque auto-distruttivo, ma il problema rimane la coscienza critica di chi lo subisce. Liberarsi dall’ideologia Covid sarebbe un primo piccolo passo di cui abbiamo tanto bisogno. Invece continuiamo a consumare panico.

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