La Grancassa dei piazzisti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A chi si affida al cinema anche per comprendere e interpretare i processi e i fenomeni del sistema economico e  finanziario, dal casinò avvelenato di Gekko o del suo aspirante discepolo Bud Fox, ai grandi flop bancari insieme a Brad Pitt o alle macabre ristrutturazioni affidate ai tagliatori di teste impersonate da un feroce George Clooney, potremmo suggerire la visione di un classico: Pretty Woman. Film di culto in rosa, nel quale l’umanizzazione di una carogna tramite il tocco demiurgico dell’amore va di pari passo con la redenzione dallo status di ingordo cannibale di imprese del melenso Richard Gere, che compra aziende in difficoltà, né più né meno di Cosa Nostra o di Arcelor Mittal, per chiuderle o rivenderle a brandelli togliendo così di mezzo fastidiosi concorrenti.

Così invece di preoccuparci per le remunerazioni dei boiardi di Stato, saremmo più attrezzati a stare in campana sulla qualità delle loro prestazioni e delle finalità attribuite ai loro incarichi e al ruolo sempre più influente che hanno assunto in questi anni e in questi ultimi mesi, a guardare l’irresistibile ascesa di Arcuri, che il presidente del Consiglio vorrebbe a capo della Cassa Depositi e Prestiti, malgrado le sue recenti performance tra mascherine, banchi e app. 

Sarà per consolidare la sua candidatura e la promozione dopo i fasti di Invitalia, uno di quegli organismi più inutili del famoso “Una rosa per Maroncelli” – incaricato di portare un fiore in memoria del martire allo Spielberg, sul quale si accanirono le prime campagne sugli enti superflui – ma che in compenso  produce più danni.

Oppure  sarà per consolidare un brand già attivo,  Cassa Depositi e Prestiti è stata proprio in questi giorni promossa con gran spolvero a ancora di salvezza  del nostro turismo, come illustrato dal suo attuale Ad Fabrizio Palermo nel lanciare l’intesa con il ministero dei Beni culturali per la creazione di un Fondo ad hoc dalla dotazione sostanziosa di ben 2 miliardi.

E’ una notizia che ci fa capire meglio la natura di queste bad company, si tratti di Invitalia creata dall’esecutivo di D’Alema  e incaricata di distribuire fondi alle imprese di “nuova costituzione” o di Cassa Depositi e Prestiti, istituzione finanziaria   sotto forma di società per azioni, controllata per circa l’83% dal Ministero dell’economia e delle finanze e per circa il 16% da diverse fondazioni bancarie, autorizzata a  agire come una banca di Stato, investendo   nel capitale di rischio delle  grandi imprese “profittevoli e ritenute strategiche per lo sviluppo del Paese”.

Tutte e due rivelano la loro vera vocazione e l’indole dei manager chiamati a dirigerle, assimilabili alla corporazione dei diplomatici o dei Pr, equipaggiati di dorate rubriche coi nomi di major bulimiche, di gadget succulenti  in cambio dei quali è immaginabile che arrivino favori, voti per i governi in carica, protezioni e altre poltrone sempre pronte per i loro augusti lati B.

Ci vuol poco a capire che si ha a che fare con enti vocati all’assistenza senza condizioni di grandi aziende ormai tutte multinazionali con sedi disseminate nell’impero, che si scapricciano  e accreditano mettendo su una produzione “a perdere” nel terzo mondo italiano, o che si fanno cofinanziare l’acquisizione di qualche impresa decotta o sofferente, annettendosi il know how per trasferirlo in sedi più idonee, dove le remunerazioni sono più basse così come i diritti e il rispetto dei requisiti di sicurezza ambientali.  

E siccome ormai l’Italia se la batte con il Bangladesh tanto che resta il paese di Bengodi anche per i Benetton, gli esempi non mancano sulle iniziative promosse da Invitalia per “assistere” grandi imprese che vogliono insediarsi da noi, come  Rolls Royce che ha impiantato uno stabilimento a Avellino subito in perdita su cui scaricare cifre in rosso e  deplorazione unanime per le insane richieste del personale. O per sostenere una cerchia di imprenditori spregiudicati a aggirare le regole mettendosi sul bavero la rosetta legittimatrice degli “aiuti di Stato”, come il resort della costiera amalfitana cui sono stati abbonati alcuni reati: combustione di rifiuti speciali, sbancamento terreno e opere edili in odor d’abuso.

Il segreto è sbandierare i quattro soldi dati a una selezione di start up di rampolli velleitari e creativi di buona famiglia e un paio di regalie a aziende terremotate delle quali fare pubblica ostensione, e il gioco è fatto. Così il malloppo si indirizza verso potentati di settore, magari aiutati dalla narrazione profittevole della “ricostruzione” dopo il confinamento, che ha dimostrato come anche senza complotti e senza cospirazioni, a morire economicamente sono i piccoli, i meno protetti, i più esposti a ricatti e espropriazioni indebite.

Basta leggersi per l’appunto il programma di investimenti nel turismo concordati da Cassa Depositi e Prestiti e quel bel tomo dell’autoreggente (il  copyright spetta all’Espresso) Franceschini, il ministro dei Beni Culturali sempre vigente che ha fatto del consumo turistico del Paese la sua bandiera. Quello per intenderci contro il quale i 5stelle organizzarono una manifestazione di piazza, lo stesso la cui riforma venne smantellata dal ministro Bonisoli del primo governo Conte e ora col secondo governo Conte viene ripristinata.

 E così il tandem dell’ospitalità ha deciso di istituire un  bel Fondo ad hoc dalla dotazione sostanziosa, ben 2 miliardi che, cito, “punterà sulle strutture “iconiche” che rappresentano l’eccellenza della tradizione italiana, come la storica Villa Igiea a Palermo, già dimora della famiglia Florio”, grazie, cito ancora, a “un modello non invasivo che punta a sostenere e investire in sviluppo e ammodernamento delle strutture. Agli attuali proprietari potrà infatti essere concesso un diritto di riacquisto da esercitare in un arco di tempo ‘congruo’, con la possibilità di reinvestimento dei proventi della vendita nell’attività di gestione”.

Non so a voi ma a me ricorda tanto la carità europea, che si prende i nostri soldi, , poi ce li concede a patto che eseguiamo i suoi ordini, caricandoli di condizioni e interessi e infine se non ubbidiamo agli ordini ci espropria dei beni, ci fa vendere le isole e le orchestre e i palazzi, insomma quello che costituisce la nostra “attrattività”, lasciandoci con le sole pezze al culo.

Ma tanto a patire della morte di Covid del turismo sono le realtà minori, attività commerciali individuali, piccoli hotel, strutture con dipendenti a casa da mesi cui non arriva la cassa integrazione, proprietari e gestori che si arrangiano facendo i pony, ristoratori che hanno tirato giù la serranda col cartello “chiuso per ferie”, ma da qui all’eternità.  

Mentre, ma guarda un po’ che sorpresa, i destinatari del Fondo si rivelano essere Rocco Forte e Th resort e il suo pilastro consiste nella “valorizzazione degli asset immobiliari” puntando su “un turismo di qualità e con capacità di spesa, colto e che apprezza e rispetta la fragilità del nostro paesaggio”.

Almeno si fa piazza pulita dell’ipocrisia, cancellate le concessioni al diritto di essere tutti insieme nello stesso tempo e nello stesso posto a consumare bellezza e cultura, finalmente restituiti a quelle élite che le sanno comprendere e godere. Che pagano caro e quindi se le meritano!

Basta con quella marmaglia probabilmente populista che pensa di essersi conquistata il privilegio di fare la fila agli Uffizi, sdoganati dall’influencer sdoganata anche lei in qualità di fiera partigiana, basta con quegli straccioni che si accontentano di dormire sui letti a castello della stanza di nonna adibita a B&B, per anni considerata la nuova frontiera dell’imprenditorialità individuale creativa.

Resta un dubbio:  questa cerchia, superiore socialmente e culturalmente, che dovrebbe appagarsi delle nostre città, dei nostri paesaggi, delle nostre opere d’arte, fino a volersele comprare, chiuderà un occhio sui reperti risparmiati dal vulcano ma ridotti in rovina da incuria e abbandono, sui musei chiusi per mancanza di personale o per legittime rivendicazioni, sugli archivi proibiti a studiosi e studenti, sui centri storici allagati a ogni temporale, dove gli alberi si suicidano sulle auto per assenza di manutenzione?

Ma non sarà che la conversione di fabbriche in monumenti di archeologia industriale, la voluta trasformazione di crisi e danni poco rilevanti in emergenze incontrastabili, fanno parte del progetto di mettere in vendita il Paese con tanto di piazzista che in TV magnifica le offerte del mese, manco fosse Divani & Divani, tra mance, premi ai bancomat- victim, vaccini gratis, e banchi a rotelle, che l’unica cosa fissa e stabile sono le loro poltrone inamovibili che resistono meglio di prima alla riduzione di numero.

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One response to “La Grancassa dei piazzisti

  • La Grancassa dei piazzisti – infosannio

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