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Marcia sulle rovine

rovineAnna Lombroso per il Simplicissimus

Mi auguro che non vi siate persi il gustoso siparietto del sindaco di Venezia con tanto di gilet della Protezione Civile, proprio come un Salvini qualunque o una olgettina in divisa da poliziotta,  che manifesta in piazza San Marco circondato da un assembramento di osti celebri per perorare la causa della “riapertura”, rappresentata icasticamente da apposita scritta luminosa proiettata sul Campanile.

Il Campanile, se gaveva sentà, si era proprio seduto su se stesso, nel lontano  14 luglio 1902, quando  la gente della Giudecca e del Lido  e i barcaroli che passavano con le chiatte cariche di frutta, verdura, pesce, si accorsero stupefatti che mancava qualcosa nel profilo della loro Venezia. La gente gridava per strada, passandosi la notizia, correva a guardare il cumulo di rovine: il crollo senza vittime venne vissuto come un lutto cittadino, le macerie   furono gettate in mare, a circa 5 miglia dal Lido di Venezia, trasportate con un grosso barcone e l’impressione suscitata fu quella di un lugubre trasporto funebre.

Così residenti, autorità, ma anche l’opinione pubblica mondiale, decisero concordi che dovesse essere restituito alla Serenissima e all’immaginario collettivo, come prima e dove era prima.

Lo stesso accadde con l’incendio della Fenice, l’ultimo, quello del 1996: anche in quel caso i veneziani piangevano guardando nel cielo della sera levarsi le fiamme che parevano inestinguibili, anche in quel caso si disse che il teatro doveva risorgere proprio come l’animale mitologico di cui portava il nome, dov’era prima e come prima.

Ecco sarebbe bene che questo nobile principio non venisse preso alla lettera nel caso della “ricostruzione” come ostinatamente viene chiamato con il linguaggio bellico sfoderato da governo, task force, regioni, comuni, comunità scientifica, stampa, il dopo virus. Da due mesi informazione, opinionisti e pensatori  ci somministrano come una medicina troppo dolce per poter far bene, le edificanti visioni del futuro, che non potrà che essere migliore, per via della lezione della storia che, per la prima volta da che mondo e mondo, ci avrebbe insegnato  il riscatto da egoismi, indifferenza, accidia.

Ultimo della serie il fondatore e ex segretario del Pd, sindaco di Roma, vice presidente del consiglio, ministro del Beni Culturali, purtroppo mai abbastanza ex nella sua  veste di curato che prima del film nel cinemino parrocchiale è solito tenere il suo  sermone, rivolto ieri a noi ragazzini del campo di calcetto che per una volta ci siamo guadagnati il dieci in condotta.

Così rivolgendosi ai partigiani del divano, ai resistenti delle serie di netflix, ai combattenti del pane fatto in casa e delle penne lisce malgrado l’intolleranza al glutine, ha mostrato il suo compiacimento perché gli italiani si sono dimostrati responsabili, saggi e fieri,   gente robusta radicata nella terra e nel lavoro, si nella terra come vogliono Bellanova e Bonaccini pronti a affidare a una caporalato pedagogico chi percepisce il reddito di cittadinanza, e nel lavoro, se vogliamo definire così precariato, contratti anomali, volontariato, part time, grazie alle riforme progressiste.

Alla faccia di certi  pistolotti basta invece andare a vedere che cosa ci stanno preparando se dopo l’emergenza si sta allestendo la normalizzazione della calamità, commissariati dalla troika, soverchiati dai debiti accumulati e strangolati da quelli nuovi contratti grazie all’amore delle banche, con affitti e bollette arretrate, sospeso il lavoro precario, i commerci e le attività artigianali, mentre le curve sud del governo se la prendono con gli indegni “aperturisti” che mettono a rischio la salute dei cittadini,  come se Ance, Confindustria, potenti catene della distribuzione e ancora più potenti cordate del cemento,  multinazionali, imprese di produzione di strumenti bellici non avessero già dettato le leggi, quelle del mercato, della concorrenza sleale e dello sfruttamento.

A quelli non serve la lezione prevedibile, anzi prevista, del cigno nero perché con la scuola si sono comprati anche la storia, che non guarda agli effetti collaterali, civili bombardati o falliti, affamati e espropriati di diritti.

E a proposito di chi sta a galla rispetto ai sommersi, come al solito penalizzati da un lato per aver troppo voluto, dall’altro per non essere equipaggiati con le qualità che garantiscono successo e affermazione, la Repubblica geme per la dèbacle di  Airbnb proprio nell’anno che doveva segnare il decollo definitivo con la quotazione in Borsa, vicina ai 50 miliardi di dollari e che adesso dopo la fase di “survival”, sopravvivenza, è costretta a tornare “ai fondamentali”, peggio di prima,   licenziando duemila persone, un quarto di tutti i dipendenti.

E sempre Repubblica in pieno nuovo corso, si compiace che il ministro Franceschini invece di imporre l’entrata gratuita in tutti musei, investendo in quello che il coglionario neo liberista ha definito il nostro petrolio, invece di assicurare il posto al personale dei beni culturali, annuncia la sua svolta epocale: per sei mesi niente tasse per i tavoli all’aperto, per i dehors dell’apericena, perché ammettiamolo, il pilastro della nostra economia compresa quella di risulta delle case vacanze e dei B&B illegali, sporchi, al di sotto di ogni requisito di sicurezza e decoro, compresa quella dell’occupazione di suolo, che va dalla Tav ai bar del centro, risiede nella “licenza”, nella  irregolarità premiata purchè faccia cassa  e perfino in quella sancita per legge in tempi emergenziali e per l’interesse generale, come succederà con le olimpiadi invernali, per le quali non è stata prevista nessun “survival”.

E difatti a Venezia, come prima e dov’era prima e quindi peggio di prima è “ripartito” il Mose. Così come voleva l’Ance, come voleva il sindaco che, se a novembre dichiarò di non sapere nulla del prodigio ingegneristico il cui brevetto voleva rifilare ai cinesi in cambio del virus: così imparano, si è prodigato perché le opere “buone” proseguissero, entusiasta delle performance garantite da test taroccati,  e anche le “cattive”, se il commissario uscente ha dichiarato aperti verbis  che “sono stati anticipati i quattrini per  lavori improrogabili per 5 milioni, ma  sono stati spesi solo 300 mila euro”,  se più di tre anni fa  una trentina fra funzionari del Magistrato alle Acque di Venezia, professionisti, manager del Consorzio Venezia Nuova, perfino un ministro, avevano ricevuto l’intimazione a pagare entro 90 giorni una somma tale da compensare i 42 milioni di euro spesi “per sassi da diga” che avevano gonfiato le fatture  mascherando  le tangenti del malaffare, ma adesso si scopre che l’atto è stato annullato.

E’ stato messo così un sigillo finale e simbolico sulle azioni risarcitorie a carico   della cricca che provocò “un maggior costo dell’opera (finora oltre 6 miliardi) e influito sulla formazione del cosiddetto ‘prezzo chiuso’, oltre che sul sistema dei controlli, con possibili riflessi sulla qualità dell’opera e aggravio dei costi sull’Amministrazione e dello Stato”, secondo le parole del procuratore regionale veneto della Corte dei Conti.

O a Firenze il come prima sarà peggio di prima se a compensazione del cespite per i tavolini dei caffè d’oro,  o delle tasse di soggiorno, il sindaco propone di “mettere in garanzia il patrimonio edilizio” del Comune, grazie alla giovevole “opportunità” concessa benevolmente dal Governo, di ricorrere all’indebitamento. Come a dire i sigilli a  Palazzo Vecchio per far fronte alle spese ordinarie, incrementate dall’epidemia.

A dimostrazione certamente che il modello di una città a unica vocazione turistica è destinato al fallimento, ma anche a conferma del disprezzo riservato al bene comune, a quel patrimonio che nel mantra del ceto dirigente del Paese, da anni, dovrebbe costituire il giacimento da sfruttare nei secoli, che la metà della superficie del tessuto urbano che ha subito trasformazioni proprietarie o di destinazione d’uso  interessa  proprietà pubbliche alienate tra cui caserme, ospedali militari, stabili anche monumentali e altro, per essere convertiti in strutture residenziali di lusso.

Ci aspettano tempi feroci se chi è rimasto a casa non sa se potrà mantenerne al proprietà o il diritto d’uso, se chi è stato esposto al “rischio sanitario”, andando a lavorare, nel giro di pochi mesi, si troverà in cassa integrazione o senza posto.

Mentre la ripresa è garantita per i corsari del mare – la prodizione cantieristica non solo di navi da guerra è considerata essenziale, per le multinazionali, comprese quelle turistiche che garantiscono viaggi sicuri e protetti e ospitalità in siti intoccati da virus, germi e batteri che infestano le gite in pullman con vendita di pentole, per i cantieri, abilitati a tornare come prima, con crolli, incidenti sulle impalcature, negli altoforni sia pure con  dotazione di mascherina scaricabile dai redditi, per l’immenso mercato online, promosso a colonna della globalizzazione.

Si ricostruzione garantita, ma ancora più sregolata a norma di legge marziale, in modo da  sanare i bilanci privati pesando su quello pubblico, per socializzare le perdite a nostro carico, per farci pensare che saremo si, sopravvissuti, ma questa che ci aspetta è un po’ meno della vita.

 

 

 

 


Barbarie & Bruttezza

sfra

Anna Lombroso per il Simplicissimus
Una donna di 75 anni madre di un giovane malato viene sfrattata dalla casa della Celestia (quartiere veneziano a vocazione residenziale) dove abita da più di 50 anni. Non è un’inquilina morosa: il vecchio proprietario non riusciva a pagare il mutuo e l’immobile all’asta se lo è aggiudicato qualcuno già in possesso di due appartamenti a uso turistico nello stesso stabile e che pare voglia allargare l’attività imprenditoriale con un nuovo B&B. Un presidio di associazioni e cittadini ha ottenuto un breve rinvio, ma il prossimo 26 luglio la task force di ufficiale giudiziario, padrone di casa con legali tornerà all’attacco con il barbaro rituale dello sgombero coatto e avrà la meglio.
Questo racconto tratto da una storia vera, si direbbe nei film, è dedicato a chi pensa che il proliferare di case vacanze, B&B, camere in subaffitto sia un successo, una conquista, una tappa necessaria nel cammino verso l’uguaglianza, che lo sia stare tanti pigiati stretti magari in punta di piedi a spintonarsi per guardare un’opera d’arte, che lo sia convergere tutti nello stesso punto nello stesso momento per fare del ponte di Rialto, della Torre di Pisa, di Santa Maria Novella, lo sfondo per il selfie. È dedicato a chi è convinto che sia doveroso rinunciare alla tutela, alla qualità, alla salvaguardia dei diritti in nome del profitto e della “libera iniziativa”, a chi ci vuole persuadere che Venezia, Firenze, Siena, sono patrimonio universale di tutti i cittadini del mondo, salvo dei veneziani, dei fiorentini, dei senesi, a chi ritiene obbligatorio in tempo di crisi piegare regole e abiurare a prerogative per consolidare quella economia di risulta, (la definiscono benevolmente sharing-economy, l’economia dello scambio, che assume in questo frangente sempre più i tratti della shadow-economy, l’economia ombra, che di condivisione ha poco e molto ha invece di rendita deregolamentata) perlopiù opaca e che promuove a manager dell’accoglienza figli che non trovano una strada e si improvvisano affittacamere dell’abitazione di famiglia, o i cui genitori investono sfrattando l’inquilino e destinando il bilocale a improbabile casa vacanza, come apprendiamo dalle interviste a concorrenti dei telequiz o dei talent show che si vergognano di essere “disoccupati”.
Qualche tempo fa il sindaco di Venezia, quello che ha promosso la brillante operazione che ha portate negli ultimi 2 anni all’espulsione di 1600 veneziani dalla loro città, si è offeso quando la sua omologa sindaca di Barcellona ha lanciato la sua iniziativa di contenimento del mal turismo con lo slogan; non vogliamo diventare come Venezia.
È lecito invece consigliare a Brugnaro, a Nardella, ai sindaci delle città d’arte e pure a quelli che loro malgrado stanno subendo la conversione di borghi sconvolti dal sisma in parchi tematici, nei quali i pochi residenti resistenti sono retrocessi a ciceroni, osti e figuranti, di diventare come Barcellona. Dove si stanno realizzando i quattro capisaldi di un piano che mira a alleviare la pressione turistica, dare risposta alle esigenze dei cittadini, garantire il diritto alla casa ed evitare l’uso della città solo a fini turistici. Nel 2015, quando si era deciso di bloccare i posti-letto per i turisti, con il congelamento di tutte le nuove licenze, erano circa 158 mila, circa un 10% degli abitanti complessivi di Barcellona, tra alberghi, bed & breakfast, ostelli e alloggi turistici. Il piano speciale del turismo stabilisce che questa quota complessiva di posti-letto non possa essere superata, dividendo la città in tre zone: nella zona 1del centro storico è prevista una diminuzione, perché hotel chiusi o alloggi turistici dismessi non saranno rimpiazzati. Nella zona 2, quella ì della griglia urbana ottocentesca sarà mantenuto il numero di posti-letto turistici attuali, sostituendo quelli che verranno meno. Nella zona 3, infine, i posti-letto turistici potranno crescere, rimpiazzando quelli “dismessi” e spalmando così i servizi turistici su tutto il territorio.
Il fatto è che l’over-tourism, l’hosting diffuso, semplificabile con la sigla del più famoso portale, Airbnb,è una delle forme che ha assunto la finanziarizzazione anche se i protagonisti sono perlopiù singoli cittadini e famiglie che nel sistema economico attuale restano spesso soggetti fragili e non fondi di investimento che sconfinano nella criminalità, perché l’impatto sui sistemi locali e sui legami sociali della condizione urbana è altrettanto devastante. A Firenze che si pone al secondo posto in Europa subito dopo Parigi per numero di alloggi offerti su Airbnb in rapporto al numero dei residenti, con la cifra mostruosa di ben 9226, per la maggior parte interi appartamenti solo nel centro storico e con 1.800.000 le presenze in B&B nell’anno passato, il 93,8% degli acquisti immobiliari entro le mura ha finalità di investimento: il mercato è orientato nettamente sulle case-vacanza ossia su case sottratte agli abitanti. A Venezia l’allarme viene dall’assessore competente: in centro storico, tra strutture ricettive di vari tipo, ci sono 47.229 posti letto per 25.400 camere. E si parla solo di quelli emersi e denunciati. Tanto che il lungimirante Brugnaro ha deciso di favorire un piano per alleggerire la pressione sul centro storico, con provvidenze e facilitazioni per chi apre un’attività di accoglienza turistica in terraferma. Di modo che possiamo star sicuri che la Serenissima ( secondo la profezia di Guccini: la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia la vende ai turisti) sarà popolata solo di visitatori frettolosi.
A Berlino si è registrata negli scorsi anni una sempre crescente carenza di abitazioni e di conseguenza una crisi nel settore degli affitti. Circa l’85% dei berlinesi affitta una casa o una stanza di questa, e il canone richiesto è aumentato in media del 71% dal 2009. Il governo ha reagito aumentando le tasse sulle seconde case e introducendo un permesso ufficiale obbligatorio per l’affitto di notti nel proprio appartamento ai turisti, aprendo una sorta di registro delle camere affittate su Airbnb. L’esito è stato quello di recuperare più di 8000 appartamenti per i residenti regolari dal 2014, quando sono state approvate queste nuove regole, ma l’emergenza non è affatto finita.
Le città perdono così la loro identità, la memoria di sé e con essa il loro futuro: a Bologna il rapporto tra numero di bar/ristoranti e popolazione è ormai di 1 a 37, un numero estremamente sproporzionato che ha come rovescio della medaglia la chiusura di tutta una serie di altre attività che potrebbero essere maggiormente utili ai residenti locali. O a Lisbona, dove secondo uno studio ci sono 9 turisti per ogni abitante e dove settori lavorativi direttamente collegati al turismo, sono diventati i principali settori di impiego della città, con contratti – dove esistono – caratterizzati dalla precarietà e dal ricatto.
Il paradosso è che con l’alloggio “mordi e fuggi” che si mangia il diritto alla casa il gioco non vale la candela: secondo una ricerca effettuata dal Ladest, il Laboratorio dati economici storici territoriali dell’Università di Siena dati sugli introiti dei singoli host di Airbnb registra una curva dei guadagni per la quale una percentuale decisamente esigua, circa il 5%, guadagna significativamente dall’affitto turistico mentre il restante 95%, ne ricava poco o persino meno di quello che riceverebbe con un canone di locazione annuo tradizionale. Mentre la sottrazione di alloggi agli abitanti produce vere e proprie migrazioni dal capoluogo ai comuni confinanti, che determinano una pressione abitativa e una richiesta di servizi non governabili dalle amministrazioni esistenti, dai trasporti alla gestione dei rifiuti, dai servizi all’assistenza e all’istruzione.
L’anno prossimo saranno 50 anni dall’imponente sciopero generale indetto dalle tre confederazioni sindacali nazionali in tutta Italia per sancire il diritto alla casa e a una città dei cittadini. Era novembre e è lecito pensare che non sia una casualità che a distanza di meno di un mese siano scoppiate le bombe di Piazza Fontana. Da allora ogni anno si è registrato un successo della speculazione, della concessione di spazi e beni alla rendita e al profitto, dell’esproprio e della rinuncia. E torna di attualità la profezia secondo la quale le trasformazioni delle città moderne sarebbero da metropoli a melagopoli, da megalopoli a necropoli.


Venezia “cancellata”

troneAnna Lombroso per il Simplicissimus

I pregevoli manufatti di una qualche corrente artistica neobrutalista o più probabili  avanzi di magazzino di una metropolitana bulgara, sono già in funzione e fanno da pittoresco  sfondo a selfie e foto ricordo in sostituzione di vere da pozzo e stormi di colombi,

Gli sbarramenti,  ben vigilati da corpi armati come in un centro commerciale o all’ingresso di di un luna park, sono stati collocati in tre snodi strategici per “regolare” le fiumane del ponte di maggio che arrivano in puzzolenti pullman o treni sferraglianti, mentre non si conoscono analoghe iniziative per canalizzare il flusso dei forzati delle crociere vomitati dalla navi condominio, o quelli dei poderosi lancioni che solcano spericolatamente la laguna dall’aeroporto.

Come sempre succede con reticolati, steccati e “diversamente muri”, i tornelli che il sindaco Brugnaro detto Gigio ha installato a Venezia e che si possono oltrepassare solo se muniti di certificato di residenza o esibendo la Carta Venezia Unica che viene generosamente erogata   a chi sta in albergo o in un qualsiasi anche pulcioso B&B, casa vacanza e assimilati, hanno un duplice scopo. Quello di escludere per quanto possibile il turismo sgradito, quello faidate e per caso, quello delle gite di un giorno, delle carovane e delle comitive con tanti di parroco con o senza vendita di pentole sul pullman, insomma quello che non porta quattrini. Perché è vero che anche i crocieristi a prezzo scontato e offerta speciale non spendono un euro durante in fugace pellegrinaggio, ma hanno già ampiamente foraggiato in forma anticipata   i padrini e i padroni della Serenissima, le multinazionali del travel e i taglieggiatori portuali che con quelle risorse nutrono le imprese dello scavo e della fabbrica  delle paratie,  della fortuna, insomma, tirata su sull’acqua e sul fango. Ma anche quello di rinchiudere nella riserva gli ultimi veneziani,    in modo che si arrendano all’ergastolo, alla condanna senza riscatto a servire il forestiero, autorizzato  a compere qualsiasi oltraggio e nefandezza, o a andarsene definitivamente lasciando a più alti fruitori il poco che hanno conservato e che nelle mani della speculazione si trasforma in oro avvelenato.

C’è da giurare che gli stessi che hanno promosso la benettown dentro al Fontego dei Tedeschi, gli stessi che perseverano nella narrazione della necessità irrinunciabile di dighe mobili taroccate quanto gli F35, innalzate   per alimentare l’industria della corruzione, gli stessi innamorati della torre di Cardin, quelli entusiasti per la modernità dinamica e marinettiana delle grandi navi e delle tramvie lungo il ponte della Libertà, i promotori di un altro ponte, impronta imperitura lasciata da una sindaco schifiltoso quanto megalomane, che sta prosciugando quattrini pubblici a anni dalla edificazione alla pari con altre distopie che dovrebbero unire due sponde, ecco c’è da giurare che proprio loro  giustificheranno la sconcertante iniziativa e accuseranno i veneziani e chi ama davvero la città di essere incontentabili e disfattisti,  di sputare nel piatto in cui mangiano, di essere affetti da una patologica superbia che rivendica a un tempo  il primato della città più speciale del mondo e patrimonio dell’umanità ma ne vorrebbero impedire l’accesso e il godimento alle generazioni di oggi e di domani di tutte le latitudini.

Il fatto è invece che le barriere sono proprio come gli steccati tirati su per fermare i buoi quando sono scappati, che l’allarme per un turismo (più di 28 milioni di visitatori l’anno) la cui pressione porta solo danni irreversibili doveva essere ascoltato, provenendo da fonti influenti e autorevoli,  ma non certo sulla base di una selezione, di censo e a posteriori, di chi arriva: poveracci   dirottati verso le “fodre” della città o forse invitati e aiutati a fare i turisti a casa loro,  quelli invece organizzati con tanto di cicerone in testa, o meglio ancora quelli che solcano velocemente i canali diretti verso magioni esclusive, liberi di occupare l’ambiente costruito più straordinario della terra,    il tabù “antidemocratico” del numero chiuso cosicché si possa esercitare il diritto, unico ormai concesso?  di stare tutti nello stesso momento e nello stesso posto: giovinastri che i tuffano dal ponte di Rialto,  passanti circuiti da floride ragazzone slave in vesti di Colombina che invitano aa  una foto indimenticabile o a un improbabile Vivaldi per tastiiera e  percussioni,  banchi e asciugamani stesi a terra con ostensione di prodotti locali contraffatti o made in China, famigliole disinibite con tanto di nonne e mocciosi che fanno la pipì in canale o in suggestivi incroci di calli.

E mica vorreste che si ostacoli il brand dell’accoglienza come da tradizione locale di città melting pot, quella in grande e quella meno appariscente fino alla clandestinità, al nero, quella delle catene alberghiere che hanno prodotto l’esproprio e la svendita del patrimonio immobiliare pubblico e privato  per trasformare antichi palazzi e manieri in residence e hotel tutti uguali, a Venezia come a Dubai o Las Vegas, ma anche quello  della microeconomia di risulta, delle stanze in affitto, dei B&B dove non si cambiano le lenzuola coi letti a castello e i materassi a terra, un business di piccoli clan che hanno trovato questo espediente per dare una parvenza di mestiere a parenti sfaccendati e figli senza futuro che si improvvisano manager dell’ospitalità.

Con il risultato che nessuno ha più nemmeno l’ardire di immaginare un domani e nemmeno un oggi per la città che non sia quello di un hub di infrastrutture e attività al servizio di chi passa, e ne approfitta e coi residenti condannati a mansioni servili preferibilmente abbigliati come figuranti del Fornaretto, con vetrine scintillanti di paccottiglia di importazione che imita  la tradizione artigianale a prezzo maggiorato: vetri della Slovenia, maschere di Taiwan, merletti tailandesi, bacari che espongono menù fusion col baccalà in versione sushi,

E così in forma accelerata si va avanti col processo di esproprio e espulsione dei veneziani dalla case e dalle strade e dai campi, fantasmi e comparse condannate alla fuga o alla servitù da un padronato avido e speculatore e dai suoi sacerdoti,  fondazioni dubbie, S.p.A. criminali,  consorzi affetti da turnover di imprese e Cd’a, finanziarie di progetto, accanite nel prendere il posto dello Stato esautorato e ridotto all’impotenza dal sopravvento del mercato, quei privati, che non siamo noi cui resta di essere privati, si, ma del nostro bene comune e della nostra dignità.

 

 


Caduta massi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È improbabile che domineddio al fianco del giovane re cattolicissimo abbia voluto lapidare in Santa Croce il reprobo turista catalano in odor di secessione, o che abbia invece voluto salvare i pochi turisti tedeschi che vanno in pellegrinaggio alla romita chiesa del Domine Quo Vadis sull’Appia Antica dove un blocco di 10 chili staccatosi dalle stemma Barberini è precipitato a terra sul sagrato. Senza disegno divino ma per via di umana trascuratezza a Santa Croce, come a Pompei, piovono pietre e poi  pezzi di Lungarno  franano a Firenze, il sito archeologico di Sibari  si allaga, due chiese di Pisa sono chiude al culto per timore che si sgretolino sui fedeli,  il tempio greco di Caulonia   scivola verso mare, il muro di contenimento degli Orti Farnesiani sul Palatino si sbriciola, e non serve un tecnico per accertare la colpa di chi dopo il terremoto di agosto 2016 non solo non ha puntellato i monumenti, ma non ha fatto rimuovere e custodire altrove  il patrimonio mobile di capolavori di pittura, scultura e oreficeria sacrificati per incuria nella catastrofe artistica più grave  della storia della Repubblica.

E dire che a Pompei come a Firenze, a Roma come  nelle centinaia di siti che costituiscono quei “giacimenti” che dovrebbero dare lustro e ricchezza al Pase più bello del mondo, si sa bene cosa si dovrebbe fare e d è quello che si dovrebbe fare anche per tutelare il nostro territorio e il nostro paesaggio: non interventi di riparazione straordinaria e costosa quando si manifesta un’emergenza, bensì una conservazione programmata mediante il controllo dello stato di salute del nostro patrimonio e attraverso le necessarie, minime, puntuali e periodiche opere di manutenzione.

Naturalmente non è un caso che invece avvenga il contrario,  che invece si realizzi quella infausta combinazione di doloso abbandono con un disegno che è lo stesso perseguito in tutti i contesti dell’economia e della società: destituire uno Stato che si vuole inadempiente, esautorare soggetti competenti incaricati di sorveglianza e controllo, che si vogliono umiliati e avviliti quindi esposti a disaffezione e perfino corruzione. Perché è fin troppo evidente che si concretizza  definitivamente  con Renzi- Franceschini il disegno avviato dal duo Tremonti- Bondi inteso alla fine delle sovrintendenze ( la “parola più brutta del vocabolario” alla pari di costituzionalista e critica)  e  alla devoluzione di poteri e competenze ai sindaci e a chi di volta in volta anche  in forma di fotocopia si attribuisce il ruolo di  Sindaco d’Italia.

E come? dando il colpo di grazia alla tutela, operando un vero e proprio mobbing ai danni del personale tecnico-scientifico, smantellando e disarticolando gli archivi, chiudendo gli occhi e pure le orecchie sulle denunce di sottrazioni, furti e svendite, ma soprattutto indirizzando le risorse verso Grandi Eventi, verso Grandi Mostre,  verso grandi “attrattori turistici” peraltro offerti in comodato a sponsor generosi coi quattrini dello Stato, in ossequio a quella concezione di “valorizzazione” intesa come promozione e sfruttamento commerciale che si voleva addirittura introdurre nella Costituzione. O tagliando progressivamente  i fondi per la manutenzione ordinaria e straordinaria del Ministero dei beni culturali,  fino a giungere nel 2015 a meno di 13 milioni di euro (il 36% della programmazione totale); con un ridicolo incremento nel 2017  a 16 milioni (43% della programmazione totale), evidentemente inadeguato alle dimensioni del nostro patrimonio e alla sua fragilità, destinata a crescere via via che lo si abbandona a se stesso.

La privatizzazione dei beni comuni e del Paese passa anche da qui, da un esecutivo e da una classe politica che si sente obbligata a appagare appetiti insaziabili di potentati, lobby, imprese multinazionali, indebolendo l’apparato statale e la sovranità nazionale, mantenendo però inalterata la funzione di elemosiniere in soccorso di mecenati esosi, come è successo con i restauri del Colosseo quando il valorizzatore privato in veste di ciabattino è stato spalleggiato con un cospicuo contributo pubblico.

Per non dire del più muscolare e superdotato dei privati, la Chiesa che possiede e gestisce un patrimonio enorme (  circa 95.000/ 100 mila chiese, 3.000 biblioteche, circa 28.000 archivi parrocchiali e diocesani, terreni, immobili di pregio, conventi e monasteri, scuole “parificate”, strutture ricettive e canoniche antiche opportunamente trasformate in B&B,   beni privi di carattere sacro, di proprietà di Enti ed Istituzioni ecclesiastiche, beni di proprietà della Santa Sede, beni soggetti a vincolo di destinazione al culto, beni di interesse religioso di proprietà di Enti ed Istituzioni ecclesiastiche), ma non paga Imu e che governa i suoi beni in base a valori e   requisiti proprietari ma anche di culto e di evangelizzazione. Principio questo che vale anche per la loro conservazione e restauro: Santa Sede e Repubblica Italiana (successivamente Regioni e Comuni), nel rispettivo ordine, collaborano nella tutela del patrimonio storico ed artistico, al fine di armonizzare l’applicazione della legge italiana, con le esigenze di carattere religioso. Gli organi competenti delle due parti in ottemperanza dell’art.12  della revisione concordataria del 1984 sono tenute a cooperare  per la conservazione e la consultazione; ciò significa  però, e non sorprende, che la consultazione dipende dalla sola autorità ecclesiastica, la conservazione dipende invece sia da quella ecclesiastica sia da quella statale. Resta aperto dunque l’interrogativo: chi paga? Chi deve mettere i soldi per la tutela e il restauro dell’esistente a fronte della smania costruttiva che invece di sanare quello che c’è ha realizzato in 30 anni almeno 3 mila nuove chiese, mentre immobili destinati al culto e di qualità artistica elevata restano chiusi e abbandonati o in altri  si sospendono gli interventi di ripristino e messa in sicurezza per riaprire all’evangelizzazione e pure alla “valorizzazione” turistica.

È che, come è successo in S.Croce, non sempre il culto va d’accordo con la cultura. E mai quello che abbiamo permesso venisse prestato o ceduto torna nostro.

 


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