Epidemia e post verità

81265149_831595870644471_2096013193716432896_nCiò a cui ci troviamo di fronte non è un’epidemia, ma una crisi cognitiva senza precedenti che è anche quella di un intero sistema vissuto per troppo tempo sulla menzogna pubblica e che non ha altra via d’uscita se non aumentare la posta dell’irrealtà  fino al delirio. Che a questo punto non è più la diceria dell’untore o del complottista, ma che coinvolge anche quelle istanze della conoscenza, come la scienza  cui ci si rivolge per una parola finale: vediamo esperti che naturalmente non possono esserlo di fronte a qualcosa di nuovo, ma che non vogliono o non possono confessarlo,  pena la decadenza dalla posizione di sciamani, che sparano teorie contrastanti quando non palesemente palesemente collegate a interessi di piccola e grande bottega, cambiano idea con la rapidità del vento sulle terapie e suggeriscono misure che essi stessi ritenevano inutili e controproducenti, invocano strumenti che la loro stessa scienza definisce inefficaci per compiacere gli affarucci  vergognosi della politica;  vediamo dati che nella sostanza parlano di un influenzina, ma presentati come epica strage da una compagnia di guitti della peggiore specie, gente marcia che ci marcia e in mezzo un uomo della strada, confuso, disorientato ancor più di prima, ma privato totalmente della dimensione critica la quale se sopravvissuta alle buone scuole e ai media, si rifugia nelle banalità alternative, nelle farneticazioni più sciocche o nella pura rabbia. Per non parlare dei garanti della Costituzione che fanno carne di porco della stessa come norcini dediti all’oppio parolaio

E’ una sorta di incendio votivo, di penitenza collettiva inflitta da un sistema che non può più mantenere nessuna delle sue promesse, ma che vede di giorno in giorno smascherare le proprie intenzioni, diminuire il proprio appeal ed è costretto a rovesciare il tavolo prendendo a pretesto un virus.  Lo fa  puntando tutto ciò che ha ancora da giocare sui protocolli della post verità,  ossia sul quel modo di sentire che considera i fatti come una questione secondaria rispetto alla narrazione. Ormai l’ho scritto tante volte che mi ci annoio e quindi in questa occasione voglio prendere la cosa da un’angolazione un po’ diversa, più lontana dal baccano e dagli epicedi, in un tentativo di andare alla radice del mondo e dell’epoca che si va chiudendo con questo crollo finale. Un mondo che è nato agli inizi degli anni ’70, in contemporanea con lo sviluppo dell’ideologia neo liberista e che fu tenuto a battesimo da Richard Nixon quando decise la sospensione della convertibilità del dollaro in oro: fu allora che venne meglio definita la struttura su cui ancora regge l’ occidente, ovvero un mondo con il dollaro come moneta di riferimento, gli Usa come azionista determinante nel sistema G8 e la lingua inglese come quella ufficiale.

Quest’ultima cosa ha avuto un bel peso nel favorire l’adozione della post verità come strumento di governance e di educazione intellettuale: noi siamo abituati a concepire la verità come riferimento corretto a fatti o eventi e la parola stessa, attraverso il latino, deriva dalla radice sanscrita  “vrtta” ossia,  fatto o accadimento, mentre la parola inglese Truth  deriva dal protogermanico “treuwaz” che significa fede e/o fedeltà a qualcosa. In tedesco vivono entrambe le radici ovvero Wahrheit che allo stesso valore di vero fattuale e Treue che significa fedeltà, ma in inglese  le due cose si sono sovrapposte e la verità implica in sublimine lealtà verso qualcosa che può essere una scuola di pensiero, un regime politico, un clan, un’educazione, una tesi ufficiale, un’ideologia, una standardizzazione o anche un insieme di regole, insomma qualcosa di molto diverso se non diametralmente opposto a ciò che noi semanticamente intendiamo. Tanto che nel gergo politico americano un’espressione “truth squad”, ovvero squadra della verità è piuttosto comune.  Non stupirà sapere a questo punto che anche l’espressione fake news ha più il significato intrinseco di notizia sleale che di notizia falsa. Fake è infatti un lemma che nasce nello slang della criminalità londinese alla fine del ‘700, modellato su feague a sua volta derivato dal tedesco fegen, che in sostanza vuol dire cancellare. Insomma più che false notizie vuol dire notizie da cancellare. E non si può notare come l’etimologia corrisponda esattamente a questa dinamica che si vorrebbe nascondere: notizie da cancellare perché sleali vero una narrazione ufficiale.

Alle volte stupisce la semplicità e al tempo stesso la complessità della comunicazione di cui fa pienamente parte anche il povero virus a cui hanno messo temporaneamente la corona.

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