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Joker. I poveri sono matti

Joker.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per via di una antica idiosincrasia nei confronti dei fenomeni di moda, con l’aggiunta di un certo pregiudizio snobistico e radical chic che nutro verso i fumetti normali o supereroici, solo ieri mi sono inflitta la visione collettiva con la redazione di questo blog di Joker.

Neppure perdo tempo ad osservare che non esiste prodotto hollywoodiano che riesca a liberarsi dal peso dei complessi maturati nell’infanzia, che motivano e giustificano innocenze perdute, compresi i bombardamenti in varie geografie del mondo, nemmeno mi soffermo sul talento delle major di trasformare in merce patinata le valanghe di immondizia reale e virtuale che popolano le Gotham City occidentali di ieri e di oggi, dalle quali inizialmente veniva rimosso qualsiasi sprazzo di rosso che avrebbe potuto evocare pericolosamente il comunismo.

Cerco invece di spiegarmi il successo nostrano del povero pagliaccio  promosso a incarnazione di una   ribellione che esplode dopo una incubazione di anni e anni, frutto di umiliazioni, emarginazione, dileggio. Non deve stupire, autori e interpreti americani sanno il fatto loro e è per quello che si capisce da subito che l’unica forme di rivolta e ammutinamento all’ordine costituito è quella concessa ai matti, poveri ovviamente e quindi presto o tardi privati di quella alta forma di controllo sociale rappresentata dall’assunzione di grandi quantitativi di psicofarmaci, meglio se spostati anche per appartenenza dinastica a ceppi di bipolari mitomani, meglio ancora se ingannati da narrazioni riguardanti prestigiosi lignaggi che potrebbero restituirli al consorzio civile e, ovviamente, sano di mente.

Insomma la ribellione è sdoganata e autorizzata seppure solo in forma virtuale, epica o letteraria, unicamente se viene esercitata nelle sue forme eversive e violente dai residenti delle corti dei miracoli contemporanee, pazzi, nani, schizofreniche, magari usando le forme eufemistiche imposte dall’ideologia politicamente corretta: disturbati, diversamente alti, fan depresse di Virginia Woolf.

E difatti sia pure presa dalle atmosfere del film, dopo un po’ ho immaginato che si trattasse di un lungo e sapiente spot elettorale in favore delle Sardine con la maiuscola come scrive ormai la stampa ufficiale, inteso a mostrare in una profetica ostensione i rischi e i danni dell’osceno manifestarsi della rabbia degli ultimi, della violenza degli emarginati, della collera irrazionale degli ignoranti. E per rappresentare invece la bellezza del conformismo piccolo borghese, capace di elevarsi fino a far diventare i suoi eroi positivi sindaci e consiglieri regionali, della sua potenza trascinante in grado di coagulare masse e portarle in gita, ai corsi Erasmus, in master per acchiappacitrulli, in scampagnate con il valore aggiunto di raccogliere bottigliette di plastica, possibilmente cantando Bella Ciao il cui abuso ha ormai ha una forza simbolica di gran lunga inferiore  a Azzurro per non parlare del Ragazzo della Via Gluck che è troppo pure per Greta.

Ben contenti di non aver prodotto giù per li rami degli insani disadattati pronti  a andare a manifestare per la nazionalizzazione dell’Ilva, contro la Tav o il Mose o le Grandi Navi, contro la Nato e la sua occupazione militare del suolo italico, contro l’acquisto scapestrato degli F35, quella sì una forma evidente di follia irrazionale e suicida, proprio ieri due dignitari a vario titolo dell’impero hanno reso omaggio alla “contestazione” calda comoda e convenzionale, all’attivismo passivo e benpensante del movimento più fermo che si sia mai visto.

Così Concita De Gregorio ha sfoderato la faccia di tolla dei suoi insuccessi ai danni del giornale fondato da quel Gramsci, che l’Europarlamento depennerebbe dai testi di storia, per celebrare il valore più forte che ispira e intride la specie ittica più presente e festeggiata negli acquari di regime, quel chiamarsi fuori da ogni processo di pensiero e decisionale, per affidarsi in regime di totale delega ai “competenti”, facendo rimpiangere a tutti quelli che la domenica mattina andavano casa per casa a fare proselitismo per la lotta contro lo sfruttamento con l’Unità in mano, che non abbia fatto lo stesso, consegnando la direzione del giornale a qualcuno appena appena più capace di lei, e ci voleva poco.

Subito dopo, peggio mi sento, è sceso in campo – anzi sarebbe pronto a scendere in piazza –  Mario Monti cui il sindaco Wayne spiccia casa pensando a misure inique, sopraffazione sobria ma feroce, subalternità ottusa alle divinità di Gotham:  “Le guardo con molto interesse, queste sardine. – ha dichiarato in un talk show Rai – Mi sembra che stiano dando gambe e voce ad esigenze molto elementaridi una società che però nella politica italiana sono state abbastanza dimenticate, cioè che si ragioni e si parli delle cose in modo pacato, che chi governa se possibile non sia totalmente privo di competenze“. E ancora:  “Sono punti un po’ dimenticati, è un po’ paradossale che occorra andare nelle piazze per farli valere“.

Mi viene proprio da dargli ragione pensando a che lavoro straordinario hanno fatto lui, la sua cerchia, i suoi padroni e i suoi successori, se le piazze non si sono riempite in occasione della cessione di sovranità economica imposta dai cravattari, del salvataggio di banche criminali e dei loro managemet, della famigerata Legge Fornero, del Jobs Act, della Buona Scuola, della partecipazione a missioni “umanitarie” armate fino ai denti, delle misure di rifiuto e discriminazione degli ultimi, stranieri e non, tutte ancora implacabilmente in vigore malgrado l’auto defenestrazione del ministro che incarnerebbe il male oscuro della società.

I poveri sono matti, si diceva. Da quel brutto film si potrebbe allora tirar fuori la minaccia che spaventa di più Monte, De Gregorio, Salvini, Conte, Renzi, Zingaretti, le sardine arriviste e la “buona politica” del bon ton cui aspirano, Boschi e Bellanova, Meloni e Di Maio, quella che i poveri matti che sono sempre di più occupino le piazze, le strade e i palazzi di Gotham City che poi è la loro città.

 

 


I sacrifici umani della Ue

vlcsnap-2019-11-13-08h47m59s560Il silenzio è assoluto o quasi: dopo aver partorito qualche trafiletto abborracciato e burocratico sullo studente che si è dato fuoco in Francia, si è immediatamente messo tutto a tacere perché l’accusa lanciata  dal ragazzo è tremenda “Accuso  Macron, Holland, Sarcozy e la Ue di avermi ucciso creando incertezza sul futuro di tutti noi”. L’insieme del messaggio che lo studente ha lasciato su Facebook prima di compiere il suo gesto disperato potete leggerlo qui . Si molto meglio parlare di Hong Kong dove si può dire qualunque fesseria e dove i veleni di una informazione al servizio dei padroni i viene meglio ricompensata. Ma l’imbarazzo e il silenzio su questo tragico evento si estende a tutta protesta dei gilet gialli di cui non si sa più nulla mentre la Francia si trova sull’orlo di una vera e propria guerra civile: quelli che scendono in piazza sono sempre più numerosi e determinati e la polizia nonostante l’uso massiccio dei gas e delle pallottole di gomma che non solo mortali, ma hanno tolto la vista a una decina di persona fa ormai fatica a contenere la folla.

E del resto il governo non fa nulla per cercare di far diminuire la tensione, anzi sembra far di tutto per portare la protesta al calor bianco visto che nelle ultime settimane ha   ha aumentato del 12 gli stipendi già ricchi dei maggiori dirigenti statali,  mentre ha pensato bene di diminuire del 15 per cento i sussidi di disoccupazione dei lavoratori e del 30% quello dei quadri che sono rimasti col culo a terra a causa delle delocalizzazioni. E tto questo mentre si dicute di portare l’età della pensione ai 70 anni. Sarà un caso mai i 450 euro dei sussidi o delle borse mensili equivalgono alla media dei mini job tedeschi e pare che questa sia l’unica concreta integrazione in Europa, quella verso l’impoverimento assoluto e la perdita di futuro. Del resto ogni settore sociale sanguina, basta pensare che ogni due giorni un agricoltore si toglie la vita strangolato dai debiti: il 20% di loro ormai non ha più un reddito sia per la politica dei prezzi al ribasso fatta dalla grande distribuzione, sia perché agiscono attraverso una moneta sopravvalutata. Così anche se producono sono indebitati con le banche che bussano continuamente alle loro porte per impadronirsi della terra e degli edifici sia agricoli che di abitazione. Per non parlare del disagio che soffrono poliziotti, insegnanti di ogni livello, pompieri, piccoli commercianti e impiegati: sarebbe impossibile contenere la protesta.

Del resto non c’è via d’uscita come ha spiegato candidamente Draghi che si è arricchito con i soldi letteralmente rubati all’Eni, di cui ha svenduto il patrimonio immobiliare per una bazzecola, alla Goldman Sachs, di cui divenne poi uno dei massimi dirigenti come premio per aver permesso questo affarone: “i Paesi che hanno perso la possibilità di svalutare  la moneta sono costretti a fare la svalutazione interna”. Si tratta di una ovvietà perché dubito che Draghi detto o pensato qualcosa  di originale e di intelligente, ma detta da chi per anni è stato il massimo dirigente della Bce, assume il ghigno della beffa  perché mostra che questo era l’effetto voluto della moneta unica. E  italiani invece di scendere in piazza e di rimanerci lo eleggeranno a nuovo presidente della repubblica perché giustamente dopo il re travicello marcio ci vuole la serpe. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


A nostra insaputa siamo tutti cileni

EHWxMuWW4AAm6SZ-1-1280x827La folla che protesta a Santiago come nelle altre città cilene, che resiste alla violenza inaudita della repressione e che vuole una nuova costituzione, non è qualcosa di lontano, un motivo di passeggera e quasi rassicurante indignazione. E’ invece qualcosa che ci riguarda molto da vicino dal momento che proprio il Cile è stato il laboratorio delle teorie, delle pratiche e della rozza antropologia neo liberista fin dai primi anni ’70  quando la Cia organizzò il colpo di stato contro Allende. Insomma non si trattò  del consueto golpe militare sud americano che ristabilisce gli interessi delle multinazionali per un certo tempo, ma di un vero e proprio progetto sperimentale destinato poi ad espandersi in tutto l’occidente.  Ora sembra di essere tornati ai tempi di Pinochet, della violenza, delle torture, delle uccisioni, cosa immaginabile visto che il presidente Piñera, naturalmente miliardario, è fratello di colui che fu uno dei ministri più importanti del governo dittatoriale, nonché il creatore della Costituzione post democratica, ma in qualche modo cosa anche inevitabile perché i governi non hanno altre risposte da dare alla gente, se non impoverirla ancora di più per favorire una crescita economica figurativa che in realtà è solo l’arricchimento dell’1 per cento.

E’ proprio negli anni ’70 che il “ladrillo” (mattone Ndr) , il libro di 300 pagine che costituì la base teorica del pinochettismo, ispirato dai Chicago boys e da Milton Friedmann, finanziato dall’Usaid e benedetto dalla Chiesa, diede inizio all’era neoliberista, riducendo tutto al privato e al mercato, senza tralasciare scuola, sanità,  i servizi essenziali come la distribuzione dell’acqua,  demonizzando il welfare e la spesa pubblica come improduttiva e creatrice di debito. Tutte cose che poi saranno patrimonio di Reagan e della Thatcher e che negli anni ’90 hanno incardinato i concetti e le pratiche che guidano l’Europa di oggi. La costituzione di Pinochet è quella che ispira i ricorrenti  guastatori della nostra carta fondamentale e contiene gli stessi principi di fondo che ritroviamo nel trattato di Lisbona. Ma mentre la crisi economica del 2008 i Europa ha cominciato a seminare dubbi sull’efficacia dell’accumulazione capitalistica per espropriazione, che è la caratteristica precipua del capitalismo finanziario, in America Latina è stata l’occasione per le elites di comando, sempre e immancabilmente legate a doppio filo con Washington, di accelerare il processo e indurre una crescita  nominale dell’economia attraverso l’impoverimento dei ceti popolari.

Anzi è proprio questo è in buona sostanza il senso del neoliberismo: trasferire soldi dai più poveri e dalle classi medie verso i ricchi, così da creare bolle a Wall Street e declino senza speranza in Main street, ovvero nell’economia reale dentro una maledetta spirale per cui ad ogni caduta non si può fare altro che aumentare il dosaggio di ciò che ha provocato il male. Questo tipo di società è destinata a morire di overdose se i popoli non riusciranno a disintossicarsi e a liberarsi dai trafficanti di illusioni e dai loro spacciatori mediatici. In tutto questo la democrazia, non è altro che uno scenario destinato alla gestione del malcontento mentre lo Stato si riduce a tutore armato del nuovo ordine: il tutto nella concezione che il cittadino tipo, soprattutto se è divenuto un mero consumatore, preferisce evitare i danni che aumentare il proprio bene. Ma evidentemente fino a un certo punto come è accaduto in Cile e in altri Paesi dell’America Latina che stanno di nuovo invertendo la rotta. E’ ovvio che in società come quelle europee, ma soprattutto in quella italiana dove c’è ancora parecchio grasso sottopelle, dove i risparmi privati accumulati in passato riescono a sorreggerei una sorta di società della ricreazione dove le generazioni più recenti campano come cicale coatte perché sono state convinte che l’estate non finirà mai, che possono permettersi di far finta di acquisire competenze che nella realtà non hanno visto il pauroso declino dell’istruzione pubblica ad ogni livello, oppure di poter fare a meno di competenze evolute, che gli basta sapere un po’ d’inglese per trovare posto  nel divertimentificio universale. E se proprio avvertono il vuoto di tutto questo si consolano con l’idea di essere loro a mantenere gli anziani  i quali gli rubano il futuro, come vuole una ridicola tesi piddin – grillina. Non è certo un caso se la jacquerie ormai endemica dei gilet gialli è nata in Francia, Paese nel quale il boom edilizio tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000 ha convogliato molti risparmi privati  nel settore immobiliare il cui valore è poi  diminuito del 13%  creando una diffusa sensazione di precarietà soprattutto al di fuori dei grandi centri urbani del nord e dovunque nel Midi. Da noi, impegnati fin dai secoli bui a investire in mattoni, questo ha avuto un effetto solo marginale, favorendo invece la nascita di opposizioni confuse e molli, con in tasca la bandiera bianca.

Perciò,  in un certo senso il Cile, che ha anticipato di un decennio le ricette neo liberiste,  poi applicate da noi, rappresenta il nostro futuro: se non saremo in grado di reagire alla fine ci sarà l’esplosione.


Ortodossia ungherese a 62 anni dalla rivolta

bms26wa2n5p52kcdeq2hx064d2kcdeq2hx06cProprio in questi giorni, 62 anni fa, l’Ungheria era in rivolta contro il regime comunista e i carri armati sovietici entravano a Budapest: si tratta di un drammatico evento storico  che le generazioni più recenti  nemmeno conoscono (ammesso che siano al corrente dell’esistenza del  mondo anche prima della nascita dell’uomo ragno), ma che è stato una sorta di cruna dell’ago per le vicende politiche della sinistra in Europa. Comunque  se anche un giovane europeo delle generazioni Post Spiderman volesse saperne qualcosa si troverebbe di fronte a una fitta cortina di irti luoghi comuni a difesa di tesi “ortodosse” che sono diventate ormai l’unica verità storica consentita. Capite bene che non mi voglio occupare nel dettaglio di quella rivolta, ma  del contesto che c’era all’epoca dei fatti e soprattutto del contesto attuale dove su quelle vicende grava una sorta di negazionismo riguardo al tentativo di trasformare una sacrosanta insurrezione popolare contro le intollerabili rigidità del sistema, ma dentro il sistema,  in un tentativo di restaurazione del capitalismo e addirittura del patrimonio ecclesiastico.

Il contesto era quello di un Paese uscito a pezzi e territorialmente mutilato oltre ogni razionalità dalla prima guerra mondiale e i cui gli irriducibili nostalgici degli antichi privilegi imperial – regi (alcuni dei quali assunti nell’olimpo del pensiero neoliberista) crearono, dopo una breve rivoluzione comunista soffocata nel sangue da truppe straniere, una specie di regime da operetta in cui l’ammiraglio Horty, fedele aiutante di Francesco Giuseppe, si proclamò reggente di un’immaginaria monarchia, salvo impedire all’unico possibile re legittimo, Carlo d’Asburgo di entrare nel Paese. Insomma fu una fantasiosa forma di ungaro fascismo che sfociò poi nella partecipazione alla guerra con le potenze dell’Asse: l’ Ungheria fu l’unico Paese tra quelli che poi finiranno nell’orbita sovietica ad essere stato alleato della Germania fino all’ultimo secondo di guerra. Tutto questo contribuì a compattare e a organizzare una rete che oggi potremmo chiamare controrivoluzionaria decisa a sfruttare ogni scontro e tensione all’interno del mondo comunista per riportare il Paese  in un ambito di democrazia autoritaria di destra che non a caso ancora oggi lo contraddistingue con benedizione della Chiesa locale.

La rivolta, aizzata da Radio Europa Libera. di proprietà della Cia, nonostante l’impossibilità  di un intervento diretto della Nato, prese la mano al segretario del partito comunista Imre Nagy, che dopo aver creato egli stesso le ragioni del malcontento, con la sia rigida obbedienza a Mosca, non seppe in alcun modo governare la situazione, come avvenne invece nello stesso periodo in altri Paesi dell’Est e in particolare in Polonia dove si era riusciti a sostituire gli uomini di stretta osservanza del Cremlino con i cosiddetti “titoisti” come Gomulka. Probabilmente la forte pressione di quell’ambiente che lavorava nel sottosuolo insieme alla Chiesa e alle pressioni degli americani che dovevano oltretutto distrarre le opinioni pubbliche europee dal ruolo svolto nella crisi di Suez, gli fecero perdere ogni senso delle cose fino ad arrivare a proclamare l’uscita dal Patto di Varsavia e a tollerare la fucilazione di comunisti in Piazza e le esecuzioni sommarie, dando perciò a Mosca il pretesto ideale per un intervento diretto. Tanto più che nei proclami dei rivoltosi la rivendicazione di maggiore elasticità del sistema si era tramutata con straordinaria e sospetta rapidità in richieste miranti a ristabilire la proprietà privata della terra in mano ecclesiastica e il controllo del mondo della scuola sempre in mani confessionali, in un quadro generale in cui la chiesa cattolica ungherese guidata dal reazionario e amico degli occupanti nazisti nel corso della seconda guerra mondiale, il cardinal József Mindszenty, svolgeva un ruolo non secondario nel tirare le fila della rivolta e sarebbe interessante conoscere il ruolo del gesuita Tòhtòm Nàgy  che faceva la sola tra Budapest e Roma nei mesi precedenti la rivolta provocando una certa frizione fra papa Pio XII e il suo segretario di Stato, il futuro Paolo IV, meno favorevole a un impegno così forte nella vicenda. Nessuno è innocente in questa tragedia, ma in seguito attorno ad essa si  condensata una coltre di retorica e di falsa o parziale storiografia, che poi si è diffusa a macchia d’olio presso dilettanti ingenui o senza scrupoli, che dopo la caduta del muro, è divenuta un atto di fede a cui nessuno studioso può sottrarsi senza esporsi ad ostracismi e ostacoli di carriera. Ne sa qualcosa Luciano Canfora che per aver portato e documentato le fucilazioni sommarie di comunisti e il ruolo della Chiesa si vide mettere al bando il libro nel quale aveva studiato questo periodo di storia europea.

Onorando in modo manicheo la rivolta di Ungheria che fa oltretutto di Nagy, il maggiore responsabile della tragedia, una sorta di santino e impedendo qualsiasi oggettivo discorso a distanza di oltre mezzo secolo, sembra quasi di essere all’interno di un universo orwelliano. Che talvolta, come nel caso delle vittime di Stalin,  assumono un carattere grogttesco come se si trattasse di un’ asta al miglior offerente visto che da 20 milioni sono passate a 40 e poi a 60, poi a 85 e infine a 100 milioni, vale a dire ai due terzi della  popolazione sovietica. Le ricerche recenti, basate su di una più accurata consultazione degli archivi, indicano la cifra di 2 milioni e mezzo di vittime che di certo non rivalutano la figura di Stalin, né della burocratizzazione e della progressiva arteriosclerosi del socialismo reale, ma ci riporta con in piedi per terra invece che nel territorio delle favole ideologizzanti. Tuttavia il pensiero unico di storia, nel bene e nel male  non vuole sapere nulla anche perché essa è notoriamente finita, mentre ha invece molto interesse a creare feticci e leggende per legittimare meglio la sia ineluttabilità e le sue proprie tragedie.


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