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Marasma

Non c’è alcun dubbio che il Paese è ormai totale preda del marasma in una misura che non si riscontrava dall’ 8 settembre del 1943: un governo, ma diciamo pure un intero ceto politico incapace di tutto salvo che dell’opportunismo in una stagione in cui le opportunità si assottigliano e ormai si riducono al virus. Siamo arrivati al punto in cui il governatore del Veneto Zaia vuole mettere isolamento negli stadi 7 mila persone, a cominciare dalle 500  che hanno partecipato al Summer festival di Cortina dove uno ha starnutito ed è stato trovato positivo, stando ovviamente benone, ma ora tutti i presenti sono comandati ad andare a farsi il tampone allo Stadio del ghiaccio, secondo le ordinanze di questo aspirante Pinochet della pandemia e che forse dovrebbe essere il primo a dover essere seriamente curato.  Forse non ha ben capito in che consiste la questione dei tamponi o forse la usa per simulare un buon governo  o per impaurire i cittadini o forse perché c’è un lucroso giro d’affari dietro tutto questo. Sta di fatto che Zaia con tutta la sua ignoranza caprina delle questioni mediche e tuttavia la sua voglia di governare la cosiddetta pandemia secondo criteri amministrativo – autoritari  e non sanitari  è un po’ il simbolo del ceto politico nel suo complesso che  non ha né le idee, né la capacità organizzative per far fronte alla situazione e tanto meno la dignità di sottrarsi almeno in parte alla sagra internazionale della pandemia e al ruolo che in essa ha voluto ritagliarsi. Non sa più come cavarsela, come gestire il casino che ha combinato a reti unificate, cioè senza la presenza di alcuna reale opposizione la quale non si è sognata di proporre nulla e è arenata sulla miserabile e comunque marginale polemica sull’immigrazione dimostrando di non sapere proprio che dire.

Basta pensare a cosa sta succedendo intorno alla scuola dove ci sono stati sei mesi di tempo per pensare alla riapertura: eppure ancora non si sa bene cosa fare, nemmeno sull’inizio dell’anno, niente di quel poco e di quel grottesco di ciò che si era progettato è pronto, nessuno degli ineffabili banchi a rotelle è arrivato o di quelli individuali e non c’è la possibilità di formare molte più classi rispetto all’anno scorso, anzi forse di meno visto che parecchi docenti sembrano avere una comoda paura del contagio e vogliono bigiare, mentre altri non vogliono fare il test: dunque non si potrà procedere con le misure annunciate, peraltro del tutto inutili, di distanziamento e così mentre si cerca di riattizzare ad ogni costo la paura, si deve cedere sulle misure che ne sono il riflesso, il correlato più che altro simbolico, in una spirale comica dove al metro di distanza tra i corpi si sostituisce quella tra le bocche che così può scendere a 54 centimetri. Il tutto naturalmente subito asseverato dai cosiddetti comitati scientifici, un clamoroso fenomeno di analfabetismo medico ed equilibrismo carrieristico che fa vomitare.  Per non parlare del trasporto scolastico dove si sta sviluppando una paradossale discussione sull’affollamento dei bus che dovranno essere pieni solo al 70 per cento  ma no al 75% o forse all’80% come se in un ambiente chiuso questo davvero contasse almeno sui grandi numeri.  Tutto questo, assieme alla quarantena imposta anche ai genitori di eventuali contagiati significa una sola cosa: salterà anche quest’anno scolastico, accumulando un ritardo che non sarà più possibile recuperare.

Ma sì chiudiamo negli stadi gente che sta benissimo, continuiamo a confondere la risposta dei tamponi ( che misurano il contato con un qualunque coronavirus, non necessariamente con quello Sars cov 2) con il contagio e quest’ultimo con la malattia Tuttavia in questo bordello assoluto si capisce bene una cosa, che ad essere principalmente colpite sono le attività sociali di gruppo: musei, concerti, conferenze, momenti di svago collettivo, riunioni e manifestazioni sono vietati e sconsigliati, ma i supermercati e il lavoro in fabbrica dove è ormai assente qualsiasi tutela sanitaria vanno benissimo, ancorché diffondano il virus come i primi e anzi con maggiore velocità. Ciò che si vuole spezzare davvero è il sistema relazionale delle persone, non tanto salvarle dal raffreddore come dimostra il fatto che il lavoro a distanza quello tipicamente dei ceti impiegatizi, sembra non avere più un carattere temporaneo,a prescindere da qualsiasi virus presente o futuro, reale o imposto. Tutto questo però avviene perché lo stato di marasma colpisce per primi i cittadini che non sanno che pesci pigliare divisi tra la martellante paura indotta e peraltro vittime di una sanità ormai devastata e l’incapacità di decrittare le incongruenze di una situazione, le manipolazioni palesi dei dati e la loro stessa insensatezza scientifica, men che meno di opporsi a qualcosa che sta trasformando e impoverendo le loro vite e quelle dei loro figli, anzi pensano ancora che i loro torturatori siano i loro salvatori. Quindi meritano tutto ciò che accadrà loro.  In fondo l’immagine della gente chiusa negli stadi cileni per un golpe gestito dai primi gruppi di pressione neoliberista ( i famigerati Chicago boys) si adatta perfettamente alle immagini di oggi, ai tanti diffusi lager nei quali ci stanno dividendo con il pretesto di un virus veramente innocuo al confronto di chi finge di volerci salvare.


A nostra insaputa siamo tutti cileni

EHWxMuWW4AAm6SZ-1-1280x827La folla che protesta a Santiago come nelle altre città cilene, che resiste alla violenza inaudita della repressione e che vuole una nuova costituzione, non è qualcosa di lontano, un motivo di passeggera e quasi rassicurante indignazione. E’ invece qualcosa che ci riguarda molto da vicino dal momento che proprio il Cile è stato il laboratorio delle teorie, delle pratiche e della rozza antropologia neo liberista fin dai primi anni ’70  quando la Cia organizzò il colpo di stato contro Allende. Insomma non si trattò  del consueto golpe militare sud americano che ristabilisce gli interessi delle multinazionali per un certo tempo, ma di un vero e proprio progetto sperimentale destinato poi ad espandersi in tutto l’occidente.  Ora sembra di essere tornati ai tempi di Pinochet, della violenza, delle torture, delle uccisioni, cosa immaginabile visto che il presidente Piñera, naturalmente miliardario, è fratello di colui che fu uno dei ministri più importanti del governo dittatoriale, nonché il creatore della Costituzione post democratica, ma in qualche modo cosa anche inevitabile perché i governi non hanno altre risposte da dare alla gente, se non impoverirla ancora di più per favorire una crescita economica figurativa che in realtà è solo l’arricchimento dell’1 per cento.

E’ proprio negli anni ’70 che il “ladrillo” (mattone Ndr) , il libro di 300 pagine che costituì la base teorica del pinochettismo, ispirato dai Chicago boys e da Milton Friedmann, finanziato dall’Usaid e benedetto dalla Chiesa, diede inizio all’era neoliberista, riducendo tutto al privato e al mercato, senza tralasciare scuola, sanità,  i servizi essenziali come la distribuzione dell’acqua,  demonizzando il welfare e la spesa pubblica come improduttiva e creatrice di debito. Tutte cose che poi saranno patrimonio di Reagan e della Thatcher e che negli anni ’90 hanno incardinato i concetti e le pratiche che guidano l’Europa di oggi. La costituzione di Pinochet è quella che ispira i ricorrenti  guastatori della nostra carta fondamentale e contiene gli stessi principi di fondo che ritroviamo nel trattato di Lisbona. Ma mentre la crisi economica del 2008 i Europa ha cominciato a seminare dubbi sull’efficacia dell’accumulazione capitalistica per espropriazione, che è la caratteristica precipua del capitalismo finanziario, in America Latina è stata l’occasione per le elites di comando, sempre e immancabilmente legate a doppio filo con Washington, di accelerare il processo e indurre una crescita  nominale dell’economia attraverso l’impoverimento dei ceti popolari.

Anzi è proprio questo è in buona sostanza il senso del neoliberismo: trasferire soldi dai più poveri e dalle classi medie verso i ricchi, così da creare bolle a Wall Street e declino senza speranza in Main street, ovvero nell’economia reale dentro una maledetta spirale per cui ad ogni caduta non si può fare altro che aumentare il dosaggio di ciò che ha provocato il male. Questo tipo di società è destinata a morire di overdose se i popoli non riusciranno a disintossicarsi e a liberarsi dai trafficanti di illusioni e dai loro spacciatori mediatici. In tutto questo la democrazia, non è altro che uno scenario destinato alla gestione del malcontento mentre lo Stato si riduce a tutore armato del nuovo ordine: il tutto nella concezione che il cittadino tipo, soprattutto se è divenuto un mero consumatore, preferisce evitare i danni che aumentare il proprio bene. Ma evidentemente fino a un certo punto come è accaduto in Cile e in altri Paesi dell’America Latina che stanno di nuovo invertendo la rotta. E’ ovvio che in società come quelle europee, ma soprattutto in quella italiana dove c’è ancora parecchio grasso sottopelle, dove i risparmi privati accumulati in passato riescono a sorreggerei una sorta di società della ricreazione dove le generazioni più recenti campano come cicale coatte perché sono state convinte che l’estate non finirà mai, che possono permettersi di far finta di acquisire competenze che nella realtà non hanno visto il pauroso declino dell’istruzione pubblica ad ogni livello, oppure di poter fare a meno di competenze evolute, che gli basta sapere un po’ d’inglese per trovare posto  nel divertimentificio universale. E se proprio avvertono il vuoto di tutto questo si consolano con l’idea di essere loro a mantenere gli anziani  i quali gli rubano il futuro, come vuole una ridicola tesi piddin – grillina. Non è certo un caso se la jacquerie ormai endemica dei gilet gialli è nata in Francia, Paese nel quale il boom edilizio tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000 ha convogliato molti risparmi privati  nel settore immobiliare il cui valore è poi  diminuito del 13%  creando una diffusa sensazione di precarietà soprattutto al di fuori dei grandi centri urbani del nord e dovunque nel Midi. Da noi, impegnati fin dai secoli bui a investire in mattoni, questo ha avuto un effetto solo marginale, favorendo invece la nascita di opposizioni confuse e molli, con in tasca la bandiera bianca.

Perciò,  in un certo senso il Cile, che ha anticipato di un decennio le ricette neo liberiste,  poi applicate da noi, rappresenta il nostro futuro: se non saremo in grado di reagire alla fine ci sarà l’esplosione.


Cile, la persistenza di Pinochet

22desk-f02-apertura-cile-afpIl Cile è esploso, improvvisamente, in una mattina qualsiasi della sua lunga “normalità” liberista fatta di predazioni da parte delle multinazionali, di povertà, di corruzione e di sfruttamento da parte di una ristretta oligarchia. Non ci si aspettava che le tensioni così a lungo accumulate e apparentemente cristallizzate in rassegnazione gestita dal teatrino politicante potessero esplodere in maniera tanto drammatica e repentina, ma d’altronde è anche vero che Pinochet non è mai morto: la sua costituzione, frutto dell’accoppiamento tra il peggior golpismo militare e il liberismo dei Chicago boys, non è mai stata abrogata e ha avuto solo aggiustamenti marginali, in qualche caso persino peggiorativi. Insomma il golpe del 1973 culminato con l’assassinio di Allende non è mai davvero scomparso dall’orizzonte del Paese, nonostante in occidente si sia fatto pensare che quella ferita fosse stata curata e suturata: intanto il generale non ha mai subito un processo per le sue uccisioni o le sue torture e fino al 1998, in piena “democrazia ritrovata”  è stato l’uomo più potente del Paese in quando capo delle forze armate che per costituzione non poteva essere licenziato da nessuno. Anche la vita dei presidenti nel nuovo secolo, compresa Michelle Bachelet, non è stata affatto facile perché se il vecchio dittatore era ormai fuori causa il Cile rimaneva comunque un sorvegliato speciale sia per le risorse di cui dispone, sia nella sua qualità di laboratorio sperimentale del neoliberismo.

Una scelta fatta non a caso vista la presenza di un ceto dirigente particolarmente dedito al parassitismo dal momento che l’economia del Paese si regge in larga parte sull’attività mineraria svolta in concreto da multinazionali e sull’agroalimentare con la presenza di vasti latifondi  e situazioni monopolistiche, tanto che è molto difficile riuscire a separare  l’attività economica da quella politica di cui sono protagoniste le stesse persone. Questa situazione e la presenza di un ceto medio borghese di controllo, ha reso il Cile una nazione particolarmente stabile nell’ambito del Sud America e dunque l’affermazione del partito comunista nel Paese lungo fu a suo tempo una gran brutta sorpresa per Washington che mise tra le sue assolute priorità la caduta di Allende e successivamente una normalizzazione del Paese in una democrazia del tutto formale, anzi in un sistema di  “democrazia protetta” che è principalmente una protezione da se stessa. 

L’attuale presidente, Sebastian Piñera, di formazione americana e con un fratello che  è stato il ministro chiave del dittatore, è un portatore del pinoccettismo intrinseco delle oligarchie cilene di cui fa parte ed è quasi naturale che ne abbia riproposto talune modalità,  specie nel quadro di un tentativo di riconquista del Sud America da parte degli Usa e dal fatto di avere colleghi di merende e complici in Bolsonaro e Macrì. Così è bastata una miccia come l’aumento del prezzo del metrò per aprire il vaso di Pandora delle ingiustizie e delle disuguaglianze come viene dimostrato dal fatto che la marcia indietro di Piñera sul biglietto del metrò non è servita a nulla, anzi ha coinciso con l’estensione delle proteste a tutto il Paese. Ora, con almeno 12 morti nelle strade, frutto di una brutale repressione,  il presidente, non ha trovato di meglio che dichiararsi in guerra con il popolo. Un popolo che quando alza la testa viene ridotto nella sua essenza a vandalismo e delinquenza, una visione evidentemente tipica della cultura sociopatica liberista tanto da essere comparsa anche in Europa nelle dichiarazioni di Macron di fronte all’esplosione del fenomeno dei gilet gialli. 

L’esplosione popolare giunge in un Paese che pareva saldamente normalizzato e calamita per molti investimenti e non c’è quindi da stupirsi se l’attenzione ai fatti cileni si riscontra più negli ambienti economico –  finanziari che non nei media generalisti, sempre cauti di fronte alle rivolte spontanee contro il potere globale e  scatenati invece di fronte a quelle volute e organizzate dal medesimo. “Gli investitori che si fossero entusiasmati per svolte a destra hanno sottovalutato le sfide”, ha detto a Bloomberg il direttore per l’America Latina di Eurasia Group, Daniel Kerner. E generalmente il tono dei commenti può essere riassunto con le parole del Sole 24 Ore:  “le svolte conservatrici o di destra nei governi della regione non hanno affatto mantenuto promesse di portare nuova crescita, stabilità e trasparenza con riforme di mercato. Anzi, oggi rischiano di aggravare impoverimento, collassi dei deboli ceti medi, drammi di corruzione e spirali di esasperate proteste per l’assenza di qualunque riforma efficace”

Chissà come mai e per quale questo miracolo dovrebbe compiersi in Italia o altrove come invece il giornale in questione ritiene, ma al di là del fatiscente edificio del neo liberismo, va dato atto che questi ambienti non hanno alcun pudore a dire che la rivolta cilena è un effetto dell’isolazionismo di Trump, tanto per fare dispetto al presidente americano, ma senza accorgersi che in questo modo attribuiscono la negazione delle libertà sociali e la disuguaglianza proprio a Washington. Il fatto è che la loro maionese ideologica è impazzita e provoca solo disgusto.

 


Gli 11 settembre: da Pinochet ai pinocchietti

819981859627922afac3b3f68d778a95L’11 settembre del 2001 abbiamo sentito dire a media unificati che nulla sarebbe stato come prima dopo l’assalto alle torri di New York di cui ancora oggi si sa poco riguardo alle dinamiche e alle responsabilità, anzi se ne sempre meno di meno rispetto alle evidenze che saltano fuori. Ma naturalmente questa escatologia delle torri crollate sotto l’impatto degli aerei era al fondo una sciocchezza, perché se la vicenda costituiva una svolta emotiva, non era altro che la prosecuzione  della logica globalista ora alla ricerca di un nemico, oscuro e onnipresente, capace di colpire nel mucchio, per poter dare l’assalto a tutto ciò che ancora si opponeva al neo liberismo della disuguaglianza e delle elite, offrendo in cambio sicurezza messa a rischio dagli stessi che promettevano di garantirla a prezzo di un po’ di libertà. In un certo senso siamo di fronte a una coincidenza così perfetta da suscitare qualche dubbio, perché la radice degli eventi va ricercata in un altro 11 settembre di 28 anni prima, ovvero quello che vide il colpo di stato militare in Cile e l’assassinio di Salvador Allende nel 1973. Come noi oggi sappiamo dalla documentazione, dalle successive rivelazioni e persino dalle orgogliose rivendicazioni, quel colpo di stato fu organizzato  da Washington attraverso il braccio armato della Cia per impedire una diffusione del virus socialista in America latina, ma non limitandosi all’ennesimo golpe, bensì come esperimento suggerito dai Chicago boys, ovvero dagli economisti neoliberisti desiderosi di sperimentare le loro idee.

In realtà quell’ 11 settembre del 1973 è molto più importante anche per noi di quello successivo. Innanzitutto perché il pestante intervento statunitense fu deciso nel fondato timore che l’esperimento socialista stesse riuscendo e non si poteva aspettare altri tre anni (tanto restava del mandato di Allende come presidente) per agire attraverso il sistema elettorale: ogni giorno che passava l’elite militar industriale del Paese perdeva terreno e consenso. Ma l’intento principale era quello di sperimentare nel “Paese lungo”  le nuove dottrine economiche e il parallelo svuotamento della democrazia che ne era l’inevitabile correlativo. Forse nessuno meglio di Heinz Alfred Kissinger (chiamiamolo per una volta col vero nome) allora segretario di stato, ha riassunto in poche parole, quell’esperienza che poi si è totalmente riversata su di noi: “Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli“.

Sono nella sostanza le stesse parole che quarantanni dopo abbiano sentito troppo spesso uscire dalle bocche degli oligarchi europei e che in qualche modo erano anche al fondo del progetto continentale: i popoli sono irresponsabili e la democrazia un rischio, gli elettori non possono decidere. Sono infatti gli stessi concetti di fondo che attraversano il famoso, ma pochissimo letto e ancor meno capito Manifesto di Ventotene: una lettura approfondita e intelligente del testo di fondazione dell’europeismo è il miglior antidoto contro lo stesso perché la sostanza è quella che occorrono organismi sovranazionali, non esposti al consenso, per evitare che il popoli sbaglino. Si può capire il disagio di intellettuali che avevano visto l’affermazione del fascismo e ancor più del nazismo attraverso strumenti elettorali, anche se poi eliminati dalla dittatura, ma c’è anche da dire che questi esiti furono determinati proprio dalle politiche di esclusione delle masse nonché dalla pedissequa e cieca esecuzione delle ricette economiche liberiste, anche da parte di partiti socialdemocratici. E’ un serpente che si morde la coda, ma che in definita appare come acefalo, perché la democrazia non è solo un sistema di distribuzione del potere, ma è soprattutto un meccanismo di redistribuzione della ricchezza e di progressiva eguaglianza: quando questo elemento viene annullato, non rimane che uno scheletro formale.

Anche oggi, da noi è quanto mai vero che “La questione è troppo importante perché gli elettori possano essere lasciati a decidere da soli“. Ed è solo una questione in fondo marginale se da Pinochet si è passati ai patetici pinocchietti teleguidati.


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