Archivi tag: Cile

Bocche di rosa

wikitesti-enciclopedia-06Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’entra di sicuro Berlusconi nel processo che ha condotto alla sostituzione di Gramsci con De Andrè, alla normalizzazione di poeti maledetti collocati a corredo di micetti sui profili dei social. La più orecchiabile delle operette morali del cantautore genovese vive una nuova popolarità anche tra le quote rosa – che esultano perché un donna ha rotto il soffitto di cristallo, lei stessa lo ha rivendicato proprio come una qualsiasi nounadimeno, salendo all’autorevole soglio di presidente della Corte Costituzionale – benchè esalti la libertà sessuale sotto forma di amore a pagamento con ossi sottratti alla proprietà esclusiva di cagnette.

Il rinnovato consenso è effetto di quella rivincita dell’amore appunto, proprio come ai tempi del partito del cavaliere che lo contrapponeva all’odio appannaggio dei comunisti, e oggi esemplarmente incarnato da creature innocenti, energiche e dotate di quella leggerezza calviniana che le fa preferire ai cupi inquilini dei centri sociali e dei No Muos da un pubblico di mezza età pronto a abbandonare il tempo di una gita entro la porta il mouse, la tastiera e il telecomando che li aiuta a pensare di essere ancora classe privilegiata perché il fa eccedere a Netflix a poco più di 5 euro al mese, a militare sui social, a bannare chi non è d’accordo manco fossero degli odiatori seriali.

Perché c’è una frase del testo: si sa che la gente da buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio, che si riferisce a zitelle invelenite e inappagate, ovviamente per la mancanza di eros coniugale con annessa procreazione, che è diventata lo slogan da sbandierare contro chi continua, con la tenacia dei cretini che non vogliono cambiare casacca o dei rincoglioniti,  a pensare che tutto questo amore abbia come intento il contrasto all’unica forma di odio che la società non autorizza, quello di classe, perché è diventato proprietà e esercizio esclusivo di quella lotta  alla rovescia, quella di chi ha e vuole avere sempre di più ai danni di chi ha avuto poco e deve per destino, per nascita o per le regole dell’economia e del mercato assurte a leggi naturali, avere sempre meno.

È gente poco simpatica infatti, quella,  legata alla memoria del buon esempio dei partigiani che magari ha avuto in famiglia e intorno e che pensavano appunto che quella guerra che stavano conducendo anche con una buona dose di amore per chi sarebbe venuto dopo di loro e di odio per chi voleva condannarli a un futuro umiliante e umiliato, povero di beni, di istruzione, di dignità e bellezza, non era solo una lotta di liberazione da un invasore o da un regime che oltre all’olio di ricino aveva elargito lacrime e sangue, ma di liberazione dallo sfruttamento, dalla speculazione, dalla corruzione, quella delle mazzette e quella delle leggi promulgate per perpetuare privilegi, iniquità e differenze, e che ha dato vita a quella Costituzione che non piace a quella entità sovranazionale che pretende di comandarci imponendo la cessione della sovranità dello Stato e  del popolo, perché troppo intrisa di valori sovvertitori e socialisti, quelli appunto della Resistenza.

È gente che non ha il giusto appeal per essere invitata a un apericena, musona, in quanto frustrata e repressa perché avrebbe inanellato una catena di insuccessi e fallimenti, ben rappresentati dalle piazze semivuote nelle quali ha manifestato tetramente insieme a altrettanto mesti operai delocalizzati, precari ricattati, commesse dei supermercati che hanno strappato due ore a turni obbligatori anche la domenica e a Natale, a molesti nostalgici dell’articolo 18 che non gradiscono le nuove frontiere aperte dal Jobs Act, gente insomma affetta da negatività e disfattismo, sempre “contro” non solo contro Salvini, così invisa per il suo nichilismo da essere condannata a essere conferita nella  discarica del populismo e del sovranismo.

Si tratta di un target che a ben vedere si merita la penalizzazione inflitta da una modernità della quale non sa  godere i frutti, vuoi per poca ambizione, per scarse determinazione e spregiudicatezza, per ininfluenti protezioni, per censo e collocazione dinastica miserabili e per la poca attitudine a fidelizzarsi in organizzazioni che hanno saputo realizzare la compatibilità apparente degli interessi egemonici del ceto privilegiato e la sopravvivenza di una larga fascia impoverita sì, ma che ha conservato una “relativa agiatezza”, uno status che qualcuno ha chiamato condizione “signorile di massa”, che fa da contrasto, e dunque garanzia di superiorità,  rispetto a quella di alcuni milioni di immigrati e di italiani ridotti in miseria e semi schiavitù, che non hanno voce se non come vittime da esibire in occasioni pubbliche.

La loro eterna scontentezza merita l’isolamento se non gradiscono di dare la loro delega in bianco a soggetti competenti, se non sono gratificati dell’appartenenza a quelle cerchie di creativi dinamici e cosmopoliti, che sanno cogliere la sfida della modernità a suon di grandi opere e start up, di presenzialismo a grandi eventi, di master e Erasmus come parcheggi graditi per procrastinare responsabilità e impegno, di una libertà interpretata come la licenza concessa di organizzarsi percorso e orario delle consegne a  domicilio per Foodora.

Eh sì, sono pieni di acrimonia, soprattutto nei confronti dei giovani  costretti a guardare con trepidazione e fiducia a quelli come Macron che vogliono introdurre criteri di equità “intergenerazionale” per impedire che le risorse del sistema pensionistico maturate in anni di lavoro vadano a beneficio solo degli anziani, come dimostrano le meravigliose opportunità e le garanzie di sicurezza contro la precarietà offerte dalla Legge Fornero e dal Jobs Act in Italia.

Patetici avanzi dell’internazionalismo, non si accontentano di solidarizzare come altri più illuminati e selettivi, con chi manifesta a Hong Kong e in Iran, ma pure con chi è in piazza in Bolivia, in Cile, in Venezuela, con la sinistra antifascista in Ucraina e in Lettonia. E pure con i nigeriani di Firenze, colpiti da provvedimenti bipartisan di tutela della sicurezza minacciata da poveri neri e bianchi, applicati con entusiasmo dal sindaco sceriffo, con quelli di Rosarno, esclusi dai benefici dalle misure di contrasto intermittente  sul caporalato benedette dalla relatrice della Legge Fornero e pronuba degli “accordi” per Almaviva, pastori sardi, Gepin, con i veneziani che protestano per aver subito la corruzione e i furti a norma di legge, con chi ostinatamente si batte per non subire il ricatto della scelta tra posto o salute, con chi denuncia l’occupazione militare della sua terra e le svendite dei beni comuni.

Sono ostinati se ancora si chiedono: ma se l’obiettivo è far cantare Bella Ciao a tutti compresa Casa Pound bene accolta se fa atto di abiura, perché non siete venuti a intonarla in tutti questi anni con noi, che lo vedevamo bene il fascismo rimasto, presente e futuro?

 

 

 

 

 


A nostra insaputa siamo tutti cileni

EHWxMuWW4AAm6SZ-1-1280x827La folla che protesta a Santiago come nelle altre città cilene, che resiste alla violenza inaudita della repressione e che vuole una nuova costituzione, non è qualcosa di lontano, un motivo di passeggera e quasi rassicurante indignazione. E’ invece qualcosa che ci riguarda molto da vicino dal momento che proprio il Cile è stato il laboratorio delle teorie, delle pratiche e della rozza antropologia neo liberista fin dai primi anni ’70  quando la Cia organizzò il colpo di stato contro Allende. Insomma non si trattò  del consueto golpe militare sud americano che ristabilisce gli interessi delle multinazionali per un certo tempo, ma di un vero e proprio progetto sperimentale destinato poi ad espandersi in tutto l’occidente.  Ora sembra di essere tornati ai tempi di Pinochet, della violenza, delle torture, delle uccisioni, cosa immaginabile visto che il presidente Piñera, naturalmente miliardario, è fratello di colui che fu uno dei ministri più importanti del governo dittatoriale, nonché il creatore della Costituzione post democratica, ma in qualche modo cosa anche inevitabile perché i governi non hanno altre risposte da dare alla gente, se non impoverirla ancora di più per favorire una crescita economica figurativa che in realtà è solo l’arricchimento dell’1 per cento.

E’ proprio negli anni ’70 che il “ladrillo” (mattone Ndr) , il libro di 300 pagine che costituì la base teorica del pinochettismo, ispirato dai Chicago boys e da Milton Friedmann, finanziato dall’Usaid e benedetto dalla Chiesa, diede inizio all’era neoliberista, riducendo tutto al privato e al mercato, senza tralasciare scuola, sanità,  i servizi essenziali come la distribuzione dell’acqua,  demonizzando il welfare e la spesa pubblica come improduttiva e creatrice di debito. Tutte cose che poi saranno patrimonio di Reagan e della Thatcher e che negli anni ’90 hanno incardinato i concetti e le pratiche che guidano l’Europa di oggi. La costituzione di Pinochet è quella che ispira i ricorrenti  guastatori della nostra carta fondamentale e contiene gli stessi principi di fondo che ritroviamo nel trattato di Lisbona. Ma mentre la crisi economica del 2008 i Europa ha cominciato a seminare dubbi sull’efficacia dell’accumulazione capitalistica per espropriazione, che è la caratteristica precipua del capitalismo finanziario, in America Latina è stata l’occasione per le elites di comando, sempre e immancabilmente legate a doppio filo con Washington, di accelerare il processo e indurre una crescita  nominale dell’economia attraverso l’impoverimento dei ceti popolari.

Anzi è proprio questo è in buona sostanza il senso del neoliberismo: trasferire soldi dai più poveri e dalle classi medie verso i ricchi, così da creare bolle a Wall Street e declino senza speranza in Main street, ovvero nell’economia reale dentro una maledetta spirale per cui ad ogni caduta non si può fare altro che aumentare il dosaggio di ciò che ha provocato il male. Questo tipo di società è destinata a morire di overdose se i popoli non riusciranno a disintossicarsi e a liberarsi dai trafficanti di illusioni e dai loro spacciatori mediatici. In tutto questo la democrazia, non è altro che uno scenario destinato alla gestione del malcontento mentre lo Stato si riduce a tutore armato del nuovo ordine: il tutto nella concezione che il cittadino tipo, soprattutto se è divenuto un mero consumatore, preferisce evitare i danni che aumentare il proprio bene. Ma evidentemente fino a un certo punto come è accaduto in Cile e in altri Paesi dell’America Latina che stanno di nuovo invertendo la rotta. E’ ovvio che in società come quelle europee, ma soprattutto in quella italiana dove c’è ancora parecchio grasso sottopelle, dove i risparmi privati accumulati in passato riescono a sorreggerei una sorta di società della ricreazione dove le generazioni più recenti campano come cicale coatte perché sono state convinte che l’estate non finirà mai, che possono permettersi di far finta di acquisire competenze che nella realtà non hanno visto il pauroso declino dell’istruzione pubblica ad ogni livello, oppure di poter fare a meno di competenze evolute, che gli basta sapere un po’ d’inglese per trovare posto  nel divertimentificio universale. E se proprio avvertono il vuoto di tutto questo si consolano con l’idea di essere loro a mantenere gli anziani  i quali gli rubano il futuro, come vuole una ridicola tesi piddin – grillina. Non è certo un caso se la jacquerie ormai endemica dei gilet gialli è nata in Francia, Paese nel quale il boom edilizio tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000 ha convogliato molti risparmi privati  nel settore immobiliare il cui valore è poi  diminuito del 13%  creando una diffusa sensazione di precarietà soprattutto al di fuori dei grandi centri urbani del nord e dovunque nel Midi. Da noi, impegnati fin dai secoli bui a investire in mattoni, questo ha avuto un effetto solo marginale, favorendo invece la nascita di opposizioni confuse e molli, con in tasca la bandiera bianca.

Perciò,  in un certo senso il Cile, che ha anticipato di un decennio le ricette neo liberiste,  poi applicate da noi, rappresenta il nostro futuro: se non saremo in grado di reagire alla fine ci sarà l’esplosione.


Brevi di cronaca per il futuro

protesta santiago cilePescando nel cestino delle notizie apparse sui media, nascoste dai media o relegate in un angolo, ne scelgo alcune che se messe insieme non rimangono un collage, ma esprimono un significativo vettore di cambiamento. Cominciamo dall’Irak che sta protestando per l’ingresso non autorizzato delle truppe statunitensi e di “consiglieri” della Cia fuggiti dal confine tra Siria e Turchia negli ultimi giorni, cosa che rappresenta una vera beffa per Washington la cui presa si rivela molto più debole del previsto e proseguiamo con l’atterraggio in Sudafrica di un bombardiere a lungo raggio Tupolev 160 dopo un volo ininterrotto di 13 ore, che vuole essere un messaggio simbolico ai leader africani presenti a Sochi per l’incontro Russia – Africa dove sono state attivate 500 iniziative di scambio commerciale, cooperazione e assistenza che comportano molti miliardi di dollari. Questo fa il paio con altre due notiziole che ci sono sfuggite: una divisione di batterie di S400 ha fato il suo ingresso in Serbia nell’ambito di esercitazioni comuni tra Mosca e Belgrado, mentre quest’anno per la prima volta la Russia ha superato il 50% del mercato planetario di grano (tra l’altro tutto non ogm) , cominciando a far preoccupare i vecchi monopolisti del continente americano o europei che hanno determinato questa situazione con le sanzioni che hanno costretto i russi ad aumentare del 20% la loro produzione cerealicola. A questo dobbiamo aggiungere altri fatti altrettanto significativi, anche se di diversa valenza: la rivolta che divampa in Cile contro il liberal pinochettismo che fa del suo meglio per incarcerare e torturare come ai bei tempi della dittatura, la straordinaria vittoria in Bolivia di Evo Morales conseguita nonostante i disperati sforzi di Washington , la resistenza del Venezuela, un altro sabato di dimostrazioni e scontri in Francia tra polizia e gilet gialli di cui ormai l’informazione padronale non dà più notizia per l’imbarazzo che crea. Insomma la riconquista del Sud America si sta rivelando più complicata del previsto e persino all’interno dell’impero cominciano le ribellioni.

Non voglio perdermi a esaminare punto per punto questo insieme di notizie, ma nel loro complesso esse ci parlano della crisi involutiva nella quale  il neo liberismo ha portato l’intero occidente, crisi interna esattamente speculare a quella esterna perché mentre il vecchio capitalismo, specie del secondo dopoguerra, rapinava le risorse sia per l’accumulazione della ricchezza, sia per conservare la pace sociale con una moderata redistribuzione, il globalismo ha abbandonato questa strada e ha proclamato la sua idea di sfruttamento senza distinzioni di sesso, età colore della pelle, ma anche senza i limiti classici delle democrazie che una politica completamente subalterna si incarica di rimuovere dopo giorno. Ovvio che di fronte a questo le destre insorgono in nome del privilegio etnico in vigore da secoli e divenuto incallito pregiudizio, mentre le sinistre si sono fatte subornare dalla superficiale rassomiglianza tra globalismo e internazionalismo e considerano ogni diritto di sovranità come sintomo di nazionalismo portando acqua al mulino delle oligarchie.

Le notizie citate in apertura del post stanno ad indicare che tutto questo sta ricevendo colpi di maglio dall’esterno ovvero da quel mondo altro che sta acquisendo un peso impensabile fino a qualche decennio fa, che non intende più subire e che non solo resiste, ma sta passando decisamente al contrattacco, mentre il malcontento interno nei Paesi occidentali, pur non essendo ancora riuscito a scalfire la filiera del potere se non nelle aree marginali e forzosamente annesse, è una polveriera di inquietudini e rabbia pronta ad esplodere e che non sarà così facile contenere in futuro nemmeno attraverso la gestione dell’opposizione, la deviazione dell’attenzione e persino la creazione di raccoglitori del malcontento che al momento opportuno si rivelano impotenti. Insomma il cambiamento di epoca e di paradigma, non è più un’ipotesi, ma una realtà. E purtroppo, come ho già avuto modo di accennare, l’Europa rischia di diventare una sorta di bastione di retroguardia del capitalismo finanziario che ha devastato le economie per il solo beneficio di poche persone super ricche: grazie ai suoi meccanismi non elettivi seminascosti dietro paraventi ritual – partecipativi rischia di prolungare l’agonia di un mondo e nello stesso tempo di non riuscire a profittare dei cambiamenti, anzi di esserne travolta.


I violenti del “mondo di sopra”

Batman-Arkham-Knight-1Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma adesso non eravamo tutti rassicurati dalla sentenza della Cassazione? Non vi sentivate più sereni nelle vostre comode e  case ora che ci hanno reso noto che a Roma non c’è la mafia? Invece ecco che arrivano Calenda e Salvini, Mentana, Feltri e perfino la Perina promossa a libera pensatrice in quota rosa, a  comunicarci che è infetta, preda della criminalità, terreno di scorrerie di bande organizzate, che perciò costituisce una minaccia di tremendo contagio  per il paese, Capitale morale compresa, che peraltro vanta il non invidiabile primato di prima in classifica per numero di reati denunciati e per l’aumento di oltre il 10% rispetto al passato per quelli di produzione, traffico e spaccio di droga.

E che, dunque, dopo l’ultimo tragico evento: l’assassinio di un giovane – ahi, ahi sospetto però di sovranismo –  accorso a difendere la ragazza, deve essere affidata ad alte autorità, a poteri commissariali eccezionali per ripristinare condizioni di legalità e decoro, contrastare il rischio di pestilenze  e  guerre del pane  – è il piccolo Enrico del Cuore a dirlo, proponendosi trasversalmente come candidato alla poltrona in Campidoglio, oltre che per ridurre lo strapotere dei sindacati come ha mostrato di saper fare lui a Taranto e in altri 161  tavoli di crisi aziendali.

Si dimostra così che, sia pure detronizzato, il grande impresario del music-hall della paura vive e si è impossessato senza fatica di altri corpi, non di cervelli sempre scarsi,  che va in scena non solo al Papetee o su Twitter,  ma si produce in giornali, nei talkshow, nella rete dove si nutre la percezione del terrore un tanto al metro, si alimenta l’ideologia dell’emergenza post-immigratoria per far vedere che il vero pericolo è l’invasione interna e l’occupazione militare di periferie, dove nessuno dei commentatori ha la ventura di andare, da parte dei poveracci spinti sempre più giù, dei violenti ai quali sono state fornite armi virtuali e concrete e proposti nemici più deboli sui quali si può infierire, tutti fenomeni da controllare con pugno di ferro, poteri straordinari, potestà speciali e carismatiche.

In barba alle statistiche e alle rilevazioni di dati reali, l’intento è quello di persuaderci che siamo vittime innocenti di esodi di malviventi e terroristi e esposti alla loro indole trasgressiva e alla loro ferocia, combinata con  quella di qualche indigeno, con tutta probabilità esasperato dalla loro presenza o impreparato a vincere le sfide dalla modernità con dinamismo imprenditoriale, ambizione e tenacia, insomma,  matto o sfigato.

Non conta che  i reati continuino ad essere  in calo con una flessione che prosegue dal 2013  (sarebbero in aumento solo quelli informatici benchè non vengano annoverate le balle  ufficiali e non, raccontate in rete), che la leadership del crimine sia detenuta  non dalla Capitale ufficiale, ma da quella morale, seguita da Rimini e Firenze mentre l’ultima in graduatoria secondo le rilevazioni del Sole 24 Ore sarebbe Oristano, a smentire stereotipi e luoghi comuni sull’efferato banditismo. Non conta che le statistiche confermino che rispetto a Parigi o New York Roma sia un’oasi della pacifica e armoniosa convivenza e che non possa essere assimilata a altre megalopoli fantascientifiche, come ha ricordato perfino il capo della Polizia Poco contano i rinfacci sulle risorse destinate a incrementare il numero delle forze dell’ordine, incaricate da anni della repressione dei molesti, degli sgraditi alla vista e alla reputazione, dei dissidenti, più che al controllo del territorio, che tanto  la parola d’ordine è favorire un rafforzamento autoritario delle figure e delle competenze di sindaci in modo da farli assomigliare sempre di più a sceriffi e potestà, anche grazie a leggi elettorali che hanno ridotto l’ingombro della partecipazione democratica.

Conta invece che da anni istituti di studi ben collocati nelle “scienze sociologiche e strategiche” mainstream, organizzazioni che analizzano i conflitti – le più esperte visto che di solito sono al servizio di quelli che li generano –  insieme a Banca Mondiale, Fmi, Onu, parlano di guerre prossime o meglio già cominciate, a “bassa intensità” le definiscono, che hanno e avranno come teatri le città, dove si consumano le più tremende disuguaglianze, dove  bidonville e favelas (che qualcuno ha chiamato le discariche dell’eccedenza) minacciano  come orde barbariche e animali feroci le eleganti dimore arroccate sulle alture, le prestigiose sedi di industrie e istituzioni, le torri di cristallo che svettano verso il cielo specchiano una modernità dove il lusso più futile e dissipato è contornato  da squallore,   inquinamento, escrementi e sfacelo. E dove le  “case” abitate dagli strati più poveri del proletariato urbano crescono come funghi velenosi su suoli d’infimo valore e  marginali, zone golenali, acquitrinose o contaminate da scarichi industriali: siano le favelas di São Paulo   e di Rio de Janeiro  col rischio di frane e smottamenti, siano le callejones di Lima costruite in buona parte dalla Chiesa cattolica, colosso immobiliare,  che sprofondano  al primo temporale, siano le bidonville di Nuova Delhi, che ospitano un milione di straccioni, mentre a Bombay un milione e mezzo di persone, pur avendo un lavoro, dorme  sui marciapiedi, che si tratti  della capitale della  Mongolia, assediata da un villaggio di tende, o di coperte stese a coprire povere cose, in cui vive mezzo milione di ex allevatori scampati a espropri e fame; o del Cairo, dove le tombe dei Mamelucchi sono abitate da un milione di persone, mentre un altro milione di cairoti dorme sui tetti.

E siccome rifiuti urbani attraggono quelli che vengono considerati rifiuti umani, altrettanto indesiderabili e che è necessario sottrarre alla vista della gente perbene, Quarantena a Beirut, Hillat Kusha a Khartoum, Santa Cruz Mehehualco a Città del Messico e la “Montagna fumante” a Manila  sono le sterminate discariche dove trovano riparo i più disperati  indigenti che trovano sostentamento nell’immondizia.

In quello che eravamo abituati con sufficienza a chiamare Terzo Mondo e così e sarà così in maniera sempre più epidemica e diffusa ovunque, se in tutte le città, grandi e piccole, nelle megalopoli già predisposte per diventare necropoli, abitate da occasionali  ospiti dei grandi cimiteri della giustizia e della civiltà: banche, uffici di multinazionali, centri commerciali, ma anche nelle capitali dell’arte e della cultura, la politica dell’abitare è ridotta a negoziato impari di governi e amministrazioni che contrattano consenso, voti, prebende, “compensazioni” miserabili con costruttori e immobiliaristi, coi promoter  delle più nefaste bolle finanziarie, per  espellere i cittadini dal luogo sono nati e vissuti, costringendoli a lasciare le case “dentro le mura- perlopiù simboliche” e spostarsi “fuori”, in spazi residuali, in non-luoghi, in “zone grigie”, in junk space,  in appositi dormitori, mal collegati da reti di trasporti  vetuste, sprovvisti di servizi, brutti in posti brutti, che quindi si meritano oltraggi aggiuntivi alla cancellazione della memoria e dell’appartenenza anche imponendo “altri”  ancora più indigenti, ancora più molesti, ancora più feriti, dai quali è doveroso risparmiare le geografie dello sfarzo e del privilegio.

E cosa volete aspettarvi dai servitori in livrea dello stesso sistema che provoca i danni, li “denuncia” per incolparci e sa agire solo con la forza e la repressione, se non pretese di innocenza e invocazioni di forza, autorità e costrizione? Strumenti che paradossalmente penalizzano le due città che coesistono in uno stesso luogo, quella dei ricchi e quella dei miserabili, Parioli e Bastogi, Vomero e Forcella, San Babila e Giambellino, i ghetti del lusso, controllati e difesi da vigilanti e sistemi di sicurezza che trasformano i fortunati in reclusi spaventati e rabbiosi e i recinti della miseria  coi loro reticolati veri o virtuali e i loro prigionieri intimoriti e incolleriti. Chi ha seminato violenza oggi teme la violenza che ha generato e che li minaccia, quella dei  “gatti in tangenziale”, di chi da sempre è confinato nelle geografie  del malessere dove l’unica voce che arriva dai palazzi è quella del più trucido, dove i condannati alla marginalità si sentono traditi tanto da consegnarsi a Forza Nuova che rivendica di avere in pugno cinque o sei quartieri, tanto da volersi rivalere  su quelli che vengono conferiti nelle discariche umane del benessere, vite nude senza documenti e fissa dimora, scarti mandati dove ci sono già altri scarti.

Il trailer dell’horror che si sta girando in Cile ci insegna che bisogna aver paura della paura dei potenti e combatterli prima che abbiano la meglio su di noi.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: