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Mannaggia al people

Zingaretti-1-720x300In un Paese dove da oltre vent’anni l’ingiustizia sociale è diventata il principale programma politico di ogni schieramento, la richiesta di giustizia suona quanto meno ipocrita e occasionale, anzi davvero irreale. Così la manifestazione milanese che ha fatto da preludio all’elezione del commissario Montalbano alla segreteria Pd (vedi questo  spassoso video ) e diretta contro i respingimenti dei migranti ha utilizzato una causa sacrosanta per nascondere dietro il velo della folla la nullità delle idee. Cominciamo dal titolo della manifestazione che di per sé è già un ottimo segnale, “People, prima le persone”. Evidentemente si è voluto evitare di usare il termine popolo e così si è utilizzata la solita tecnica dell’anglofonia per svicolare ed eufemizzare. Magari adesso si pretende che ci sia stata una fetta di popolo al corteo, ma in realtà people vuol dire gente che è tutt’altra cosa, anzi è la famosa ggente del berlusconismo, la massima espressione collettiva possibile del mercato degli individui – merce.

A uno come me verrebbe subito da domandarsi perché in inglese non ci sia una parola specifica per popolo, ma per ora vi faccio grazia di un discorso su lingua, valori e politica che per una certa sinistra con il complesso di Peter Pan è come l’isola che non c’è, pur essendo pronta ad ogni più o meno onesta illusione : ci basta prendere atto dell’anguillesco uso coloniale del termine, perché forse quel people serve anche ad asseverare la santa alleanza con le oligarchie di comando che  poi provocano le migrazioni. E non c’è niente di meglio per dimostrarlo che l’invito, anzi l’ordine di Trump perché  Gran Bretagna, Francia, Germania, si riprendano i loro foreign fighters, mandati prima a simulare una guerra civile in Siria, poi a tentare la conquista del Paese e oggi assediati a Baghouz. Quale migliore prova che almeno un milione di profughi è stato causato proprio dai giusti dell’accoglienza? Ma comunque alla testa della manifestazione c’erano i candidati alla segreteria del Pd Maurizio Martina e Nicola Zingaretti, il sindaco Giuseppe Sala aduso all’accoglienza incondizionata di mazzette, Ornella Vanoni, la socialista, poi democristiana prima di diventare silicone animato e una una trentina di associazioni, dall’Arci a Cgil Cisl Uil, speranzose che con un possibile ritorno di ex Pci, Pds, Ds alla guida del Pd, l’associazionismo collaterale possa tornare a contare qualcosa dopo il renzismo che aveva cancellato o quasi i corpi sociali intermedi. Ma c’erano anche gli antagonisti di cartello che non si sa bene se ci fossero nella speranza di tirare dalla loro gli altri o per mitigare il proprio senso di isolamento.

Ma il tutto aveva l’unico scopo di  mostrare una vitalità di tipo galvanico e di gettare fumo politico negli occhi, ossia dimostrare che la solidarietà è possibile anche dentro un sistema nella società competitiva ed egoistica per la quale la mitica crescita è diventato un santo graal che sanguina dei diritti perduti e di precarietà assoluta. E infatti sappiamo bene quanto siano stati ugualitari e solidali i job act, le leggi Fornero, le deregulation in favore di ogni tipo di padroncini, lo sfascio dello stato sociale, della scuola e della sanità, gli attentati alla Costituzione. Sappiamo quanto prima siano arrivate le persone: si è trattato insomma di una manifestazione in cui l’accoglienza è diventato un mezzo per altri fini e che in realtà finisce per portare acqua al mulino di Salvini o fare da espiazione preventiva per i peccati futuri. Del resto quale altro argomento potrebbero mettere in campo per far venire prima le persone che non siano quelle costrette alla tragedia delle migrazioni dal sistema occidentale? Ci aspettiamo da un momento all’altro un sollecito intervento di Zingaretti  in favore di Guaidò, Macrì,  o Macron che si sa quanto amino le persone e che sono la galassia di riferimento coloniale del mondo occidentale. Anzi in realtà questo c’è già stato visto che il nuovo segretario non ha perso l’occasione di rilanciare una foto fake di giro spacciata per l’immagine di un corteo contro il governo venezuelano. Però il fratello del commissario è già diventato per la Rai e per i coristi dello status quo di qualunque ambito come la Madonna di Mejugorie del cambiamento. Chi la vede è salvo, anzi mondo di ogni peccato e perciò c’è la corsa alla visione.

Però chi non crede nell’umanità ipocrita ed eterodiretta dovrebbe ben guardarsi da manifestazioni che la simulano come in un gioco di ruolo perché in questo modo si fanno alibi viventi per i loro avversari e in ogni modo giocano dentro uno spazio politico che più angusto e asfittico non si potrebbe immaginare. Andare a traino non ha mai cambiato nulla, anzi cambia solo chi si fa trascinare.

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Il socialismo dei ricchi

ricchezza-disuguaglianzaA ciascuno di voi sarà capitato di interrogarsi sul socialismo e dunque difficilmente potrebbe immaginare quanto sia rozza e primitiva la concezione che ne ha l’uomo della strada al di là dell’oceano atlantico: come di un sistema in cui nessuno è ritenuto responsabile e nessuno deve lavorare per ciò che riceve. In Europa dove una simile fesseria non potrebbe passare, non prima almeno del definitivo rimbambimento mediatico e scolastico, si preferisce suggerire che le leggi economiche impediscono l’uguaglianza o comunque un forte stato sociale: è un’idiozia anche questa, ma in qualche modo più complessa perché non fa riferimento a un’ ipocrita etica protestante e quacchera, ma a sedicenti strutture portanti della società.

Paradossalmente però il socialismo inteso nella versione ridicola e grossolana di ottenere qualcosa senza fare nulla, è esattamente il sistema che il capitalismo neo liberista sta creando per la società dei ricchi che guadagnano cifre sempre più alte senza aver svolto alcuna attività in tutta la loro vita: oggi il 60% della ricchezza americana è ereditata. Forse sarebbe il caso di riequilibrare la situazione, invece Trump ha tagliato la tassa di proprietà per i valori inferiori ai 22 milioni di dollari, mentre il leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, sta ora proponendo di abrogare completamente la tassa di successione. Nei prossimi anni si calcola che circa trentamila miliardi di dollari dei miliardari e milionari nati tra la fine della guerra e il la prima metà degli anni ’60 passeranno ai loro figli  che saranno in grado di vivere grazie a questi beni e lasciarli praticamente intatti ai loro figli senza pagare un soldo di tasse: nel giro di alcune generazioni. quasi tutta la ricchezza del Paese  sarà nelle mani di poche migliaia di famiglie nullafacenti. Cosa dire dei principi capitalistici secondo cui le persone guadagnano ciò che valgono sul mercato e che i guadagni economici dovrebbero andare a coloro che li meritano?

Che è stata un’illusione ed ora è un’aperta presa in giro. Questo socialismo dei ricchi emerge da ogni cronaca. Per esempio dai 21 miliardi risparmiati nell’ultimo anno dalle grandi banche grazie ai tagli fiscali, molti dei quali sono finiti in bonus per i dirigenti, mentre contemporaneamente venivano licenziati 4000 impiegati, insomma socialismo per gli alti dirigenti, capitalismo per i dipendenti. Oppure possiamo fare l’esempio di General Motors che ha goduto di 600 milioni di dollari in commesse federali e 500 milioni di sgravi fiscali, parecchi dei quali sono andati agli alti dirigenti tra cui 22 milioni di dollari all’amministratore delegato Mary Barra, in compenso i lavoratori hanno ricevuto la loro dose di duro capitalismo con un piano da 14 mila licenziamenti. Ma oggi  in tutta l’America, i dirigenti ricevono liquidazioni d’oro mentre i loro impiegati ricevono i cartoncini rosa di licenziamento. Per esempio Sears, la grande catena di negozi al dettaglio per l’abbigliamento è andata in bancarotta perché non riusciva a pagare i dipendenti, ma ha distribuito ai propri dirigenti 25 milioni di dollari. Ma è anche il caso di Pacific Gas ed Electric i cui impianti fatiscenti e difettosi (con l’aggiunta di falsificazione di documenti) sono stati la causa dei devastanti  incendi nella California settentrionale, ma il responsabile del settore è stato liquidato con quasi / milioni di dollari. La stessa cosa la troviamo riguardo a Richard Smith Ad di Equifax , che è andato via dall’azienda con una liquidazione di 18 milioni dopo aver causato una violazione della sicurezza che ha esposto le informazioni personali di 145 milioni di consumatori. Quasi la stessa storia di Carrie Tolstedt ceo Wells Fargo che se ne è andato con una liquidazione da  125 milioni dopo essere stato responsabile dell’unità che ha aperto oltre 2 milioni di account di clienti non autorizzati.

Esempi di questo tipo se ne possono fare a centinaia e dimostrano che duro lavoro e merito c’entrano ben poco nella ricchezza: tutti i personaggi citati hanno raggiunto quelle posizioni perché erano già ricchi, mentre il resto degli americani è stato via via assoggettato a un capitalismo duro e arbitrario che via via li esclude dalla torta economica. Trump ha detto che l’America non sarà mai socialista, ma questo quando si tratta del popolo, i ricchi hanno già il loro socialismo separato come del resto sta accadendo in tutto l’occidente come sappiamo benissimo, visto che anche qui siamo derubati a mano bassa.


Siamo tutti venezuelani

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La post democrazia di Guaidò quando negli scorsi esprimeva le sue idee

Se ieri qualcuno di voi avesse per caso visto qualche Tg o anche qualche sequenza di patchwork informativi dovrebbe davvero cominciare a tremare. A me che di solito mi tengo ben lontano da queste forme di informazione paludata, ma paludosa è capitato ieri  perché volevo sapere qualcosa sui danni prodotti dal vento e naturalmente questo ha comportato inevitabilmente l’orrore di assistere impotente allo scempio di verità perpetrato a canali unificati sul Venezuela in cui viene completamente omessa la grande manifestazione a sostengo del governo Maduro con centinaia di migliaia di persone, mentre si ciancia di tre soldati che sarebbero fuggiti in Colombia nonché degli “aiuti” che stanno gloriosamente giungendo allo squallido burattino Guaidò. Si tratta di un tipo informazione che non è nemmeno vergognosa, è metafisica, vacua, potrebbe anche essere dadaista se fosse intelligente e non vi si percepisse in sottofondo il sudore acre di Lucignoli e Pinocchi.

Non trattiene la propria indignazione persino un ex deputato del Pd e prima del Pds, il sociologo Pino Arlacchi, l’amico di Falcone e Borsellino che redasse il progetto esecutivo della Dia e ideò molte delle strategie della politica antimafia. Doveva diventare il supervisore dei servizi informativi italiani, ma la sua nomina fu bloccata con un trucco da Washington che per la bisogna fece riferimento ad ambienti criminali, in quanto “pericolo per il mondo libero”: “Ho appena terminato uno studio della crisi del Venezuela basato su documenti ONU e di centri di ricerca indipendenti. Mi è stato difficile mantenere la calma mentre davanti ai miei occhi si componeva una narrativa opposta a quella corrente. Il caso del Venezuela si configura nei termini di una gigantesca truffa informativa che ci oltraggia ogni giorno con notizie false, omissive e distorte su ciò che accade in quel paese. 

Sono le barbare sanzioni americane inflitte dal 2015 in poi approfittando del crollo del prezzo del petrolio, e cioè della maggiore fonte di entrate pubbliche del Venezuela, e non le politiche sbagliate dei governi Chavez-Maduro a detenere la massima colpa del dramma odierno sofferto da 32 milioni di persone. L’economia del Venezuela è crollata a causa del blocco delle importazioni dovuto all’impossibilità di usare il dollaro per pagarle dopo l’imposizione delle sanzioni da parte prima di Obama e poi di Trump.
Gli ospedali del Venezuela sono rimasti senza medicine perché le banche internazionali si rifiutano di accettare i relativi pagamenti in dollari da parte del governo Maduro.  E così sta accadendo per il cibo e per le risorse necessarie a far funzionare la macchina produttiva. L’opera viene completata dall’accaparramento di beni e dal mercato nero dominati dai gruppi mafiosi locali protetti e incoraggiati dall’ opposizione e dalla longa manus del governo USA.

C’è poi una mafia valutaria che ha distrutto la moneta locale, il bolivar, alimentando un iperinflazione senza riscontro nei fondamentali dell’economia. Mafia protetta anch’essa da chi vuole far crollare il governo legittimo e consegnare uno dei paesi più ricchi di risorse naturali del mondo nelle mani degli Stati Uniti.
Come?
Tramite la solita ricetta neoliberista di privatizzazioni, liberalizzazioni e tagli della spesa sociale promessa da Guaidò ed altri pupazzi manovrati dal governo USA e dalle sue estensioni internazionali. Questa è una prima sintesi dei risultati della mia ricerca. In un post successivo approfondirò ancora e vi indicherò le fonti cui ricorrere per contrastare questa industria della menzogna globale.

Mi sono permesso di riportare questo brano perché è del tutto evidente che il problema non riguarda solo il Venezuela, ma ci riguarda tutti, tutti noi che per essere indottrinati dai sacerdoti e dai chierichetti dobbiamo pure pagare un canone. Gli stessi sistemi, la medesima tipologia narrativa è stata adottata quando il governo doveva contrattare con Bruxelles la finanziaria e le oligarchie europee volevano punire il governo per il solo ardire di esserci. E giù balle stratosferiche sui bilanci, cretinerie d’agenzia, indignazione di grandi e piccoli politicanti e teste d’uovo sodo:  sapevano bene che senza qualche soldo in più, un governo profondamente diviso tra due visioni del tutto incompatibili e diciamolo pure, modesto fino all’indigenza, non avrebbe potuto resistere a lungo. tentare di confondere e di mescolare le carte in tavola lo avrebbe indebolito e spinto a innalzare bandiera bianca. Non crediate che guardando un tiggi di qualunque origine possiate avere il sospetto che qualcosa non vada nella narrazione sul Venezuela, ma che la cosa riguardi solo quel contesto: riguarda noi direttamente che possiamo essere presi per il naso e per la gola dall’ideologismo neoliberista che si salda sempre più strettamente con le forme dell’imperialismo. Siamo venezuelani anche noi.


Che i ricchi piangano, parola di nobel

DkBJPrcXoAAqQa9Ieri mi sono preso una vacanza dalla cronaca incalzante, ma sempre più spesso nauseante per fornire un piccolo spaccato dell’analfabetismo contemporaneo e di come venga vezzeggiato, ma oggi torno in medias res occupandomi di una piccola rivoluzione americana che vede come protagonisti alcuni parlamentari eletti nelle tornata di medio termine. Si tratta di quattro o cinque democratici che hanno sconfitto a sorpresa i candidati forti del partito e si sono rivelati lontanissimi dalle sue linee tradizionali di neoliberismo compassionevole. Sono ormai un’altra cosa e soprattutto questa cosa comincia a far breccia nell’elettorato. La più brillante di questo gruppetto di avanguardia è Alexandria Ocasio – Cortez la quale viene costantemente avvolta da un involucro di anatemi sia da parte dei conservatori che del suo stesso partito. Apriti cielo poi quando Aoc – come viene chiamata vista l’impossibilità per un americano medio e bianco della Est Coast di pronunciarne il  nome – è la sua proposta di portare all’80 per cento l’aliquota massimale delle tasse per ricchi e super ricchi.

In mezzo alla canea liberista Aoc ha trovato però un alleato del tutto inaspettato in un premiato dell’economia (dire nobel è perpetuare una falsità) come Paul Krugman che sulle pagine del New York Times ha pubblicamente preso le difese della neo eletta, portando a testimonianza studi e analisi di due sacerdoti dell’ortodossia economica che asseverano non solo la totale correttezza di questa tesi, ma ne illustrano anche l’opportunità. Peter Diamond, altro premiato dalla banca di Svezia, insieme ad Emmanuel Saez, ha stimato che l’aliquota fiscale massima ottimale è del 73 per cento sebbene per qualcuno non sia ancora sufficiente e indichi come ha fatto la macro economista Christina Romer (docente di economia alla Berkeley) la cifra dell’80 percento: alla base di questa analisi ci sono due presupposti: quella di un’utilità marginale decrescente e quella dei mercati competitivi. Quella dell’utilità marginale decrescente è l’idea di buon senso secondo cui un dollaro in più vale molto meno in termini di soddisfazione economica per le persone con redditi molto elevati rispetto a quelle con redditi bassi. Lascio la parola a Krugman:

“Se diamo a una famiglia con un reddito annuo di 20.000 dollari una somma extra di 1.000 dollari, questo fa una grande differenza per la loro vita. Se invece diamo questi mille dollari a uno che ne guadagna 1 milione, probabilmente nemmeno se ne accorge. In termini di politica economica, questo significa che non dobbiamo preoccuparci degli effetti di una politica sui redditi dei molto ricchi. Una politica che rende i ricchi un poco più poveri interessa solo un piccolo gruppo di persone e avrà un peso impercettibile sulla qualità della loro vita, dato che saranno ancora in grado di comprare tutto ciò che vogliono. Inoltre in un’economia perfettamente competitiva, senza potere di monopolio o altre distorsioni  ognuno viene pagato nella misura della sua produttività marginale. Questo significa che, se vieni pagato 1000 dollari all’ora, è perché ogni ora in più del tuo lavoro aggiunge un valore pari a 1000 dollari ai risultati economici. In questo caso, tuttavia, perché ci preoccupiamo di quanto lavorano i ricchi? Se un ricco lavora un’ora in più, aggiungendo 1000 dollari all’ economia, ma viene pagato 1000 dollari per i suoi sforzi, il reddito combinato di tutti gli altri non cambia, o meglio cambia solo in funzione del gettito fiscale generato. Per dirla in poche parole l’aliquota fiscale ottimale per le persone con redditi molto alti è il tasso che riscuote il più alto livello di entrate possibile. Diamond e Saez hanno stabilito il tasso ottimale al 73 percento”. Una cifra che come si è visto appare fin troppo bassa secondo altri economisti.

Da notare che tutto questo nasce all’interno della teoria standard dell’economia capitalista di cui il neoliberismo è un’estensione radicale, ma proprio per questo indica un’inversione di rotta rispetto al reaganismo – thatcherismo con tanto di curva di Laffer che ha dominato gli ultimi cinquant’anni e che rappresenta, se vogliamo rimanere alla cronaca attuale, una sconfessione delle idiozie della flat tax amata ovviamente dai grandi ricchi, ma anche dai piccoli bottegai illusi di poter campare ancora una stagione mentre stanno per essere spazzati via dai leviatani che il neo liberismo privo di freni ha creato.  Del resto sommersi da lustri con tonnellate di paccottiglia, depistaggi, silenzi e frasi fatte, si ignora che le condizioni illustrate da Krugman sono esattamente quelle che c’erano dal dopoguerra sino ai primi anni ’70, ovvere quelle che hanno guidato il miracolo economico occidentale: gli scaglioni massimali delle tassazioni dirette si aggiravano dall’85 al 90% e in qualche caso anche oltre. Man mano che tali aliquote sono state abbassate l’economia, intendo l’economia reale, ha conosciuto un lento e costante declino, tanto che le due curve possono essere sovrapposte almeno fino a che il meccanismo non è andato tanto avanti da creare una crescita logaritmica della disuguaglianza.

L’illusione che il rendere i ricchi più ricchi avrebbe creato ricchezza per tutti è già svanita da un bel pezzo e si è trasformata nella bugia dell’elite e dei suoi valletti che la vogliono imporre politicamente e in maniera autoritaria attraverso una panoplia di strumenti, come ad esempio lo scippo di democrazia costituito dalla Ue e dalla moneta unica. Solo così essi possono avere la faccia di indicare il spacciare per futuro un vicolo cieco.


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