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Turismo di cacca

turismo-mondiale-580x400 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lunedì scorso delle giovani turiste che non sappiamo se fossero scese a terra da una delle grandi navi da crociera, hanno contribuito con la loro personale polluzione all’impronta ecologica della ex Serenissima . Entrate in un elegante negozio di abbigliamento di Venezia e scelti dei capi firmati, chiedono di provarli e se li portano in camerino, da dove escono frettolosamente: “grazie non vanno bene”, dicono andandosene. La commessa che va per riporli ha la sorpresa di scoprire che nello stanzino hanno defecato e si sono pulite il sedere con gli abiti.

Una delle destinazioni turistiche più popolari dell’Islanda, isola di 335.000 abitanti contro i due milioni e mezzo di turisti per lo più americani,  è Jokulsarlon. Un gruppo di investitori esteri, che ha acquistato un esteso appezzamento da una banca in asta per farne un mega villaggio, è deciso a combattere contro la prelazione dell’acquisto da parte dello stato islandese, che aveva affidato la gestione della laguna e delle sue coste al parco nazionale di Vatnajokull. E è quasi certo che vincerà la sfida, perché ormai il turismo, che nel 2017 ha generato il 20% del Pil, è diventato la principale fonte di reddito del paese, sostituendo la sua economia a quella delle industrie della pesca e dell’alluminio, cambiando il volto del Paese, quello ambientale e quello sociale. Le infrastruttura stradali non ce la fanno a sopportare la pressione,  gli hotel sono saturi, l’esplosione di Airbnb ha alzato il prezzo degli alloggi nella capitale a scapito degli abitanti delle città, che ora lottano per trovare alloggi a prezzi accessibili, i servizi igienici, quelli ospedalieri così come i parcheggi e la segnaletica sono insufficienti, e i siti  finora incontaminati e tutelati, sono ora presi d’assalto.

Un recente rapporto dell’Ue ha segnalato che in Israele si registra un abnorme  incremento della promozione turistica nei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est, grazie a iniziative come il Parco di City of David, i sentieri escursionistici verso il Golan,  perfino una funivia, al fine di espandere gli insediamenti e le infrastrutture, legittimando con finalità culturali oltre che commerciali,  l’occupazione.

Nelle Baleari, 1,1 milione di abitanti, arrivano ormai quasi tre milioni di visitatori a “buon mercato” con una spesa media di 100 euro al giorno, molto più bassa rispetto alla Francia e più ridotta è la permanenza  media, che è scesa a circa 7 giorni. Il settore sta passando sempre di più dalle mani dei tour operator e delle catene alberghiere a quelle dei siti internet come Airbnb, con un inevitabile rincaro di affitti e prezzi, e la “espulsione” dei residenti attribuibile anche  alla ripercussione della pressione turistica sui servizi pubblici (in primo luogo sulla sanità), che non riescono a conciliare le necessità di questa popolazione stagionale con quella degli abitanti.

In Spagna se la produttività aumenta appena di poco meno dell’un per cento all’anno, è perché è legata a comparti  settori a bassa redditività, come il turismo dove abbondano l’occupazione e i lavori scarsamente qualificati, ha ricordato più volte  Ada Colau, sindaco di Barcellona, nota per aver dichiarato di non voler contribuire a far fare alla sua città “la fine di Venezia”. E si segnalano ormai forme di disubbidienza civile che sono state paragonate spericolatamente da Partito Popolare alle azioni di guerriglia urbana degli indipendentisti baschi,  anche se in realtà di sono limitate al lancio di coriandoli e alla serrata di alcuni locali della movida.

Il fatto è che non esiste ormai località al mondo dove non capiti almeno una volta l’anno un viaggiatore per caso. Si definiscono ormai “mete” turistiche le città in cui il numero di visitatori annui supera di gran lunga il numero di abitanti: quindi Venezia, Firenze,  Kyoto, Dubrovnik, Bruges,  ma anche metropoli grandi come Roma o Barcellona, Parigi e Londra  e perfino  New York, se ci si limita all’isola di Manhattan. Con la differenza che per alcune si tratta della sola industria locale come una volta  Detroit e Torino erano le città dell’automobile,  Essen quella dell’acciaio,  Clermont-Ferrand quella della gomma. E quelle si convertono in Luna Park dove i residenti, sempre meno, si prestano attività servili o sono costretti a interpretare una rappresentazione della loro esistenza secondo stereotipi antropologici e sociologici, con tanto di costumi tradizionali: damine del Settecento a imporre concerti di Vivaldi in chiave hiphop, gondolieri che strimpellano ‘O sole mio, stornellatori fiorentini che trasportano le Cascine sopra la sottovia di Nardella.

La fabbrica globale delle “destinazioni” consta di circa 230 milioni di posti di lavoro (dati Ue), 9,4% del Pil europeo (15,5 in Spagna, 10,2 in Italia), dati formidabili che snocciolati così danno l’impressione di una potenza moderna, immateriale e comunque leggera, mentre invece è pesantissima, causa devastazioni e danni fatta com’è di costruzioni, infrastrutture, auto, aerei, navi ( in Europa le crociere inquinano più di 260 milioni di vetture).

Il marchio di patrimoni dell’umanità dell’Unesco condanna gli abitanti all’esodo, secondo un tragico paradosso: non possono più stare dove sono nati e vissuti anche se il loro reddito in parte sempre maggiore dipende dall’invasione, spesso costretti a ritorni giornalieri nella loro città in veste di comparse, affittacamere di proprietà nelle quali non possono più permettersi di vivere, deplorati in quanto parassiti che si approfittano della dabbenaggine del visitatore distratto dal suo ruolo di cliente consumatore di luoghi, bellezza, storia, arte, cucina, vini e souvenir uguali alle loro imitazioni di ogni latitudine, impreparato e impermeabile all’esperienza che sta vivendo tanto che ormai il fotografare sostituisce il vedere e quello che lo circonda è ridotto a location dei suoi selfie.

So già che quello che ho citato fino ad ora verrà rintuzzato da chi ricorda che la possibilità di viaggiare, visitare posti nuovi, godere di ferie pagate non è un lusso ma una conquista ottenuta al prezzo di lotte, che rispecchia una ulteriore disuguaglianza aggiuntiva alle tante della nostra contemporaneità: da una parte il turista acculturato che spende e ha il diritto di pretendere, dall’altra quello frettoloso, disinformato e ignorante che non possiede le prerogative per godere dei doni della cultura, della natura e della creatività.

Mentre nessuno dovrebbe compiacersi che il turista ciabattone  venga deportato in pullman, nave, messo in fila in un corteo di pellegrini a sfiorare pietre secolari e dare uno sguardo di sfuggita a opere immortali, finendo per mangiare panini sottovuoto seduto sui masegni di Piazza San Marco come nell’intervallo tra due consegne di Amazon.

Che poi il sistema è lo stesso collaudato dal signor Ford che regalava qualche fuori busta ai suoi dipendenti perché potessero investirlo comprando una delle sue auto, quello degli 80 euro renziani e del contributo per acquisti “culturali”, nono poi diverso dall’elargizione di uno stadio della Roma o della Fiorentina al posto di servizi per la città, della Tav  per recapitare le merci alla madamine invece delle infrastrutture per i pendolari.

E consiste nell’offerta di consumi di massa per ridurre al letargo la massa, erogando qualche sogno e qualche gita al posto dei diritti e della legittima soddisfazione di aspettative e talenti e qualche selfie/ricordo al posto della memoria della dignità, permettendo la sosta per i picnic e le foto di gruppo nelle piazze dove un tempo ci si trovava tutti insieme tutti nello stesso tempo e nello stesso luogo per far sentire il grido della libertà.

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