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Turismo di cacca

turismo-mondiale-580x400 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lunedì scorso delle giovani turiste che non sappiamo se fossero scese a terra da una delle grandi navi da crociera, hanno contribuito con la loro personale polluzione all’impronta ecologica della ex Serenissima . Entrate in un elegante negozio di abbigliamento di Venezia e scelti dei capi firmati, chiedono di provarli e se li portano in camerino, da dove escono frettolosamente: “grazie non vanno bene”, dicono andandosene. La commessa che va per riporli ha la sorpresa di scoprire che nello stanzino hanno defecato e si sono pulite il sedere con gli abiti.

Una delle destinazioni turistiche più popolari dell’Islanda, isola di 335.000 abitanti contro i due milioni e mezzo di turisti per lo più americani,  è Jokulsarlon. Un gruppo di investitori esteri, che ha acquistato un esteso appezzamento da una banca in asta per farne un mega villaggio, è deciso a combattere contro la prelazione dell’acquisto da parte dello stato islandese, che aveva affidato la gestione della laguna e delle sue coste al parco nazionale di Vatnajokull. E è quasi certo che vincerà la sfida, perché ormai il turismo, che nel 2017 ha generato il 20% del Pil, è diventato la principale fonte di reddito del paese, sostituendo la sua economia a quella delle industrie della pesca e dell’alluminio, cambiando il volto del Paese, quello ambientale e quello sociale. Le infrastruttura stradali non ce la fanno a sopportare la pressione,  gli hotel sono saturi, l’esplosione di Airbnb ha alzato il prezzo degli alloggi nella capitale a scapito degli abitanti delle città, che ora lottano per trovare alloggi a prezzi accessibili, i servizi igienici, quelli ospedalieri così come i parcheggi e la segnaletica sono insufficienti, e i siti  finora incontaminati e tutelati, sono ora presi d’assalto.

Un recente rapporto dell’Ue ha segnalato che in Israele si registra un abnorme  incremento della promozione turistica nei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est, grazie a iniziative come il Parco di City of David, i sentieri escursionistici verso il Golan,  perfino una funivia, al fine di espandere gli insediamenti e le infrastrutture, legittimando con finalità culturali oltre che commerciali,  l’occupazione.

Nelle Baleari, 1,1 milione di abitanti, arrivano ormai quasi tre milioni di visitatori a “buon mercato” con una spesa media di 100 euro al giorno, molto più bassa rispetto alla Francia e più ridotta è la permanenza  media, che è scesa a circa 7 giorni. Il settore sta passando sempre di più dalle mani dei tour operator e delle catene alberghiere a quelle dei siti internet come Airbnb, con un inevitabile rincaro di affitti e prezzi, e la “espulsione” dei residenti attribuibile anche  alla ripercussione della pressione turistica sui servizi pubblici (in primo luogo sulla sanità), che non riescono a conciliare le necessità di questa popolazione stagionale con quella degli abitanti.

In Spagna se la produttività aumenta appena di poco meno dell’un per cento all’anno, è perché è legata a comparti  settori a bassa redditività, come il turismo dove abbondano l’occupazione e i lavori scarsamente qualificati, ha ricordato più volte  Ada Colau, sindaco di Barcellona, nota per aver dichiarato di non voler contribuire a far fare alla sua città “la fine di Venezia”. E si segnalano ormai forme di disubbidienza civile che sono state paragonate spericolatamente da Partito Popolare alle azioni di guerriglia urbana degli indipendentisti baschi,  anche se in realtà di sono limitate al lancio di coriandoli e alla serrata di alcuni locali della movida.

Il fatto è che non esiste ormai località al mondo dove non capiti almeno una volta l’anno un viaggiatore per caso. Si definiscono ormai “mete” turistiche le città in cui il numero di visitatori annui supera di gran lunga il numero di abitanti: quindi Venezia, Firenze,  Kyoto, Dubrovnik, Bruges,  ma anche metropoli grandi come Roma o Barcellona, Parigi e Londra  e perfino  New York, se ci si limita all’isola di Manhattan. Con la differenza che per alcune si tratta della sola industria locale come una volta  Detroit e Torino erano le città dell’automobile,  Essen quella dell’acciaio,  Clermont-Ferrand quella della gomma. E quelle si convertono in Luna Park dove i residenti, sempre meno, si prestano attività servili o sono costretti a interpretare una rappresentazione della loro esistenza secondo stereotipi antropologici e sociologici, con tanto di costumi tradizionali: damine del Settecento a imporre concerti di Vivaldi in chiave hiphop, gondolieri che strimpellano ‘O sole mio, stornellatori fiorentini che trasportano le Cascine sopra la sottovia di Nardella.

La fabbrica globale delle “destinazioni” consta di circa 230 milioni di posti di lavoro (dati Ue), 9,4% del Pil europeo (15,5 in Spagna, 10,2 in Italia), dati formidabili che snocciolati così danno l’impressione di una potenza moderna, immateriale e comunque leggera, mentre invece è pesantissima, causa devastazioni e danni fatta com’è di costruzioni, infrastrutture, auto, aerei, navi ( in Europa le crociere inquinano più di 260 milioni di vetture).

Il marchio di patrimoni dell’umanità dell’Unesco condanna gli abitanti all’esodo, secondo un tragico paradosso: non possono più stare dove sono nati e vissuti anche se il loro reddito in parte sempre maggiore dipende dall’invasione, spesso costretti a ritorni giornalieri nella loro città in veste di comparse, affittacamere di proprietà nelle quali non possono più permettersi di vivere, deplorati in quanto parassiti che si approfittano della dabbenaggine del visitatore distratto dal suo ruolo di cliente consumatore di luoghi, bellezza, storia, arte, cucina, vini e souvenir uguali alle loro imitazioni di ogni latitudine, impreparato e impermeabile all’esperienza che sta vivendo tanto che ormai il fotografare sostituisce il vedere e quello che lo circonda è ridotto a location dei suoi selfie.

So già che quello che ho citato fino ad ora verrà rintuzzato da chi ricorda che la possibilità di viaggiare, visitare posti nuovi, godere di ferie pagate non è un lusso ma una conquista ottenuta al prezzo di lotte, che rispecchia una ulteriore disuguaglianza aggiuntiva alle tante della nostra contemporaneità: da una parte il turista acculturato che spende e ha il diritto di pretendere, dall’altra quello frettoloso, disinformato e ignorante che non possiede le prerogative per godere dei doni della cultura, della natura e della creatività.

Mentre nessuno dovrebbe compiacersi che il turista ciabattone  venga deportato in pullman, nave, messo in fila in un corteo di pellegrini a sfiorare pietre secolari e dare uno sguardo di sfuggita a opere immortali, finendo per mangiare panini sottovuoto seduto sui masegni di Piazza San Marco come nell’intervallo tra due consegne di Amazon.

Che poi il sistema è lo stesso collaudato dal signor Ford che regalava qualche fuori busta ai suoi dipendenti perché potessero investirlo comprando una delle sue auto, quello degli 80 euro renziani e del contributo per acquisti “culturali”, nono poi diverso dall’elargizione di uno stadio della Roma o della Fiorentina al posto di servizi per la città, della Tav  per recapitare le merci alla madamine invece delle infrastrutture per i pendolari.

E consiste nell’offerta di consumi di massa per ridurre al letargo la massa, erogando qualche sogno e qualche gita al posto dei diritti e della legittima soddisfazione di aspettative e talenti e qualche selfie/ricordo al posto della memoria della dignità, permettendo la sosta per i picnic e le foto di gruppo nelle piazze dove un tempo ci si trovava tutti insieme tutti nello stesso tempo e nello stesso luogo per far sentire il grido della libertà.


La fattoria dei porcellini

animal-farmAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è poco da chiedersi perché Renzi piaccia tanto, al ceto dirigente, a un padronato scomposto e parassitario, ma anche a un’opinione pubblica che preferisce la sicurezza della mediocrità all’incertezza, magari esaltante, della responsabilità e dell’autodeterminazione. Si è fatto uscire di bocca lo scontento per la defenestrazione del secondo Porcello in pochi giorni, perché vincerà delle primarie modulate sullo stesso modelli, che premiano il consolidato, l’apparato sia pure mediatico, perché a tutti i partiti, strutturati o movimentasti, quel sistema faceva un gran comodo, perché probabilmente piaceva anche alla “gente”, quella che brontola, che preferisce delegare, che vorrebbe una politica invisibile, che sfaccenda e amministra il pubblico in stanze lontane e separate, mentre noi, il privato, badiamo alle nostre cure domestiche, ma anche quella che, su fronti diversi spesso opposti, tanto considerava già delegittimato il Parlamento, frutto di designazioni dall’alto, di una sfacciata e generalizzata applicazione del clientelismo, distante e nemico del popolo.

Deve essere così se il ricorso alla Corte è stato presentato da un privato cittadino, che ha determinato un effetto che non era riuscito a un referendum, che era stato ostacolato dall’aborrita politica, che ripete la sceneggiatura di una democrazia dimissionaria e svuotata che affida la sua traballante condizione di vittima volontaria ai magistrati, a un singolo individuo, a una Corte lenta più di un bradipo e riottosa rispetto a scelte impegnative. Eppure proprio questo dovrebbe farci pensare che difenderla questa povera democrazia sarebbe possibile se ce la fa qualcuno che piacerebbe a De Amicis, a Biagi, perfino a Gramellini, insomma ai fan dell’uomo solo che infila il dito nella diga e salva l’Olanda dalla furia delle acque, ai supporter dei vari Davide contro Golia.

Eh si, è possibile, e si potrebbe anche essere più di uno a uscire di casa, spegnere il Pc, dopo aver messo il “mi piace” a quello che ha saputo fare l’Islanda, dove il 20 ottobre 2012, i cittadini hanno approvato con referendum la nuova Costituzione, dopo un percorso radicalmente democratico e non guidato da una maggioranza parlamentare. E che è cominciato quando nel 2009, un anno dopo la consapevolezza di una crisi sconvolgente e dirompente, su iniziativa “popolare”, un’Assemblea di millecinquecento persone (in maggioranza sorteggiate) ha messo a punto l’intelaiatura della nuova Carta, che prevede una autonomia sostanziale dall’Ue in materia economica e ripristina la sovranità minacciata. L’anno successivo, un Consiglio costituzionale veniva eletto a suffragio universale in base a candidature che escludevano parlamentari e membri dei partiti. I venticinque eletti, “normali cittadini”, sono giunti all’approvazione della nuova costituzione dopo una consultazione aperta sul Web.

Sembra un processo elementare, facilmente replicabile, ma che i Casaleggio victim sembrano non conoscere e soprattutto non volere, se il loro leader indiscusso e indiscutibile ha esplicitamente dichiarato di preferire il Porcellum, se i cittadini salvo fugaci entusiasmi su espressioni plebiscitarie in materaid i beni comuni, dimostrano una evidente indifferenza per i referendum sul principale dei beni comuni, il diritto-dovere di votare in un sistema democratico, la difesa della propria sovranità e della Carta che la rappresenta e ne testimonia. Non è chiaro cosa accadrà ora, ma è probabile che su un fronte questo parlamento e il Governo che ha subito in un gioco di finzioni esplicite, proseguiranno la loro opera indisturbati e indifferenti alle questioni di legittimità, quello della manomissione della Costituzione, ridotta a una semplice pedina in opache contrattazioni, quando il disegno di legge di modifica dell’articolo 138, già approvato dal Senato in seconda lettura e che sta per essere portato alla Camera, verrà certamente approvato definitivamente.

A dimostrazione che se la raccontano, se la fanno, se la dicono, un parlamento delegittimato e una maggioranza che proclama in ogni momento d’essere forte perché sa benissimo d’essere debolissima, troveranno davvero una larga intesa per “riformarsi”, in un esteso impiego dell’approccio ad personam a favore della tutela di un ceto, di una classe sempre più separata e ostile al popolo. Adesso non basta un ragazzino che infila un dito nella falla della diga, non possiamo trasferirci in Islanda, ma occorre ricordare che tanti Davide con la fionda possono rovesciare un Golia con i piedi di argilla.


Dall’Islanda comincia la riscossa contro la servitù bancaria

islanda«Dobbiamo lasciare che le banche falliscano, non possiamo essere i responsabili delle malversazioni dei privati».Queste le parole del presidente Ragnar Grímsson  al World economic forum  di Davos, dritte nel cuore di una piaga che affligge tutto il mondo e che da noi si è manifesta con la vicenda del Monte Paschi: le demenziali normative che impongono agli stati di intervenire col denaro pubblico per coprire in tutto o in parte le perdite di aziende di credito private, anzi privatissime. L’Islanda è reduce da una vittoria davanti alla corte dell’Efta (European free trade agreement): non dovrà pagare tutto il debito fatto dalle sue banche, ma solo la parte già sborsata che corrisponde alla garanzia in essere al momento del crack di  Landsbanki. Non si tratta dunque di un ripudio del debito come molti scrivono, ma certamente di una resistenza che alla fine ha salvato l’isola dal dover pagare una cifra che l’avrebbe distrutta economicamente.

Dunque le parole di Grimsson hanno un peso tutto speciale dentro la messa di rito finanziario che viene celebrata sulle Alpi svizzere e sembrano annunciare un giro di boa rispetto a meccanismi che si sono creati nel tempo, non solo ingiusti, ma anche perversi perché deresponsabilizzano le banche e le inducono alla speculazione più selvaggia. E deresponsabilizzano anche i correntisti e i clienti che non sono coinvolti nel rischio della scelta di un istituto di credito piuttosto che un altro. Anche questo è un meccanismo della speculazione che si autoalimenta e del potere finanziario che bestemmia il dio mercato quando occorre.

La cosa curiosa è che dopo averci appestato per decenni con l’esaltazione dell’iniziativa privata, dell’impresa, del mercato, del rischio, scopriamo – sulla nostra pelle in modo diretto, ma soprattutto indiretto – che nel cuore della società liberista esiste un porto franco dove tutto questo è valido finché va tutto bene, finché la spremitura riesce a sostenere la speculazione, ma  che viene improvvisamente negato quando i pasticci vengono a galla. A quel punto l’inefficiente Stato sfruttato e deriso, da ridurre in ogni caso ai minimi termini, diventa il garante universale, il salvagente, il soggetto che moralmente e politicamente ha il dovere di salvare dalla rovina tanti cittadini. Dico che è una cosa curiosa perché da una parte si vorrebbe ridurre lo stato in quanto garante della cittadinanza e dell’idea di diritto opposta a quella di mercato, per poi riesumarlo quando il privato fallisce.

E’ del tutto evidente che questa situazione di fatto, questo assetto incoerente con le stesse teorie economiche nelle quali si abbevera, non è che l’effetto di una pressione politica esercitata negli anni dai poteri finanziari e che si è tradotta in leggi corrive, in accordi internazionali, in normative e prassi tutte favorevoli alla speculazione e a quel profitto illimitato che pochissime persone possono ricavare da una simile condizione di privilegio e di irresponsabilità. E’ ora che il pubblico torni ad essere il motore attorno a cui si organizzano anche i rapporti finanziari, cominciando col negare reti di protezione e paracadute che tutti i cittadini devono pagare. E’ davvero assurdo che uno si debba assicurare per avere una pensione o l’assistenza sanitaria, ma non pensi nemmeno di assicurarsi come correntista e cliente di una banca: quasi che il welfare si sia ridotto ad essere di supporto alle attività speculative private.

Tutto questo finora è stato possibile grazie alla progressiva subalternità della politica ai poteri economici grazie alle generose mance distribuite e soprattutto alla perdita di idee e di partecipazione che hanno coinvolto le società del mondo sviluppato, sempre più a responsabilità limitata. Se volessimo guardare bene dentro il pasticcio del Monte dei Paschi di Siena, scopriremmo che non era il Pd a guidare la banca, ma la banca a guidare il Pd e a indurlo a non contestare, cambiare, elaborare evoluzioni di uno status quo enormemente favorevole ai poteri economici e alle loro logiche. Per questo la rivolta dell’Islanda, ancorché non sia stata una rottura radicale con “il sistema” del liberismo reale, è l’inizio di un cambiamento, il segnale che il pendolo sta invertendo la sua direzione. E  non a caso il giro di boa prende le mosse da un piccolo Paese dove fare comunità non è difficile come altrove dove le persone sono state “atomizzate”. Anche questo è qualcosa di cui fare tesoro.  


Sotto il vulcano: la rivoluzione dell’Islanda

Mentre infuria una ventata di indignazione contro i privilegi della casta teleguidata sottopelle da alcuni media, mentre dei procuratori acquisiscono fascicoli sulle vicende della borsa come se fossero ignari che questo è il capitalismo o forse ispirati da qualcuno che vuole farci credere nel grande vecchio della speculazione, mentre il Paese si sta svegliando dopo molti anni di sonno, ma si rivela per quello che è, il luogo delle rabbie futili che con molta difficoltà divengono politica, altrove si fa la rivoluzione.

E nessuno lo dice. Ecco che cosa davvero mi indigna.

Un piccolo Paese, l’ Islanda si sta ribellando contro i poteri finanziari mondiali e contro la loro filosofia neoliberista. Due referendum hanno sancito il no alla restituzione dei soldi che che le banche locali avevano raccolto all’estero e perso nel turbine  della crisi dei titoli spazzatura. Una nuova Costituzione che li salvaguardi dalle mani adunche del capitalismo di rapina viene dibattuto sul web: insomma i cittadini rifiutano di far gravare su tutto il Paese e sulle future generazioni i costi assurdi dell’economia finanziaria e dei suoi trucchi. La conseguenza è che gli abitanti vivono molto meglio di quelli greci e irlandesi che invece si sono piegati ai “consigli”  molto interessati dell’Fmi.

La situazione islandese non è soltanto interessante in generale, ma ci riguarda molto da vicino perché, come ho già accennato alcune volte è molto probabile che nel giro di alcuni anni l’Italia si trovi nella stessa situazione: il nostro debito è troppo alto per poter essere davvero ripagato senza una crescita straordinaria per la quale non esistono i presupposti o senza un nuovo patto sociale e civile che abbatta un’evasione fiscale sette volte superiore a quella  di Francia e Germania, tanto per parlare nei nostri diretti vicini. E anche qui non sembra che la politica riesca a concepire un new deal dopo vent’anni in cui il “contratto” berlusconiano è stato proprio quello che non cambiasse nulla. Il declino etico e civile ed economico ne è stata la conseguenza e ora pensare di recuperare una situazione a cui molti si sono abbandonati, con indignazioni circoscritte per quanto sacrosante, è come invocare l’aspirina contro la tisi.

La vicenda islandese

Tutto è cominciato nel 2008 con la grande crisi finanziaria. Le tre principali banche del paese, che si erano inzeppate di spazzatura la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, fallirono e vennero nazionalizzate; il crollo della corona che perse l’85 per cento sull’euro, peggiorò drasticamente le cose tanto che alla fine dell’anno il paese dichiarò il default, il fallimento, togliendosi di dosso l’incubo che in questi anni stanno vivendo Grecia e Islanda.

Anche qui sono intervenuti il fondo monetario internazionale e in parte anche la Ue con un prestito, un po’ per costringere l’Islanda, retta da un governo di sinistra, a seguire le logiche imposte dal neoliberismo, un po’ per evitare che l’isola accettasse un prestito di 4 miliardi di euro dalla Russia. Tuttavia la concessione di questo aiuto peloso e certo non gratuito aveva come contropartita, non esplicita, ma concreta la socializzazione del debito, cioè doveva essere la popolazione a farsene carico.

Ed è allora che sono esplosi prima i malumori e poi una netta e irrevocabile opposizione. Del tutto giustificabile peraltro: gran parte del debito infatti era dovuto alla Landsbanki (oggi Landsbankinn)  che aveva lanciato una sorta di banca on line, tipo contro arancio, dal nome Icesave, grazie al quale aveva raccolto oltre 5 miliardi euro in Gran Bretagna e 1,5 miliardi in Olanda. Al momento della crisi non è stato in grado di garantire la restituzione del debito, bloccando così i conti. E’ per questo che Inghilterra e Olanda chiedono ai cittadini dell’Isola di pagare oltre 3 miliardi di Euro al tasso del 3,2% l’anno, per ripianare le perdite. Una parte del dovuto è stato scontato e il resto, secondo la proposta, dovrebbe essere scaglionato fino al 2046. Che sembra tutto sommato ragionevole, ma che è moltissimo per i 200 mila abitanti dell’Islanda. Ed è per questo che è stata rifiutata in un referendum, il secondo, dopo che era stato respinto un primo e più gravoso accordo di restituzione.

Tutto questo però non ha molto senso: perché la Landsbanki non solo era un istituto privato, ma in pratica il 95% della raccolta fondi avveniva al di fuori dell’Isola. Secondo quale logica dovrebbe essere il popolo islandese a pagare per gli errori o anche per i reati (sono stati accertati anche quelli) di banchieri privati che solo per ragioni storiche avevano la loro sede nell’isola? Per quel che ci riguarda potevano anche aprire la loro banca on line tramite filiali autonome o fiduciarie situate in qualsiasi parte del globo o anche una società ad hoc, tanto di fatto i clienti, quelli che venivano illusi con ottimi tassi di interesse, erano fuori dall’Islanda. E anche i prodotti venduti non avevano nulla a che fare con la terra dei vulcani, ma con quel cavernoso infero di soldi fasulli che girano per il mondo.

Però proprio questo è l’ideologia biforcuta del neoliberismo: uno stato ridotto al minimo, ma responsabile dei disastri compiuti dai privati. E naturalmente dicendo stato s’intendono i cittadini e soprattutto i ceti più poveri che senza mai aver acquistato un titolo si trovano a pagare per i benestanti che stanno a duemila chilometri di distanza. Le ragioni sociali e di convivenza non hanno alcun posto in questo universo la cui ragione di esistere è solo l’avidità.

Giustamente gli islandesi si sono opposti con tutte le loro forze tanto più che le leggi internazionali permettono a ogni stato di agire in difesa dei propri interessi vitali. Anzi sono andati molto oltre i due no referendari: vogliono a grande maggioranza una nuova Costituzione su base completamente popolare che finalmente metta al sicuro i singoli cittadini dai predoni della finanza.

Certo le pressioni continueranno, ma,  come è accaduto anche per altri Paesi, i creditori dovranno ridurre e di molto le loro pretese se vorranno vedere qualcosa. Ma soprattutto cercheranno, come di fatto sta avvenendo, di  non far conoscere le smagliature a cui sta andando incontro il sistema. Del resto la perdita fa parte del rischio dell’investimento che in questo caso, come per la Lehman Brothers e tante altre banche, non dipende da questo o quel Paese ma da istituzioni private. Che poi i governi si preoccupino di tutelare gli istituti di credito privati, può essere una scelta, ma non certo obbligata. Anzi direi, ma questa è una mia personale opinione, che tale garanzia  dipende non soltanto dall’opaco intreccio di poteri nel quale spesso lo Stato è perdente, ma anche da un fatto tecnico: senza una tutela pubblica le banche dovrebbero offrire interessi molto più alti a chi presta loro i soldi. Cioè a noi tutti.

E L’Italia?

Al contrario di quando si è detto e scritto la copertina dello Spiegel è in realtà dolente: Ciao bella , declino del Paese più bello del mondo. Il sarcasmo è dedicato al protagonista del declino stesso, al Gondolier Berlusconi

Non ci facciamo illusioni: come ho già detto prima l’enorme debito pubblico, difficilmente potrà essere ripianato senza ridurre e di molto il tenore di vita di due o tre generazioni. E anzi proprio la riduzione del tenore di vita renderà probabilmente inutili i sacrifici. Quindi l’idea di una ristrutturazione del debito e dunque di un default morbido prima o poi arriverà al tavolo delle nostre paure. D’altro canto solo il 13% dei titoli di stato appartengono a cittadini italiani, il resto è in mano per gran parte alle banche nostrane mentre una certa quota appartiene ad investitori stranieri, tra cui spicca l’immancabile Vaticano.  Quindi una ristrutturazione del debito sarebbe più che possibile, salvaguardando quel 13 per cento di cittadini italiani e ricontrattando con banche  e investitori esteri, soprattutto là dove è possibile intravvedere qualcosa di poco chiaro. Certo non sarebbe una passeggiata, ma nulla in confronto alla macelleria sociale di cui oggi vediamo appena appena un inizio.

Nessuno, tanto meno il neoliberismo, ha interesse a suicidarsi mandando in fallimento un Paese del peso dell’Italia, oltre al fatto che da un default duro gli investitori rischierebbero di non ricavarne nemmeno un euro: spazio per la contrattazione ce n’è, tanto più che in gran parte sarebbe una contrattazione casalinga. E certo dare un esempio di democrazia e di determinazione come l’Islanda, piuttosto che vivere un tempo indeterminato sotto ricatto, nella disuguaglianza, in preda a poteri forti, non sarebbe poi così spiacevole. Almeno non vedremmo le copertine di Berlusconi gondoliere.


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