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Lavorare da morire

mb Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una notizia che ieri non ha goduto degli onori della cronaca, salvo qualche “breve”. L’ho cercata anche nella copiosa rassegna stampa che il Corriere invia generosamente ai suoi abbonati online, ma non l’ho trovata a differenza di quella sulla rapida ascesa al potere delle “donne di destra bianche e arrabbiate” (sic), di quella sulla popolarità della Quinoa sulle nostre tavole, o di quella sull’insurrezione delle spose indiane contro i mariti che le abbandonano, ma niente.

Eppure, dalle statistiche pubblicate dall’Inail, sono 703 i “caduti” sui luoghi di lavoro nel 2018, registrando un  aumento del 9,7% rispetto al 2017. Con i morti sulle strade e “in itinere”, considerati dallo Stato e dall’Inail come “morti sul lavoro”, si arriva a oltre 1450.  Mai stati così tanti da quando il 1° gennaio 2008 è stato aperto l’Osservatorio indipendente di Bologna, che conteggia tutte le vittime sui luoghi di lavoro, anche quelli non coperti dall’assicurazione dell’Inail o di antri enti.  Molti di più dei morti negli attentati terroristici,  il che la dice lunga sui veri pericoli che minacciano la nostra civiltà superiore. L’Osservatorio  scava più in profondità dell’Inail e denuncia che sono aumentati gli infortuni, anche quelli con esiti mortali, tra i giovanissimi e gli ultrasessantenni, vittime gli uni del lavoro precario esonerato da obblighi di sicurezza, gli altri dell’innalzamento dell’età pensionabile.

E a chi si rallegra perché sarebbero aumentate le notifiche degli incidenti, sarà bene ricordare che grazie al Jobs Act chi denuncia l’inosservanza di regole di sicurezza  può essere “rimosso”, che sono calate le segnalazioni di infortuni mentre sono aumentati i morti nel settore agricolo e che nelle statistiche  non ci sono le Forze Armate, i Vigili del Fuoco, innumerevoli Partite Iva, compresi i giornalisti, lavoratori in nero, per la maggior parte stranieri (recentemente ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/12/17/misfatto-bianco/ ).

E’ paradossale: c’è sempre meno lavoro e sempre più morti di lavoro, di lavoro cattivo, di lavoro clandestino, di lavoro senza casco, di lavoro scelto davanti al ricatto: salario o salute, di lavoro sotto i caporali che ti tengono al sole a raccogliere ciliegie, pomodori che tu sia nero o donna, poco cambia. E  di lavoro moderno. E chissà se si comincerà a sottoporre a statistica gli addetti della grid economy, i rider costretti a approfittare delle formidabili opportunità offerte dalle piattaforme  Foodora, Deliveroo, Glovo, Just Eat che dominano il mercato delle consegne di cibo a domicilio, sedotti dall’illusione di lavorare in “totale libertà”, imprenditori di se stessi che possono scegliere “quali ordini accettare”, come si legge sul sito di Glovo, in realtà solo fattorini che pedalano con tutti i rischi del lavoro autonomo, nessuna garanzia, nessuna protezione, anche per via del passaggio compiuto dalla aziende da paga oraria a cottimo.

E chissà se mai qualcuno ben oltre al “decreto dignità”  sfodererà delle misure di controllo sullo status giuridico delle imprese e sulle loro responsabilità oggi che sono sparite le aziende che riassumono le funzioni di progettazione, produzione, vendita, gestione del personale, contabilità, ora che non solo le piccole aziende delegano in outsourcing all’esterno,  ma ciò che resta delle aziende grandi è tenuto insieme solo dal marchio e dal controllo finanziario. Ora che  singoli stabilimenti sono legittimate a  essere entità autonome, con contratti diversi e nello stesso “stabilimento” a contatto di gomito, c’è gente impegnata nella stessa mansione produttiva che dipende da aziende diverse, e che lo stesso gruppo o lo stesso ente finanziario, può svolgere le attività più disparate. In modo, dopo tanto chiacchiericcio sulla responsabilità sociale,  da sottrarre l’andamento tutto dell’impresa ai controlli e alla sorveglianza sulla rintracciabilità delle operazioni finanziarie e degli obblighi fiscali, del rispetto della sicurezza e della qualità della vita nei luoghi di lavoro.

E chissà se il nuovo segretario della Cgil impugnerà l’accordo siglato un anno fa  sul nuovo modello contrattuale che intendeva fissare  “alcune linee di indirizzo per la contrattazione collettiva la previdenza complementare, e l’assistenza sanitaria integrativa, la tutela della non autosufficienza, le prestazioni di welfare sociale”, pensando ai lavoratori come clienti di un mercato privato della salute, della cura, del soccorso. Chissà se vorrà smascherare il trucco di questo cosiddetto ‘welfare contrattuale’ il sistema preferito dalle aziende per pagare i dipendenti,  versando gli aumenti contrattuali e i premi di produttività in fondi che dovrebbero fornire previdenza, sanità e servizi integrativi rispetto alle prestazioni del settore pubblico. Così le aziende ci guadagnano perché su quelle somme non pagano le tasse e i lavoratori vengono persuasi che prerogative, garanzie e diritti sono a portata di mano, ma se li paghi due volte, con le tasse e comprandoli dagli stessi padroni, che qui fondi li hanno creati e gestiscono proprio allo scopo di possedere e gestire l’esistenza dei dipendenti e di lucrarci. Chissà se vorrà fare qualcosa per impedire quel processo già avviato di trasformazione della rappresentanza e della negoziazione in gestione di  fondi pensione, mutue integrative ed enti bilaterali, che sembrano essere diventati insieme ai CAF l’unica forma di sussistenza e di sopravvivenza del sindacato prima  che gli operai acquistino a loro spese la tuta griffata e il casco protettivo.

Chissà se qualcuno vorrà e saprà riprendere il tema dell’alienazione scomparso dal campo di analisi e di lotta del sindacato e perfino da quello della sociologia schiacciata sulla ricerca quantitativa anziché sui processi e la qualità nel loro insieme, per restituire ai cittadini il diritto e la capacità di controllare il lavoro che svolgono anziché esserne schiavi, oggi ancora più cruciale con le nuove forme di organizzazione che puntano a dividere, isolare, individualizzare, per sottomettere, integrare, tacitare. Avviene nelle forme moderne di sfruttamento, Amazon, gig e sharing economy, lavoro uberizzato, avviene nei crescenti processi di occupazione tecnologica: app e algoritmi che mirano a militarizzare i comportamenti degli “”addetti” per condizionare quelli collettivi. E avviene nel lavoro tradizionale precario e non, ammesso che ve ne sia ancora, dove a individui sempre più soli e sempre meno protetti,  sempre più vulnerabili e sempre più invisibili,  da vivi come da morti, quando devono essere nascosti non come una colpa, ma come un fastidio da rimuovere o un rifiuto da conferire in discarica.

 

 

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Misfatto bianco

serviAnna Lombroso per il Simplicissimus

Potrebbe essere la trama di uno di quei noir che narrano di spietatezze commesse nel buio oltre la siepe, uno di quei misfatti bianchi efferati della Virginia o della Luoisiana, invece il teatro degli eventi dei quali si è venuti a conoscenza un mese dopo l’accaduto si svolgono tra le montagne del bellunese dove un dinamico imprenditore si avvale di manodopera straniera per le sue attività e che quando rinviene per caso il cadavere di un uomo in un dirupo avverte scrupolosamente i carabinieri.

A suo dire si tratta di certo di un boscaiolo colpito dalla caduta di un albero, ma in quel posto di alberi non ce ne sono. Così gli investigatori effettuano indagini ulteriori e si scopre che la vittima, un ragazzo moldavo bianco ma assunto in nero  proprio da lui, è stata colpita alla testa dallo schianto di un cavo d’acciaio di una teleferica mentre lavorava al taglio di un bosco. E che non era morto subito:  il padrone, che non voleva guai  forse insieme a un complice, lo ha rimosso senza prestargli soccorso e, trasportandolo sull’auto della vittima forse per non sporcare i sedili della sua, lo ha “conferito”  in quell’anfratto, mettendogli intorno rami e legni per simulare un incidente provocato dalla caduta accidentale di un albero.

Malgrado di lavoro ce ne sia sempre di meno, quelle che vengono eufemisticamente chiamate morti bianche da gennaio a settembre di quest’anno sono state 834, con un aumento dell’8,5% rispetto alle  769 del 2017. L’incremento secondo l’Inail è da attribuire all’elevato numero di incidenti nei quali hanno trovato la morte più lavoratori. Ovviamente le statistiche si riferiscono a “crimini”, è giusto chiamarli così, accertati e  denunciati: i dati rilevati  non tengono infatti conto di tutti gli incidenti che avvengono nelle zone “grigie” della manovalanza clandestina che sfuggono a classifiche e controlli. Le verifiche in proposito effettuate dall’Inail nel corso del 2017, e che hanno interessato 16.648 aziende, informano che  l’89,43% risultava essere fuori norma.

La maggior parte dei “delitti” si è verificata tra i lavoratori di industria e servizi del Nord Italia, in particolare in Lombardia, Veneto e Piemonte con un incremento di quelli che hanno coinvolto lavoratori stranieri, i più esposti, insieme alle donne, allo sfruttamento del caporalato nelle campagne, e al lavoro irregolare e senza nessuna sicurezza sulle impalcature, nelle cave, ma anche nelle fabbriche grandi e piccole, dove i robot che li starebbero soppiantando perdono una vite, si incantano o vanno in tilt, ma gli operai invece muoiono e muoiono perché si lavora  su macchinari e impianti vecchi, che sfuggono alla vigilanza dei pochi ispettori rimasti dopo lo smantellamento della rete dei controlli o perché non c’è formazione mentre ci sono i finti corsi e tirocini che fruttano soldi a chi li tiene solo sulla carta.

E poi non c’è impresario edile, non c’è caporale, non c’è padroncino di camion che non si difenda incolpando le vittime: non capiscono la lingua, non si mettono i caschi, sono ignoranti e non sanno usare le attrezzature di sicurezza, e poi, ammettiamolo, bevono e si presentano al lavoro ancora sbronzi. E  poi sono clandestini e mica li si può mettere in regola. Poco importa che la Cassazione dopo innumerevoli sentenze contro datori di lavoro colpevoli di non aver adempiuto alla formazione dei loro dipendenti, per la  prima volta sia entrata nel merito del rapporto tra imprese italiane del settore industriale e lavoratore straniero, stabilendo con una recente sentenza che ha confermato la condanna per omicidio colposo dei manager di un’azienda di Sesto Fiorentino dove ha trovato la morte un operaio romeno folgorato dall’alta tensione, che non addestrare e informare il dipendente, “tanto più se straniero”, dei rischi che corre sul posto del lavoro può causarne la morte,

Il fatto è che la sceneggiatura del delitto commesso nel maestoso paesaggio delle montagne bellunesi, parla di uno schiavo “nero per caso”, di uno straniero morto di sfruttamento che non merita né degna sepoltura e meno che mai giustizia. Ma ormai gli stranieri in patria, soggetti a ricatti, intimidazioni, umiliazioni fino alla perdita della vita, sono sempre di più. E anche per gli italiani vige la possibilità che i loro assassini restino impunti o quasi e non solo alla Thyssen, all’Ilva, all’Eternit (l’83 per cento degli incidenti si verifica in piccole e medie aziende), o che i feriti o intossicati vengano raggiunti negli ospedali e il loro silenzio comprato per pochi soldi magari in cambio di un posticino per i figli o le mogli, o che venga simulato un incidente lontano dal posto di lavoro se non addirittura in casa,  in modo da non far aumentare i premi assicurativi che l’imprenditore deve pagare all’Inail e da non far affiorare il sommerso delinquenziale.

Così quando in un’azienda qualcuno perde la vita o subisce lesioni gravi, come avviene nel dieci per cento dei casi di infortunio,  la notizia di reato non viene neppure comunicata alle procure e le indagini che dovrebbero essere svolte dalla polizia giudiziaria preposta, cioè dagli stessi ispettori delle Asl, che sono pochi e hanno già molti compiti da svolgere, nemmeno cominciano o vengono insabbiate. E se la procura apre un procedimento, si arriva al processo solo tra il 2 e il 3 per cento dei casi.

E come potrebbe essere altrimenti? Lo Stato investe sempre meno in controlli e prevenzione, gli ispettori delle Asl sono passati da cinquemila nel 2008 a meno della metà, impegnati a vigilare su 4,4 milioni di imprese italiane, più meno di 300 funzionari del ministero del Lavoro che intervengono per lo più nel settore edile, e circa 400 carabinieri, sicché il 97 per cento delle aziende non verrà mai visitata. Le Regioni non superano il tetto del cinque per cento di spesa che per legge dovrebbe essere destinata alla prevenzione negli ambienti di vita e lavoro: addirittura in Lombardia  non si arriva oltre il 3,7 per cento, benché i proventi delle sanzioni per irregolarità provenienti dall’attività ispettiva debbano essere investiti nella prevenzione.  La formazione del personale,  soprattutto se fasulla, è un brand ghiotto, che il Lombardia raggiunge quasi un miliardo e mezzo di euro, se si considera che ci sono 4 milioni di dipendenti che devono fare corsi formativi del costo di 400 euro lordi a testa. Ma è più profittevole se l’imprenditore ricorre a una patacca organizzata da agenzie  che, con la complicità di un ente paritetico (perlopiù un sindacato), producono   attestati falsi e patentini contraffatti per tirocini o addestramenti mai tenuti, nemmeno online e  perfino per le attività più esposte a rischi, quelle di cantiere, quelle del comparto chimico o manifatturiero.

È tutto nero, le morti, i contratti, la miseria. Anche i conti non tornano: se le posizioni dell’Inps denunciano 23 milioni di occupati, gli assicurati Inail sono invece circa 16 milioni e si scopre così che perfino alcune categorie di “particolari” prestatori di servizi non versano i contributi all’ente, i vigili del fuocoe  le forze di polizia. Per non parlare delle partite Iva, di un numero rilevante di addetti del comparto agricolo, dei contratti anomali e del precariato, più di 10 milioni di soggetti a rischio e invisibili.

E se non si muore, ci si continua ad ammalare: vista l’età elevata della forza lavoro italiana, a subire danni è perlopiù il sistema osteomuscolare, le patologie “professionali” riguardano gli addetti del tessile, della meccanica, della chimica e anche i lavoratori del comparto agricolo e in tanti patiscono ancora l’esposizione all’amianto: poco meno di 2000 accertati nel 2017, tra neoplasie, asbestosi e placche pleuriche.

Non viene assimilato alle malattie da lavoro, quello nero o quello precario. A esserne colpite sono le donne e le persone mature: l’età della vite rinviate, come le chiamava Gallino,  si sta alzando e il rinvio diventa così permanente, perché se fino a quando si hanno 25, 30, anche 35 anni, si può sempre sperare sulla stabilizzazione, quando si superano i 40 e si è al decimo contratto di breve durata si sa che l’occasione è persa, che il posto più o meno fisso non arriverà mai.

E allora lo stress, l’incertezza diventano un contagio che colpisce tutta la famiglia e che non ha prevenzione nè cura, come succede ormai nella maggior parte dei rischi sanitari, perché l’instabilità economica nega l’accesso all’assistenza sanitaria  e sbatte i precari nella categoria dei sans dents, come Hollande definì sprezzantemente i ceti plebeizzati che non hanno i mezzi nemmeno per le cure essenziali, o nel “cesto dei deplorevoli” dove li collocava Hillary Clinton, piagnoni meritevoli solo di biasimo per carenza di ambizione, arroganza, cinismo, le qualità indispensabili ad avere la titolarità per il comando e sul mondo e le vite degli altri.

 

 

 

 

 


Omicidi di lavoro

immagineAnna Lombroso per il Simplicissimus

Mica vero che ‘a livella ci fa – infine – tutti uguali,  a vedere il compianto obbligato per l’agonia e la dipartita dell’augusto manager, quindi benefattore, pubblica elaborazione del lutto accompagnata nel caso di isolata critica, da inviti al pietoso silenzio, osservato solo per altri  morti, quelli di lavoro, ai  quali è riservata un’omertosa rimozione.

Per lui commemorazioni in vita, coccodrilli multipli pre e post trapasso, elogi comprensivi di esercitazioni liriche su certi risvolti maledetti, non la dinamica per diritti e garanzie,  no, ma quella coazione a fumare che lo avrebbe esposto a danni irreversibili insieme allo stress da troppo lavoro.  Per loro, per le morti “bianche” che più nere non si può, 469 nel primo semestre dell’anno, due righe in cronaca e niente menzione dello stress per troppo poco lavoro, per quel veleno: il ricatto, che fa vittime all’Ilva, nei cantieri irregolari, nelle strade, nelle fabbriche e nei servizi di logistica, riducendo procedure e sistemi di sicurezza e pure l’attenzione degli addetti che a forza di essere sminuiti, svenduti, spostati, sradicati, deprezzati, umiliati, intimoriti si sono conviti che non solo la loro opera ma anche la loro vita non valga nulla, come una merce in esubero sugli scaffali degli outlet.

La statistiche  dell’Inail fanno intravvedere una certa sobria soddisfazione:   sono 617 i decessi sul lavoro nel 2017 che sono stati accertati e il 58% di questi è avvenuto fuori dall’azienda. I dati rilevati del primo semestre 2018 evidenziano   una diminuzione dei casi  passati da 337 a 331. A far contenti madame Lagarde, l’inesorabile Fondo Monetario e pure l’Inps,  le statistiche registrano che a essere più colpiti sono i lavoratori over 50:  una morte su due coinvolge questa fascia di età, con un incremento rispetto al 2017 di 31 casi (da 203 a 234).

L’arida contabilità conferma che non si muore meno perché è aumentata la sicurezza, ma, invece, perché è diminuita l’occupazione, quella che si vede, sottoposta a controllo e alle leggi della statistica. Mentre il lavoro che c’è è quello dei contratti fittizi, delle disonorevoli strette di mano dei caporali: a Bisceglie ieri hanno arrestato 3 boss dello sfruttamento di manodopera agricola, bambini compresi, in Romagna sarebbero 400 mila gli “irregolari” nei campi 14 ore al giorno. E ci dice tra le righe che chissà di quante vittime non sappiamo nulla, trattate come rifiuti non riciclabili  prima e dopo il decesso,  stranieri più irregolari   di quelli conteggiati nei dati Inail (78 ) che hanno avuto diritto forse casualmente al riconoscimento di “caduti sul lavoro” mentre di chissà quanti altri si sono perse le tracce, vite nude per dirla con la Arendt, diventate resti, carcasse senza nome e compianto da nascondere nel timore di moleste conseguenze. Ieri Un operaio è morto nel Tribunale di Palermo, cadendo da una scala mentre montava la fibra, cadendo su un tavolo di vetro. E un edile perde la vita in provincia di Catanzaro a Borgia,  cadendo da un’impalcatura e trafitto da un pezzo di ferro che gli ha colpito mortalmente lo sterno.

Caduti, schiacciati, carbonizzati, avvelenati. Stritolati dalle presse, infilzati da un muletto, annegati nel cemento della miscelatrice, non ci sono mai stati nel Jobs Act neppure nel decreto dignità. E poi senza contare gli “invisibili”, l’Inail “scarta” un 40 % delle vittime , quelli che non corrispondono ai suoi parametri e vanno sotto la denominazione  di “rischio generico”, che in questi casi così si chiamerebbe la “fatalità”. L’Inail poi non ha da temere la concorrenza: non tratta la totalità degli infortuni e delle morti sul lavoro. Molti occupati  sono iscritti ad altri istituti assicurativi e dunque sfuggono del tutto alle statistiche: dalle forze armate a quelle di polizia, dai liberi professionisti al personale di volo, ai vigili del fuoco. Sono almeno due milioni (ma c’è chi dice molti di più), che vanno aggiunti agli assicurati Inail, i quali ora sono poco più di 21 milioni, gli unici che rientrano nelle rilevazioni ufficiali.

E infatti l’Osservatorio di Bologna di Soricelli denuncia  che sarebbero invece  molti di più i morti dall’inizio dell’anno, almeno 418, senza contare i 750  caduti per incidenti sulle strade e in itinere. e poco aiuta il progresso, pensando alle vittime dell’automazione, laddove macchinari che hanno già mietuto vittime non vengono sostituite e chi si fa male rientra nel novero dell’errore umano. O quelli colpiti da malattie professionali effetto di processi e sostanze a rischio: i morti per malattie professionali sarebbero 4 al giorno.

Si è perso in Parlamento un ddl che doveva introdurre il reato di omicidio sul lavoro. Non stupisce se siamo arrivati al punto di celebrare quello di omicidio del lavoro.


Lavorare con Furore

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Furore si chiama la diga in provincia di Agrigento, dove hanno trovato la morte due   operai che stavano effettuando lavori all’interno di una cisterna   precipitando da un’altezza di venti metri all’interno del serbatoio.

Furore, ma dovrebbe chiamarsi Collera .. e Sdegno, perché si muore sempre di più di lavoro criminale, di lavoro senza diritti e senza tutele, di lavoro senza sicurezza e protezione in un paese senza lavoro. Anche un altro lavoratore è morto così, nelle Marche, precipitato in un silos contenente mais. E anche un ragazzino impegnato in una di quelle provvidenziali misure “formative “ e propedeutiche a una occupazione precaria e incerta, per via di un tirocinio la cui pedagogia è quella dell’ubbidienza e della servitù, ha avuto un grave incidente (intervento chirurgico e prognosi di 40 giorni) anche quello passato sotto silenzio per non turbare il buonumore del giocondo  Ministro Poletti, fan della schiavitù cominciare dai banchi delle medie possibilmente in festosa concomitanza col calcetto. si tratta di un diciassettenne impegnato in un progetto di alternanza scuola-lavoro all’interno di una ditta specializzata nella revisione e riparazione di motori nautici e industriali, che si è ribaltato dopo essere salito a bordo del muletto rimanendo schiacciato sotto il carrello elevatore.

Chissà di quante vittime non sappiamo nulla, dimenticate e rimosse nella caligine dell’irregolarità: minori, anziani, donne sottomesse a caporali o che producono in capannoni di un Bangladesh delocalizzato da noi, clandestini sotto il sole o sulla impalcature, che è necessario far sparire in fretta per non avere danni da quegli effetti collaterali che assomigliano ai civili decimati dalle bombe dello stesso impero che muove guerre a popoli, democrazie e diritti.

La fabbrica delle menzogne tratta la materia come se si trattasse infatti di inevitabili conseguenze, che vengono altrettanto fatalmente incrementate in presenza della “ripresa” e dell’aumento dell’occupazione promosso dal Jobs Act.

La fabbrica della verità, quella che si guarda intorno e vede e e capisce e non si fa prendere per i fondelli sa bene che l’avidità frustrata di imprese che producono più, che preferirebbero scommettere in borsa e se la prendono con i lavoratori che non si fanno carico e non collaborano remando a bordo della stessa barca, combinata con la fame nutrita da ricatti e intimidazione ha reso i posti di lavoro sempre più insicuri, sempre meno protetti, e esemplare è il caso dell’Ilva dove ci si ammala e si muore non solo di cancro, ma anche schiacciati da un tubo coem è successo a un giovane dipendente una ventina di giorni fa.

E per una volta dobbiamo compiacerci che in questo paese si sia in una perenne campagna elettorale che ha fatto sì che perfino un ministro di questo governo decide di non potersi rivelare scopertamente correo di politiche industriali feroci e delittuose, che hanno messo i lavoratori e i cittadini di fronte all’alternativa salute o lavoro, per poi togliere di prepotenza tutte e due le opzioni. Anche se c’è poco da credere a certe redenzioni:   il ministro Calenda ha  alteramente accusato il compratore Mittal di non mantenere i patti  stretti con lui e con il governo, che non corrisponderebbero a quelli pattuiti. Offesi dunque per quella oltraggiosa slealtà, quando invece sono d’accordo  sul licenziamento di tutti i lavoratori del gruppo e sulla loro riassunzione uno per uno, senza contratto e senza articolo 18.

Cancellati i diritti, salvo quello alla fatica, in quella fabbrica e altrove chi ha la buona sorte di restarci dentro continuerà a morire. Come si muore in altre fabbriche, in grandi opere, in piccoli cantieri, dove si pratica una strana uguaglianza geografica e di dimensioni, al Nord e al Sud in multinazionali e in fabbrichette:  nei primi 8 mesi dell’anno  gli infortuni sono stati 421.969 con un aumento dell’1,2% rispetto allo stesso periodo del 2016. Quelli mortali denunciati sono stati 682, contro i 651 dell’analogo periodo dell’anno precedente: l’incremento e’ del 4,7%.

Per non parlare delle morti invisibili:  delle tante vittime, quelle cadute sul posto di lavoro e quelle vittime di incidenti nel tragitto da e verso casa, troppe non hanno diritto al risarcimento o all’indennizzo dall’Inail (in genere pari a metà della retribuzione). È infatti necessario dimostrare che l’infortunio è legato all’occupazione  e che il lavoratore fosse iscritto all’Inail prima di perdere la vita. Di solito viene riconosciuto un 65% dei casi denunciati. Si presume dunque che saranno alla fine circa 380 gli incidenti mortali indennizzabili per i primi sette mesi dell’anno. Come se il 35-40% di quei morti sparisse,   straniero e dunque irregolare anche in patria.

Furore si chiama quella diga e è ora che un sacrosante furore ci faccia uscire  dalla clandestinità, dal silenzio e  dalla paura.


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