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Senza giustizia

5525932galleryChe cosa sia diventato questo Paese, in quale palude etica e giuridica si dibatta inutilmente, finendo per sprofondare sempre di più, lo può illustrare a pieno il caso Uva e  in particolare la motivazione della sentenza di assoluzione di due carabinieri e sei poliziotti (messi in mezzo alla vicenda successivamente) emessa il 31 maggio 2018 dalla  parte della Corte d’Assise d’Appello di Milano: in essa si sostiene che non c’è alcun nesso causale tra il fermo di un uomo, la sua traduzione in una caserma di carabinieri, il pestaggio di cui il corpo recava vistose tracce, ma di cui adesso non si conoscono nè cause, né responsabilità la crisi cardiaca da cui è stato colto e che lo ha portato alla morte in un ospedale psichiatrico di Varese. Si tratta solo dell’ultima offesa al popolo italiano in una vicenda che dura ormai da dieci anni e che annovera un’infinita serie di assurde acrobazie giuridiche, di bugie, di bastoni tra le ruote, di grottesche sentenze e considerazioni, tutte volte a salvaguardare lo spirito di casta delle cosiddette forze dell’ordine che troppo spesso sono invece specchio di caos morale e della successiva copertura giurisprudenziale.

Riassumo la storia per far comprendere meglio i contorni e il senso della vicenda: siamo a Varese e il 13 giugno 2008 il gruista Giuseppe Uva e il suo amico Alberto Biggiogero, dopo essere stati al solito bar a bere con gli amici, tornano verso casa piutosto alticci ma nel tragitto vedono alcune transenne accatastate all’angolo di una strada e nell’euforia alcolica le spostano verso il centro della carreggiata. Un’idea stupida, da ubriachi, una ragazzata da adulti, ma a questo punto arriva una pattuglia formata da due carabinieri in servizio di sicurezza che scesi dall’auto di servizio cominciano ad inseguire Giuseppe e, secondo la testimonianza di Biggioggero, lo sbattono a terra e cominciano a colpirlo. Poi lo caricano sull’auto e lo portano alla caserma Saffi, mentre una pattuglia della polizia, sopraggiunta nel frattempo, si incarica di portare nello stesso luogo l’amico che viene però portato da solo in una stanza. Da lì egli sente le urla di Uva e le sue invocazioni di aiuto, mentre dalla stanza in cui è trattenuto si alternano carabinieri e poliziotti, così con il telefonino che non gli è stato ancora sequestrato, chiama il il 118 per chiedere l’intervento di un’ambulanza. La conversazione è agli atti dell’indagine:

Biggioggero: Sì buonasera sono Biggiogero posso avere un’autolettiga qui alla caserma di via Saffi dei carabinieri?

118: Sì, cosa succede?

B: Eh, praticamente stanno massacrando un ragazzo.

118: Ma in caserma?

B: Eh sì

118: Ho capito. Va bene adesso la mando eh

B: Grazie

118: Salve salve

B: Salve

L’uomo che risponde al centralino del 118, però, ritiene opportuno chiamare la caserma, prima di fare intervenire l’ambulanza:

Carabinieri: Carabinieri

118: Sì salve, 118

Carabinieri: Sì?

118: Mi hanno richiesto un’ambulanza. Non so mi ha chiamato un signore dicendo di mandare un’ambulanza lì da voi, me lo conferma?

Carabinieri: No, ma chi ha chiamato scusi?

118: Un signore. Mi ha detto che lì stanno massacrando un ragazzo e che voleva un’ambulanza.

Carabinieri: Un attimo che chiedo.

(dopo qualche minuto)

Carabinieri: No guardi son due ubriachi che abbiamo qui in caserma, adesso gli tolgono il cellulare. Se abbiamo bisogno ti chiamiamo noi

118: Sì sì non ti preoccupare, ci mancherebbe, ho chiesto. Ciao ciao.

Già non ti preoccupare, ma sta di fatto che dopo una ventina di minuti arriva in caserma un dottore della guardia medica il quale propone per Uva un Trattamento sanitario obbligatorio. La motivazione del provvedimento coatto sarebbe l’autolesionismo: Uva si starebbe facendo male da solo sbattendo corpo e testa contro le sedie, la scrivania, gli stivali degli uomini presenti nella stanza. Anzi in una deposizione dei militari, troviamo questo passaggio: “Il collega frapponeva il suo stivale tra il pavimento e la testa di Uva, per evitare che questi si facesse più male urtando contro la superficie dura del pavimento”. È l’alba del 14 giugno, Giuseppe Uva viene ricoverato nel reparto psichiatrico dell’ospedale e morirà intorno alle 11 di mattina. Praticamente vittima di un suicidio a sentire i magistrati.

Biggiogero deposita un esposto per denunciare i fatti e il fascicolo finisce in mano del pubblico ministero Agostino Abate e da quel momento, passeranno anni di infiniti rinvii, omissioni, irregolarità all’interno di un’inchiesta che produrrà un primo, lungo e inutile processo per colpa medica, visto che come causa della morte si ipotizza la somministrazioni di farmaci incompatibili con lo stato etilico. Addirittura tre giudici  in quei primi anni di processo, intimeranno al pm Abate di indagare sui fatti accaduti all’interno della caserma. L’ostinato rifiuto ad adempiere questo suo dovere, gli costerà un atto d’incolpazione da parte del procuratore generale presso la Corte di Cassazione e un’ azione disciplinare da parte del Consiglio superiore della magistratura conclusasi con un nulla di fatto.

Ma qui si pone un primo problema: con quale diritto i carabinieri hanno sequestrato in caserma Giuseppe Uva, senza un arresto formale, senza compilare verbale e senza chiamare un magistrato? Ma l’ardua sentenza  parla chiaro:  “se persino i superiori gerarchici da cui dipendevano gli imputati erano e sono persuasi che sia legittimo privare della libertà personale un soggetto ubriaco al fine di interrompere le azioni moleste, non si può che concludere che l’errore in cui sono incorsi gli operanti è scusabile”. Dunque se ne deduce che per alcuni immagistrati le forze dell’ordine possono fare quello che vogliono, anzi possono sostituirsi alla legge. E’ del tutto evidente che ci si trova di fronte a una mostruosità perché a prescindere dall’irrilevanza del reato, Uva e il suo amico avrebbero potuto benissimo essere fermati o magari anche arrestati secondo tutte le regole. Invece si è scelta una strada informale al cui culmine un o dei catturati è morto.

A causa di disturbi cardiaci saltati fuori ex post da una perizia disposta dai giudici, aritmia di cui non erano ovviamente a conoscenza carabinieri e poliziotti e nemmeno il vero imputato di questo processo ovvero Uva, in sostanza accusato di aver assassinato se stesso. Ora è anche per tali possibilità che esistono delle regole di comportamento per le forze dell’ordine, ma a prescindere da questo, come dall’assurdità di non dare credito ad alcun testimone, è proprio la sentenza di appello che non sta in piedi: i tribunali non sono laboratori e non si può giudicare un rapporto  di causa ed effetto come assoluto,  ma solo come ragionevole possibilità, altrimenti non si potrebbe condannare mai nessuno e nemmeno assolvere nessuno.

Al di là però dei pretesti e degli arzigogoli giuridici da una parte una sentenza così assolutamente assolutoria, che nemmeno prende in considerazione degli errori nemmeno veniali da parte  delle forze dell’ordine, rischia di dare ancora una volta mano libera se non ai pestaggi quanto meno ad azioni informali, offendendo in qualche modo l’onore e i valori di quanti invece si comportano correttamente. Dall’altra questa “vis assolvendi” così tetragona, prolungata nel tempo e addirittura molto più palpabile che in altri casi noti alle tristi cronache italiane, dà l’impressione che i magistrati a Varese abbiano letteralmente paura dei carabinieri, quasi fossero una cupola e non organi dello Stato. E a volte le impressioni contano più della realtà.

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