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Meno geografia, più guerra

20028La penisola coreana sporge dall’enorme corpo continentale dell’Asia disegnando una sorta di inconfondibile germoglio che si estende sul tra il mar Giallo e il mar del Giappone. E tuttavia un sondaggio svolto per conto del New York Times, dopo l’inasprirsi unilaterale della crisi voluta dagli Usa, mostra che solo il 36% degli americani è in grado di indicare la Corea del Nord su una cartina geografica muta, mentra la grande maggioranza la suppone in India, in Australia, persino nella penisola araba (vedi qui) . Non sarebbe una novità, la stessa cosa più o meno è venuta fuori a suo tempo con l’Iraq, la Siria  e l’Ucraina, solo che questa volta l’indagine di “mercato bellico” non si è fermata a questo, ma ha anche messo in luce un fatto inquietante: chi non sa dove collocare la Corea del Nord è anche molto più favorevole ad atti di forza e molto meno disposto ai tentativi diplomatici o alle semplici sanzioni per quanto anche queste ultime possano far parte di un quaklunque diritto internazionale non basato sulla prepotenza.

Quindi si potrebbe dire che l’ignoranza dei dati di fatto di base per dare un giudizio sensato, va a braccetto con la guerra o con l’idea di conflitto e di violenza in generale. Una ignoranza che, si badi bene, coinvolge anche la parte più acculturata della popolazione: se solo il 31% degli intervistati con un diploma di scuola secondaria è riuscito ad individuare la Nord Corea, laureati e dottorati non hanno fatto molto meglio o comunque non quanto sarebbe lecito aspettarsi: solo il 46% dei primi e il 53% dei secondi è riuscito nell’arduo compito. E questo in un Paese la cui amministrazione avverte un giorno si e l’altro pure che la Corea del Nord ha intenzioni di aggressione nucleare e su questa base minaccia un attacco preventivo.

Ovviamente non sapere dove si trova un Paese, ignorarne i confini e dunque anche l’area geopolitica e le relazioni (non parliamo poi di cultura, storia, istituzioni e quant’altro) significa che qualsiasi favola o deformazione trova terreno vergine sul quale attecchire e sul quale innestare ogni possibile bugia incontrollabile come ad esempio, – è un fatto di giornata – i forni crematori di Assad succedanei alle fosse comuni di Milosevic che solo dopo 15 anni si è scoperto che non esistevano e ancor peggio che i brandelli di  “prove” presentate per giustificare la guerra erano semmai da addebitare a quelli che la Nato “difendeva”. E’ abbastanza chiaro che la conoscenza della geografia è un ostacolo intrinseco per il potere, fa parte di un sapere di base che potenzialmente è in grado di creare ostacoli alla menzogna quotidiana non solo per le nozioni in sé, ma per la capacità di creare un rapporto tra persona, luoghi, economia, ambiente, mondo che si oppone all’astrattezza e strumentalità con cui le oligarchie gestiscono le informazioni.  E questo vale sia per la cronaca che per la storia. Stando alla retorica mediatica e alla sua futilità bon ton si sarfebbe portati a  pensare che lo studio della geografia fisica ed economica venga considerato centrale in tempi di attenzione per il clima, il territorio, l’alimentazione, le risorse, persino l’esplosione turistica, ma al contrario assistiamo,  in Italia e nei maggiori stati del cosidetto occidente, a un rapido declino dei programmi di studio della geografia, destinata di fatto ad essere abolita  come se ai futuri cittadini del mondo e schiavi itineranti, non debba interessare affatto dove si trovino o dove viaggino, in che rapporti di spazio fisico – storico siano con gli altri e come se la globalizzazione consistesse in un processo di indifferenziazione, in una notte hegeliana senza alba nel quale è soòo il potere a gestire la bussola.

Ecco che allora il piccolo sondaggio del NYT, ci dice molto di più di quanto non si proponese: ci indica che l’aggressività e la violenza sono assai più facili da smerciare e da suscitare quando non si conosce l’oggetto contro cui sono rivolte così come per il serial killer è essenziale considerare la vittima non come persona, ma come un’astrazione delle sue ossessioni. Ma questa ignoranza viene probabilmente utilizzata anche per scopi più generali e più radicali: isolare gli individui dagli altri e dalle azioni collettive, ma isolarli anche dagli altri riferimenti. Abbiamo il gps, ma è come essere su un pianeta alieno.

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2 responses to “Meno geografia, più guerra

  • Roberto Casiraghi

    Sì, non conoscere la geografia è grave ma che dire di noi italiani, che la conosciamo meglio degli americani, e che dal 1945 in poi, destra e sinistra, ci siamo messi d’accordo per far finta di essere una nazione sovrana incuranti – questo sì sovranamente – che ad ogni passo nel nostro paese si incontra una base americana. Stiamo guardando la pagliuzza nell’occhio degli americani, che ci mettono le basi addosso, e non scorgiamo la trave nei nostri occhi accecati dalla voglia di tranquillità e di quieto vivere? Umano, troppo umano perfino.
    Se davvero si volesse insegnare qualcosa di veramente utile, comunque, occorrerebbe sostituire alla geografia la geopolitica, magari dopo averla depurata della sua componente ideologica, penosamente démodé nell’epoca della globalizzazione. La geografia, infatti, privata della sua dimensione politica, è come una cartina muta che rimane tale anche dopo averla rimpinzata di nomi di nazioni, città, fiumi e pianure. Serve solo al turismo, non certo a capire come funziona il mondo.

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