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Archivi tag: Corea del Nord

Dalla Corea del Nord alla Grecia

greece-wages-private-sectorProvatevi a cercare in rete quale siano i salari in Corea del Nord e ne uscirete delusi perché non troverete nulla sul Paese se non le solite cartoline dall’orrore, l’esecrazione per gli esperimenti missilistici oppure cifre ridicole che non tengono contro della rivalutazione per  100 della moneta locale avvenuta nel 2009 così che risultano cifre di 1,5 euro al mese. Ci sono persino accenni, tutti ovviamente di fonte americana e senza riscontri, sulla persistenza di una crisi alimentare ad onta della buona produzione agricola del Paese che tra l’altro è tra i primi esportatori al mondo di frutta e produce molto più riso dell’Italia con una popolazione che è meno della metà. Insomma un quadro così ideologicamente ingessato e così stereotipato da denunciare in primo luogo la totale mancanza di conoscenza diretta o anche di conoscenza intelligente che spesso si infrange contro alcuni dati piuttosto consistenti e non facilmente aggirabili ovvero il fatto che la Corea del nord abbia la più alta scolarizzazione del continente asiatico e un’ assistenza sanitaria completamente gratuita. Allora vi dirò che in Corea che tra l’altro ha un pil che cresce tre volte più di quello italiano non si vive da nababbi, ma con salari nell’industria che vanno dai 180 ai 350 mila won al mese reali: se dividete per mille avrete grosso modo il cambio ufficiale in euro, vale a dire dai 180 ai 350 euro che sono da triplicare o anche più in ragione del potere di acquisto.

Non è certamente il paradiso, nè il regime coreano, dinastico comunista non privo di aspetti ridicoli e demenziali, può costituire un esempio delle magnifiche sorti e progressive, ma proprio per questo non si capisce perché la condanna in automatico da messale liberista, si accompagni al vuoto pneumatico di informazioni sostituite da un clichè di damnatio ad bestias  rimasto sempre uguale fin dai tempi della guerra di Corea, anche se adattato di volta in volta alle nuove circostanze. Ecco, appunto le circostanze, proprio quelle che mi hanno spinto a iniziare il post partendo dalla  Corea del Nord per navigare fino all’obiettivo, ovvero alla Grecia dove sono stati resi pubblici i dati sulla disoccupazione al 21,5%  e sulla caduta dei salari con riferimento alle dichiarazioni dei redditi per il 2016: così’ possiamo apprendere dalla viva stampa di Kathimeriniil giornale di riferimento del neoliberismo da troika, che i giovani fino a vent’anni guadagnano in media 260 euro al mese, quelli fino a ventiquattro 380 mentre i trentenni riescono a metterne assieme 509 e quelli di 34 anni 660. Solo andando oltre i 40 si arriva a stipendi medi attorno ai 1000 euro lordi  per arrivare ai 1200, 1300 lordi solo dopo i 50 perché si tratta di retribuzioni pre crisi e pre troika che hanno subito tagli di appena il 24% in media, (contro il 42% dei più giovani) ma che sono ancora decenti. E questo vale anche per le pensioni che sebbene siano state tagliate ben 14 volte conservano in qualche modo la memoria dei vecchi tempi. Quelli che con la nuova e draconiana legislazione del lavoro, ma meglio sarebbe dire contro il lavoro, sono ormai ridotti a un ricordo di tempi andati. Tutto questo in un Paese che ha un costo della vita complessivo non molto distante da quello italiano e nel quale paradossalmente i costi dei beni e dei servizi sono saliti invece di diminuire, come persino i turisti possono testimoniare.

In questa situazione chi ha voglia di andare ad indagare troppo sulla Corea del Nord con il rischio di trovare che il peggio del comunismo si sta pericolosamente avvicinando ai redditi medi di quei Paesi sottoposti con maggiore attenzione alle cure radicali della finanza globale e delle sue troike? Anche perché, al di là del loro valore nominale, i primi crescono mentre i secondi diminuiscono cosa questa che non solo crea differenze fondamentali dal punto di vista psicologico, ma getta un’ombra inquieta su un sistema che ha sempre rivendicato la propria legittimazione e il proprio successo sulla capacità di creare benessere.

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La Corea di Trump e la nuova via della seta

La_Nuova_Via_della_Seta-_tra_politica_e_finanza_globaleSe non si fosse soffocati dall’indignazione, lo spettacolo dell’informazione occidentale occupata a pubblicare foto taroccate della presunta Auschwitz siriana o a farci meditare sul pericolo nucleare coreano, potrebbe divertire: impagabile assistere al dramma recitato da una compagnia di guitti, scritto da idioti, pagato dai grandi fratellini multinazionali. Minacce,  costruzione di pretesti, hitlerizzazione avanspettacolari non sono certo una novità, ma le ultime escalation del recitativo occidentale mostrano una natura diversa da quelle del passato: diventa sempre più evidente che le carte del giocatore principale non sono più così buone come al tempo in cui poteva fabbricarle in proprio e dunque si impone un continuo rialzo della posta, appena al di qua del limite della guerra, per impaurire gli avversari più grossi e indurli a passare la mano.

Tuttavia il bluff funziona principlamente con le opinioni pubbliche prese facilmente per il naso dai media che sono così poco interessati a fornire un quadro realistico della situazione che nemmeno la conoscono più, tanto basta recitare il solito rosario con effetti a volte comici, quando il solito Zucconi sulla solita Repubblica scrisse che Clinton aveva offerto riso in cambio della denuclearizzazione: proprio un peccato che la Corea del Nord produca molto più riso dell’Italia con meno della metà della popolazione.  Ma insomma veniamo alla questione: intanto la Corea del Nord non ha le capacità di colpire gli Usa con ordigni nucleari perché i suoi missili possono arrivare al massimo in Sud Corea e forse in qualche parte del Giappone, ma questo comunque già da anni: i test per migliorare le prestazioni dei vettori non cambiano per ora questa realtà che non giustifica affatto l’improvvisa fumata anti coreana. In seconda istanza le minacce americane sono facilmente decostruibili: anche il bombardamento e la distruzione delle basi nucleari nord coreane non basterebbe ad evitare una distruzione di Seoul e del Sud Corea, da parte di un esercito del nord armato fino ai denti in termini di mezzi e missili di teatro convenzionali: questo è talmente vero che il nuovo leader sud coreano, nel bel mezzo della crisi ha ventilato l’ipotesi di restituire agli Usa il sistema antimissilistico Thaad, allestito da meno di un anno. Un segnale, costruito su un pretesto formale, per far sapere a Washington che sta esagerando. Insomma è chiaro che una neutralizzazione della Nord Corea non può avvenire senza un grande dispiegamento terrestre, molto pericoloso non solo per la pace globale, ma anche per il prestigio degli Usa che già le hanno prese di santa ragione in quell’area.

Si dice che la pressione in realtà non è rivolta a Pyongyang ma a Pechino dove tuttavia la situazione è perfettamente conosciuta e dove le vere carte in mano a Trump e ai suoi diciamo così “consiglieri”sono ben conosciute: i richiami alla Corea del Nord sono il minimo sindacale per mantenere buoni rapporti con gli Usa, ma sapendo benissimo che si tratta di un gioco delle parti. Ciò che sta a cuore a Washington è creare un certo livello di tensione proprio nell’area che più di altre comincia a mostrare propensione per interscambi che fanno a meno del dollaro. A parte le relazioni con la Russia, la Cina è massicciamente presente in Asia centrale, dove letteralmente costuisce e gestisce le reti elettriche, sta costruendo una nuova via della seta dall’Asia meridionale al Pamir con giganteschi progetti di iinvestimenti in infrastrutture. Questo non significa soltanto un inevitabile aumento di influenza politica, ma prestiti, debiti, assetti economici necessariamente al di fuori del dollaro a cui naturalmente dovrebbero prima o poi adeguarsi le roccaforti Usa, Giappone e Sud Corea.

In poche parole una perdita di influenza americana  proprio a partire dalle ragioni strutturali di tale influenza, ossia il dollaro come moneta di scambio universale. Una vera bomba atomica diffusa. Allora si prendono le portaerei e le si mostrano come una bandiera, si minacia la nuora perché suocera intenda. Si, la Cina arriva col suo piano Marshall, porta tecnologia e sviluppo e una nuova geografia di legami, ma i marines sono sempre con i pantaloni al vento, quindi attenti a voi.


Meno geografia, più guerra

20028La penisola coreana sporge dall’enorme corpo continentale dell’Asia disegnando una sorta di inconfondibile germoglio che si estende sul tra il mar Giallo e il mar del Giappone. E tuttavia un sondaggio svolto per conto del New York Times, dopo l’inasprirsi unilaterale della crisi voluta dagli Usa, mostra che solo il 36% degli americani è in grado di indicare la Corea del Nord su una cartina geografica muta, mentra la grande maggioranza la suppone in India, in Australia, persino nella penisola araba (vedi qui) . Non sarebbe una novità, la stessa cosa più o meno è venuta fuori a suo tempo con l’Iraq, la Siria  e l’Ucraina, solo che questa volta l’indagine di “mercato bellico” non si è fermata a questo, ma ha anche messo in luce un fatto inquietante: chi non sa dove collocare la Corea del Nord è anche molto più favorevole ad atti di forza e molto meno disposto ai tentativi diplomatici o alle semplici sanzioni per quanto anche queste ultime possano far parte di un quaklunque diritto internazionale non basato sulla prepotenza.

Quindi si potrebbe dire che l’ignoranza dei dati di fatto di base per dare un giudizio sensato, va a braccetto con la guerra o con l’idea di conflitto e di violenza in generale. Una ignoranza che, si badi bene, coinvolge anche la parte più acculturata della popolazione: se solo il 31% degli intervistati con un diploma di scuola secondaria è riuscito ad individuare la Nord Corea, laureati e dottorati non hanno fatto molto meglio o comunque non quanto sarebbe lecito aspettarsi: solo il 46% dei primi e il 53% dei secondi è riuscito nell’arduo compito. E questo in un Paese la cui amministrazione avverte un giorno si e l’altro pure che la Corea del Nord ha intenzioni di aggressione nucleare e su questa base minaccia un attacco preventivo.

Ovviamente non sapere dove si trova un Paese, ignorarne i confini e dunque anche l’area geopolitica e le relazioni (non parliamo poi di cultura, storia, istituzioni e quant’altro) significa che qualsiasi favola o deformazione trova terreno vergine sul quale attecchire e sul quale innestare ogni possibile bugia incontrollabile come ad esempio, – è un fatto di giornata – i forni crematori di Assad succedanei alle fosse comuni di Milosevic che solo dopo 15 anni si è scoperto che non esistevano e ancor peggio che i brandelli di  “prove” presentate per giustificare la guerra erano semmai da addebitare a quelli che la Nato “difendeva”. E’ abbastanza chiaro che la conoscenza della geografia è un ostacolo intrinseco per il potere, fa parte di un sapere di base che potenzialmente è in grado di creare ostacoli alla menzogna quotidiana non solo per le nozioni in sé, ma per la capacità di creare un rapporto tra persona, luoghi, economia, ambiente, mondo che si oppone all’astrattezza e strumentalità con cui le oligarchie gestiscono le informazioni.  E questo vale sia per la cronaca che per la storia. Stando alla retorica mediatica e alla sua futilità bon ton si sarfebbe portati a  pensare che lo studio della geografia fisica ed economica venga considerato centrale in tempi di attenzione per il clima, il territorio, l’alimentazione, le risorse, persino l’esplosione turistica, ma al contrario assistiamo,  in Italia e nei maggiori stati del cosidetto occidente, a un rapido declino dei programmi di studio della geografia, destinata di fatto ad essere abolita  come se ai futuri cittadini del mondo e schiavi itineranti, non debba interessare affatto dove si trovino o dove viaggino, in che rapporti di spazio fisico – storico siano con gli altri e come se la globalizzazione consistesse in un processo di indifferenziazione, in una notte hegeliana senza alba nel quale è soòo il potere a gestire la bussola.

Ecco che allora il piccolo sondaggio del NYT, ci dice molto di più di quanto non si proponese: ci indica che l’aggressività e la violenza sono assai più facili da smerciare e da suscitare quando non si conosce l’oggetto contro cui sono rivolte così come per il serial killer è essenziale considerare la vittima non come persona, ma come un’astrazione delle sue ossessioni. Ma questa ignoranza viene probabilmente utilizzata anche per scopi più generali e più radicali: isolare gli individui dagli altri e dalle azioni collettive, ma isolarli anche dagli altri riferimenti. Abbiamo il gps, ma è come essere su un pianeta alieno.


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