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Carovita, l’Iran delle fiction made in Usa

Iran ProtestL’avete letta in tuti i giornali e su migliaia di siti web, l’avete sentita ad ogni telegiornale e notiziario radio come se fosse un responsorio o un amen in una messa cantata: carovita. E’ la parola magica, assieme a corruzione, che la disinformazione occidentale utilizza per rendere conto dei tumulti in Iran. Davvero un peccato che nessuno e dico proprio nessuno si sia dato la pena di spiegare in  che cosa consista e di quale livello sia questo aumento dei prezzi  che peraltro pochi anni fa è stato presentato in Europa come benefico poiché era anti deflazionistico. Nè ci hanno spiegato di quale corruzione si tratti.  In realtà con carovita si intende un lieve aumento del prezzo delle uova. Mentre per il resto disoccupazione (ai livelli italiani peraltro) e difficoltà non vengono mai messe in relazione all’embargo che non è ancora finito nonostante trattati e promesse.

Purtroppo – lo dico come consiglio – il sistema informativo occidentale fa di tutto per mettere in luce il fondo di malafede nel quale agisce e al quale è costretto dalla geopolitica dei suoi padroni, utilizzando parole d’ordine che non spiega e che non è in grado di spiegare. Se poi ci si mette che le manifestazioni, seguite per la verità da contro manifestazioni enormemente superiori di numero in appoggio al governo, sono state promosse da Avaaz e Human Right Watch ossia dagli operatori di influenza americana con l’appoggio dell’ ambiguo centro terroristico mujaeddin Mko tenuto in vita fin dall’era di Khomeini e sempre a fianco dell’occidente persino quando questo spinse Saddam Hussein ad attaccare l’Iran, il cerchio si chiude. Ora se da un punto geopolitico tutto è chiaro e siamo di fronte al tentativo di mettere in difficoltà l’Iran per il suo ruolo di primo attore in medio oriente, se le tecniche utilizzate sono sempre le solite, le parole feticcio le medesime, l’operazione questa volta si presenta come un condensato della confusione distruttrice occidentale in tutta la sua potenza e nello splendore della sua  inarrivabile ipocrisia.

Fermo restando che quasi il 70 per cento della popolazione iraniana è favorevole, almeno secondo i sondaggi, ad aumentare l’appoggio alle operazioni anti Isis e  a sostenere Assad, consenso peraltro in considerevole aumento rispetto all’anno scorso, i motivi di inquietudine e malcontento non sono pochi in Iran, ma purtroppo dipendono proprio dalle politiche economiche neo-liberiste del governo Rohani, in un certo senso il candidato dell’occidente, che ha cominciato a tagliare gli aiuti alla popolazione più debole messi a punto dall’ultraconservatore Ahmadinejad, quello che passava per il diavolo. Dunque siamo di fronte non solo a un piano di destabilizzazione che nemmeno si è tentato di nascondere con accuratezza, ma attuato in qualche modo proprio con grazie al governo che si è aiutato a vincere e che ora si vorrebbe mettere in crisi per il ruolo che sta avendo nella vicenda mediorientale e non certo per l’ideologia liberaleggiante che sfoggia, men che meno per i tagli che poi suscitano le proteste. Ed ecco spiegato perché invece di parlare della dissoluzione progressiva della solidarietà verso il basso, di tagli vigorosi al sistema di aiuti si parla a casaccio e banalmente di carovita, come comari davanti al supermercato, per evitare di mettere in chiaro che semmai i guai da cui nascono le rivolte sono il risultato finale delle pressioni occidentali affinché l’Iran si liberistizzasse, se è concesso fare questa derivazione.

Una fabbricazione che coinvolge anche le rivolte violente e i morti di questi giorni di cui non si ha alcuna prova e i cui video mostrano invece di edifici governativi in fiamme, come da mattinale giornalistico, bidoni e piccoli gruppetti dediti a distruggere un container. Del resto viviamo in un mondo nel quale platealmente il segretario di Stato Tillerson dichiara in un memo ( qui ) che gli Stati uniti dovrebbero usare i diritti umani contro i propri avversari come Iran, Cina, Corea del Nord dando invece un passaporto agli alleati più repressivi  come Filippine, Egitto ed Arabia Saudita. L’affarista Tillerson scopre adesso ciò che gli Usa fanno da cinquant’anni, approva e ci mette del suo che in questo caso saranno altre sanzioni verso l’Iran.

Il fatto è che viviamo in una finzione globale nella quale anche il dramma e il disagio sociale  viene romanzato perché piaccia di più agli spettatori ormai abituati al risibile e al mal gusto, alle “installazioni” prodotte dai servizi e dilatate dall’informazioe: una situazione nella quale non è possibile alcun reale progresso e che anzi alla fine crea una reazione di rigetto, come stiamo vedendo chiaramente in Europa, in un contesto lontanissimo. Purtroppo tutto questo verrà alla fine pagato, ma non dai registi della narrazione, dalle comparse loro malgrado ingaggiate con un cestino per il pranzo.

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L’Eurofascismo fa le prove in Catalogna

BarOrmai è chiaro e visibile anche da chi non vuole vedere che in Spagna il franchismo delle classi dirigenti madrilene, sopito, ma non spento, ravvivato da Rajoy con la sua banda di clerico – fascisti  e l’europeismo eurista si sono alla fine saldati esplodendo nella questione della Catalogna, l’ultima a resistere sotto l’assalto di Franco, Hitler e Mussolini durante la guerra civile e oggi la prima a volersene andare dalla dittatura neo liberista. L’assalto del vero e proprio esercito di occupazione mandato dal governo centrale a impedire il referendum sull’indipendenza del primo ottobre ha prodotto ieri 14 arresti tra funzionari del governo catalano e amministratori di aziende che avevano stampato le schede elettorali, ma è solo l’ultimo e clamoroso atto di una repressione che va avanti da oltre un mese con arresti, perquisizioni, sequestri di volantini elettorali, assalto a libere manifestazioni: oggi ha solo e definitivamente calato sua maschera.

E indovinate chi è uno dei personaggi che ha chiesto nei giorni scorsi  il pugno di ferro contro gli indipendentisti e invitato il governo a fare della Catalogna terra bruciata. come portavoce occulto, ma nemmeno tanto delle forze armate? Quel colonnello  Tejero che nell’81 tentò un colpo di stato contro le neonate istituzioni spagnole, episodio oscuro, mai realmente chiarito, ma che sembra essere maturato alla corte di re Juan Carlos il quale alla fine, visto il fallimento dell’operazione e il rischio di guerra civile, buttò a mare il piano e i suoi complici per uscirne come difensore della democrazia. L’intervento di Tejero plurigolpista fallito e manovrato dalla corte ( tentò un golpe anche nel ’79) potrebbe sembrare un piccolo e ignobile particolare, ma visto che i suoi consigli sono stati seguiti, la sua voce illustra come meglio non si potrebbe tutta l’involuzione politica e sociale della Spagna che viene quasi risucchiata a forza dal suo passato.

Naturalmente l’Europa sta con Madrid e per non farsi mancare tutto il grottesco possibile questa ong dei massacri sociali lo fa proprio nel momento in cui la repressione di Madrid raggiunge il suo apice e svela la sua natura antidemocratica: magari a Bruxelles la fratturazione degli stati nazionali e la nascita di soggetti statuali più piccoli e con minor peso specifico potrebbe anche far comodo e farebbe ancor più comodo alla Germania e alla sua dama di compagnia francese, assunta a progetto, ma alla fine le doglie di questi parti sarebbero così dolorosi da mettere in pericolo l’intera costruzione oltre a costituire un problema e non da poco per le impalcature esterne della stessa, la prima delle quali è la Nato. Dunque adesso si dice a Bruxelles, “rispettiamo la Costituzione”, anche se le operazioni della polizia e dell’esercito, gli arresti e i sequestri  contro un  referendum puramente consultivo ne sono la negazione assoluta. Ma si sa in occidente ormai le costituzioni sono a la carte: immaginiamoci solo per un momento l’esecrazione se le stesse cose le avesse fatto Maduro in Venezuela.

Naturalmente i catalani, compresi quelli incerti sull’indipendenza non l’anno presa bene e la reazione non si è fatta attendere con manifestazioni di cinquanta mila cittadini davanti al palazzo dove sono stati fatti gli arresti, blocchi, scontri, disubbidienza civile, mobilitazione sindacale che si appresta a indire per il 3 ottobre uno sciopero generale, con il personale del porto che si rifiuta di scaricare alcunché dalle due navi crociera utilizzati da Madrid per far arrivare a Barcellona 16 mila uomini: insomma la mossa del governo centrale è stata poco intelligente se la si guarda sui tempi lunghi perché è destinata ad aumentare più che mai la voglia di indipendenza e a convincere anche gli incerti. Probabilmente il referendum salterà, ma il problema per gli oligarchi spagnoli ed europei diventerà certamente molto più grave, ma del resto non si può pretendere intelligenza da oligarchi la cui mente è già tutta occupata dall’avidità, dal non senso e dal terrore di perdere le proprie prerogative. E che come si è visto all’Onu, è preda di un delirio.

Di certo stiamo assistendo a un momento storico, quello in cui di fatto viene negata anche l’autonomia già concessa e in cui l’idea di indipendenza esce da un terreno caotico, disordinato e in qualche modo sospeso per diventare un chiaro obiettivo con un nemico preciso e ben individuato, mentre sarebbe stato facile risolvere i nodi senza esisti drammatici. Ma l’imbarazzante livello culturale dei dirigenti occidentali, dai cosiddetti think tank del neo liberismo dove l’idiozia si taglia col coltello, alle sue penose espressioni politiche che sembrano essere frutto di quell’infantilismo generale che esse stesse hanno voluto e preparato, dà ormai ogni giorno i suoi frutti.


Bologna e la violenza dei renzoidi

f87bb12144705e6e5383ae65906c86ba-kt9c-656x369corriere-web-nazionale_640x360Fanno benissimo gli studenti di Bologna, dopo le manifestazioni dei giorni scorsi, a chiedere l’allontanamento del rettore Ubertini: non tanto per aver chiamato la polizia a dare lezione ai cosiddetti facinorosi,  quanto per il fatto che egli rappresenta a pieno la mutazione renzusconiana della scuola, ovvero quella sedicente modernità da scopiazzatura di altri modelli che poi si traduce nella privatizzazione degli studi e nel contempo nel mantenimento di tutte le opacità baronal – politiche come residuo nazionale. Insomma come personaggio che incarna a pieno questi due capisaldi della contemporaneità didattica italiana. Il primo simbolizzato dai tornelli come controllo degli accessi, il secondo dalla “promozione” a professore emerito di un docente colto ad aver plagiato un libro, fatto che ha avuto un’eco mediatica disastrosa per la più antica università del mondo.

La stessa elezione a sorpresa due anni fa di Ubertini, appena 46 anni dunque il rettore più giovane sotto il premier più giovane, ingegnere e con una serie di pubblicazioni non folgoranti, per giunta quasi tutte firmate come ultimo autore, il che per chi conosce qualcosa della ricerca e dell’università, sa cosa significa, con due fratelli entrambi docenti e entrambi di materie ingegneristiche, moglie docente confermata presso la medesima  università, un  padre anche lui ex docente di peso a Roma, non sembra davvero incarnare quel cambiamento sempre citato, raramente attuato e comunque mai pensato al di là della sua vuota natura di leit motiv.

Non è tanto importante dare credito alle voci che a suo tempo volevano il giovane candidato alla poltrona membro dell’Opus dei o massone o ancora affiliato a Comunione e liberazione (tre appartenenze peraltro abbastanza comuni al contrario di quanto non sembri), né dedurre qualcosa dal fatto che la sua elezione sia stata dovuta soprattutto ai voti del personale amministrativo, ma sono importanti altre cose: il sovrano silenzio che ha accompagnato i rilievi della Corte dei Conti la quale ha riscontrato una giungla di irregolarità e di misteri nella galassia dell’Ateneo, un intrico che va da società consociate e partecipate nelle quali gli amministratori sono più dei dipendenti, la confusione assoluta per cui alcune di tali società svolgono compiti analoghi a quelle di altre o ancora agli aumenti ingiustificati ad amministratori e consiglieri. Oppure il fatto che il bilancio di previsione 2016 – 2018 sia stato presentato al senato accademico in ritardo e con la pretesa di approvazione immediata nonostante mancassero le informazioni basilari su tutto anche sul ricorso all’indebitamento sul mercato finanziario, con violazione di ogni regola, quelle stesse a cui ci si appella per chiamare la polizia a tornellare. L’ipocrisia dell’operazione trasparenza in seguito alla quale è stata enfaticamente annunciata ai media l’accessibilità pubblica ai documenti del senato accademico, mentre nel provvedimento si dice che essi sono riservati ai dipendenti dell’Ateneo con un’interpretazione restrittiva dello Statuto e persino della legge Gelmini.

Insomma si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un renzoide con tutti gli annessi e connessi  del caso e con un probabile, analogo esito disastroso. Il problema non è dunque quello di un movimento studentesco che si batte per meno tornelli, per un sapere più diffuso e disponibile anche per chi non può pagarselo, per un’Università con servizi più aperti, qualunque cosa ne pensino i conformisti compulsivi per i quali non c’è cura, quanto la soppressione tout court del dissenso a cui fa da pendant un nulla progettuale, ovvero un mucchio di chiacchiere che ancora una volta si appellano al nuovo senza specificazioni o ragioni ma che hanno come obiettivo unico la privatizzazione senza moralizzazione.


Colonnello Tsipras

18673Si potevano avere dei dubbi sul governo Tsipras, sulla sua capacità di dar corso alle speranze con cui Syriza aveva vinto le elezioni e persino dopo il “tradimento” dell’estate scorsa ci si poteva comunque augurare che il leader di una coalizione fra sinistre facesse qualsiasi cosa per attenuare i diktat di Bruxelles e l’appoggio sostanziale che ad essi veniva dall’altra sponda dell’atlantico dopo i primi giochini di immagine di Obama. Invece la realtà è che Tsipras e il suo governo fanno gli straordinari per obbedire all’Europa e per far si che un parlamento trasformatosi in un drone politico comandato a distanza, approvi qualsiasi massacro, anche per il rotto della cuffia. Proprio ieri con appena  153 voti su 300 è passato un nuovo pacchetto di austerità presentato dal governo che comporta  da una parte decisivi tagli alle pensioni e al contempo un  aumento dei contributi previdenziali: da oggi in poi con vent’anni di contributi si potrà avere una lauta pensione di 384 euro al mese. Dall’altra si è provveduto a un aumento delle tassazioni sia dirette che indirette: aumento dell’Iva dal 23 al 34 per cento, deciso innalzamento delle accise praticamente su tutto e un innalzamento della pressione fiscali sui salari che vanno dagli 800 a ai 2250 euro al mese con un esborso annuale di 176 euro in più a persona. Insomma tagli per più di 3,5 miliardi e aumenti fiscali per 1,8. E ancora non basta perché l’Fmi ha annunciato di volere altri sacrifici per rinnovare i prestiti.

In realtà queste misure, come si sa da anni, affondano il Pil e rendono impossibile restituire il debito, lo sanno tutti dai responsabili da Bruxelles a Berlino per finire al Fondo monetario e al milieu finanziario che del resto sui titoli di Atene ha fatto delle lucrose speculazioni. L’insistenza su questa strada senza uscita non ha ragioni economiche, ma politiche: si tratta di radere al suolo anche le vestigia dello stato sociale e nel contempo di creare una sindrome di impotenza e di rassegnazione, visto che ogni tentativo di liberarsi dalla schiavitù del debito è finora fallito. Va al potere Syriza e da sinistra si trasforma in fiancheggiatrice dei poteri continentali, si sciopera e non si ottiene nulla, si protesta in piazza e si viene gassati e manganellati da una polizia che mai era stata così violenta.

Ora è impossibile che Tsipras sia così ottuso da non comprendere quale sia il punto della questione, quale sia il proprio ruolo  e cosa ci aspetta da lui: ma in un anno da leader di sinistra si è trasformato in un colonnello, di quelli famigerati, tanto più che i massacri sociali vengono compiuti con l’appoggio organico di partito nazionalista. Naturalmente si tratta di un colonnello del XXI secolo che non ha bisogno di arrestare o perseguitare gli oppositori, salvo quando si presentano in piazza, a cui basta l’informazione quasi tutta in mano ai poteri globali, la pressione finanziaria, il ricatto dei deboli, anche se come quelli di un tempo ha comunque bisogno dell’ausilio di oltre atlantico, tramite Nato ed Europa per tenere in ostaggio il Parlamento.

Se fosse in buona fede si sarebbe dimesso da un pezzo, tanto più che in questa situazione sarebbe molto meglio se la gestione dei massacri fosse affidata agli emissari diretti della reazione finanziaria: se non altro si conserverebbe la speranza di poter cambiare prima o poi la situazione. Così invece l’infierire di un uomo della sinistra sui ceti popolari in ossequio all’ideologia liberista induce un senso di rassegnazione e di smarrimento, come se le idee e le speranze in una società più uguale e più giusta fossero solo pie illusioni. Insomma è tutt’altro che una vittima: fa il suo lavoro sull’attenti.

 

 


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