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Lavoratori, votate per chi vi sfrutta

bandAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio non ci sia strada virtuosa per il potere, mica occorre far man bassa dei fondi pubblici, evadere, riciclare, comprare e vendere consenso. A volte anche grandi illusioni che avevano alimentato grandi aspettative si fanno corrompere da presunti stati di necessità, da emergenze nutrite  apposta per consentire soluzioni eccezionali e per dare spazio a commissari, tecnici e plenipotenziari agli affari sporchi addetti a farci digerire pozioni maligne.

Proprio mentre l’Ilo, Organizzazione Internazionale del Lavoro  pubblicava il suon rapporto periodico intitolato in questo caso World employment and social outlook, “Prospettive occupazionali e sociali nel mondo”, una campana a morto senza speranze a cominciare dalla denuncia esplicita che la maggior parte dei lavoratori nel mondo vive al di sotto delle soglie di sicurezza e benessere materiale, psicologico e morale, senza alcuna possibilità di conseguirli e tantomeno di esprimere vocazioni e talenti, i sindacati insieme a Confindustria lanciano un Appello per l’Europa.

Quando qualcuno, io tra questi, ha osato esprimere il proprio sdegno per la prima apparizione ufficiale di Landini nella Triplice ricostituita in piazza insieme a un campionario confindustriale, venne accusato di iconoclastia, vantando il curriculum di operaio promosso alla rappresentanza dell’ex segretario della Fiom, come garanzia indubitabile della sua tenace appartenenza al ceto sfruttato e dunque della sua autorevolezza e credibilità che non sarebbe stata contagiata dal virus del partito del Pil, che da decenni vuol persuaderci che siamo sulla stessa barca, noi, loro e Adam Smith, tutti potenzialmente beneficiati dalla manina della Provvidenza che sparge come una polverina d’oro anche sugli ultimi i frutti dei profitti dei primi, tutti richiamati all’ordine dallo stato di necessità che costringe alla volontaria rinuncia a diritti e conquiste.

Adesso anche i più restii a prenderne atto dovranno capire che siamo irreparabilmente soli, come lo sono stati e lo sono i cassintegrati, o quelli che una mattina si sono presentati in fabbrica e hanno trovato i capannoni vuoti, che baracca e burattini erano stati trasferiti in geografie più favorevoli, o gli operai della Fiat abbandonati quando affrontarono la più grave crisi della storia dell’industria nazionale, intimoriti e ricattati a Pomigliano e Mirafiori  e colpevolizzati per la loro resistenza in modo da legittimare il trasferimento dell’azienda all’estero.

Soli, come lo sono i dipendenti di qualsiasi azienda e impresa e scuola e ospedale, che hanno perso anche l’autorizzazione al lamentarsi perché c’è chi sta peggio, convinti perfino dai loro rappresentanti che le restrizioni e i rischi sono ineluttabili, che l’austerità è un incidente, un evento naturale e imprevedibile che si è abbattuto su tutti e che tutti dobbiamo sopportare con uguale responsabilità. E che chi si oppone si mette fuori dal consorzio civile e dal progresso per tutti.

Soli, come lo sono i lavoratori precari, per loro stessa natura condannati alla competizione e alla concorrenza più feroci per mantenersi il contratto strappato al pensionato intimidito dallo stalking telefonico, esautorati della possibilità di unirsi per la difesa delle proprie prerogative, costretti a un isolamento coatto e agonistico che mina qualsiasi forma di coesione e solidarietà.

Soli come sono ormai anche quelli che si sono rifugiati in quegli impieghi che offrono la chimera di una autonomia che permetterebbe loro di essere imprenditori di se stessi, perché si auto organizzano le consegne dei pasti a domicilio, che ormai anche secondo i tribunali i pony express e quelli di Foodora sono “lavoratori autonomi”, o perché   esercitano l’accoglienza correndo da un B&B all’altro, o perché appartengono al ceto dei vaucher che si adatta a tutti i lavoretti flessibili compresi quelli del taylorismo digitale, o perché  circolano negli spazi spuri del coworking dove la socialità e la solidarietà si esprime attraverso la connessione e alla fidelizzazione a una aspettativa di guadagno. Soli anche quando si muore sul posto di lavoro, disapprovati in qualità di fattore umano irrazionale e incompetente, che crea danno all’impresa e ostacola la modernità.

Soli come lo è la classe disagiata, sempre più estesa della quale fanno parte quelli che sofforno la perdita di beni, sicurezze e garanzie, quelli che giurano ogni giorno, di mese in mese e di anno in anno, che il loro sotto-impiego è soltanto «temporaneo» e  serve alla sopravvivenza, ma poi.., quel 90% di ricercatori che secondo una statistica proprio della Cgil ha abbandonato l’università italiana, quella zona grigia che  tira avanti finché durano i risparmi di famiglia, i contratti precari e gli assegni di disoccupazione, che si vergogna di chiedere il reddito di cittadinanza e che aspetta che si liberi il posto che credono di meritare perché hanno studiato e preso una laurea, in aperto conflitto con le migliaia  che si sono adattati a stare in un call center, a fare i manovali o i pizzaioli perché non hanno nessuno alle spalle e che hanno perso con la speranza anche la loro identità.

Soli come quelli che non hanno goduto delle mancette e degli 80 euro e che si sentono dire che il reddito di cittadinanza è “illegittimo”  perché è troppo generoso rispetto ai salari italiani. Condannandolo invece di condannare trattamenti iniqui, disuguali e umilianti. Soli come quelli che ricorrentemente si sentono dire da chi ha il culo al caldo che sono indolenti, mammoni, viziati, inadeguati e impreparati dopo che è stato smantellato l’edificio dell’istruzione pubblica, dopo che le riforme che si  sono susseguite hanno realizzato la distopia dei diplomifici privati, hanno creato una falsa concorrenza tra Università statali e private, le ultime adatte a selezionare per censo, fidelizzazione al mercato, rendita il personale da immettere nell’apparato imperiale, comprese quelle tipologie di occupazioni inutili, quell’ammuina di occupazioni svalutate se le svolgiamo noi, valorizzate se a coprire quei ruoli fasulli è qualche delfino, uniti comunque dallo status di sudditi.

Si, soli se chi doveva rappresentarci e testimoniare di noi si appaga di una costruzione elitaria e feroce definendola come un progetto demiurgico  “cruciale per affrontare le sfide e progettare un futuro di benessere per l’Europa che è ancora uno dei posti migliori al mondo per vivere, lavorare e fare impresa”. Come se la lotta condotta contro le democrazie da una unione che le deplora in quanto nate da lotte di resistenza e dunque macchiate dalla colpa di essere “socialiste” non fosse motivo sufficiente per volerne star fuori. Come se i vincoli, i diktat, le estorsioni, le minacce e le cravatte del rigore non siano stati pensati e attuati per dividere i paesi e nei paesi, per limitare diritti, autonomie e libertà, per condannare al malessere e all’ubbidienza. Come se la rivendicazione di giustizia sociale fosse una manifestazione di populismo ignorante e primitivo e  la pretesa di indipendenza e autodeterminazione fosse  una espressione di arcaico e irragionevole sovranismo. Come se che denuncia la globalizzazione e i suoi guasti contribuisse alla decrescita della nazione e della regione, come se fosse vero che “dove passano le merci non passano i cannoni”, come dimostrerebbero ex Jugoslavia,  Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Venezuela.

L’appello concorde e condiviso di sindacati ha la natura di una letterina a Babbo Capitale in tre paragrafi: “Unire persone e luoghi”, forse grazie all’Alta Velocità, e all’Apprendistato europeo, una festosa rivisitazione dei sogni di Poletti,  “Dotarsi degli strumenti per competere nel nuovo contesto globale”, sulla linea direttrice tracciata dal duo Reagan-Thatcher con la libera circolazione dei capitali e degli eserciti di schiavi? e infine “Potenziare la rete di solidarietà sociale europea”), nel quale ci si piega alla opportunità di offrire un sostegno europeo al reddito  purché non pesi sulle imprese.

Ah però, ma allora meglio soli che male accompagnati.

 

 

 

 

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Gli Usa e la schizofrenia di elite

091904792-2c323171-9837-4971-ba85-ef478e1b9decCome noi tutti sappiamo ogni  giorno on Usa un nero viene ammazzato dalla polizia e un quarto di loro senza alcuna giustificazione plausibile, mentre è del tutto evidente che, se appena si esce dal 10 per cento più ricco della popolazione del resto formata quasi interamente da bianchi  e per l’ottanta per cento da bianchi anglosassoni e protestanti, la discriminazione fra censo, etnie, generi, inclinazioni sessuali  è una realtà palpabile, tanto che non passa giorno senza che vi siano da qualche parte denunce in tal senso: un giorno Uber viene accusata di discriminare le donne, Harvard di marginalizzare gli studenti asiatici, alcune compagnie aeree i gay e mille altri casi in una continua girandola di scandali e scandaletti  che coprono come un sudario di correttezza la realtà concreta, la discriminazione vera; solo il 2 per cento di neri e latini accede all’istruzione di medio livello che in Usa è appannaggio esclusivo delle scuole private, il reddito medio di un nero è il 61% inferiore rispetto a quello di un bianco. mentre quello delle donne è complessivamente del 30% più basso,  i neri colpiti da attacchi cardiaci hanno possibilità molto minori rispetto ai bianchi di essere sottoposti a interventi opportuni, i bianchi hanno cinque volte più possibilità dei neri di ricevere un trattamento anticoagulante di emergenza per l’infarto, le donne nere hanno quattro volte più possibilità delle bianche di morire di parto, tutte cose queste ultime dovute più al censo che al colore della pelle in una società dove l’intervento pubblico è ridotto al mimimo indispensabile

Mi fermo qui, sono cose che tutti sappiamo e la cui documentazione può essere reperita dovunque. Ma vediamo – questa è la cosa interessante perché in qualche modo ci riguarda da vicino –  come reagisce l’elite americana di fronte a tutto questo visto che da una parte non può mettere in discussione il sistema stesso come fonte strutturale di disuguaglianza e al tempo stesso non può apertamente rinunciare alla mitologia fondativa dell’America. Come si vede benissimo nelle università dove si forma la classe dirigente, la via d’uscita dalla contraddizione è un’ossessivo formalismo simil – egalitario, la cui dose dev’essere sempre aumentata fino a che non sfocia nella patologia, ovvero in una sindrome di Tourette al contrario. La malattia nella sua fase conclamata è cominciata da una decina d’anni, quasi in contemporanea con la prima crisi economica sistemica e ha avuto il suo episodio simbolo nel tentativo da parte degli studenti della Purdue University in Indiana di far cacciare un loro collega che per mantenersi agli studi faceva il bidello: la colpa di cui si era macchiato era quella di stare leggendo un libro contro il Ku Kux Klan sulla cui copertina figuravano degli incappucciati: ciò faceva star male le aninule di questa razza padrona in formazione. Poì è stato tutto un franare verso il coma intellettuale la cui forma è una sorta di censura contro le cosiddette “microaggressioni”. Per esempio ad Harvard gli studenti hanno vietato l’uso della parola violare in tutte le sue accezioni perché il verbo li sprofonda nell’angoscia, oppure parlare dell’America come melting pot è una microaggressione  contro coloro che non vogliono integrarsi, per alcune associazioni di studenti asiatici la frase “voi siete bravi in matematica” sottintende una velata discrimazione razziale, oppure nelle università della California dire a qualcuno che parla bene inglese” sarebbe un’offesa perché sottintende che l’interlocutore non sia un vero americano. Come se questa poi fosse un’offesa e non un titolo di merito.

Come si vede benissimo da quest’ultimo esempio si tratta di una correttezza ipocrita e ambivalente  che  vieta di dire alcune cose, di leggere libri, di discutere senza paraocchi e ritualità, nel timore che questo rappresenti  o simboleggi una qualche discriminazione e dunque sostenga una qualche superiorità che non viene negata, ma che deve essere semplicemente sottaciuta. Tutto questo verminaio di bon ton farisaico sta esplodendo in situazioni grottesche, non soltanto perché la simil – correttezza paranoide sta rendendo angosciosa la vita universitaria (gli sudenti hanno chiesto, tanto per fare un esempio su mille, il licenziamento della sociologa Laura Kipnis rea si aver scritto “Avances indesiderate – la paranoia sessuale imperante nei campus”) ma esercita censure anche sui libri e le opere fondamentali e  ha anche un risvolto psichiatrico: il contatto con frasi “inappropriate” o la lettura di Ovidio, Fitzgerald, Shakespeare, Mark Twain, Euripide o Virginia Wolf, tanto per citare i casi più in vista  (ma non Stephen King cosa che la dice molto lunga su questa sub cultura inevitabilmente soap) provoca spesso il ricorso a terapie psicologiche: la domanda di aiuto psichiatrico è aumentata di  sette volte negli ultimi dieci anni.

E’ chiarissimo che i rampolli della razza padrona, cercano in maniera inconscia di isolarsi dal mondo grande e cattivo che dovranno perpetuare, attraverso facili formule, abracadabra che rinviano alla creazione di una propria favola, di fare tribù perché ogni loro intervento sul mondo reale  sarebbe al contempo un  atto contro i loro privilegi. Non siamo di fronte a un fatto di costume, ma a una schizofrenia politica di classe dove la massima apertura comincia a coincidere con la massima chiusura e il cui avversario non è affatto quello che appare o viene scelto come tale perché fa parte della medesima area di interessi, anche se non dello stesso linguaggio: il vero nemico è una diversa concezione della società. Sarebbe interessante fare un paragone con il ’68 europeo in cui i figli della buona borghesia chiedevano maggiore libertà per loro a nome dell’intera articolazione sociale, ma quello che importa qui è vedere come il contratto sociale stesso si stia sfasciando con la separazione dei suoi corpi  si stia palesemente separando, proprio mentre si invoca una sorta di orrendo conformismo globale che si nutre di formule e di infingimenti, come possiamo vedere ogni giorno, ogni minuto anche in rete, ovvero dell’esatto contrario della libertà.


Cortocircuito Italia

cortocircuito_NG2Il cortocircuito è il destino praticamentei certo degli elettricisti fai da te, ma quasi sempre lo choc  che ne deriva è una salutare lezione che invita o a essere dei bricoleur migliori e più consapevoli dei loro limiti oppure a chiamare un tecnico. Perciò oggi mi dedico a creare un cortocircuito tra linee di corrente che apparentemente non c’entrano nulla l’una con l’altra, ma che unite producono scintille e fanno saltare l’ interruttore del salvavita. Perché se qualcuno ancora non lo ha capito questo Paese in stato preagonico ne ha urgentemente bisogno. Prendiamo la prima fase di corrente: entro in una farmacia e sento due signore non anziane, sui cinquanta, di cui una con l’aspetto tipico della prof, discutere con il commesso sul fatto che l’influenza è portata dagli immigrati africani.

Ovviamente non pretendo che si sia appassionati di medicina e di storia al punto da sapere che l’influenza è praticamente sconosciuta nel continente nero e che anzi si tratta di una malattia endemica dell’Europa: lungi dal nostro piccolo mondo pensare che siamo stati a noi a portarla altrove, a volte sterminando intere popolazioni, come è accaduto nelle Americhe. Ma insomma cancellare dai ricordi anche esistenziali il fatto che l’influenza ci fosse e spesso in maniera grave ben prima del fenomeno immigratorio è un’affascinante testimonianza di come la memoria sia plasmabile e che quando un meme forma un circuito automatico in una mente cresce fino ad occupare ogni anfratto dei neuroni. E’ anche difficile comprendere come si sia arrivati a considerare l’immigrazione come vaso di Pandora di tutti i mali e soprattutto quali forze e perché abbiano lavorato per riempire la pancia di questo fagiolame.

Seconda fase successiva di qualche giorno e avvenuta altrove: l’esercente di un negozio nella città più turistica del mondo in rapporto ai suoi abitanti, quella che sorge in mezzo alle acque, ha difficolta dentro il negozio a prendere la linea con il suo costoso smartphone. Vede che io invece, con lo stesso gestore parlo tranquillamente e mi chiede quale meraviglia possegga: le rivelo che è un telefonino cinese comprato a un prezzo tre volte inferiore a quelli di tipo comparabile, ma di una marca notoriamente all’avanguardia almeno per chi ha minimi interessi tecnologici: la differenza di prezzo è dovuta al fatto che tale azienda non opera direttamente sul mercato italiano, quindi bisogna necessariamente compralo in Asia a prezzi asiatici e senza i soliti accordi di cartello fra concorrenti. La signora rimane interdetta e dice che lei ha comprato un Samsung perché si fida solo dei prodotti occidentali. Chissà da dove arriva il nome Samsung  forse dalla Slovacchia o dalla Lituania o da qualche altra landa sarmatica? Chissà, ma ecco una variante dello stesso meme di prima all’opera in un’ altra area della mente.

Tutto questo fa parte del polo negativo e ora viene quello positivo che tuttavia si trova molto lontano da un Paese che serve il popolo purché che non sia il proprio visto che per i poveri di spirito globalismo e internazionalismo sono la stessa cosa. E viene nientemeno che dall’  Institute of International Education che fa parte del Mit di Boston: si fa sapere che la Cina con le sue scuole di eccellenza ha superato la Gran Bretagna come meta di prestigio per gli studenti di tutto il mondo e si appresta a superare gli Stati Uniti. Del resto gli Usa solo in un anno e mezzo hanno perso circa 440 mila tra tecnici, docenti universitari e ricercatori che sono tornati in Cina, il che la dice molto lunga su due fatti: la ridislocazione di potere, di economia, ma anche di immaginario nel mondo e il sostanziale fallimento di un modello scolastico elitario e selezionato su base reddituale che noi vogliamo imitare a tutti i costi. Una imitazione più grave, più stupida e più servile di quanto non appaia visto che da decenni questo sistema di sapere è stato accusato  di tendere sostanzialmente alla formazione di elites di censo e di avere molti problemi a sostenere la sfida mondiale, reggendosi attraverso l’importazione massiccia di cervelli, attirati da un’eccellenza che in realtà erano loro stessi a decretare.

Bene abbiamo chiuso il circuito e abbiamo preso la scossa. Ma chissà se potrà servire a superare la pervasiva inoculazione anglofila e neoliberista che ci rinchiude in un modo immaginario sempre più piccolo proprio quando pensavamo di averlo allargato così tanto da perdercisi dentro.


Europa in cattività

cattivita_babiloneseStamattina leggevo su un noto sito della sinistra un articolo sui destini del sistema universitario italiano e sullo sconsiderato intendimento del renz berlusconismo di trasformarlo all’americana ovvero “da una parte università semi-private di ottima qualità per una ridotta élite e dall’altra un’università pubblica di scarsa qualità per tutti altri”. Tutto condivisibile se non fosse che l’ottima qualità di tali atenei americani privati o semi privati è una cosa che è diventata vera a forza di ripeterla, ma che prescinde da qualsiasi prova concreta. Né possono dare lumi le varie classifiche, internazionali di nome, statunitensi di cognome che – come ammettono i loro stessi compilatori – giocano su molti fattori del tutto estranei alla didattica tra i quali figura l’entità degli stipendi dei docenti, del personale amministrativo e dei servizi di sicurezza, il numero delle attrezzature sportive, la qualità delle strutture abitative, il costo di birra e hamburgher e via dicendo oltre a fondarsi su un meccanismo di voto anch’esso sostanzialmente basato esclusivamente sulla fama.

Si tratta di un giudizio autoreferenziale che col tempo è divenuto anche un lucroso business dell’istruzione attraverso il sistema dei master, ma che in realtà è garantito solo dalla potenza americana come forse sa chi ne ha esperienza diretta, mentre a giudicare dall’enorme numero in Usa di ricercatori che provengono da sistemi universitari diversi si direbbe che il sistema non è poi così buono, tanto che all’interno viene ferocemente criticato.  Ma questo è uno tanti esempi del passaggio definitivo tra una civilizzazione europea che comprendeva anche l’estremo occidente americano e una civilizaazione americana che comprende delle varianti europee, un processo iniziatosi alla fine della grande guerra, divenuto stringente dopo la seconda, conclusosi con Maastricht. E’ fin troppo evidente che in queste condizioni il progetto Ue non poteva avere un proprio spazio ideativo e una coerenza agli ideali espressi in precedenza, limitandosi ad essere una sorta di imitazione americana, come del resto qualsiasi cosa a cominciare dai partiti, per andare alla comunicazione o all’espressione artistica, a quella cucina greve per finire persino alle categorie atletiche. E naturalmente si impone anche la lingua americana in quanto portatrice dei valori che devono essere diffusi e funzionale ad essi.

Quest’ultimo elemento agisce in molti modi: è prima di tutto una dimostrazione di sottomissione a un modello per cui accade che a Science Po, il noto istituto di studi politici di Parigi il 60% degli insegnamenti venga impartito in inglese, senza alcuna ragione al mondo se non forse quella che molti concetti del pensiero unico neo liberista troverebbero qualche difficoltà ad apparire credibili in altri contesti semantici nei quali sarebbero oggetti concreti e non semplici “segnalibri” linguistici e andrebbero perciò incontro a un rapido deterioramento: basti pensare che il corso sulle politiche culturali in Francia al Po è denominato Cultural Policy and Management che significa tutt’altro ovvero indicazioni pratiche sulla cultura e sulla sua gestione che comprende già un’idea mercatista di cultura. Ma l’imperialismo linguistico serve anche come viatico alla scomparsa di concetti pericolosi, a usi eufemistici per coprire il disagio sociale, o rendere meno evidente il comando e le sue responsabilità e non  ultimo a vendervi robaccia con slogan senza significato reale i quali, espressi  nella lingua delle vittime del consumo, apparirebbero palesemente come prese per i fondelli.

Una delle conseguenze di tutto ciò è che le classi colte europee di prima della guerra conoscevano solitamente due o tre lingue del continente e potevano operare un dibattito reale e diretto, mentre adesso conoscono solo l’inglese, parlano dentro una bolla culturale che li estranea e per giunta in una lingua che non fa più formalmente parte dell’unione. Se non si parte da questo ci si può stupire  – è solo un esempio fra mille – che diversi Paesi europei siano stati costretti a stipulare con gli Usa un accordo per cui essi devono dichiarare al fisco americano tutti i conti detenuti da cittadini e imprese a stelle e strisce, ma non viceversa perché questo sarebbe contro le leggi degli States. Nemmeno ci si chiede più dove sia finita la reciprocità.

Quindi quando si sente turibolare l’Europa in realtà assistiamo all’encomio di qualcosa che non esiste più, di un’ appendice del pensiero unico senza capacità reale di essere qualcosa al di fuori di esso, di un’Europa incattivita e in cattività. in cattivitàhut up.


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