In questi giorni di caldo estenuato e di distratte chiacchiere estive è forse passato inosservato il crinale storico nel quale ci troviamo e della più umiliante sconfitta di tutta la storia americana. il memorandum d’intesa, diventato poi legge,  che Washington è stata costretta a firmare prima che gli Usa cominciassero ad esaurire le riserve di petrolio, non potrebbe parlare più chiaro: gli Stati Uniti dovranno pagare “almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran”, lo stesso regime che gli Usa hanno demonizzato come la radice del male in Medio Oriente sin dalla crisi degli ostaggi del 1979; dovranno togliere le sanzioni che essi hanno imposto più o meno dallo stesso periodo; l’America “si impegna a rendere pienamente disponibili i fondi e i beni congelati o vincolati della Repubblica Islamica dell’Iran”, una somma stimata tra i 100 e i 120 miliardi di dollari; dovranno anche tenere a bada Netanyahu perché la guerra in Libano è dentro il pacchetto; dovranno infine ritirare la propria flotta.  Questo dopo aver sperperato 113 miliardi di dollari e ucciso oltre 7.000 persone, tra cui circa 120 scolari uccisi nell’attacco del 28 febbraio 2026 alla scuola elementare di Minab, dopo aver fatto una terribile figuraccia militare tenendo distanti le proprie navi dalle coiste iraniane, perché un drone da 20 mila dollari può mettere fuori combattimento una portaerei da 14 miliardi di dollari come la Gerald R. Ford che poi è stata molto probabilmente e colpita, accampando menzogne ridicole e palesi come l’incendio nelle  lavanderia e prima ancora l’intasamento delle toilette. 

Negli Stati Uniti solo con giorni di ritardo si sta comprendendo l’entità di questa sconfitta e il fatto che essa segnala fine ufficiale dell’impero americano perché la perdita del controllo su Hormuz è nei fatti simile alla perdita di Suez da parte degli inglesi pochi anni dopo la guerra, un evento che segnò l’agonia dell’impero britannico. O come la perdita dell’Algeria per la Francia che quasi portò a una guerra civile, altro scenario non più impossibile negli Usa. Non si tratta solo e soltanto di una battaglia persa, ma questa resa si situa al complesso incrocio di molti fattori: la perdita progressiva dell’economia produttiva, l’elefantiasi bellica  rivelatasi poco efficiente quando non impotente  impotente di fronte a nuove tecnologie di guerra che il sistema militar industriale statunitense fatica accogliere, abituato com’è a costosissime realizzazioni con ritorni giganteschi, la carenza di laureati Stem dovuto al declino sempre più evidente del sistema scolastico, il bubbone del debito stellare che è pronto a scoppiare in ogni momento, la perdita di prestigio, la guerra tecnologica con una Cina che pensa in tempi lunghi mentre negli Usa sono i trimestrali che contano. Insomma è una vera e propria crisi sistemica, allargati all’Ue neoliberista, sempre pronta ad imitare il peggio. E c’è anche qualcosa di simbolico in tutto questo perché il prossimo 4 luglio verrà festeggiato il 250° anniversario della fondazione del Paese.

Questo elemento simbolico è importante perché la via d’uscita da questa situazione sia tra i neoconservatori che fra i superstiti sostenitori del Maga è dire: tutto questo è successo a causa del fatto che l’America ha combattuto una guerra non sua, spinta dalle lobby sioniste e dalla visione della Grande Israele.  Quindi l’obiettivo primario per molti in Usa è il recupero è il recupero dell’impero Wasp, dopo aver permesso a Israele di prendere il controllo della politica estera americana e di aver condotto gli Stati Uniti alla peggiore sconfitta militare della loro storia. Ed è significativo che un podcast tenuto da Tucker Carlson abbia ricevuto molti messaggi da parte di membri dell’amministrazione che sostengono la tesi secondo cui “non ci sarà pace se manteniamo questo rapporto con Israele”. Se il tentativo di Trump di rendere di nuovo grande l’America è naufragato sugli scogli della realtà c’è chi sta lavorando per riappropriarsi dello stendardo caduto nella polvere, Ma l’impero non avrà una seconda occasione, perché sono le sue caratteristiche strutturali che lo stanno affondando.