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Sharing della precarietà

sharing-economyTutti i regimi e i sistemi hanno bisogno di una loro mitopietica, speranze, idee e utopie a volte esaltanti, altre volte terribili che impastano il presente con le prospettive lunghe, con l’essenza stessa del progettare. Ma il neoliberismo non può permettersele, intanto perché ha dichiarato la fine della storia e dunque tutte le promesse sono realizzate nel presente, in un presente esclusivamente individuale che non contempla la possibilità di cambiamenti sociali e poi perché qualsiasi idea che si alzi dal piano terra del mercatismo o del capitalismo finanziario è un rischio. Così ha costruito un succedaneo, un’imitazione della mitopoietica, qualcosa per aizzare sogni e illusioni personali e compensi con queste dosi di stupefacenti da strada, la desolazione della realtà.

Uno di questi miti è la sharing economy, ovvero l’economia del contatto (dello scambio sarebbe solo una tautologia) su cui si impernia tutto il favoloso mondo delle start – up  divenute  ormai come le Uri del paradiso musulmano: vale la pena morire in battaglia per raggiungerle oppure vale la pena rinunciare a diritti e welfare nella speranza di passare dall’altra parte, a miglior vita borsistica. Insomma qualcosa che distragga mentre borseggiano il futuro. Ma anche i miti hanno bisogno di un minimo di consistenza e purtroppo la sharing economy è una promessa mancata. Non perché i servizi di rete non siano utilizzati, ma perché a fronte di una vasta platea di utilizzatori offre pochissimo lavoro e dunque bassissimi redditi, anche se notevoli profitto per pochissimi. Uno studio commissionato in Usa dall’ Aspen Institute  con l’intendimento di magnificare le nuove frontiere del lavoro mostra che il 44% per cento degli americani ha utilizzato servizi di Sharing economy, magari anche solo per un passaggio con Uber e solo il 21 per cento vi ha in qualche modo lavorato.

Caspita dirà qualcuno, ma sono tantissime persone prima di accertare che solo il 10 per cento di questa massa si offre quotidianamente per qualche compito sia pure precario e malpagato. Un trenta per cento è nel conto perché ha lavorato due giorni l’anno, un altro 30% perché si è offerto una volta al mese e il rimanente una volta a settimana. Si tratta di attività via rete che riguardano i passaggi in auto, il facchinaggio per i traslochi, consegne di cibo a domicilio, ospitalità, vale dire affitto di camere, per non parlare di prestazioni di più antica data. Come si vede si tratta di occupazioni marginali, di sopravvivenza, episodiche benché figurino poi nelle statistiche come se si trattasse del lavoro strutturato di un tempo: solo in questo senso possono essere rappresentative del futuro o comunque del futuro che l’Aspen Institute si augura. Le celebrate start up che sono apparse come la terra promessa, alla fine non hanno fatto altro che far nascere e gestire questa palude di totale precarietà mentre il loro contributo alla creazione di vero lavoro sia pure modesto è assolutamente trascurabile. E del resto si tratta di un panorama ovvio visto che la rete non fa altro che sostituire con automazione le attività di un tempo senza ricrearne che una minima parte.

Non di meno continuano ad essere mitizzate assieme alla sharing economy di cui sono colonna portante come se fossero una soluzione del problema e non parte della logica del problema che al contrario di quanto non si pensi è solo in parte tecnologico. Ma d’altronde dietro quale altro feticcio si potrebbe nascondere meglio la lotta senza quartiere contro il lavoro se non dietro le perline della presunta innovazione, tenuta assieme dall’anello rituale di merito e sogno di farcela? Tanto più che viene accreditata  da informatori superficiali o che fanno il più vecchio mestiere del mondo come destinata a creare lavoro quando invece non è altro che un mezzo di efficace gestione della precarietà e della sotto occupazione. Quindi che start up sia nonostante il declino e la moria di queste ultime. Che share economy sia a patto però di condividere l’illusionismo e non la realtà.

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