Rosarno, modello per il Jobs Act

RosarnoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ricordate? Li avevamo visti quando, nel 2010, erano usciti, ma solo temporaneamente, dalla condizione di invisibili in occasione di uno di quei pogrom domestici messo in atto da due balordi che avevano sparato contro i fantasmi di Rosarno con un fucile ad aria compressa, ferendone un gravemente. Avevamo allora scoperto, ma solo temporaneamente, che vivevano come bestie e come schiavi erano trattati, a centinaia, messi per chiamata dei caporali della ‘ndrangheta a lavorare negli agrumeti, “alloggiati”, si fa per dire, in fabbriche dismesse senza luce e acqua, le stesse che, dopo la loro rivolta di quei giorni, le incursioni dei locali, la repressione e i rimpatri, erano state abbattute dalle ruspe non solo verbali manovrate dal governo Berlusconi – Lega.

Anche allora istituzioni, partiti, sindacati, forze dell’ordine, stampa sapevano, anche allora si disse che la rivolta e la “necessaria” pulizia etnica erano prevedibili perché da anni erano arrivati dalle geografie della fame, della sete e della guerra a “rubarci” il lavoro, le case e l’assistenza, per raccogliere le arance che diversamente restavano appese agli alberi, che anche le donne si erano montate la testa e non c’era più nessuno che avesse voglia di lavorare.

Anche allora si disse che non si poteva andare avanti così, che le popolazioni locali soffrivano quanto loro di una convivenza coatta e ardua, che l’occupazione del sistema economico  da parte della criminalità andava contrastata, che andavano rivisti i patti con l’Europa in materia di finanziamenti alla coltura di agrumeti, che bisognava discernere tra chi aveva diritto all’accoglienza in quanto aspirante rifugiato e chi invece non era meritevole di solidarietà perché era stato spinto nelle nostre derive ostili dal bisogno, proprio come milioni di italiani nei secoli, che anche la compassione doveva necessariamente declinarsi in modo disuguale come tutto ormai, privilegiando indigeni e aiutando i più buoni, scritti sulla lavagna, respingendo gli stranieri, i cattivi, praticanti o prossimi trasgressori anche per via della condizione illegale di clandestinità e della condanna implicita a commettere reati,  propria di chi vive ai margini, ricattata e consapevole di non aver nulla da perdere.

Anche allora si tacque pudicamente sulle responsabilità: dei sindacati, degli amministratori, degli imprenditori e delle connivenze della cosiddetta società civile  con i manager della criminalità(venne omessa l’informazione che tra  i facinorosi bastonatori, che si erano incaricati di liberare Rosarno dalla piaga dei negri sporchi, violenti e malviventi, c’era il figlio di uno dei capi famiglia più potenti della ‘ndrangheta locale). Anche allora pochi notarono che l’incrudelirsi della condizioni di impossibile convivenza tra le popolazioni locali e gli ospiti che nessuno voleva, coincideva con le regole secondo le quali i soldi alle aziende agricole arrivavano a forfait, calcolati per ettaro a prescindere dalla quantità di prodotto sempre più svalutato nel mercato, rendendo più conveniente lasciare le arance sui rami e rimandare a casa i braccianti superflui.

Oggi siamo autorizzati a ripetere il copione, a ripubblicare i post di allora, a rinnovare reprimende e compianto, a stupirci per il caporalato nell’innovativo sistema sociale riformato dal Jobs Act, dove è doveroso cambiargli il nome in “mercato del lavoro mobile e flessibile”, dove circolano i più eleganti ed edulcoranti vaucher, a indignarci per le condizioni inumane, ma al tempo stesso, realisticamente, ragionare di numeri chiusi, in modo che assuma ancora più vigore e inevitabilità la proposta italiana non sorprendentemente accolta con bonario interesse dall’Ue, dei migration compact. Così da convertire la disperazioni in brand vincente del nuovo colonialismo, così da legittimare il suo sfruttamento attraverso una cooperazione allo sviluppo, con preferenza per quello dei profitti di despoti scelti come partner nell’export di pratiche di corruzione e speculative, per consolidare la nostra volontaria determinazione a essere la nuova Grecia, compresi del compito di kapò grazie all’infame alleanza stretta con il sultanato di Erdogan.

L’unico insegnamento che apprendiamo dalla storia pare sia il suo ripetersi , così anche oggi saremo esonerati della ricerca delle responsabilità, oggi che un disperato, forse fuori di testa, abbattuto da un carabiniere, pare minacciato con un coltello, ha riportato Rosarno e le sue vite nude all’onore della cronaca. Oggi che si chiede alle autorità prefettizie – in quella zona sono loro che esercitano potere sostitutivo rispetto a rappresentanti eletti – di agire come non hanno fatto negli ultimi vent’anni. Oggi che fingiamo di stupirci che la ‘ndrangheta stringa alleanze con il sistema economico, che dimentichiamo che si tratta di patti centenari sottoscritti in Calabria e replicati con successo nei pingui territori degli elettori di Salvini, nella Capitale mafiosa dove il business dell’immigrazione rende più della droga. Oggi che ci sorprendiamo se imprendiori “sani” diventano oggetto di intimidazione da parte dei partner di quelle alleanze perché minano competitività e ostacolano il dispiegarsi della concorrenza “leale”, presi di mira per aver sottratto terreni al brand delle discariche, perché pagano i lavoratori stranieri come fossero italiani, addirittura come si pagavano quando c’erano diritti e garanzie, perché tengono alta la testa e rispettano la dignità degli altri come la loro. E come la nostra della quale ci vogliono far dimenticare per concederci il privilegio di essere a un tempo sfruttati e sfruttatori.

 

 

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