Annunci

Archivi tag: ‘Ndrangheta

Milafrica

mappaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Donna sommersa dalle formiche in un ospedale a Napoli. E poi, la presenza del micobatterio Chimera, che si annida nel macchinario che assicura la circolazione extracorporea durante gli interventi di cardiochirurgia, è ritenuta all’origine del decesso di un paziente sessantenne morto lo scorso 2 novembre dopo un calvario di sofferenze all’ospedale di Vicenza.

Pare che sia riuscita la recessione, sia riuscito l’impoverimento, sia riuscita la demolizione dello stato sociale ad abbattere il muro che separava il Nord laborioso, opimo, benestante, dal Mezzogiorno indolente, misero, ignorante per dare una fisionomia unitaria di distopica uguaglianza a un Paese troppo lungo, a dimostrazione che è riuscita l’operazione di spingere l’Italia verso sud, propaggine molesta e parassitaria dell’Africa che preme ai confini come una mesta palla al piede della provincia carolingia dell’impero, ormai guarita definitivamente dai complessi di colpa per il passato coloniale.

Qualcuno però non ci sta. Qualcuno si illude con protervia di aver mantenuto prerogative superiori, di possedere qualità che sanciscono la intoccabile appartenenza all’area pallida, pingue e sovrastante dell’Europa, abilitato quindi a censurare gli immeritevoli, le sanguisughe, le genti abituate a stare a ricasco, profittatori che tra l’altro sempre si lagnano, ingannano  oggi l’Inps con le pensioni di invalidità e domani gli sciocchi 5stelle con il reddito di cittadinanza. Come ha avuto occasione di rilevare il primarista Martina o il primo cittadino della capitale morale, che poi, peso el tacòn del sbrego si direbbe a Venezia, ha rettificato dicendo di non aver voluto offendere gli abitanti di Avellino in merito all’apertura domenicale degli esercizi commerciale, ricordando che nella gran Milan se lavura!, anche nei festivi, ma per prendere in giro Di Maio colpevole all’origine per essere un adoratore di San Gennaro e non dell’Expo.

Scomparso da tempo dall’agenda politica dei governi e persino dagli slogan elettorali il “problema Sud” viene risuscitato da loro, che accusano il Mezzogiorno di aver meridionalizzato l’Italia, come succede quando dei ragazzini problematici vengono accusati di abbassare il livello della classe terza B come se i Borboni non stessero di casa a Bruxelles,  e,  aiutati dai loro attachés non siano stati loro a annetterci alla marmaglia dei Pigs  spegnendo aspettative e istanze di riscatto, comprando intellettuali, condizionando sindacati sempre più soggetti, umiliando insegnanti, chiudendo in casa le donne, avvilendo talento e competenze di   tecnici e artigiani, espropriando di diritti e conquiste operai avviliti e ridotti all’incerta fatica, avvelenando campagne un tempo felici, vendendo la dignità del Paese, i suoi gioielli, estraendo dalle coscienze infamie riposte e negate, portando alla luce risentimento, razzismo, invidia, xenofobia.

Si sa che gente così non ci sta a essere terrona, ( ricordano quel giorno di più di 150 anni fa,  quando il Luogotenente Luigi Carlo Farini, arrivato a Napoli dalla Romagna, sbottò: «Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica!» ). Perché pensa di essersi definitivamente conquistata la protezione dei padroni, perché hanno contribuito alla crescita  del divario che dimostra il fallimento del “sistema Italia” tutto, nelle sue articolazioni, giudiziarie, istituzionali, politiche, amministrative, perché non è per caso che un’Italia unita ha scelto di mantenere un’area così vasta e strategicamente decisiva  nella semipovertà e in balìa di un «blocco sociale mafioso» rinforzato dalla crisi e dai legami sempre più stretti con la politica, proprio come  l’Europa unita ha permesso che si creasse  una «questione meridionale» europea che abbraccia il Mezzogiorno d’Italia, la Grecia, il sud della Spagna e il Portogallo, accumunate dal destino di diventare le bidonville della regione  come accade per le periferie delle grandi città che accerchiano il loro cuore ricco, pulsante e cosmopolita ma contemporaneamente ne sono escluse dal godimento, ricetto per disperati di passaggio, serbatoio malcontento di forza lavoro precaria.

Eppure si chiamano fuori, il sindaco Sala tra tutti,  pronubo della svendita di Milano, della cacciata dei residenti, della loro segregazione in un hinterland sempre più esteso e marginale. Fingono che la mafia sia un fenomeno estraneo, che quelle della Dia siano profezie millenaristiche quando raccontano che la mano criminale  detiene circa il 25% del valore commerciale milanese e che «sul mercato» operano gruppi di comando potenti quanto e più della vecchia nomenclatura siciliana o calabrese, che i negozi e gli empori di abbigliamento che si  sviluppano lungo gli oltre quattro chilometri da piazzale Loreto fino al Castello   e appaiono e scompaiono  tra cambiamenti di insegna, di marche e di prezzi, sono o posseduti o ricattati dal racket malavitoso, che le probabilità di portar soldi a ‘ndrangheta o mafia cenando in una qualsiasi pizzeria sono almeno del cinquanta per cento.  Dimenticano che sempre la Dia ha reso noto un elenco di comuni lombardi nei quali mafia o ‘ndrangheta rappresentano forze determinanti dell’economia e dei rapporti sociali: Milano, certo, ma ci sono Varese e Como e Lecco e Monza e Busto Arsizio e molta Brianza e comuni popolosi, ben identificabili grazie a una mappa  della Questura che  individua i centri colonizzati. Ma troppo occupati a sgombrare senza tetto, schedare spettatori, respingere immigrati, controllare manifestazioni sgradite e rimuovere dalla vista dei benpensanti panorami viventi indecorosi, hanno contribuito, perfino secondo i vertici delle forze dell’ordine a   spostare i riflettori e dunque la percezione della sicurezza  “sulla microcriminalità collegata alla presenza di stranieri e di altri soggetti operanti sul terreno della devianza sociale”.

Così, i dati sono della stampa locale,  le “risorse specializzate” assegnate ai distretti per combattere la mafia sono insufficienti. quello di Milano, con le altre città infiltrate di media dimensione  conta  poco più di 200 uomini, la Dia che ha competenza su tutta la Lombardia ne ha solo 68.

E se proprio vogliamo credere a una profezia vien buona quella di un comandante dei carabinieri, che, convocato per un caso di cronaca nera comprensivo di delitto, dopo intimidazioni e ricatti, nel milanese, ebbe a dire: ormai quello che non è Calabria, Calabria sta diventando. Con buona pace degli untori che si sono presi la peste.

 

 

 

Annunci

Il ponteggiatore abusivo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Povero Renzi. Ma allora è proprio come noi. Ma allora ha anche lui i suoi esattori che gli stringono la cravatta intorno al collo. per carità ha le sue colpe, chissà cosa avrà promesso, chissà che spacconate, proprio come il padre putativo: non vi dovete preoccupare, ghe pensi mi, vi ho dato la variante, vi ho dato la Tav, vi dò gli attraversamenti di Firenze, vi dò qualche autostrada. E qualcosa dal terremoto si tirerà fuori, state tranquilli. Ma poi c’è il boccone più ghiotto: le Olimpiadi, e se non accettano la candidatura, meglio, tanto si sa che il guadagno vero è quello del “prima” che arriva in tasca senza fare niente.

Invece, niente, gli hanno  rotto le uova nel paniere, lo hanno convocato proprio come i Padrini, alla cerimonia del genetliaco  Salini-Impegilo e lui cosa doveva fare?  per paura che gli spezzino le gambe cui tiene di più, quelle della poltrona, ha tirato fuori la solita baggianata briccona, la solita patacca, come i giocatori che dicono ai cravattari che hanno un sistema sicuro, quel Ponte, che andrebbe bene anche per festeggiare un altro compleanno celebre, il 29 settembre, quello del grande suggeritore che a quel sogno visionario, a quella piramide in vita non ha mai rinunciato. E sulla cui realizzazione deve aver anche lui  giurato con amici e “famigli” di quelli che dei ponti non buttano via niente, a cominciare dagli utili piloni.

E cosa doveva fare tramontato il progetto dei Giochi per via di quei guastafeste, di quei disfattisti, con gli occhi puntati sul piano Casa Italia, una di quelle menate lente, faticose, che diventano un  parafulmine su cui si scaricano tutti gli strali di quegli occhiuti e molesti maniaci dei controlli, della vigilanza, della legalità, della trasparenza, sempre intenti a creare ostacoli al necessario dinamismo della libera iniziativa.

Adesso dobbiamo aspettarci che tutti quelli che, quando il Ponte era l’emblema del Cavaliere, lo volevano disarcionare per via di un proposito insensato fino alla delittuosità, intravvedendo dietro al progetto il disegno criminale di un gangster senza scrupoli, dichiarino il loro pensoso e maturo consenso per un’opera fruttuosa di occupazione, anche solo per 100 mila  unità, poca roba rispetto al milione del presidente operaio, vocata a sancire finalmente quell’unità del Paese mai raggiunta. Così pare si debba dar ragione alla satira in rete, che la promuove come benefico processo per passare dalla ‘ndrangheta alla mafia con un solo viaggio.

E infatti hanno già cominciato stamattina, quando calda calda una delle  santanchè o forse delle clarette di Renzi ha dichiarato che quella del Ponte è una grande idea e una grande iniziativa, perché dimostrerà a chi non ci crede, ai codardi, agli irresponsabili, che si può e si deve fare tutto: manutenzione, ricostruzione, risanamento del territorio, servizi, strade, case, scuole, recupero delle periferie, banda larga e infine, non ultime, le grandi opere.

Non amo il turpiloquio ma mi verrà la sindrome di Tourette a forza di sentire e vedere quelle facce come il culo, spudorate, sfrontate, impudenti. Che se la ridono di terremotati, esondati, disoccupati, precari, rapinati, ammazzati che sperano di irretire con la loro governabilità, con la loro stabilità, con i loro giochi, olimpionici o con i mattoncini del loro Lego criminale, tanto costosi che basterebbe   un decimo dell’investimento per il Ponte sullo Stretto, compresi i collegamenti stradali e ferroviari, per mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici, e una parte rilevante degli edifici privati in tutta l’area dello Stretto. Compresi quelli ancora in rovina per il sisma di Messina del 1908 (100 mila morti), compresi quelli sui quali è caduta quella maledetta bomba d’acqua di Giampilieri (27 morti).  Sarà che a loro piacciono anche le bombe, quelle che vendono, quelle che lasciano distrattamente cadere dagli aerei che ci impongono o padroni per concorrere alle loro guerra, perfino quelle di pioggia, che se non producono cemento, almeno si fanno dimenticare subito.

 

 

 

 


Fermati i soliti sospetti, ma domani saranno fuori

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Verrebbe da sorridere: nello stanco avvitarsi su se stesso del sistema di intrallazzi, corruzione, malaffare, alleanze criminali tornano sempre fuori le stesse cordate eccellenti, le stesse “famiglie”, gli stessi quartierini, gli stessi nomi degli stessi furbetti.  E pure gli stessi orologi, con preferenza per i Rolex, ambitissimi da  delegati italiani in missione in Arabia Saudita, merce di scambio all’interno della struttura Incalza,  dono rituale post cresima per rampolli di dinastie ministeriali, sigillo a coronamento di operazioni opache quanto sfrontate. Per quanto, al tempo dell’inchiesta sullo scandalo Mose, già dimenticato in favore del susseguirsi di altre sconcezze di pubblico dominio, cui pare abbiamo fatto una triste e accidiosa abitudine, si seppe che uno dei protagonisti si ribellò alla richiesta insolente del celebrato status  symbol: eh no, aveva detto con lodevole sdegno, a quello abbiamo già assunto il parente, mica vorrà anche il prestigioso cronografo.

Lui era l’Ad di una impresa di spicco, chiamato per via della sua specializzazione, l’uomo delle cerniere, quelle delle paratie, ma forse anche perché faceva da perno di “collegamento” con la politica locale, con gli organismi di controllo, con  aziende, quelle del Consorzio ed altre,  attive nella geografia delle grandi Opere,  bretelle autostradali, raddoppi, varianti. E infatti il lui troppo pretenzioso era un incontentabile funzionario dell’Anas che si era dato da fare per sveltire pratiche, aggirare procedure complesse quanto moleste a cominciare dai certificati antimafia. Quelle attestazioni eluse, aggirate, rimosse durante l’assegnazione degli incarichi e degli appalti dell’Expo, l’altra formidabile e megalomane operazione messa in piedi proprio allo scopo di attirare e catalizzare affari loschi, sottoscrivere patti criminali, appagare gli appetiti di imprese, sempre le stesse, in barba alla vigilanza esercitata tardivamente da quell’autorevole quanto impotente spaventapasseri impagliato, tanto compreso del suo ruolo da rivendicare ancora e malgrado tutto il primato morale di Milano.

Quelle imprese del Consorzio, dei passanti, delle strade, insieme a quelle della gestione dei rifiuti, dei monopoli della sporcizia e della relativa pulizia, sempre assolte per generosa concessione da un qualche soggetto unico, impegnato a caro prezzo, a “fare e disfare, è tutto un lavorare”,  insieme a cooperative che hanno abiurato alla qualità sociale, sono riaffiorate nelle scarne cronache dell’inchiesta Alchemia, che ha rivelato i legami tra imprese che opererebbero, per così dire, nella legalità, e organizzazioni criminali.

È ormai davvero banale interrogarsi ancora una volta su modi, metodi e obiettivi della cultura d’impresa nella nostra contemporaneità, tanto che solo dei pedanti e pignoli perfezionisti attenti a particolari marginali e irrilevanti potrebbero vedere delle differenze con quelli della malavita: disprezzo di regole e leggi, cancellazione di diritti e conquiste del lavoro, con l’uso consumato delle armi del ricatto e dell’intimidazione, derisione della funzione della contrattazione sindacale, noncuranza per il rispetto di requisiti di sicurezza e sanitari, evasione fiscale e contributiva, dislocazione di risorse e investimenti da produzioni, ricerca e innovazione per impegnarli nel gioco d’azzardo, quello finanziario, secondo quella filosofia di pronto consumo che ha permesso di infrangere   tabù secolari in nome della sfida di “vincere la partita della modernità”.

Una partita che impegna i giocatori anche sui campi di battaglia della comunicazione e della lobby, tanto che imprenditori “legali” si sono fatti aiutare da operatori illegali per accreditare, finanziare, sostenere  il movimento Si-Tav, con le sue rendite, il suo svilimento  di ambiente, paesaggio e bene comune, la sua indole distruttiva tramite scavi e costruzioni secondo l’unica legge, quella dell’ammuina a scopo di profitto, così come sono stati promossi i Grandi Eventi, le macchine celibi mangia soldi, i magnifici,  progressivi e interminabili interventi ingegneristici, mai finiti per permettere che non abbia mai termine il moto perpetuo della speculazione, della corruzione, dello sfruttamenti di uomini e risorse, diventati tutti ugualmente merce deteriorabile.

Le cronache su indagini e arresti mentre esplodono elenchi e profili di affiliati alla ‘ndrangheta anche sotto forma di manager, colletti bianchi, tecnici, sono più riservate sulle imprese “diversamente criminali”, le solite note delle cordate impegnate su tutto il territorio nazionale e anche nelle colonie, con la benedizione dei governi che si sono succeduti. Così non ci è dato sapere se proprio quell’Ad che aveva negato un Rolex, seppur grato del favore ricevuto, sia tornato negli elenchi degli indagati per collusione con le organizzazioni mafiose, come appunto gli era già successo, quando il suo nome che ricorre in molti dei più importanti e discussi affari degli ultimi anni nel campo delle opere pubbliche: dalla ricostruzione dell’Aquila ai lavori in Lombardia per Expo2015, dai rapporti con la Cmc di Ravenna, ditta titolare delle opere preliminari alla Tav in Val Susa, fino alla sottoscrizione di “protocolli antimafia” in appalti opachi, fu tirato in ballo per presunti rapporti privilegiati con Cosa Nostra.

Lui, come d’altra parte gli arrestati dichiaratamente appartenenti alla ‘ndrangheta, come tanti protagonisti caduti nelle maglie delle inchieste di Mani Pulite, come politici dei quali è continuamente rinnovata la presentabilità, pare che entrino e escano continuamente da parte galere, uffici dei pubblici ministeri, stanze della Dia. Appaiono in intercettazioni, ordinanze cautelari, notiziari per poi scomparire come quei fiumi sotterranei. Da trent’anni riaffiorano per poi sommergersi, senza restare inoperosi, per carità, anzi, per continuare a sbrigare indisturbati i loro affari, grazie a compiacenti termini di prescrizione, lunghezza di istruttorie e processi, leggi ad personam, intimidazioni e pressioni esercitate in alto per autorizzare licenze e trasgressione in nome della crescita, della libertà di iniziativa, del primato della rendita e del profitto privato. Facendo sospettare che nel paese che ha inventato il diritto ma non sa perseguire la giustizia, si sia diventati paradossalmente tanto garantisti, che in galera finiscono i rapinatori delle banche e non quelli che le fondano e governano,  e che malviventi siamo diventati noi perché ci fanno vivere male, al di sotto della dignità.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: