Annunci

Il robot è rosso

mercato1Io non ho idea quale potrà essere l’impatto della robotizzazione sulla società umana e sono in buona compagnia perché in realtà questo non lo sa proprio nessuno: anzi diciamo che gli esiti non sono dati di per sé, ma dipenderanno in larga parte dalla gestione politica, sociale, ambientale e culturale potendo dare origine a un’età dell’oro così come a un mondo orwelliano: la notizia sgradevole per i molti contagiati dall’atarassia politica è che dipenderà da noi. Ma non è di questo che voglio parlare, anche se la sottrazione di lavoro spesso attribuita oltre il dovuto alle nuove tecnologie robotiche è all’ordine del giorno. Voglio invece occuparmi di un antico proverbio cinese che dice più o meno chi legge si addottrina, chi vede impara, chi fa conosce.

E’ una realtà di cui l’occidente neo liberista, globalizzatore, delocalizzatore e infine oligarchico non ha tenuto nessun conto mettendo in moto il suo stesso declino. Prendiamo la Cina che a partire dagli anni ’80 è stata il paradiso degli eserciti di riserva, del lavoro a costo stracciato e a bassa specializzazione: secondo la logica degli ineffabili previsori il vantaggio che poteva trarre da questa condizione avrebbe dovuto perpetuarla facendolo restare per sempre il Paese delle enormi masse sfruttabili da compiangere all’occorrenza come vittime del comunismo. Invece era tutto sbagliato: agli inizi del secolo i maggiori produttori di robot erano nell’ordine  Giappone, Germania, Usa, Italia e Svezia che  coprivano praticamente l’intera domanda globale: oggi la Cina sta stracciando tutti, è già di gran lunga al primo posto con il 25% della produzione mondiale e sta crescendo in maniera fortissima. Qui non ci si può nemmeno illudere come avviene per tanti altri oggetti tecnologici che siano solo costruiti in Asia, ma progettati in occidente, non ci può aggrappare al marchio e così vediamo che nel 2015 la Cina ha prodotto 33 mila richieste di brevetto relative al settore della robotica industriale, contro le 14 mila del Giappone, le 12 mila degli Usa, le 7 mila della Corea e le appena 500o dell’intera Europa. Questo però tenendo conto che grazie alla posizione egemone degli Usa molti brevetti statunitensi hanno origine altrove. In ogni caso Stati Uniti ed Europa insieme producono la metà dell’innovazione cinese e meno di un terzo di quella asiatica.

Certo per  persone che non hanno superato una criptica la mentalità coloniale tutto questo appare impossibile, onirico, fantascientifico: possibile  che un Paese adottato come il massimo fornitore di mano d’opera a basso salario sia diventato il maggior produttore mondiale di tecnologie molto sofisticate e destinate proprio a ridurre il lavoro manuale e poco specializzato? Ma appunto chi fa conosce e chi chiacchiera disimpara. Loro hanno 33 mila brevetti nel campo della robotica, ma noi abbiamo almeno 33 milioni di Savini e Coglioni odiatori della Cina. Abbiamo decine di migliaia di intelligenze bruciate nel calderone dei saperi di moda, comunicazione ed economia in primis, mentre abbiamo pochissimi ingegneri elettronici e forse appena una trentina di persone che conoscono il linguaggio macchina dei computer. Preferiamo mugugnare,  disertare il ristorante cinese per far la nostra splendida figura da imbecilli e infine stupirci come pirla senza speranza se qualcuno studia il cinese, come se fosse una cosa strana. Tuttavia questo, anche senza giungere ai ridicoli eccessi nostrani, è qualcosa che riguarda l’intero occidente.

Già alla metà degli anni ’90 una pattuglia di conservatori a Washington aveva avvertito il rischio insito in un modello di sogno americano esclusivamente e ossessivamente fondato sul mercato e alieno da una vera etica del lavoro ( per una ragione politica: l’altra faccia dell’etica sono i diritti) il quale  in pratica rendeva vincenti le attività più semplici e remunerative a detrimento di quelle più impegnative. Così, tanto per fare un esempio se i dirigenti della Apple producevano tonnellate di pubblicità e di idee glamour i portatili venivano prodotti dalla Sony, il suo organizer  sviluppato dalla Sharp e il suo desktop di punta, definito multimediale, dalla Toshiba. Ora al stessa logica si è spostata in Cina che oltretutto ha il vantaggio di avere un enorme mercato interno. Secondo le idee dell’economia neoclassica dopo la seconda guerra mondiale sia Giappone che Cina avrebbero prodotto solo seta grezza, lampioncini di carta, bambole e giocattoli meccanici.  Vale a dire quello che finiremo per produrre noi.

Annunci

Informazioni su ilsimplicissimus

Chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come. Vedi tutti gli articoli di ilsimplicissimus

I Commenti sono disabilitati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: