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Il dollari di Psyco

normanLa politica di Trump, o meglio quella che deriva da una sorta di gioco a scacchi con lo stato profondo facendo degli Usa un impero psicotico con doppia personalità, non costituisce in realtà una svolta rispetto alle amministrazioni precedenti, ma si somma ad esse in un caos pressoché totale che sta portando finalmente alla luce il declino dell’impero.   Per esempio il sistema di dazi contro la Cina e i Paesi come la Turchia che vanno puniti per l’ardire di non essersi piegati, in sinergia con il sistema delle sanzioni, sta ottenendo un effetto deleterio e del tutto contrario alle intenzioni, ovvero quello di spingere verso una relativizzazione del dollaro come moneta di scambio globale: senza dollaro infatti sanzioni e dazi sono del tutto inefficaci ed è naturale che un sempre più vasto sistemi di Paesi si stia attrezzando per sfuggire all’egemonia del biglietto verde.  Dunque l’America First sta mettendo in pericolo la fonte principale della residua supremazia, mostrando che essa ha già raggiunto l’apice alla fine del secolo scorso e ora percorre una ripida strada in discesa.

Un effetto curioso, ma significativo di questa logica lo si è visto proprio in queste settimane, quando i dazi posti ai prodotti cinesi nel tentativo di riportare le produzioni in Usa si sono rivelati un vero boomerang: moltissime aziende americane (come molte europee del resto)  lavorano infatti assemblando pezzi che arrivano dalla Cina, ma l’aumento dei prezzi dovuto alle nuove imposte sull’import, sta rendendo queste attività non più convenienti per cui invece di svilupparsi rischiano di morire o di trasferirsi completamente altrove. Si tratta di un piccolo esempio delle contraddizioni che stanno esplodendo, delle logiche del dominio che finiscono per rivoltarsi contro se stesse.  Il fatto è che i Paesi sanzionati e quelli daziati costituiscono in termini reali e non nominali oltre la metà del pil planetario  e che se a questi si aggiungono quelli che cercano una maggiore autonomia dai diktat di Washington si arriva a una massa di manovra impressionante che non resiste passivamente, ma che sta costruendo un sistema finanziario alternativo al di fuori delle possibilità di controllo americano: che si tratti dell’adesione ai centri finanziario nati attorno alla nuova via della seta, come lo Sco di Shangai, degli scambi commerciali senza passare per le forche caudine del dollaro, della costruzione di sistemi alternativi di controllo bancario come avviene in Russia e in Cina, persino della corsa alle cripto valute, tutto rende evidenti l’azione delle forze centrifughe rispetto al sistema imperial finanziario.

Già esistono delle fragilità di base che inducono alla prudenza nel detenere riserve in dollari il cui valore dipende troppo dalle decisioni della federal reserve e mette molti Paesi sotto ricatto, se poi a questo si aggiungono le tempeste sanzionatorie e daziarie, le condizioni per una fuga generale diventano sempre più urgenti. Tuttavia anche se non ci fosse tutto questo il problema c’è la circostanza fondamentale che l’economia americana rappresenta a mala pena il 12% di  quella mondiale, anzi parecchio di meno visto che una parte molto consistente è dovuta ad aziende formalmente americane, ma che in realtà producono e progettano altrove: insomma non ci sono più le condizioni per l’egemonia del biglietto verde nata quando gli Usa rappresentavano la metà del pil mondiale e quando i giganti economici, industriali ,tecnologici di oggi nemmeno esistevano. Il tentativo di conservare un dominio che è diventato di carta, anche se di carta verde che si ammonticchia nei vari casinò borsistici, nelle sempre più fragili speculazioni, è costretto a far affidamento esplicito o implicito sullo strumento militare, alle creazioni di caos, alle sovversioni della democrazia grazie ai ceti speculativi che vivono di dollari, alle azioni di forza di ogni tipo, persino alle Ong di rapina. Tuttavia proprio questo invece di rallentare o fermare il processo di declino lo sta accelerando perché la real politik di Washington alla fine è soltanto una fuga dalla realtà: anche l’illusione di Trump di invertire la terziarizzazione estrema della società americana e l’impoverimento di vastissime aree sociali si scontra con la natura del neo liberismo globalista.

La pluralità del mondo, rinata sotto altra forma dal mondo duale del dopoguerra, rende meno efficace la semplice minaccia che un tempo funzionava a meraviglia come dimostra fra gli altri il caso turco, perché una volta che si è bruciato questo deterrente o che il primo colpo non è andato del tutto segno come mostrano in diverso modo Ucraina e Siria, non rimane che perdere un altro pezzo di mondo.


Ipotesi di reato

40777Il debito aumenta, cala la produzione industriale e precipitano gli ordinativi, la deflazione infuria assieme al progressivo impoverimento, le banche si sono assicurate diritto di vita e di morte sui singoli e sulle aziende e tuttavia sono piene di crediti inesigibili dunque nel mirino dei poteri europei che le se vogliono pappare. Insomma la prospettiva di ripresa che ha fatto sopportare Renzi si è rivelata solo un gioco di specchi e di televisione. In questo quadro è lecito domandarsi cosa succederà nel prossimo futuro e cosa si muove sottopelle colà dove si puote.

Non ho la palla di cristallo, ma alcuni indizi mi spingono a fare una previsione concisa e razionale, uno in particolare che pare essere passato del tutto inosservato: una manciata di giorni fa, quando si discuteva delle unioni civili, la Chiesa tentò un ultimo ricatto, quello di paventare un no dei cattolici al referendum costituzionale se la legge fosse passata. Immediatamente i grandi giornali dal Corriere – Stampa a Repubblica che ogni giorno manifestano la loro incrollabile fede liberale, si slanciarono in un repentino e imprevisto attacco alla legge sulla quale in fondo si poteva anche soprassedere: improvvisamente e per lo spazio di un giorno, il Paese aveva problemi più urgenti. Ora che le classi dirigenti ci tenessero allo stravolgimento della Costituzione era lampante, ma che ci tenessero a tal punto da provocare questa sorta di riflesso condizionato della nervatura reazionaria, specie in un periodo in cui le libertà dei singoli vengono barattate con quelle sociali,  era la spia di una grande ansia rispetto al successo della trasformazione della democrazia in oligarchia. Tuttavia questo moto intestinale e oscuro si è affiancato, sovrapposto a un atteggiamento non più entusiastico verso Renzi.

Per cui immagino che l’ordine del giorno nelle segrete stanze che corrono fra Roma e Bruxelles, come un tunnel dei neutrini sia più o meno questo:

Uno. Concessioni europee moderate e condizionate al governo del guappo per cercare, assieme alla manipolazione statistica e mediatica, di mettere macchie di rosa nel grigio del futuro prossimo per evitare che il peggioramento palese della situazione induca a votare no anche quella parte di elettorato immorale e/o confuso che lega la sua libertà di coscienza alla sopravvivenza del governo. Insomma un battage disperaritissimo per il Sì, qualche mese di accanita resistenza alla realtà per tenere aperto il velo su una situazione drammatica  e passare senza intoppi al punto successivo.

Due. Vittoria della mistificazione neo costituzionale e delle nuove regole elettorali mettendo al servizio di questo obbrobrio tutte le facce e le tesi spendibili, anche se fuori corso all’ufficio cambi della decenza: l’obiettivo irrinunciabile è arrivare a regole che di fatto non consentono un vero ricambio della politica e del ceto politico, ovvero il moderno e l’efficiente secondo il vocabolario padronale.

Tre. Caduta progressiva e inevitabile della maschera di ottimismo, denuncia della situazione compromessa che richiede ulteriori e drammatici tagli per tenere a galla una barca sulla quale notoriamente siamo tutti, secondo un copione che va di pari passo con quello greco. A questo punto però ci si prepara anche a cambiare cavallo se la situazione lo dovesse richiedere: meglio reggere psicologicamente l’urto della rabbia con una una nuova faccia in grado di rinnovare l’obolo di qualche illusione. D’altronde un’ennesima rivoluzione di Palazzo potrebbe consentire di arrivare in migliori condizioni al 2018 quando la Costituzione manomessa e la nuova legge elettorale renderanno minimi i rischi di veder andare in fumo tanto lavoro di massacro. Se il cambiamento è cosa di per sé  buona e giusta perché non metterlo in pratica anche con Renzi?

Naturalmente è solo un’ipotesi, un future venduto in borsa. Ma scommettiamo che nelle sue linee essenziali  finirà per andare proprio così? Certo abbiamo l’occasione di disarticolare completamente questo disegno semplicemente votando No alla riforma della Costituzione. A quel punto i conti dovranno essere completamente rifatti e il destino del Paese, preso negli artigli del declino verrà rimesso in gioco. Basta volerlo.


Il robot è rosso

mercato1Io non ho idea quale potrà essere l’impatto della robotizzazione sulla società umana e sono in buona compagnia perché in realtà questo non lo sa proprio nessuno: anzi diciamo che gli esiti non sono dati di per sé, ma dipenderanno in larga parte dalla gestione politica, sociale, ambientale e culturale potendo dare origine a un’età dell’oro così come a un mondo orwelliano: la notizia sgradevole per i molti contagiati dall’atarassia politica è che dipenderà da noi. Ma non è di questo che voglio parlare, anche se la sottrazione di lavoro spesso attribuita oltre il dovuto alle nuove tecnologie robotiche è all’ordine del giorno. Voglio invece occuparmi di un antico proverbio cinese che dice più o meno chi legge si addottrina, chi vede impara, chi fa conosce.

E’ una realtà di cui l’occidente neo liberista, globalizzatore, delocalizzatore e infine oligarchico non ha tenuto nessun conto mettendo in moto il suo stesso declino. Prendiamo la Cina che a partire dagli anni ’80 è stata il paradiso degli eserciti di riserva, del lavoro a costo stracciato e a bassa specializzazione: secondo la logica degli ineffabili previsori il vantaggio che poteva trarre da questa condizione avrebbe dovuto perpetuarla facendolo restare per sempre il Paese delle enormi masse sfruttabili da compiangere all’occorrenza come vittime del comunismo. Invece era tutto sbagliato: agli inizi del secolo i maggiori produttori di robot erano nell’ordine  Giappone, Germania, Usa, Italia e Svezia che  coprivano praticamente l’intera domanda globale: oggi la Cina sta stracciando tutti, è già di gran lunga al primo posto con il 25% della produzione mondiale e sta crescendo in maniera fortissima. Qui non ci si può nemmeno illudere come avviene per tanti altri oggetti tecnologici che siano solo costruiti in Asia, ma progettati in occidente, non ci può aggrappare al marchio e così vediamo che nel 2015 la Cina ha prodotto 33 mila richieste di brevetto relative al settore della robotica industriale, contro le 14 mila del Giappone, le 12 mila degli Usa, le 7 mila della Corea e le appena 500o dell’intera Europa. Questo però tenendo conto che grazie alla posizione egemone degli Usa molti brevetti statunitensi hanno origine altrove. In ogni caso Stati Uniti ed Europa insieme producono la metà dell’innovazione cinese e meno di un terzo di quella asiatica.

Certo per  persone che non hanno superato una criptica la mentalità coloniale tutto questo appare impossibile, onirico, fantascientifico: possibile  che un Paese adottato come il massimo fornitore di mano d’opera a basso salario sia diventato il maggior produttore mondiale di tecnologie molto sofisticate e destinate proprio a ridurre il lavoro manuale e poco specializzato? Ma appunto chi fa conosce e chi chiacchiera disimpara. Loro hanno 33 mila brevetti nel campo della robotica, ma noi abbiamo almeno 33 milioni di Savini e Coglioni odiatori della Cina. Abbiamo decine di migliaia di intelligenze bruciate nel calderone dei saperi di moda, comunicazione ed economia in primis, mentre abbiamo pochissimi ingegneri elettronici e forse appena una trentina di persone che conoscono il linguaggio macchina dei computer. Preferiamo mugugnare,  disertare il ristorante cinese per far la nostra splendida figura da imbecilli e infine stupirci come pirla senza speranza se qualcuno studia il cinese, come se fosse una cosa strana. Tuttavia questo, anche senza giungere ai ridicoli eccessi nostrani, è qualcosa che riguarda l’intero occidente.

Già alla metà degli anni ’90 una pattuglia di conservatori a Washington aveva avvertito il rischio insito in un modello di sogno americano esclusivamente e ossessivamente fondato sul mercato e alieno da una vera etica del lavoro ( per una ragione politica: l’altra faccia dell’etica sono i diritti) il quale  in pratica rendeva vincenti le attività più semplici e remunerative a detrimento di quelle più impegnative. Così, tanto per fare un esempio se i dirigenti della Apple producevano tonnellate di pubblicità e di idee glamour i portatili venivano prodotti dalla Sony, il suo organizer  sviluppato dalla Sharp e il suo desktop di punta, definito multimediale, dalla Toshiba. Ora al stessa logica si è spostata in Cina che oltretutto ha il vantaggio di avere un enorme mercato interno. Secondo le idee dell’economia neoclassica dopo la seconda guerra mondiale sia Giappone che Cina avrebbero prodotto solo seta grezza, lampioncini di carta, bambole e giocattoli meccanici.  Vale a dire quello che finiremo per produrre noi.


Il 24 maggio, storia brevissima e funesta

italianiOggi l’esercito marciava per raggiunger la frontiera e far contro il nemico una barriera. Oggi, un secolo fa, con un giorno di anticipo rispetto al 24 maggio rimasto nella leggenda per via della canzone del Piave che aveva bisogno di una sillaba in più rispetto al 23.  Ed è straordinario quanto poco ancora gli italiani sappiano su una guerra che ha determinato in tutti i sensi le sorti del Paese, oltre a costituirne una precoce e disperatissima autobiografia. Ma insomma come si è arrivati all’esercito in marcia contro gli imperi centrali che erano stati fino all’anno prima gli alleati di elezione e avevano tra l’altro coperto le spalle alle ambizioni coloniali italiane dall’Eritrea fino alla Libia? Bè la storia non è delle migliori e presenta i maledetti caratteri da mercato delle vacche che non mancano mai, che determinano la nostra fama di inaffidabilità  e che finiscono regolarmente per svendere le possibilità del Paese per qualche piatto di lenticchie. Avvelenate per giunta.

Dunque nell’ estate del 1914 quando l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, mettendo in moto l’infame meccanismo del massacro, l’Italia, nonostante la sua appartenenza alla Triplice alleanza, scelse la neutralità per due sostanziali motivi: in primo luogo perché non voleva dare una mano all’impero austroungarico ad ampliare la sua influenza nei balcani sui quali il Paese a torto o ragione riteneva di dover avere delle pretese e in secondo luogo perché temeva la potenza della Germania e non voleva opporsi apertamente alle mosse di Vienna. Più tardi successero alcune cose: la Germania fu fermata sulla Marna dagli anglo francesi sia pure a prezzo di enormi risorse umane  e dunque apparve meno invincibile di quanto non si credesse, mentre l’Italia, ancora formalmente nella Triplice, diventava la pedina decisiva in quel gioco: se la Francia avesse dovuto aprire un fronte sud sarebbe stata spacciata. Perciò Londra e Parigi non risparmiarono denaro e sforzi per creare una corrente interventista  di natura antiaustriaca proprio per evitare questa possibilità: una campagna ad ampio spettro che andava dai fondi dati a Mussolini per uscire dal partito socialista e fondare Il popolo d’Italia a opache concessioni,  finora solo indiziarie riguardanti il favoreggiamento degli affari di casa Savoia nel campo dei petroli. Quelle stesse per le quali sarebbe stato ucciso Matteotti dieci anni dopo, secondo una non trascurabile scuola di pensiero .

Ma non corriamo troppo. Sta di fatto che alla fine del 1914 il ministro degli Esteri, Sidney Sonnino apre una sorta di trattativa sia con gli anglo francesi e che con gli austro tedeschi per cercare di lucrare il più possibile dagli uni o dagli altri. Ovvio che fosse l’Intesa ad avere il maggiore interesse ad offrire le ricompense più alte perché si trovava in maggiori difficoltà e sempre sull’orlo di una sconfitta decisiva non fosse altro che per questioni demografiche. Austria e Germania invece erano molto più in difficoltà a fare promesse perché le richieste territoriali italiane andavano dalla concessione di territori di lingua tedesca  (l’Alto Adige dove domani non verrà esposta la bandiera, tanto per dire che affare abbiamo fatto) alla sottrazione dell’unico sbocco marittimo  per l’Impero Austroungarico, ovvero Trieste e la Dalmazia. Qualcosa di quasi impossibile anche se poi venivano promesse, in caso di vittoria, la Corsica e il Nizzardo. Una scelta difficile per un governo che era pressato dagli industriali a scendere in guerra per ovvi motivi e che vedeva crescere sempre di più i movimenti nazionalisti e interventisti. Nonostante questo la trattativa andò avanti a lungo e fu sostanziamente sbloccata dagli avvenimenti: nella primavera del 1915 l’esercito zarista conseguì travolgenti successi sul fronte austriaco mettendo in grave crisi tutto il sistema difensivo imperial regio  per cui si cominciò a pensare che una guerra contro l’Austria (il governo italiano tentò in effetti la mossa di dichiarare guerra solo a Vienna e non a Berlino) sarebbe stata facile e che in qualche mese se non in qualche settimana le truppe italiane avrebbero potuto arrivare alla capitale austriaca. Così il 26 aprile del 1915 l’Italia firmò il Patto di Londra (successivamente disatteso per volontà soprattutto degli americani scesi in guerra molto dopo) e un meno di un mese dopo entrò in guerra. Purtroppo per uno scherzo del destino pochi giorni dopo la firma del patto, esattamente il 2 maggio  una controffensiva austro tedesca sul fronte della Galizia  compresa tra le cittadine di Gorlice e Tarnov provoco il crollo del fronte russo: la ritirata delle truppe dello zar si trasformò in rotta e gli attaccanti in pochi mesi penetrarono in tutta la Polonia, prendendo Varsavia il 5 agosto.

Dunque la guerra che sembrava in un primo momento facile e rapida ( esattamente come accadrà venticinque anni dopo) divenne anche per gli italiani un massacro senza fine sia sulle Alpi che sul fronte dell’Isonzo con alterne vicende che rispecchiavano grosso modo gli eventi del fronte russo su cui l’Austria era costretta a mantenere il grosso delle’esercito e le truppe migliori. Infatti non appena la Russia fu attraversata dai fermenti rivoluzionari e l’esercito, decimato dalle perdite e dalle diserzioni in favore dei bolscevichi, non riuscì più a combattere efficacemente, fu subito Caporetto. Una mazzata che probabilmente avrebbe decretato una disastrosa  sconfitta per un Paese che aveva appena cinquant’anni di travagliata vita alle spalle. Ma non accadde solo perché furono trovate le risorse militari per organizzare una resistenza davvero straordinaria.

Questo è davvero il nodo della guerra e degli eventi successivi: la resistenza sul Piave a quello che era ormai l’esercito austriaco al completo, con le truppe migliori e più agguerrite, per giunta rafforzato da molte divisioni tedesche provenienti dal fronte orientale, non furono il risultato di un particolare valore o della brillantezza degli stati maggiori che al contrario scontavano un’arretratezza cronica, quanto dalla prodigiosa e inaspettata capacità del complesso industriale di sfornare armi.  Quasi tremila cannoni prodotti in più, messi in magazzino, fecero contro il nemico una barriera, ma in generale, fatto pressoché sconosciuto, la produzione italiana di armi, di munizioni, sistemi bellici fu doppia e spesso tripla rispetto a quella dell’impero Austro Ungarico  consentendoci di resistere e poi di avere partita vinta.

E questo implica un fatto decisivo: al fronte, oltre ai militari di mestiere e agli uomini delle popolazioni vicine alle zone di guerra, andavano i figli della piccola borghesia del centro nord e i contadini del sud, mentre gli operai rimanevano in fabbrica con turni massacranti. Così alla fine della guerra la classe operaia rivendicava sul fronte dei salari e dei diritti la sua parte di vittoria che tanti profitti aveva portato ai padroni del vapore, mentre tra gli uomini delle trincee di sviluppava il fenomeno del reducismo. Della vittoria mutilata, ma soprattutto della disillusione e delle aspettative tradite dopo anni di orrenda vita di fronte. Entrambi si contendevano il merito della vittoria pur all’interno di una visione radicalmente diversa del futuro. Come sappiamo l’esercito dei reduci, come accade inevitabilmente anche oggi sia pure in forme diverse e più ambigue, fu man mano arruolato dalla classe dirigente in difesa dei propri interessi e alla fine confluì nel fascismo che pareva loro come una continuazione dello spirito di trincea e una rivalsa nei confronti degli “imboscati”.  Del resto lo aveva detto un singolare personaggio che negli anni della guerra e negli afflati camerateschi aveva trovato la sua strada: “i soldati sono proletari senza coscienza di classe”, una frase che sorprendentemente non appartiene all’universo rivoluzionario di quegli anni,  ma ad Adolf Hitler che peraltro tentò nel 1919 di iscriversi al partito comunista, ma fu respinto in quanto testa eccessivamente calda.

Quello che è accaduto dopo è ben noto: gli industriali del nord si presero la rivincita sugli operai e dormirono sonni tranquilli al riparo da sindacati e rivendicazioni.  Sonni tanto tranquilli e coperti dalla condiscendenza complice e opaca del regime e delle commesse di comodo, che nella successiva guerra mondiale riuscirono a compiere un altro miracolo: quello di dar vita a una produzione bellica del tutto marginale rispetto anche ai protagonisti minori del conflitto e per giunta di qualità pessima, salvo quando si accorsero che il bengodi era in pericolo.  Ma certo qualcosa di quei giorni di un secolo fa lo si riconosce ancora oggi sotto le spoglie mutate di un Paese che dovrebbe ripudiare la guerra, ma si trova impegnato in molti conflitti e che vive alla giornata la sua inquieta pace.


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