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Archivi tag: Giappone

Origami per una bomba

Macerie-a-HiroshimaOggi ricorre il triste anniversario di Hiroshima e degli immancabili origami retorici che vengono intrecciati su scala globale, recitando uno sdrucito messale americano. Ma il pianto e l’orrore sono desolatamente privi di senso perché a più di settant’anni di distanza ci si ostina ancora a smemorare la memoria e a non avere il coraggio di condannare senza appello l’uso dell’arma atomica, ribadito pochi giorni dopo a Nagasaki, cercando addirittura di farlo passare per atto umanitario in grado di salvare molte vite umane. Oggi sappiamo molto bene che l’alibi per questo delitto di civiltà non regge a nessuna analisi senza che tuttavia questa verità riesca a mettere la testa fuori dal sudario mediatico e rituale per mettere a fuoco le cose e riappropriarsi di senso.

Sappiamo fin troppo bene ora come del resto fin dai primi anni successivi al conflitto che nell’estate del ’45 il Giappone, senza più una flotta e ormai tagliato fuori dalla sua area di influenza e rifornimento di materie prime , aveva un quarto delle case distrutte oltre all’intera rete ferroviaria, non aveva più una produzione bellica di armi, esplosivi e munizioni, era totalmente senza petrolio ed era costretto a utilizzare le poche cose rimaste per mettere assieme aerei con legno di balsa e di ciliegio, buoni solo come bombe pilotate da kamikaze. Gli americani erano totalmente padroni del cielo e dell’oceano, potevano fare ciò che volevano tanto che nel   marzo precedente una sola giornata di bombardamenti convenzionali su Tokio e altre città fece 450 mila morti. Dunque in quei giorni la resa del Sol Levante era solo una questione di tempo, anzi di settimane e Washington lo sapeva benissimo visto che era in grado di decifrare i  codici giapponesi era a conoscenza che il nuovo governo di Kantaro Suzuki, entrato in carica praticamente alla capitolazione della Germania, aveva l’esplicito incarico di contrattare la pace. Dunque non c’era alcun motivo di sperimentare l’arma nucleare.

Anzi a dirla tutta gli Usa avrebbero potuto strappare la pace già nell’autunno precedente, come ormai è riconosciuto dalla storiografia contemporanea:  dopo la battaglia di Leyte che lasciò il Giappone praticamente senza difese navali, se solo l’amministrazione americana avesse richiesto condizioni di pace anche molto dure, ma senza l’imposizione di una sorta di protettorato avrebbe trovato tappeti rossi, come si sapeva benissimo dalle intercettazioni, Ma non era questo che volevano gli americani: il Giappone doveva essere usato sullo scacchiere di un impero mondiale per fare da diga contro l’Unione sovietica e da sorvegliante della Cina, quindi doveva conservare al massimo un’indipendenza formale, ma senza permettere che potesse fare una politica autonoma.

E’ in questo quadro che si situa l’uso delle atomiche che non fanno in realtà parte della seconda guerra mondiale, ma della successiva guerra fredda.  Portando all’estremo il ragionamento si può sostenere con buone ragioni che il conflitto nel pacifico, già stravinto alla fine del ’44, è stato portato avanti proprio in vista del finale tragicamente pirotecnico. Tutto questo e l’intreccio dei vari trattati di pace si capisce meglio se invece di considerare la seconda guerra mondiale come un solo conflitto, si fa uno sforzo di fuoriuscita dalla narrazione popolare e  lo si divide in due tronconi facilmente delineabili e che peraltro spuntano fuori non appena si esce dalla dizione occidentale (vedi Grande guerra patriottica o Guerra della grande Asia): il primo riguarda il conflitto tra potenze fasciste e impero mercantile anglosassone nel quale si cerca di impedire che Germania e Italia possano avere accesso alle immense risorse russe e il Giappone a quelle asiatiche diventando così temibili competitori sul piano planetario. Sebbene il vero nemico giurato fosse l’Urss e il suo esperimento anticapitalista, si cercò attraverso una guerra sostanzialmente aereo navale, di contenere la Germania nella sua espansione ad est, sostenendo Mosca quel tanto indispensabile per non lasciare a Berlino tutta la preda e contemporaneamente favorire in qualche modo la dissoluzione del comunismo. Quando invece l’Urss si dimostrò molto più vitale delle considerazione ideologiche imperiali e non solo non si sfasciò, ma inchiodò i tedeschi a Stalingrado cominciando un’inarrestabile avanzata, allora prevalse la paura opposta, ossia che l’Unione Sovietica riuscisse ad impadronirsi  del cuore dell’Europa, moltiplicando la sua potenza. Furono così rispolverati in tutta fretta i piani di invasione messi a punto, ma lasciati nei cassetti in attesa di eventi e si cercò attraverso il terrorismo dei bombardamenti di conquistare rapidamente quel terreno che sul campo veniva strappato a fatica nonostante l’enorme disparità di mezzi e risorse. Alla fine a Berlino ci arrivarono i russi e a quel punto si rese indispensabile dimostrare a Mosca quale era la potenza americana usando ben due atomiche su un uomo morto verrebbe tentato di dire.

Gli americani pensavano seriamente che l’atomica sarebbe stata per molti decenni un loro monopolio così non si fecero scrupoli a pianificare il massacro nucleare. Così ci rimasero di sasso quando l’Urss nel ’49 riuscì a mettere a punto la sua bomba e vanificando in un certo senso la strage in Giappone.

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Festeggiamo Hiroshima che ha salvato tante vite

Macerie-a-HiroshimaIeri ricorreva il 71° anniversario della bomba di Hiroshima, della strage gratuita di 200 mila persone ribadita tre giorni dopo a Nagasaki. Dico gratuita perché quegli ordigni di morte erano un esperimento e soprattutto un monito all’Unione sovietica, ma servivano a ben poco per piegare un Giappone che era già in ginocchio, che non aveva più flotta, né materie prime per fabbricare neanche una pistola giocattolo, che sarebbe comunque capitolato da lì a poco senza bisogno di bombe atomiche. Pochi sanno che l’epopea finale dei kamikaze più che un’espressione culturale era uno stato di necessità visto che nel Sol Levante, ormai tagliato fuori dalla sua area di influenza e rifornimento, si era costretti a costruire gli aerei con il legno di balsa e di ciliegio, dunque inservibili se non come bombe pilotate. Del resto nel marzo precedente una sola giornata di bombardamenti convenzionali su Tokio e altre città fece 450 mila morti, visto che ormai la difesa aerea era inesistente. Altro che buttare le atomiche per risparmiare vite: ma questo fa parte di un altro anniversario, quello delle favole, delle vulgate, delle azioni  volte a nascondere le mosse degli Usa verso la conquista del dominio globale.

A dirla tutta, la storia contemporanea – quella seria che di certo non viene narrata nelle televisioni o nelle pubblicazioni dilettantistiche – riconosce che la guerra si sarebbe potuta concludere già nell’autunno precedente, dopo la battaglia di Leyte che lasciò il Giappone praticamente senza difese navali, se solo l’amministrazione americana avesse richiesto condizioni di pace anche molto dure, ma senza  imporre dall’esterno una sorta di protettorato e di decidere in prima persona e in base ai propri interessi sulle istituzioni del Paese. E risolvendosi per ragioni di comodo e di ideologia a salvare Hiroito che semmai era il vero responsabile – irresponsabile della guerra a parte gli Usa stessi che non risparmiarono nessuno sforzo in questo senso. Invece ci dobbiamo bere la storia che le atomiche furono sganciate per profondo senso di umanità. Ma del resto questo è ciò che passa il convento dell’egemonia tanto che  la voce Guerra nel Pacifico su wikipedia è costruita su una bibliografia da brividi: due volumi illustrati, da mare per così dire, con articoletti ritagliati qui e là, un volume di tale Henri Millot,  in realtà viticoltore di mestiere,  che è una sorta di elenco della spesa dei vari scontri, ma senza alcun criterio a parte l’evidente filo americanismo, un volume scritto nel ’50 da tale Amedeo Tosti, gran commis a suo tempo del minculpop, un altro finalmente scritto da uno storico di professione, purtroppo quel  tal Jean Louis Margolin, coautore del celeberrimo Libro nero del comunismo e infine il classico Gilbert noto per la sua monumentale biografia di Churchill, storico non disprezzabile dell’olocausto, ma anche impegnato in volumi da cassetta come appunto la sua sommaria, ritrita e inutile Grande storia della seconda guerra mondiale, imperdibile nella libreria a colori del pizzicagnolo  impegnato.

Come si vede è impossibile in queste condizioni dissipare le nebbie esattamente come i risultati della ricerca e del dibattito sulla vita di Cristo sono inattingibili al di fuori degli ambiti specialistici. E non è certo un caso: anche qui parliamo di una fede, quella dell’eccezionalità americana, che non va turbata con i fatti e con le circostanze reali, che va raccontata davanti al camino come una saga o detta e ridetta talmente tante volte che diventa indiscutibile, entra far parte di un’immaginario inviolabile, nonostante l’evidenza. Il fatto che le dottrine militari prima inglesi e americane poi contemplassero l’uso dell’aviazione non come strumento da utilizzare sul campo, ma come mezzo strategico e terroristico per fiaccare il morale delle popolazioni e in questo senso siano state prevalentemente usate (vedi nota),  nonostante le convezioni sottoscritte all’Aja, che per l’appunto vietavano quest’uso, nonostante le condizioni del Giappone siamo costretti a credere l’incredibile. A questo punto anzi dovremmo festeggiare questo luminoso umanesimo atomico: chissà quante vite ha salvato.

Nota Le difficoltà inglesi e americane nel dominio dei cieli, furono dovute essenzialmente al fatto che essi concepivano i caccia solo come scorta a bombardieri goffi e pesanti, ma adatti alla distruzione di massa: così si trovarono in svantaggio progettuale nei primi anni della guerra. Ma poi hanno superato brillantemente la prova con almeno due milioni e mezzo di morti civili nei bombardamenti.


Marchionne mette il turbo alle prese in giro

quei-dueDopo la vittoria degli azzurri sul Belgio, la televisione è stato il palcoscenico corrivo e irritante di un teatrino dell’assurdo nel quale si è consumato un grottesco, futile riscatto da ben altre frustrazioni davanti alle quali il Paese sembra come ipnotizzato. E ho avuto persino il dispiacere di vedere in un canale importante, non mi ricordo più se della Rai o di Mediaset un folgorante basso servizio in cui con irrefrenabile orgoglio patrio si sosteneva che finalmente il Made in Italy faceva valere il suo meglio, ovvero il calcio, la cucina e la moda mentre via via comparivano paccheri, tailleur e goal. Se non è sole, spaghetti e mandolino del vecchio e infame stereotipo poco ci manca, anzi è molto peggio perché si tratta di uno stereotipo di ritorno, non più qualcosa di cui liberarsi, ma a cui aspirare.

Però quel servizio curato da brillanti cervelli mai usati, tutti i torti non li aveva: gli italiani hanno fatto di tutto perché questo accadesse, perché nelle istituzioni si incistasse un ceto politico da amatriciana, cene eleganti e ribollita che ha guidato la distruzione delle tutele e della dignità del lavoro e nello stesso tempo ha favorito la deindustrializzazione, che – con esemplare mancanza di etica e di verità -ha concesso alla maggiore impresa del Paese, resa grande anche da una  rete di benefici, concessioni, favori da terzo mondo, complicità mediatiche e valanghe di soldi pubblici, di andarsene alla chetichella, con la fanfara in testa per la presunta conquista della Chrysler. Adesso tutti i nodi vengono al pettine: tutto o quasi si produce altrove, tutto o quasi viene pensato altrove. In questi ultimi due mesi – dopo essersi limitata a soffiare nel palloncino e a produrre in Serbia le cinquecentone in cui incastrare all’occorrenza il Papa, sono usciti due nuovi modelli, le nuove Tipo tre e due volumi da famiglia in gita al mare e la golosa 124 spider, davvero una sorpresa. Dunque Marchionne dopo tutto ha capito che bisogna rinnovare la gamma per dare alla Fiat uno spazio dentro la plumbea Chrysler. Invece no, è tutto  un’ gioco di prestigio: le nuove tipo che verranno comprate da noi  essenzialmente perché hanno un marchio italiano e hanno un prezzo concorrenziale sono state sviluppate in Turchia dove peraltro sono integralmente prodotte, si tratta di auto che puntano essenzialmente sui mercati in via di sviluppo, che hanno il loro sbocco nei Balcani, in Medioriente, in Africa, (ce ne sarà anche una marchiata Dodge dedicata al mercato messicano)  ma di solito destinate ad essere marginali nei mercati ricchi non perché siano di per sé cattive auto, ma perché offrono soluzioni ormai datate, progettate decenni prima. Se poi tali soluzioni, di solito affidate a sottomarche, tipo Dacia, non erano brillantissime già da prima (la nuova tipo è in sostanza una Bravo, modello abbandonato per scarso successo) allora  si ha il sospetto che la Fiat sia una sottomarca di se stessa.

Ma sarei ingiusto se non citassi tutt’altro prodotto, la pronipote della vecchia e gloriosa 124 spider e battezzata con lo stesso nome in suo onore, come se ormai l’industria italiana dell’auto, incapace di andare oltre volesse ossessivamente commemorare i suoi tempi d’oro prima del decesso. E’ comunque una macchina, che fa immagine e che rappresenta un guizzo inaspettato. E’ gradevole , vivace se non potente, qualcosa che potrebbe fare breccia nel mercato di fascia medio alta americano ed europeo. E bravo Marchionne. Ma un momento … anzi un minuto di silenzio per commemorare l’industria italiana: la Fiat 124 Spider non è altro che la Miata ovvero la Mazda Mx5  nella versione terza serie del 2006 e viene integralmente costruita in Giappone sulle stesse linee di montaggio dell’originale ormai più evoluto. Del resto cambiare un marchio, metterci il volante ottomano della nuova Tipo, ideale per appoggiarvi il Tasbeeh e altri imperdibili arredi , variare un po’ di fanaleria, eliminare un bel po’ di tecnologia  di punta imponendo un prezzo di listino maggiore rispetto all’originale giapponese non è certo un grosso problema, non nell’organizzazione della fabbrica nipponica. E non sfiora nemmeno il denso pelo sullo stomaco dell’uomo col maglioncino.

Nell’insieme si tratta di puro bricolage privo di qualsiasi apprezzabile strategia che si limita a sfruttare pertugi e nicchie sfruttando tecnologie anziane più che mature al solo scopo di compiacere momentaneamente gli azionista, ma senza vera ricerca e prospettive. Si vede la mano del furbetto che non riesce ad uscire da questa dimensione. E’ spassosissimo vedere come le pubblicazioni specializzate facciano i tripli salti mortali per attribuire un qualche straordinario pregio o una qualche italianità al prodotto come comanda il padrone. La sostanza alla fine è che ai nuovi modelli non corrisponde un grammo di nuovo lavoro in Italia, dal momento che tutto, proprio tutto si fa altrove, compresi i bilanci. In compenso abbiamo sviluppato una gigantesca e inimitabile produzione di prese per il culo. E Marchionne ci mette il turbo.


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