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Il paradiso perduto

Robot--1000x500In un sito che si vanta di essere  “il quotidiano italiano sulla digital economy e sulla cultura del futuro”, radiografia in 11 parole dell’ottusità modaiola che esprimono, si legge questo titolo: Coronavirus, dagli Usa alla Cina anche i robot in campo per combattere l’epidemia, ma andando a leggere l’articolo ci si rende conto che delle decine di robot utilizzati negli ospedali cinesi per la distribuzione di medicine, dispositivi diagnostici, cibo, trasporto di attrezzature, nonché per la sanificazione degli ambienti, non c’è alcuna traccia in America:  infatti viene portato un unico ambiguo esempio di un ospedale di Seattle dove “i dottori quotidianamente visualizzano e comunicano con i pazienti contagiati e quindi in isolamento tramite robot, anche per dare indicazioni di cura e somministrazione di farmaci e terapie”. Nella sostanza niente più di un sistema di video chiamata, ma cosi come per Aristotele la natura aborre il vuoto, il neo liberismo nerdista aborre l’assenza dell’acronimo Usa in fatto di tecnologia, come fosse un’intollerabile blasfemia nei confronti del creatore e insolenza nei confronti del Padre, così i robot sanitari cinesi dovevano apparire in secondo piano rispetto a quelli americani ancorché questi ultimi non esistano. Si tratta dello stesso contesto mentale che ha spinto Trump a rifiutare il test del Covid 19 messo a disposizione dall’Onu attendendo quello autoctono che si è fato attendere forse un po’ troppo. Ed è lo stesso motivo per cui si annuncia ogni giorno un vaccino che dovrebbe arrivare ora dagli Usa, ora dall’Europa, ora da Israele, mentre il primo sarà senza  dubbio cinese, visto che già da aprile alcuni vaccini entreranno  in fase di indagine clinica e potranno comunque essere usati in casi di emergenza.

Ovviamente in Usa come in Europa non ci sarebbero grandi difficoltà a progettare robot per i casi in cui è meglio diminuire al minimo il contatto sanitari – paziente oppure potrebbero tranquillamente comprarli dalla Cina come del resto avviene per molte attrezzature medicali, ma in Usa lo impediscono i costi stratosferici raggiunti dalla sanità privatistica basata sulle assicurazioni e in Europa i tagli draconiani fatti sui sistemi pubblici che hanno fatto mancare solo in Italia 37 miliardi di finanziamento alla sanità e agli assurdi vincoli di bilancio che impediscono gli investimenti anche in caso di necessità come questa o come per le catastrofi naturali di ogni tipo. Detto in sintesi la capacità di garantire cure adeguate alla popolazione è stata sacrificata alle dottrine austeritarie derivanti dall’euro e comunque a una visione sociale che non solo tollera , ma auspica la disuguaglianza e che in nome di questo “ideale” ha distrutto lo stato sociale. L’Europa che è uno dei testimonial del sistema neo liberista sta raggiungendo il grottesco, perché anche in questa situazione se si volesse tutelare la saluta pubblica si dovrebbe comunque contrattare con la commissione un minimo di elasticità, entro comunque confini del tutto risibili e inadeguati ad affrontare la situazione. Per questo il governo sta chiudendo il Paese in lazzaretti gradi come regioni e uccidendo l’economia: per ubbidire a Bruxelles, perché se  l’epidemia dovesse diffondersi non potrebbe far fronte alle spese necessarie. Siamo cosi costretti ad invocare la beneficenza cinese che farà giungere mascherine e altro materiale sanitario negato invece dai Paesi europei: a questo siano ridotti e per fortuna che in definitiva siamo di fronte a una semplice influenza.

La questione dei robot con la quale ho iniziato il post non è dunque in primis un problema di tecnologia o comunque non solo di quella, ma di organizzazione sociale: un Paese a grande prevalenza pubblica come la Cina non ha difficoltà monetarie o resistenze lobbistiche ad aumentare le spese quando se ne presenta la necessità anche perché producendo in proprio gran parte dei  beni e servizi per la tutela della salute ogni investimento rientra facilmente nel ciclo economico se non altro come stimolo e sostengo alle industrie e al mercato interno.  La novità è che nonostante il reiterato tentativo di demonizzazione della Cina, messo in atto in mille occasioni e anche in questa, il messaggio mediatico non è passato, anzi tutti sono in grado di vedere la differenza tra un occidente che procede a tentoni, tardivamente, ossessionato dall’avidità finanziaria come la famigerata Banca mondiale, senza alcuna traccia di solidarietà anzi arrivando a sfruttare l’epidemia per le speculazioni commerciali e persino come occasione di licenziamento e la risposta cinese estremamente organizzata ed efficace. In sintesi le meraviglie del neoliberismo hanno ricevuto un grave colpo di immagine e il virus del dubbio ha cominciato a diffondersi anche tra quelli che sono soliti dar credito gli imbecilli primitivi che “vedono” i cinesi mangiare i topi vivi.

 


I cassamortari dell’intelligenza

intell Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per anni fini polemisti ci hanno detto di stare tranquilli, che non valeva la pena di fare la rivoluzione perché il capitalismo sarebbe imploso dentro alle bolle finanziarie e alla spirale dell’accumulazione che aveva messo in moto.

Il sistema non avrebbe saputo gestire la sua «strategia del caos», che condizionava tutto, dalla geopolitica all’esercizio quotidiano del dominio di potere sulle singole esistenze, né tanto meno contrastare la crisi del suo insostenibile «modello di sviluppo» che sta devastando il pianeta e mette in discussione  la supremazia della sua «civiltà» superiore. Bastava, insomma, aspettare il suo suicidio.

Finora invece assistiamo ai suicidi di massa di nazioni, popoli e realtà produttive, che non resistono alla pressione delle “grandi trasformazioni”,  per lo più aberranti, del sistema totalitario economico e sociale, proprio come  successe agli  Xosa (lo ricorda Canetti Masse e potere)  che si autocondannarono per non essersi adattati al progresso importato da quei primi modelli di guerre umanitarie che furono le  missioni di evangelizzazione, incaricate di cancellare identità, tradizioni, usi, e di annullare valori di responsabilità e libertà personali e collettive.

Basta pensare a un simbolico harakiri nazionale, quello di Alitalia “offerta”, con accompagnamento di opportuno de profundis di Atlantia dei becchini Benetton e del Governo, a Lufthansa in cambio di pochi spicci (150-200 milioni a fronte dei 100-200 di Delta) condizionati all’obbligo di disfarsi dello status di compagnia nazionale per essere retrocessa a compagnia regionale, della presenza nel suo azionariato del Ministero del Tesoro vincolato a cedere le sue quote entro tre anni, di aerei, di costi di gestione  e, infine, di 5000 posti di lavoro, sostituiti da più efficienti esecutori robotici che non protestano, non scioperano e si accontentano.

A conferma del ruolo svolto dall’Europa, quello, direbbero a Roma, di “cassamortara” delle imprese nazionali e partecipate dei paesi di serie B in modo da levare di torno una concorrenza leale a quelle  di serie A più meritevoli, Air France o Lufthansa e perfino British Airways: i molti soldi pubblici profusi  ( un miliardo e 300 milioni negli ultimi 18 mesi) sono serviti a darle un po’ di belletto come si fa nelle agenzie di pompe funebri  per appiopparla quando è ancora tiepida  a poco prezzo a un competitor che la cannibalizzi.

Celebrare il requiem per le aziende pubbliche (e non solo) e per la sovranità economica degli stati nazionali cui sarebbe obbligatorio e doveroso rinunciare per il rafforzamento del superstato la cui appartenenza si è trasformata in un atto di fede continuamente recitato, cieco e assoluto, prevede anche che si solennizzi insieme alla fine delle democrazie,  quella del lavoro diventato fatica e servitù, delle politiche e delle relazioni industriali e sociali,  e dei dei lavoratori – un esercito manovrabile e localizzabile a piacere, ricattato e intimorito dalla minaccia dell’esercito di riserva degli immigrati che in verità non è competitivo per qualità ma perché più ricattato, più intimorito e disposto all’insano agonismo dei sacrifici, delle rinunce e delle umiliazioni.

Niente paura però, tra tante cattive notizia le news che provengono dalla app globale della modernità e del progresso ci fanno  sapere che col lavoro tradizionale è finita anche la fatica, perfino quella dei soldati che potranno sganciare ordigni micidiali stando seduti su una comoda poltrona, grazie alle formidabili opportunità  offerte dall’automazione e dalla robotica.

Inutile dire che ci sono luoghi  del terzo mondo esterno, e anche di quelli interni alle geografie della nostra civiltà superiore, dove l’ipotesi che robot superdotati di intelligenza artificiale  sostituiscano gli esseri umani nei compiti faticosi liberandoci così dalla condanna alla fatica ma pure ai vizi e ai piaceri (il programma informatico Pluribus ha battuto a Texas hold’em, una specialità del poker, cinque giocatori professionisti), è pura fantascienza, trastullo mentale per privilegiati.  Il lavoro manuale, rischioso e usurante esiste ancora eccome ed è per quello che viene localizzato in luoghi brutti o confinati e negletti dalla lotteria naturale,  o riservato a vite di poca rilevanza costrette a spostarsi, a eseguire, a mansioni sporche, umilianti e degradanti, velenose e che avvelenano, ammalano e fanno ammalare, mentre ad altri sarebbe permessa e la pigrizia  e perfino la noia, che ossessivamente neghiamo ai nostri figli costringendoli a una piena occupazione del tempo libero in corsi, balli, flauti, rincorrendo un dinamismo malato.

Ma anche per i beneficati il futuro non sarà certo tutto rose e fiori, e lo sappiamo già grazie alla lenta ma inesorabile infiltrazione nella nostra economia  di una forma di controllo sociale e culturale che impone una ideologia della autonomia distorta che illude di essere indipendenti  perché non  ci si interfaccia col padrone oppressore: oggi una multinazionale remota, domani i suoi intelletti sintetici manovrati da altri sfruttati invisibili.

Il processo è già avanti se annusiamo l’inebriante profumo della  libertà perché ce ne stiamo a casa ascoltando la nostra selezione musicale immettendo dati quando ci pare, programmando funzioni a cottimo, restringendo sempre di più il nostro paesaggio umano e le nostre relazioni con altri omologhi e affini parimenti munti e svuotati. Ma gratificati perché scegliamo gli orari, i percorsi per le consegne in motorino, perché ci fanno credere che i contratti di riders di Uber o Fedora vengono percepiti come autonomi  in quanto consentono la “licenza di gestire il proprio tempo”. mentre  celano rapporti di lavoro subordinato e esposto  a condizioni vessatorie, anche se l’abbiamo negoziato online con interlocutori fantasmatici, i sacerdoti di quello che è stato chiamato con spudorata sfrontatezza il “diritto alla flessibilità”, che viene indicato come una pretesa di generazioni “connesse” che disdegnano il posto fisso, e che altro non è che un espediente semantico per autorizzare l’espropriazione di quelli veri, conquistati a prezzo di lotte, indebolendo la forza contrattuale e i valori del lavoro.

Verrebbe da dire ben venga a una intelligenza artificiale che faccia giustizia di tanti cretini, peccato che si tratti ancora una volta dell’arma dei padroni, che si fidano di automi veri e non di quelli umani, che potrebbero avere ancora un po’ dell’audacia della libertà.


Primo maggio, cara memoria

lavoro-675x250Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi Primo Maggio mentre mi trastullavo tra intelligenza artificiale, robottistica,  lavoro intellettuale che prende il posto di quello manuale così che ci possano cancellare la fatica e la frustrazione dell’operaio alla mortificante e alienante catena, ho appreso dalle agenzie che circa 1.800 minatori sono rimasti intrappolati in una miniera di platino a Rustenburg, in Sudafrica, a causa di danni ad uno dei pozzi di risalita. Lo ha annunciato il portavoce della compagnia che gestisce la miniera, la Sibanye-Stillwater, rassicurando la platea internazionale alle prese con il picnic, qui a base di fave e pecorino, che gli operai hanno cibo, acqua ed aria a sufficienza”.

Perché mentre ci raccontano che ormai la lotta di classe tra padroni e sfruttatori è  superata, che   efficienti automi e macchine docili stanno sostituendo la risorsa umana che così può trovare nuovi spazi per il suo talento e il suo istinto di libertà, padrona e imprenditrice di se stessa  diventando consegnataria di pizze a domicilio, allestendo una rivendita in franchising di gelati al caramello, distribuendo con il furgoncino comprato con un mutuo stellare i pacchi di Amazon, in attesa  che l’alta velocità acceleri il processo, organizzando in coworking un magazzino di prodotti per le vendite online o affittando le camere della casetta dei nonni al paese in qualità di manager dell’accoglienza, combinando perversamente precarietà e imprenditorialità,  dall’altra parte del pianeta ormai apparentemente unificato dalla globalizzazione, ci sono minatori che scavano per garantirci i metalli pesanti del nostro smartphone, i diamanti dell’anello di fidanzamento che non tramonta mai, gente di tutte le età che “valorizza” le foreste tropicali per assicurarci  un parquet a prova di bimbo e gatto, altri bimbi differenti invece che a supporto delle mamme tingono i maglioncini e tessono gli indumenti della nota casa che mantiene l’attività come brand di riconoscimento della dinastia, o cuciono sneakers irrinunciabili a completamento delle divise che indossiamo in qualità di soldatini della civiltà superiore.

Ah, dimenticavo, ci sono anche quelli che lavorano alle dighe delle nostre aziende che intendono l’internazionalizzazione come sfruttamento delle risorse di paesi terzi, nei giacimenti dell’Eni in Nigeria dove il know how esportato comprende collaudate strategie di relazioni industriali: corruzione e malaffare, quelli che colgono l’occasione della delocalizzazione dei nostri gioielli di famiglia impegnati senza ritorno al monte di pietà globale, in siti prescelti dove è addirittura più facile inquinare che da noi, pare impossibile ma è così – dove la manodopera è addirittura più ricattabile di qui, pare impossibile ma è così, quindi uno schiavo costa meno.

Pare che i minatori sudafricani siano tra i pochi che hanno assicurati cibo, acqua e aria e perfino una eccezionale assistenza sanitaria, sia pure solo vocale. Perché ormai i diritti fondamentali per i lavoratori in questo Primo Maggio 2019,  si sono ridotti a quello di faticare e a quello di arrabattarsi, perché a parità di rischio sono soli quelli come sono soli quelli dell’Ilva, colpevoli di volere un salario dignitoso e sicurezza quando sono in fabbrica e servizi sociali e ambiente pulito quando sono a casa o nelle strade di Taranto, come sono soli tutti i lavoratori contrattualizzati, colpevoli di avere più garanzie formali, come sono soli gli ex CoCoCo retrocessi a precari, compresi quelli presi da prestigiosi istituzioni o autorevoli testate che richiedono laurea magistrale e conoscenza di almeno due lingue straniere, competenza e curriculum, pagando cinque euro all’ora, come sono sole le donne, colpevoli di volere troppo anche loro: conciliare part time  e famiglia, come sono soli quelli che stanno incollati al pc a svolgere mansioni di trattamento dati, ricerca, o commerciali, colpevoli di non vangare, zappare e scavare, penalizzati doppiamente perché per loro non esiste nemmeno quel sindacato retrocesso al consociativismo e vige invece la più feroce regola della competitività, cui si deve obbedire senza nemmeno sapere che faccia abbia il concorrente, finché non ci si guarda allo specchio.

Arresi tutti, e questo è il più grande successo della cupola padronale, i facchini che prendono 4 volte quello che agguanta il precario del giornale o il ricercatore universitario, il plurilaureato che si esoda a Londra o insegnanti, medici, creativi addetti anche loro a valorizzare e moltiplicare il profitto del capitale. Sconfitti tutti, se si accetta la narrazione che fa degli imprenditori soggetti in vena di filantropia, tartassati dalle tasse e ostacolati nel loro dinamismo e nella loro iniziativa innovativa da lacci e laccioli burocratici, che con ineguagliata sfrontatezza dichiarano che il reddito di cittadinanza è deplorevole perché può superare un qualunque salario e favorire la classe dei pigri, degli accidiosi, degli indolenti che dovrebbero preferire la schiavitù offerta loro con magnanima generosità, in un unico pacchetto con ricatti, intimidazioni, estorsioni.

Qualcuno ha pensato che il riscatto sarebbe stato frutto di un processo “naturale”, del suicidio assistito di una classe che ha trasformato il padrone in azionista che sta a aspettare i suoi dividendi della sua partecipazione al gioco d’azzardo planetario,  impreparato alla digitalizzazione, all’automazione, con un “parco macchine” obsoleto, estromesso dalle reti globali, destinato a integrarsi con perdite di competenze e sapere nei domini multinazionali. Non c’è da crederci, anzi è certo che si estenderanno i target dei disagiati, dei marginali, dei retrocessi, dei rimandati a ottobre.

Un ottobre che non sarà rosso, che non vedrà la loro rivoluzione finché il Primo Maggio resterà una mesta commemorazione.

 

 


Robot e zombi

robot_vs__zombie_by_iamo76-WEBOgni tanto filtrano buone notizie che dovrebbero essere tema di attenta riflessione, di stimolo all’analisi e motivi di riscatto che tuttavia, dopo aver prodotto un breve squillo di tromba, si tramutano in inutile fanghiglia nella morta gora tra politica e dell’informazione senza riuscire smuovere il discorso pubblico dai suoi topoi. Una di questa buone notizie è stata data dal Sole 24 ore meno di una settimana fa:  nel 2017 la  crescita della robotica industriale italiana è stata seconda solo a quella della Cina che come al solito sta su un altro pianeta e oggi produce il 58% dei robot in tutto il mondo. Ora questo è certamente un motivo di orgoglio e di speranza perché risultati così positivi in un campo di punta della tecnologia e per di più raggiunti nel corso di un processo complessivo di deindustrializzazione,  significa che il nostro Paese non è solo pizza , sartoria e turismo straccione, ma ha anche grandi risorse non valorizzate e spesso misconosciute

Ma agitare ogni tanto le bandierine per poi riporle nel cassetto non serve a nulla, anzi innestandosi su una logica perversa che sfrutta i complessi di inferiorità del dopoguerra e della colonizzazione americana, sembra funzionale alla narrazioni dell’oligarchia continentale: il dato ripreso dal Sole infatti ci dice che siamo un formidabile concorrente nel mondo, ma soprattutto in Europa e che il dover operare con una moneta innaturalmente alta per il nostro sistema produttivo non fa altro che castrarci a beneficio di altri sistemi industriali che hanno puntato su produzioni mature, mentre in quelle di punta non appaiono altrettanto forti. Insomma la moneta unica oltre ai deleteri effetti sociali di cui è principale strumento costituisce anche una fonte di dissimetria che avvantaggia indebitamente il centro del continente a detrimento della sua periferia, ma soprattutto dell’Italia che è l’unico vero rivale industriale della Germania. Così sotto il paravento dell’unità europea si nasconde il gioco infame delle egemonie continentali.

Quindi non possiamo stupirci se la scarsa consapevolezza delle nostre possibilità venga  sfacciatamente usata per terrorizzare le persone sul crollo di un’eventuale divisa nazionale che si svaluterebbe del 30 per cento a sentire Mediobanca che dello status quo ha fatto una religione o del 20 per cento secondo banca Nomura. In realtà tutto questo è solo una favola: addirittura c’è che pensa che un futura Lira rimarrebbe stabile, anzi addirittura dopo i primi assestamenti rischierebbe una piccola rivalutazione intorno all’ 1%. che sarebbe comunque vantaggioso visto che un marco tedesco di rivaluterebbe del 14 %  A dirlo non sono io, ma uno studio  dall’Ofce, l’Osservatorio francese della congiuntura economica., il quale per chi chi non lo sapesse è stato fondato nel 1981 da Raymonde Barre, viene finanziato dallo Stato francese ed è affiliato  affiliato alla mitica università di Sciences Po, dove si forma una parte consistente dell’élite transalpina. Per vent’anni ne è stato presidente l’economista Jean-Paul Fitoussi, che attualmente è direttore della ricerca.  Il cosiddetto rischio di ridenominazione, ovvero di cambio di divisa  è pari praticamente a zero sui tre fronti analizzati dallo studio: bilancio e banca centrale; società sia finanziarie che di altro settore e famiglie. Una tripletta che nessun altro può vantare. Non c’è bisogno di sottolineare che questo studio firmato da Cédric Durand e Sébastien Villemot è stato completamente censurato da noi perché, contrariamente alla vulgata corrente, dimostra che il Paese non ha niente da temere e tutto da guadagnare dall’uscita dall’euro. Addirittura l’Italia è lo Stato che uscirebbe meglio dal trauma del cambio di moneta.

Del resto i timori del mostro nascosto nell’ombra, ovvero del leggendario default sono abbastanza infondati, anche per la stessa Ocse, visto che comunque i titoli di stato venduti fuori dall’Italia rimarrebbero denominati in euro o in caso di abbandono generale della moneta unica in qualche unità di conto europeo che andrebbe a sostituirlo, tipo Ecu o euro bancario. Il fatto è che se anche un eventuale passaggio di moneta sarebbe conveniente per il Paese, non lo sarebbe per la razza padrona che ha trovato nell’euro l’abili perfetto per polverizzare le conquiste sociali dell’ultimo secolo e aumentare a dismisura i propri profitti con pochissimo sforzo: con una moneta nazionale la redistribuzione sarebbe di fatto inevitabile. Purtroppo se la produzione di robot va alla grande, quella di zombie disponibili a farsi intimidire e a vivere sotto la cappa delle narrazioni e della paura è di gran lunga maggiore.


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