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Archivi tag: Fortuna Loffredo

Pedofilia quotidiana

corradoaugiasVedo che continua ad infuriare la polemica su Augias e la sulla sua pretesa difesa della pedofilia, mentre quasi tutti gli altri temi sono come sprazzi i mezzo ai gattini dei social. Ed è questo che colpisce, perché una società con enormi problemi di declino e di involuzione, mentre non ha nulla o quasi da dire contro il sinergico ritorno al medio evo sociale,  trova invece corale capacità di indignazione e interrogazione solo su temi arcaici (in senso proprio e non negativo) e su quelli che ineriscono la sessualità. In questo senso Augias ha detto una cosa sensata e allo stesso tempo una straordinaria cazzata perché aggredendo la cultura dell’immagine che pervade le famiglie più fragili di fronte all’infuriare dell’ideologia dell’apparire, ha dato la sensazione di giustificare la pedofilia oltre che lo stupro e l’assassinio di Fortuna Loffredo. Ma non esiste alcuna relazione tra una famiglia che concia una bimba come una futura velina e la pedofilia, così come non esiste tra una minigonna succinta e la violenza carnale. Le due cose non vanno assieme e il tentativo di unirle facendo  il solito “discorso intelligente” è stato disastroso, inaspettato da uno abituato all’attenta alchimia del consenso salottiero.

Ma di bambini e bambine conciate come aspiranti tronisti ne vediamo tutti i giorni nella pubblicità e negli appositi reality per la cui partecipazione le famiglie si scannano. Sembra che il compito di dare alle nuove generazioni un’educazione e una cultura sia una roba da passatisti e da brutti, mentre ciò che conta è il protagonismo più sciocco, considerato come l’apice dell’essere. Che poi magari ci scappa pure il ministero. Un’intera condizione infantile, esposta tutti i giorni allo spettacolo della violenza, del consumismo più sfrenato, dell’agitarsi quasi sconcio di corpi persino nei quiz più innocui, alla totale svalorizzazione e irrisione del sapere, della fatica, della competenza, dell’intelligenza, della costanza e del lavoro divenuti ormai ostacoli per il successo che arride invece al più totale dilettantismo, eppure l’unica cosa che sembra colpire le cervici genitoriali e quelle dell’intellighentia è la connessione alla sessualità quando essa è esplicita. Senza pensare che la sessualità è determinata dal modo di essere globale della persona, non può essere confinata in qualche giardino appartato.

La cosa diventa chiarissima se al posto dei bambini prendiamo gli adolescenti: in molti Paesi a 16 anni si può  guidare, votare, firmare contratti di lavoro, affittare case, soprattutto essere sfruttati, ma benché sessualmente maturi da tempo è reato avere rapporti con persone più grandi che grazie alla loro esperienza “si possono approfittare”della ragazzina (o del ragazzino in un numero più raro di casi). Sembra che invece gli adulti non si approfittino per nulla del lavoro minorile, il mercato non si approfitti imponendo  una mentalità e una struttura di consumo, i media non si approfittino della malleabilità mentale dei più giovani per sterilizzare fin da subito l’idea di speranze e diritti, i produttori di auto e motorini non temano di esporre gli adolescenti a rischi statisticamente rilevanti e non conti nulla che essi siano allevati per essere strutturalmente ostili gli uni agli altri.

E’ chiaro che si vive nell’illusione puramente ideologica di poter separare la vita sessuale da tutto il resto, di creare un mondo anaffettivo, egotico, narcisista e scioccamente desiderante, salvando al contempo le dinamiche tradizionali. Ma è evidente invece che tutto si tiene e che la forma dei rapporti sarà omologa alla persone che si vanno creando. E anche questo in fondo è stupro pedofilo, uno stupro quotidiano e inavvertito.

 

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Caivano della porta accanto

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Raimondo Caputo, l’uomo accusato di aver violentato e ucciso la piccola Fortuna Loffredo, di 6 anni, a Parco Verde di Caivano (Napoli) il 24 giugno 2014, è stato aggredito da altri detenuti nella cella in cui si trovava, punito per via di quel codice d’onore cui ubbidiscono le bestie che vivono in branco, lupi  o criminali o mafiosi o belve che,  del patrimonio di informazioni genetiche dell’uomo,  scelgono di sviluppare quelle che liberano senza inibizione l’istinto alla rapina, alla sopraffazione, alla violenza, all’avidità. E che, verrebbe da dire,  investe vari segmenti di popolazione e non solo i detenuti di Poggioreale o di  carceri dedicati a assassini, violentatori, boss, visto che regole di omertà, di fidelizzazione, tolleranza, complicità, e, parimenti, il castigo privato per chi le trasgredisce, interessa cupole e ceti disparati, compreso quello politico, bancario, accademico, salvo, pare, quello ecclesiastico, se con sorprendente candore e sfrontatezza il papa lancia il suo j’accuse contro il pedofili e contro chi tacendo li sostiene, li assolve, li risparmia dalle leggi degli uomini. Caivano, Parco Verde

Intanto le coscienze della gente per bene si chiama fuori: quello squallido falansterio di Caivano, chiamato paradossalmente Parco Verde, è diventato il luogo simbolico dell’orrore, la cittadella del degrado diventata allegoria della barbarie consumata nella consapevolezza di tutti e nell’altrettanto potente rimozione di chi sospettava, simile al tacito esonero dalle responsabilità di chi incontra la vicina segnata dalle botte, il ragazzo gay deriso, lo scolaro tormentato dai bulli.

È facile collocare l’atroce fenomeno, la rete di fiancheggiatori, le vittime indifese, i tradimenti delle leggi del sangue, nella geografia della diffidenza nei confronti di Stato e istituzioni, dove gli agenti che vanno a arrestare boss aspiranti o già in carriera, vengono accerchiati e espulsi, dove l’unica via di uscita per i ragazzi che bighellonano o stazionano nel bar di paese è associarsi come manovalanza della malavita, dove l’obbligo scolastico è un optional cui, sempre per via di quei codici d’onore, è raccomandabile sottrarsi per non essere dileggiati e per accelerare l’ingresso nei ranghi di piccole, ma desiderose di crescere, criminalità. Che sono poi gli stessi territori depredati, avvelenati, manomessi, cementificati, oltraggiati e intossicati da inquinanti, corruzione, omertà, voto di scambio e commercio di interessi opachi, alienazione di una campagna felix, ammalata e resa infelice, diventata com’è discarica, soggetta ad abusi e speculazioni.

È facile ambientarla in una terra abbandonata, diseredata, in un nostro Terzo Mondo, perché così ci auguriamo come per un rito apotropaico di esserne esentati, perché così ci pare un contagio remoto, quello di inguaribili miserie e demoralizzazioni, perché viviamo in luoghi che ci sembrano ancora risparmiati dalla perdita individuale o collettiva di lavoro, diritti, bellezza, istruzione. Perché, ammettiamolo, quello è il Mezzogiorno permeabile alla camorra, alla ‘ndrangheta, alla mafia, dove la subalternità al più forte è ineluttabile come una condanna connaturata più che necessaria.

Per dire che l’orrore non ha confini e che sceglie i posti dove può accomodarsi meglio, dove gli concediamo di volta in volta più ospitalità, rimanderei alla lettura di un libro degli anni Trenta, presto dimenticato, dal quale credo sia stato tratto un film, altrettanto rimosso dalla coscienza collettiva.

Si chiama Maria Zef e racconta il destino desolatamente e implacabilmente buio e disperato di una ragazzina sommersa nella solitudine scabra, crudele e affamata della Carnia,   cui viene inflitta, come una pena per la quale non c’è salvezza, che assume il connotato dell’ovvia “normalità”, la violenza reiterata di uno zio sempre ubriaco, una specie di vittoria dell’arretratezza, dell’ignoranza, della bestialità sull’innocenza, sulla fanciullezza, sulla femminilità appena accennata, che un mondo ottuso, patriarcale, chiuso, diffidente vuole mortificare per avere la conferma della sua fosca potenza.

In ogni età, in ogni luogo, in ogni tempo e in ogni territorio, in bidonville e in palazzi difesi solo dall’esterno con tecnologie e dispositivi inesorabili,   permettiamo che si consumino delitti contro l’integrità, la bellezza, la speranza. E contro quello che resta di questi valori dentro di noi, quando scegliamo di subire l’affronto fatto alla nostra personale umanità e quello fatto a chi è più debole, più esposto, più vulnerabile, quando sacrifichiamo alla violenza, al sopruso, alla forza, l’innocenza, nostra e altrui.

 


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