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Come cambia l’ambiente Marino…

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ho accolto con soddisfazione la notizia dell’assoluzione un Cassazione dell’ex sindaco Marino dall’accusa di peculato e falso per la vicenda degli scontrini relativi a cene di rappresentanza quando era alla guida della città. Come non gioirne: adesso  si è finalmente autorizzati a dire tutto il male possibile della sua attività di amministratore. Perché la conseguenza  più buia e disonorevole di certe campagne di  denigrazione fino al linciaggio e alla pubblica gogna, consiste nel fatto che la conversione di un personaggio pubblico che è lecito criticare per le sue prestazioni, anche se si tratta di un eletto a larga o addirittura plebiscitaria maggioranza, induce a remore e censure per non contribuire a un tempo alla denigrazione o alla santificazione in qualità di perseguitato.

E infatti il caso di un uomo che diventa martire, capro espiatorio nel corso di una campagna spietata orchestrata da una classe politica che ricorre a delazioni, spiate e atti notarili per non assumersi responsabilità politiche, ha sortito l’effetto  di cancellare tutte le colpe della maggioranza che lo sostiene e l’ha espresso, e, più in generale, dei partiti coinvolti nelle indagini, spostando l’attenzione dell’opinione pubblica dai guasti, dalle mafie e dalla corruzione alle ricevute, dalla trasparenza nell’azione di governo della città che non riguarda solo i conti ma le scelte in contrasto con l’interesse generale, al tema dell’integrità “privata”, condizione necessaria ma non sufficiente.

Tardivamente il killer designato dallo stesso partito di appartenenza del sindaco defenestrato in via giudiziaria come non è stato fatto né si fa per altri augusti esponenti del partito trasversale dei primi cittadini, mette una pezza a colori per dare dignità politica alla scelta scellerata: l’abbiamo interdetto perché era un cattivo sindaco. Ma è un vero autogol perché accredita l’immagine di una disperata destituzione del ribelle da parte die poteri forti che si sarebbero sentiti minacciati o traditi.

Niente di più sbagliato, perché curriculum e smania di conservare buone relazioni con chi ha sempre comandato la città dimostrano che Marino, a parte le sue esuberanze ciclistiche con tanto di vigili ansimanti appresso,  a parte le scorribande con la vecchia macchinetta da città come un turista per caso, a parte la sovraesposizione mediatica in veste di marziano catapultato giù e perciò estraneo a certi  entourage della Capitale infetta, non intendeva certo rompere la continuità.

Lo dicono per lui gli inseguimenti fino allo stalking di alte personalità vaticane, i rapporti privilegiati con i capitani delle cordate del cemento consolidati da promesse di stadi e grandi eventi olimpici, dalla riconferma silenziosa quanto operosa delle misure- lascito di Alemanno che permettevano a alcuni proprietari di aree dell’hinterland autorizzando la modifica da zone agricole a zone edificabili, o la cancellazione di decine di linee urbane di collegamento delle fastidiose e insidiose periferie con il centro, o  i non dimenticati legami con ceti criminali cui doveva riconoscenza postuma per aiuti elettorali, quelli in divenire con i signori dell’export di monnezza beneficato dalla leggendaria chiusura di Malagrotta alla quale, in perfetta sintonia con la Regione di Zingaretti, è seguita una impotenza favorevole a traffici illeciti, crisi sanitarie, condizioni di emergenza da fronteggiare con il solito ricorso a spese dissennate e commissariamenti. Possiamo anche aggiungere la subalternità al management della aziende di servizio condannate a parole ma lasciate agire indisturbate, l’adeguamento a un modello di sviluppo della città contagiato dalla turistificazione come dimostra la dichiarata soggezione a “investitori” e sponsor perlopiù stranieri, assediati dal sindaco con tanto di book illustrativo dei beni comuni in offerta.

Paghiamo tuttora le sue scelte dissipate, perfino quella più illustre e glorificata dalla narrazione sulle vicende tristi del capo espiatorio: quella pedonalizzazione che si è ridotta a una restrizione dell’arteria dei Fori, cancellando da subito l’aspettativa che si potesse realizzare la più grande area archeologica all’interno di una metropoli, convertendola in una straduccia poco frequentata se non dai bus inquinanti, e limitata dai lavori di una metro della quale nessuno sa spiegare l’utilità, indirizzando la pressione del traffico sull’area Palatina e del Circo Massimo sempre più assediata, senza aver previsto gli effetti di una scelta propagandistica e “estetizzante”, come la definì lo storico Canfora.

E infatti Marino è stato il sindaco di Roma più amato dai non romani, quelli che hanno preso per buone le sue soluzioni demagogiche: commissioni istituite per non fare nulla, quelle per studiare il regime delle case del Comune affittate a prezzi irrisori agli immeritevoli, mentre lo stesso Comune era locatario di uffici con affitti stratosferici, quelle per il problema dei senzatetto, dai quali il primo cittadino esigeva comportamenti improntati alla legalità, proprio come la richiedeva agli sfollati delle zone a ridosso dell’Aniene dopo una esondazione, rimproverati per essersi installati in una zona a rischio.

In effetti a distanza di tempo, una volta risolta l’ignobile faccenda c’è da chiedersi come mai il Pd volesse rimandare su Marte un sindaco perfetta e emblematica espressione della sua ideologia, affaccendato nell’assicurarsi visibilità più che reputazione, vanitoso fino al ridicolo, ammanigliato con tutte le cupole di potere, affabulatore del niente come si conviene a una generazione politica che ha sostituito la comunicazione istituzionale con i social.  Invidia di sindaci? Patologia temperamentale? Narcisismo morboso?

Comunque la si veda è stato detronizzato l’uomo Marino e così si è dimostrato anche con le successive candidature che il Pd Roma non la voleva proprio governare. Meglio stare all’opposizione, meglio rimestare il fango dietro le quinte, meglio godersi i frutti delle rapine del passato che hanno la loro continuità in aziende malate guidate e popolate del ceto amovibile messo là per decenni, meglio ridere delle buche frutto di lustri di appalti opachi, meglio soffiare sul fuoco di evidenti sabotaggi che una maggioranza altrettanto esile e inadeguata anche se, ancora, meno corrotta non sa e non vuole contrastare.

 

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Santa Impunità

pedAnna Lombroso per il Simplicissimus

Devo ammettere la mia ignoranza. Dei tribunali ecclesiastici avevo conoscenze superficiali. Dopo l’Inquisizione che uno spera sempre sia stata superata da forme meno oscure e cruente di indagine e giudizio, l’altro organismo noto a tutti è la Sacra Rota, famosa per avere in passato e ancora oggi sostituito istituti giuridici civili a beneficio di illustri ipocriti danarosi.  E di  qualche aula  dove l’aspersorio è più potente del martello e della verità,  avevamo avuto notizia quando alcuni giornalisti hanno rischiato supplizi e roghi, oltre ad anatemi e scomuniche, ,  dopo aver pubblicato notizie scomode su scandali finanziari e non solo che lo Stato straniero in terra patria aveva tentato con qualche successo di celare.

In questi giorni invece in occasione del summit voluto dal Papa per la protezione dei minori, ci è stato rivelato che esiste il Supremo tribunale della Segnatura apostolica (Supremum Tribunal Signaturae Apostolicae), dicastero della Curia Romana e  supremo tribunale della Santa Sere.  Abbiamo anche appreso che si articola in due sezioni, la prima (giudiziaria) tratta le cause assegnatele secondo il Codice di diritto canonico, proroga la competenza dei tribunali costituiti anche per le cause matrimoniali,   cura l’erezione dei tribunali regionali o interregionali e gode dei diritti conferiti dai concordati con stati esteri. La seconda sezione (contenzioso-amministrativa) dirime le contese originate da atti della potestà ecclesiastica amministrativa. Esiste anche un tribunale di ultima istanza dello Stato della Città del Vaticano, Corte di cassazione della Città del Vaticano.

Sia pure con tutta questa “attrezzatura”, par di capire che in ogni caso e da sempre la preferenza in materia di giudizio venga attribuita prevalentemente al Giudice Supremo che amministra e esercita dall’alto dei cieli, come è stato più volte confermato nel caso dei sacerdoti che si sono macchiati del turpe reato di pedofilia. E in ragione di ciò chi veste l’abito talare può contare sui due livelli di indulgenza, terrena e soprannaturale e essere esentato dal giudizio dei tribunali statali dei Paesi nei quali ha commesso i suoi misfatti.

Tanto è vero che il Papa, per confermare che si tratta di “affari interni” –  è sempre meglio lavare in panni sporchi in casa – ha lanciato nella seconda giornata del Summit dedicata alle misure per contrastare le omissioni e i silenzi del vescovi negligenti una proposta definita “rivoluzionaria”,   quella di istituire  un corpo intermedio di vigilanza presieduto dai vescovi metropoliti e da laici selezionati e sodali in veste di specialisti e aperto perfino a donne distintesi nello “studio” della materia, per rimarcare l’importanza della voce femminile nella Chiesa. Un organismo incaricato, proprio come le commissioni parlamentari, quelle nominate da sindaci, ministri, amministratori,  di  contestualizzare un fenomeno anomalo nella “normalità”,   come fecero pensatori cattolici quando si cominciò a conoscerne numero e gravità, come ebbe la faccia tosta di sostenere il portavoce del Vaticano di allora, padre Lombardi:  la pedofilia è un peccato diffuso e in quanto tale, disse,  “va inserito in un contesto e in una problematica più ampia che riguarda la tutela dei bambini e dei giovani dagli abusi sessuali nella società”.

Sono passati quasi dieci anni ma sarebbe vano  aspettarsi grandi cambiamenti dall’augusto consesso. E dire che la Santa Sede poteva risparmiare quattrini e fatica: bastava che allestisse una bella sala da proiezione e facesse vedere a uso dei prelati e per non sbagliare anche della stampa di settore, il film  Il caso Spotlight che  narra le vicende reali venute a galla dopo l’inchiesta del quotidiano The Boston Globe sull’arcivescovo Bernard Francis Law -un nome, un programma –  accusato di aver coperto gli abusi commessi in molte parrocchie. Strano che non ci abbia pensato il potere che da secoli ha assunto una leadership nel settore della comunicazione, del marketing e della propaganda:  medium e messaggio sarebbero stati più efficaci dei pistolotti e delle dichiarazioni di buona volontà,  proprio in vista della necessità continuamente ripetuta in questi giorni, non quella di fare giustizia, di punire i reprobi, macché, bensì quella di riconquistare la  fiducia dei consumatori dell’oppio dei popoli, di contrastare il clima di sospetto e diffidenza che rischia di allontanare i fedeli.

“Faremo – ha promesso  Monsignor Coleridge  a nome dei presidenti di tutte le Conferenze Episcopali del mondo – tutto quanto è in nostro potere per portare ai sopravvissuti agli abusi la guarigione; li ascolteremo, crederemo in loro e cammineremo con loro; faremo in modo che tutti coloro che hanno commesso abusi non siano mai più in grado di offendere; chiameremo a rendere conto chi ha nascosto gli abusi; renderemo più severi i procedimenti di selezione e di formazione dei leader della Chiesa; educheremo tutto il nostro popolo a ciò che richiede la tutela; faremo ogni cosa in nostro potere per garantire che gli orrori del passato non si ripetano e che la Chiesa sia un posto sicuro per tutti…”.

Ancora una volta questo Papa  che apre alle altre comunità di fedeli, che guarda con amicizia ad altre confessioni, che sembra fare da buon parroco professione quotidiana di umiltà, dimostra l’abituale e proterva arroganza nei confronti del potere temporale, che ogni giorno giudica, nei cui affari entra a gamba tesa, sulla cui etica pubblica pone veti in nome di una morale di parte sostitutiva, riconfermando che gli appartenenti alla sua istituzione non hanno obblighi civili, che sono preti prima che cittadini, che sono liberi dai vincoli imposti dalla carte costituzionali e dalle leggi dei paesi nei quali esercitano la loro professione, pur godendo di privilegi e prerogative speciali. E d’altra parte il fatto che la tonaca promuova automaticamente chi la indossa a cittadino di serie A fa il paio con la pretesa di non pagare l’Imu non solo per il luoghi di culto, ma pure per residence, attici sibaritici, alberghi, case missionarie.

Si doveva a lui nel 2015, l’ipotesi, che probabilmente oggi prenderà forma sia pure riduttiva con quel “corpo intermedio di vigilanza”, di creare un tribunale speciale interno per giudicare gli alti prelati e in particolare i vescovi rei di aver nascosto o coperto i preti pedofili e insabbiato le denunce, sottraendolo al braccio secolare perché non debba risponderne che in termini di carriera ecclesiastica, normalizzando la vergogna all’interno della eccezionalità ecclesiastica e ribadendo uno status privilegiato per cui valgono leggi diverse che non costituiscono un deterrente a non reiterare  abitudini inveterate e non sono soggette a deplorazione pubblica.

E si doveva a lui il silenzio indifferente che accolse l’anno prima  la richiesta ufficiale che il Comitato per i diritti dell’infanzia dell’ Onu rivolse alla Santa Sede di estirpare la pedofilia aprendo i propri archivi in modo che “chi ha abusato dei bambini, ma anche chi ne ha coperto i crimini possa essere giudicato dalla giustizia civile”,  condannando l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche  “che non hanno preso le necessarie misure per affrontare i casi di abusi sessuali e per proteggere i bambini, (decine di migliaia) e abbia invece adottato politiche e pratiche che hanno portato a una continuazione degli abusi e all’impunità dei responsabili”.

Qualcuno ha tentato di smuovere le morte acque dell’autorevole  assise, ben oltre i compassionevoli moti di cristiana pietà per le vittime alla pari con quelli riservati ai peccatori interni, ugualmente meritevoli di misericordiosa vicinanza, ma di un rispetto, invece,  disuguale. Si chiama   Reinhard Marx, il cardinale arcivescovo di Monaco- Frisinga e capo della Chiesa tedesca, che ha apertamente accusato  il Vaticano: “Gli abusi sessuali nei confronti di bambini e di giovani sono in non lieve misura dovuti all’abuso di potere nell’ambito dell’amministrazione, che non  ha contribuito ad adempiere la missione della Chiesa ma, al contrario, l’ha oscurata, screditata e resa impossibile”. Aggiungendo  che i dossier che avrebbero potuto documentare gli abusi e i nomi dei responsabili  sono stati distrutti o nemmeno creati.

Ma è stata la sola voce che ha parlato a nome dei condannati, che non sono i colpevoli. Ma le vittime, oltraggiate tre volte dall’abuso, dall’incredulità, dall’ingiustizia.

 

 

 


Caritas pelosa

fontana_di_trevi_transennata_640_ori_crop_master__0x0_640x360Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai è risaputo, hanno cambiato i diritti in elargizioni e sostituito  la solidarietà con la carità. È che fa comodo a tutti, te la cavi con qualche sms, con qualche colletta, con un mi piace sull’immaginetta del sindaco disobbediente e è fatta, salvo poi chiedersi perché non se li accolgono a casa loro i molesti immigrati, salvo fare qualche ora di volontariato compassionevole volontariato e lasciar sola la seccante nonna tutto agosto o cercare di ricoverarla tra i lungodegenti.  E mica vale solo per le invasioni di 12 stranieri in una cittadina di 30 mila abitanti, si attaglia perfettamente anche a chi raccoglie bottiglie di plastica nella spiaggetta raggiunta col Suv, insomma alla difesa di dogmi dietro ai quali si nascondono il più delle volte,  interessi e giri di quattrini.

Per quello non mi unisco alla deplorazione per la decisione della sindaca di Roma che ha deciso che le monetine che i turisti lanciano nella Fontana di Trevi per propiziare un ritorno nella Città Eterna, restino del Comune e non vadano più nelle casse della Caritas. Dal primo aprile il tesoretto, nel 2018 pari a 1,5 milioni di euro, verrà messo a bando per essere destinato in misura prevalente “al finanziamento di progetti sociali e per la restante parte alla manutenzione ordinaria del patrimonio culturale”.

Apriti cielo:   titola l’Avvenire  “Le monetine tolte ai poveri” sono servite a offrire servizi importanti non soltanto per i clochard, nella Capitale oltre 10mila, ma anche per quanti faticano ad arrivare alla fine del mese, con i posti letto ma anche con  i generi alimentari distribuiti attraverso l’Emporio della Solidarietà presente a Ponte Casilino. Per non dire del Pd che tramite il suo segretario regionale recrimina: “Invece di sostenere chi ogni giorno fornisce una rete straordinaria di assistenza e di solidarietà   viene raddoppiata la tassa sul terzo settore e ora viene colpita la Caritas di Roma che svolge un ruolo fondamentale e garantisce assistenza e umanità a migliaia di persone e di famiglie in difficoltà” mentre  l’ex capogruppo capitolina ed ora consigliera regionale Michela Di Biase in Franceschini, accusa che  “nel nome della legalità verranno sottratte risorse preziose per interventi a favore dei senzatetto e a iniziative benefiche che sempre più spesso colmano mancanze del sistema welfare cittadino”.

Ora a me non piace niente di quello che fa la Raggi, salvo ricredermi se davvero impedisce l’ingresso al centro ai torpedoni, primi tra tutti quei condomini addetti al trasporto di pellegrini distribuiti in due piani nei luoghi sacri e cui farei seguire immediatamente un impegno per promuovere l’esazione dell’Imu dei fabbricati della chiesa  luoghi di un altro culto ancora più potente,  quello turistico.

E sicuramente la solidarietà non è un caposaldo della sua amministrazione, proprio come non lo è di altri sindaci che militano nelle schiere della disubbidienza,  che pare non preveda, nemmeno quella, di compiere il necessario salto dalla pietà alla cura dell’interesse generale oltre che del decoro.  Non mi aspetto dunque che decida di non estendere a infami incarichi le funzioni della sua municipale prendendo alla lettera le opportunità repressive offerte dal Daspo urbano, pensato proprio per rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi, bianchi o neri che siano. Non mi aspetto che affronti il problema delle case occupate dai senzatetto come vuole una drammatica sfida sociale prima che umanitaria, invece che come fastidioso grattacapo da risolvere con l’uso della forza pubblica in armi. Ormai non mi aspetto nemmeno che malgrado le promesse elettorali si sottragga agli ordini dei poteri forti romani sottraendosi all’obbligo di tira su uno stadio inutile in una zona a rischio ambientale, per la cui realizzazione è inevitabile il contributo pubblico, economico e morale, sotto forma di infrastrutture di collegamento, sconti e manomissione delle regole urbanistiche e di tutela del territorio.

Però sulle monetine e la Fontana convertita in cassetta delle elemosine da passare direttamente alla Caritas mi torvo d’accordo con lei.

E non solo perché la Caritas, organismo pastorale della Cei (Conferenza Episcopale Italiana, l’unione permanente dei vescovi cattolici in Italia) per la promozione della carità ha intenti  confessionali e missionari   e una funzione pedagogica:  far crescere nelle persone, nelle famiglie, nelle comunità  il senso cristiano della solidarietà,  non può né deve esser considerata un potere sostitutivo della funzione obbligatoria dello Stato e del settore pubblico a diseredati, poveri, emarginati, ma semmai aggiuntivo.

Non solo perché per  praticare concretamente e esercitare quello spirito  evangelizzatore la Cei può contare su  un ingente patrimonio comprensivo di attici prestigiosi e di proventi derivanti da attività commerciali, se non apertamente simoniache, esenti da qualsivoglia regime di imposizioni fiscali. E quindi quel cespite ha soprattutto un inaccettabile valore simbolico a sancire l’eterna soggezione della città di Roma e dello Stato italiano alla potenza Oltretevere.

Ma anche perché quella cifra, seppur depurata dei costi per la raccolta affidata all’Ama non sappiamo con che esiti,  sarà destinata a interventi di conservazione e risanamento di beni comuni e artistici,  verde pubblico e monumenti, altre fontane vandalizzate comprese. Un obbligo quello, stabilito dalla nostra Costituzione e in capo allo Stato, che è però ancora e anche vincolato all’impegno di estendere la sua attività di vigilanza, conservazione, valorizzazione e restauro dei beni ecclesiastici attraverso capitoli di spesa del Mibact e soprattutto grazie all’apposito  Fondo edifici di culto (Fec) in capo al Ministro dell’Interno, che ha in cura  oltre ottocento chiese distribuite su tutto il territorio nazionale. Tanto è vero che Stato e governi che si succedono tra adoratori di Padre Pio, fanatici di San Gennaro, adoratori di presepi purché non fusion, hanno dato priorità agli interventi di ricostruzioni delle chiese anche rispetto alle case dei terremotati dell’Emilia, come del Centro Italia, suffragando il sospetto di una subordinazione ossequiente al potere dell’aspersorio autorizzato all’evasione dell’Imu in qualità di poderosa agenzia turistica mondiale e celeste, della quale è bene conservare la protezione e la gratitudine in vista di viaggi terreni e ultraterreni. Tanto è vero che nelle stesse chiese soggette a restauro a spese delle Stato è concessa anzi applaudita come prova di dinamismo e imprenditorialità qualsiasi iniziativa commerciale: biglietto di ingresso, terrazza bar sulle guglie, caffetterie sulle terrazze absidali, “te all’Opera”: dove l’Opera non è un teatro, ma l’Opera del Duomo di Siena che nella “cripta” della cattedrale organizza mostre a pagamento con la possibilità di gustarsi  “al piano terra il sangue di Cristo della messa, al primo piano un mojito, al piano di sotto un Caravaggio” che denunciò a suo tempo Settis.

Questo è un Paese di giuramenti e promesse mancate, di costituzioni inattuate e tradite, figuriamoci se davvero potevamo sperare in una libera Chiesa in libero Stato per essere liberi dall’ipocrisia e dalla cattiva coscienza che si esprime con la carità pelosa, anche quella dei “mecenati” chiamati a salvare il nostro patrimonio in cambio di  favori, aggiramento e scavalcamento delle regole, concessioni e autorizzazioni urbanistiche per occupare intere aree con le loro cittadelle del lusso. Come nel caso proprio della Fontana di Trevi cui è stato restituito un inquietante candore da poco dopo essere stata bardata per anni con la effe del logo dello sponsor.. e più mecenatismo peloso di quello.

 


Cambia il Papa, ma non il vizio

58529_preti_pedofiliNon è casuale che arrivi proprio adesso l’ attacco di monsignor Carlo Viganò a Papa Francesco per aver voltato la testa dall’altra parte riguardo alla questione della pedofilia dei preti:  da poco più di un mese infatti il procuratore generale della Pennsylvania ha rivelato, sulla base di un’inchiesta approfondita e documentata ( qui ) che la gerarchia locale, ma anche romana è pienamente coinvolta nella massiccia copertura di dozzine di crimini sessuali contro oltre 1.000 bambini nelle diocesi all’interno di questo solo Stato. E che i vescovi “mentivano ai parrocchiani, mentivano alle forze dell’ordine, mentivano al pubblico, ma poi documentavano tutti gli abusi negli archivi segreti che avrebbero condiviso spesso con il Vaticano”. Dunque si prepara un nuovo scandalo ancor più forte di quelli precedenti sia perché viene dopo qualche anno di giuramenti sul fatto che il problema sarebbe stato affrontato dalla Chiesa senza mezze misure sia perché la nuova ondata di accuse non permette di fingere o di ipotizzare che il Papa o la corte Vaticana non ne sapessero nulla. Sapevano invece e coprivano tutto, soprattutto dopo l’avvento di Papa Francesco. Anzi viene ipotizzata l’esistenza di una fazione omosessuale all’interno della Chiesa, cui fa esplicito riferimento monsignor Viganò nella sua ormai celebre lettera. 

Certo è straordinario vedere come di fronte a tutto questo l’informazione sia paralizzata, minimizzi o cerchi un qualche pelo nell’uovo nella estrema difesa di un potere che si trova di fronte alle proprie contraddizioni e aporie senza riuscire ad uscirne fuori, semplicemente perché la vastità dei fatti e delle coperture è tale da non poter essere catalogata come eccezione, bensì come normalità, come costume, anzi in un certo senso come una forma di ortodossia tra le righe. In qualche modo ha funzionato per due millenni visto che il rapporto con la paideia è stata sempre  considerata al massimo come peccato veniale ed era in fondo una compensazione per il celibato, ossia la vera condizione posta dalla Chiesa che ne ha sempre fatto uno strumento di potere. Ora tutto questo  è  completamente al di fuori dalla nostra sensibilità, anzi le fa orrore, mentre dal’altra parte il celibato che è alla radice di tali comportamenti , non sembra nemmeno essere più così fondamentale e si potrebbe facilmente immaginare un presbiterato (i veri e propri preti) con le caratteristiche del diaconato, anzi ancora più estese.

La difficoltà di cambiare o addirittura anche solo di condannare con nomi e cognomi è un segno di grave difficoltà della Chiesa, un sintomo della sua perdita di senso che viene compensata con una attaccamento ossessivo a forme tradizionali  difese anche quando l’anacronismo si mostra drammatico. E’ vero che le gerarchie sono cresciute in un contesto nel quale certi tipo si sessualità sono norma e quotidiana tentazione, è anche vero che silenzi e denunce fanno parte di un gioco di potere, ma alla fine l’incapacità di intravvedere soluzioni strutturali a vicende aberrati o di persino di reprimere seriamente e non solo a parole certi costumi, riporta a una crisi più profonda di fatto iniziata con la questione sociale grosso modo due secoli fa. Addirittura un papa come Ratzinger ha preferito fare uno strappo epocale di carattere personale pur di non dover affrontare il passaggio verso soluzioni diverse nella vita della Chiesa. Il problema non è dunque di papa Francesco, di qualche monsignore che accusa e di molti altri che avevano istituzionalizzato la predazione, il problema è che proprio la Chiesa non sa che pesci pigliare. Avendo da sempre scelto il potere, sia come proprio fine che in alleanza  a quello dei padroni del mondo, avendo concentrato la sua condanna e scomunica  solo su movimenti e idee che puntavano all’emancipazione sociale e all’eguaglianza, ora che un sistema di pensiero profano la sta schiacciando visto che ha trovato oppio a prezzo più conveniente e direttamente gestibile, non sa più cosa fare e sta scoprendo di aver disimparato ad evolversi, di tradirsi ogni giorno.

Si sta anche accorgendo che qualcuno oltre atlantico, qualcuno a cui non ha mai fatto mancare benedizioni e messe cantate, tenta di sfruttare le ignominie delle gerarchie per limitare l’influenza di una chiesa che l’immigrazione massiccia dall’ America latina ha reso di gran lunga la più importante praticata negli Usa visto anche il frazionamento dei culti protestanti o abramitici. O quanto meno cova  il progetto di renderla il più autonoma possibile dal controllo di Roma, cosa che oltretutto repelle all’istinto imperialista. Certo da papi e gerachie così c’è ben poco da temere, ma meglio comunque avere il pieno controllo, dotandosi di vice papa locale, perché non si mai che al soglio di Pietro di affacci qualcuno che proviene dai Paesi che Washington cerca di ridurre alla schiavitù neoliberista o che magari tenti di offrire qualcosa di diverso dal consumo maniacale poiché non di soli telefonini e fitness vive l’uomo.

Certo questo messaggio per essere incisivo e avere un senso reale e non solo retorico avrebbe bisogno di una “rivoluzione” in Vaticano di cui tutti avvertono il bisogno, ma che nessuno è capace di immaginare.

 


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