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Piloti di droni

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogniqualvolta  mi imbatto in un servizio televisivo di quelli che danno la parola alla gente, sia che si presenti in veste di vittime, di soggetti ad accanimento governativo, di cavie di nuove forme di sperimentazioni delle spericolate misure per la crescita, oppure invece di concorrenti a talent (mi aspetto da un momento all’altro, in ossequio all’ideologia dell’inimicizia, del conflitto, della violenza non solo verbale, un MasterKiller) e a quiz, o anche in veste di affetti da patologie non abbastanza disonorevoli da rinunciare a qualche minuto di celebrità tramite croste purulenti, mega obesità, maxi attributi maschili e curve femminili abnormi, ecco ogni volta mi sorprendo per la variegata e infinita gamma di nuove “professioni” che vengono esibite nel sottopancia, come in una ostensione di dinamica e creativa appartenenza alla cerchia dei lavoratori allo scopo di  sottrarsi al giogo delle nuove tremende vergogne, disoccupazione, povertà, inabilità ad acquisire telefonini, iphone, come ad accedere a crociere, cene da Cracco, vacanze da Billionnaire.

I settori merceologici sono svariati:  dagli immancabili organizzatori di eventi, che hanno preso il posto degli ormai arcaici operatori culturali, ai comunicatori sul web, dagli aspiranti manager di ipotetiche start up con le connesse categorie ispettive di sedicenti ingegneri del finanziamento sguinzagliati negli “incubatori” da aziende acchiappacitrulli per saggiare  il valore del Job Creation,  in cambio di modesto contributo volontario, come facevano una volta i talent scout letterari della case editrici prima degli e book che pubblicavano a pagamento le fatiche di poeti  e letterati infelici e  sconosciuti o come le gallerie con propaggini televisive,  che allestiscono personali di  pittori della domenica. Ah poi ci sono assistenti all’immagine, look manager, chef a domicilio specializzati però, chi in etnico, chi in vegano, chi in fusion e non ce n’è uno che sappia fare la besciamella. E che dire dei manager dell’accoglienza o dell’ospitalità simpatico eufemismo per dare dignità all’umile mansione di locandieri e affittacamere della stanza in più a casa di mamma e papà. Costretti anche loro,  negli anfratti della villetta monofamiliare o dell’appartamento minacciato dalle rate del mutuo,  a indossare grembiule e guanti di gomma per collaborare alla costruzione della carriera dei rampolli.

Ma giorni fa ha fatto irruzione sul video la professione più inedita, moderna, talentuosa, quando uno sfrontato trentenne ha risposto con sussiego governativo alla domanda  Cosa fai nella vita, sfoderando la sua competenza specialistica, per amore della quale ha gettato alle ortiche gli studi universitari. Sono un pilota di droni, ha detto senza ombra di ironia.  L’attempato adolescente mi pareva pacifico, dubito sia un tecnico dell’Alleanza impegnato a esportare democrazia e aiuto umanitario tramite bombe. E quand’anche, sebbene non sia esperta della materia, sono tentata di assimilare le sue prestazioni a quelle dei ragazzini che pigiano il bottone del telecomando della barchette in riva al laghetto di Villa Borghese, con meno di perizia di quella richiesta per far volare un aquilone.

Per una volta mi sento di dover condividere con il pronome “noi” le responsabilità comune per questa generazione Erasmus, nata e nutrita del velleitarismo piccolo borghese trasmesso per li rami di padre in figlio, quello che alimenta master e perfezionamenti scuole e università americane  localizzate in Italia per approfittare di una frustrata dabbenaggine esterofila, quello che non ha saputo sottrarsi alla competizione e ai processi imitativi, garantendo alla prole l’accesso a tutti i consumi necessari per essere normali, con particolare interesse per quelli futili, esclusi dunque quelli che fanno crescere, pensare, guardare oltre il vedere, a suon di cellulati, tablet, gite all’Expo o ovunque la didattica del mercato chiami. Perché non poteva essere altrimenti se tutto ha concorso a far provare una immonda e scandalosa vergogna per la povertà, accreditata come un vizio frutto di incapacità, inettitudine, impotenza a fronte di nuove virtù, ambizione, sopraffazione, calcolo, egoismo, avidità. Che poi sono quelle premiate perché permettono a ignoranti, impreparati, ottusi, di valersene per brillanti carriere favorite dall’appartenenza e fidelizzazione  alle aziende politiche, quelle della corruzione, del malaffare, della criminalità bancaria, frutto di una selezione al contrario che rappresenta simbolicamente la conversione dall’utopia in distopia.

Pare che sia a loro che una larga maggioranza vuole assomigliare, si candidano a avanzamenti analoghi usando le scienze più opportune per la bisogna: marketing, advertising, dottrine del comparire e dell’esibirsi per adeguarsi all’ideologia che chiede sempre più mercato, sempre più, privato, sempre più profitto, per vendersi meglio in modo, un radioso domani, di comprare merci, compresi altre persone, come erano loro un tempo, quando aspiravano a farsi servi per diventare proprietari.

Altro che droni, ai tanti che pensano che la ricetta consista nell’andarsene,  si consiglia di imparare a volare prima che ci spiumino le ali.

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