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Europa a forza di Spinelli

15224_2aStraordinario: dopo essersi accaparrata con un incredibile voltafaccia il lauto stipendio del parlamento di Strasburgo di cui è peraltro tra le più rari frequentatrici, dopo aver depistato e depotenziato un bel po’ di voti verso la chimera dell’Altra Europa, adesso Barbara Spinelli di accorge che la Ue “è un guscio vuoto”, che il governo di Tsipras si è piegato inutilmente senza ottenere alcuna clemenza, che l’accordo con la Gran Bretagna è un segnale di disfacimento che sarà presto seguito da altri. Una consapevolezza inutile perché come tutti i vascelli ciechi legati non alle idee, ma ai cliché, continua nella sua critica alla sinistra sovranista, accusandola, udite udire, di essere lei a lasciare che il federalismo “sia confiscato  da chi vuole l’Europa ristretta, ancor più burocratica e oligarchica”.

Viene da chiedersi chi siano questi cattivoni che vogliono burocrazia e oligarchia, se non siano per caso gli stessi che considerano populismo ogni deviazione rispetto all’Unione, che in nome di una fantasmagorica e fantasmatica Ue desertificano la democrazia, se non ci sia tra questi “chi” la stessa Spinelli, la cui fama per parafrasare Edison è per il 99% figliolanza e per l’1% sudore e lucidità. Ma non sto a perdere tempo con i mesti e modesti personaggi del panteon mediatico italiano e con i loro voli di anguilla, tuttavia questa ritrattazione di fronte all’evidenza, insieme all’incapacità di cambiare interpretazione dei fatti, mi dà lo spunto per mettere il dito sull’equivoco di una sinistra che continua pervicacemente a scambiare il progetto europeo, come si è delineato, con una sorta di prodromo, succedaneo, precursore (a seconda dei casi) dell’internazionalismo, per cui si teme di rinunciare al secondo mettendo in crisi il primo.

Sull’internazionalismo marxista, come necessario parallelo rispetto a quello capitalista, ci si potrebbe discutere una vita senza costrutto e per di più in mezzo al denso rosario di orazioni e settarismi di quelli che ancora non si accorgono della necessità di storicizzare Marx. Ma in ogni caso il progetto europeo così come si sta chiaramente delineando dalle vicende degli ultimi anni, dagli interventi militari, dallo scontro con la Russia, dal trattamento della Grecia o dal chiudersi a fortezza, sia pure in ordine sparso, di fronte alle migrazioni, se da una parte è un alibi del finanz -capitalismo per soffocare la democrazia che ha ancora nei singoli stati il suo fulcro e le sue istituzioni di cittadinanza, dall’altro è tutt’altro che un superamento dei presupposti per così dire nazionali e statali: esso non  è altro che la creazione di un soggetto più grande e più forte che agisce all’esterno in una logica imperialista. L’Europa negli auspici sia economici che  geopolitici non è che una grande Germania o un’Italia allargata o la grandeur francese pantografata oltre l’arco di Trionfo: nulla ci parla di internazionalismo , ma semplicemente di un continente che sotto la spinta dei cambiamenti globali e il nuovo protagonismo di Paesi immensi nel territorio e nella demografia, cerca di unirsi come Stati uniti per conservare una propria preminenza. Poco importa che poi agisca per interposta potenza e sia divenuta un sottocoda degli Usa: l’intenzione di costituire un nuovo modello di convivenza e di apertura è stato completamente abbandonato da un bel pezzo, anche ammesso che vi sia mai stato.

Del resto l’idea di Europa è nata in un contesto elitario ed economicista come presupposto di un obbligatorio pacifismo interno, ma senza limiti all’esterno. Insomma un internazionalismo ambiguo e contraddittorio che paradossalmente ha raccolto sotto le sue bandiere un nazionalismo emotivo orfano dei grandi imperi e dei grandi numeri dopo le macellerie belliche: qualcosa di meno primitivo rispetto ai nazionalismi tradizionali, ma non diverso nella sostanza. Preferisco una piccola democrazia che una grande dittatura.

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