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Cesarini contemporanei

renzi-cesareOggi ho voglia di fare un po’ d’ordine nei cassetti sottosopra e dedicarmi a termini ingiustamente desueti dopo aver conosciuto una grande fortuna, ma che invece sono categorie molto utili a definire la realtà contemporanea e l’emergere di nuove forme di autoritarismo: si tratta di bonapartismo e cesarismo, nate nella Francia, a metà dell’Ottocento e tema di molte riflessioni sia da parte di Marx, che di Engels, come di Otto Bauer, Max weber o August Thalheimer, ma soprattutto di Gramsci. I due termini sono stati usati quasi sempre e impropriamente come sinonimi, ma ne voglio proporre una interpretazione in parte diversa rispetto a quelle già stratificate e che può  illuminare sia il recente passato (per recente intendo dall’Illuminismo in poi) sia soprattutto la contemporaneità in maniera meno stereotipa e di fatto risalente a un secolo fa. Ma soprattutto eliminare molte confusioni portate dal mediocre spirito del tempo.

Basta riferirsi agli eventi e dai personaggi da cui prendono il nome: Napoleone prende il potere con un colpo di stato ponendo fine al regime del direttorio e cominciando fin da subito a porre le basi per l’istituzionalizzazione del suo potere che viene sancito poi con un plebiscito. L’ascesa di Bonaparte e il suo effimero impero sono l’esatto contrario del governo del popolo per cui era scoppiata la rivoluzione, ma si realizzano grazie allo stato di assedio della Francia da parte delle potenze assolutiste. Difficile oggi, dalla prospettiva dalla quale guardiamo, rendersi conto dell’emergenza che si viveva allora, ma tutta l’ascesa napoleonica è possibile  dentro la sensazione di difendere la rivoluzione ancorché ne fosse la negazione. Si tratta dunque di un tipico regime d’assedio dove un personaggio nemmeno particolarmente carismatico – noi lo percepiamo in maniera deformata a posteriori – prende il potere in nome del suo contrario e lo conserva grazie al fatto che favorisce comunque la traslazione tra la vecchia classe dominante e la nuova.  Ci sono molti esempio di bonapartismo, intenso in questo senso, non escluse le nella sostanza esperienze comuniste che sono vissute costantemente  sotto accerchiamento e nelle quali la dittatura del proletariato si esprimeva non attraverso i soviet, ma una dittatura burocratica di emergenza, come a suo tempo spiegò benissimo Trockij.

Completamente diverso è il cesarismo: il suo personaggio ispiratore, al contrario di Napoleone, non attua alcun colpo di stato, anzi lo rifiuta apertamente nonostante la possibilità di vincere qualsiasi tipo di plebiscito e mostra il massimo rispetto e grande devozione per le istituzioni repubblicane nonostante sia in realtà il vero padrone di Roma. Il suo potere e la sua leadership si insediano non nell’emergenza, ma al culmine dell’espansione che mette in crisi gli assetti di potere precedente: Cesare ne accelera il declino reale, ma non ha alcun bisogno di contrastarlo apertamente, anzi questo avrebbe potuto far sorgere resistenze inaspettate e portare l’intero senato a pugnalarlo invece di un pugno di cospiratori o magari suscitare tumulti popolari e una nuova guerra civile. Anche quando con Augusto l’assetto imperiale fu formalizzato, le vecchie istituzioni continuarono ad esistere e a detenere in modo rituale il potere, benché i suoi membri scendessero da 900 a 600. E questo durò per circa seicento anni, nonostante l’assemblea non fosse nient’altro che l’espressione di un lobbismo all’antica e infine di un disperato ricordo. Non a caso gli imperatori di Roma erano tutti Cesari proprio per mantenere una certa ambiguità in mezzo al despotismo.

Come si vede il cesarismo è una forma di autoritarismo e di leaderismo molto lontana dal bonapartismo che in epoca recente potrebbe essere attribuita a De Gaulle o ancora più vicino a Orban: è invece molto più vicina ai regimi e ai leader che esprimono il declino della democrazia, ossessivamente attaccati all’aspetto formale delle istituzioni quanto più essi ne possono e ne vogliono programmaticamente prescindere attraverso la manipolazione mediatica globale e l’acquisizione pronta cassa dell’intelligenza: non c’è bisogno di conquistare le Gallie, la Britannia, né colare a picco i pirati che infestavano il mediterraneo, occorre solo il megafono padronale in grado di concentrare contenuti puramente emozionali. Quindi apparentemente il termine cesarismo non si adatta bene a queste situazioni, se non in casi estremi come potrebbero essere quelli di Bolsonaro o di Macron, Ma non dimentichiamoci che tra pochi giorni andremo in processione alle urne per eleggere rappresentanti che non rappresentano nulla, un Parlamento completamente privo di potere, come se la democrazia non fosse che una nuda proprietà residuale i cui riti devono bastare a se stessi.

C’è un’altra differenza pragmatica divide i due concetti e le due forme di autoritarismo: il bonapartismo nasce normalmente in seguito a vicende belliche o a situazioni che le simulano, mentre il cesarismo ha bisogno di alimentare continuamente guerre per garantirsi e difendere un surplus necessario alla pace sociale, spesso intraprese sotto il capitolo della sicurezza, anche andando dall’altro capo del mondo, sia situazioni di ostilità per tenere sulla corda le opinioni pubbliche con un mix di paura e di tracotanza. Ovviamente il cesarismo in questa accezione è nemico di qualsiasi forma di democrazia plebiscitaria e/ o populista proprio perché mette a rischio la sua natura di potere dietro le quinte: al contrario della chiacchiera accademico – pubblicistica che si è sviluppata a partire dagli anni ’90 del secolo scorso nel tentativo di tipizzare la post democrazia, Il cesarismo è l’esatto contrario della governanza plebiscitaria perché  rischia di mettere in crisi le istituzioni, svelandone sempre più la natura di scenario e le macchine teatrali che ormai vi si nascondono dietro.

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Lettera alle professoresse

24b4fbd7285efc1eb7db86d4656cfa7b  Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da tempo alcune donne ammesse e annesse a vario titolo al sistema di potere hanno smentito le speranze riposte nelle qualità di genere: sensibilità, spirito di servizio e abnegazione, cognizione del valore della dignità e del rispetto che le si deve, conquistato con lacrime e sangue come succede a minoranze non numeriche, ma sottoposte a una pratica millenaria di discriminazione, ed anche l’onestà, che si credeva rientrasse nelle prerogative di quella metà del cielo che era stata dispensata da negoziazioni opache per la conservazione di posti, privilegi, rendite.

Parlo di lady Poggiolini e del suo pouf, di una brillante imprenditrice ai vertici confindustriali nota oltre che per alcune vicende giudiziarie, per aver caldeggiato l’applauso agli assassini della ThyssenKrupp, di una ministra che per salvare il babbo imprudente si prodiga per l’esonero da responsabilità di banche criminali, di un’altra che sostiene la bontà delle guerre come motori di pace e che in questa veste si fa vendere armi taroccate, e in questi giorni anche della potente consigliera di un influente ministro che si sarebbe conquistata fiducia e gratitudine dell’alta personalità grazie all’assunzione del figliastro nell’azienda del fidanzato, che pare siano finiti i tempi dei rolex e i rampolli d’oro esigono quelle garanzie negate ai figli di nessuno.

L’elenco potrebbe continuare a lungo, non dimenticando la Fornero, l’avvicendamento delle distruttrici della scuola pubblica in forma bipartisan, la burbera sindacalista che ritrovava il sorriso ai meeting castali di fianco ai profeti dell’austerità, Madame Lagarde che raccomanderebbe misure sociali per togliere di mezzo i molesti e dispendiosi anziani, facendoci rimpiangere le scorribande  viriliste del predecessore, e poi qualche zarina dei clan, qualche funzionaria delle Asl addetta alla compravendita di invalidità, qualche “caporala” e pure qualche moglie che denuncia le imprese furfantesche del coniuge solo in odor di corna, o qualche mammà che ha accompagnato la figlia poco più che adolescente fino al portone prestigioso di Palazzo Grazioli.

Perché sarebbe anche ora di dire che se i maschi stanno ben volentieri collocati nel ruolo di pretesa superiorità, assegnato loro dalla cultura patriarcale, facendosi servire anche e, soprattutto, se sono a loro volta servi, dimentichi quindi di ogni elementare forma di solidarietà e coesione di classe, è altrettanto vero che per alcune donne la pretesa inferiorità e subalternità sociale e culturale rappresenta anche quella una cuccia ben riscaldata, nella quale dispensarsi da responsabilità personali e collettive. Soprattutto se quella cuccia è situata nei palazzi, se qualche maschio influente  elargisce buoni bocconcini e gustosi croccantini, talvolta meritati non per preclare virtù e competenze ma per l’indole a scodinzolare, che accomuna peraltro femmine e maschi intenti a scalate ambiziose, dediti a qualsiasi rinuncia, prima di tutto all’orgoglio, pur di non rinunciare all’affermazione di sé e delle proprie vocazioni e pretese.

È una vecchia storia, mentre è recente un fenomeno che permette a una notabile in quota rosa criticata o denunciata per comportamenti inopportuni se non illegittimi, soprusi, prevaricazioni di gusto squisitamente e vigorosamente virili, di rivestire in tempo reale i panni della vittima di arcaici pregiudizi sessisti, di rigurgiti machisti espressione inevitabile della rinascita di un fascismo che interpreta valori reazionari e repressivi.

Succede ormai quasi quotidianamente, sicché censurare motivatamente il comportamento di una donna carogna, rientra in quella sfera di tabù governati e difesi dall’ideologia politicamente corretta. Ma non è sempre così,  perché anche questa regola può essere inficiata dall’appartenenza della vituperata a una cerchia politica, ad una fazione avversa da quella degli abituali collegi di difesa organizzati a seconda della fidelizzazione ai due schieramenti in campo, a quelle due tifoserie che vorrebbero imporre a tutti prove di fedeltà e affiliazione e conseguente arruolamento forzato.

Così anche quelle che doverosamente avevano denunciato l’atteggiamento deplorevole del governo sul revenge porn, avevano omesso l’altrettanto doveroso soccorso a una vittima di fazione opposta, e  pare così che non si sia tenute a mostrare il minimo sindacale di solidarietà a una sindaca che è certamente una iattura per il suo stesso movimento ma  cui sono stati dedicati  titoli oltraggiosi, mentre abbiamo visto sprecarsi la generosa sorellanza per mogli di golpisti affetti da ossessioni turpi, per la cricca di mezzane procuratrici di merce scollacciata per l’utilizzatore seriale, folgorate  tardivamente quando il munificente cavaliere ha stretto i cordoni della borsa,  e perfino per nipoti del despota criminale risparmiate anche quando pretendono severe misure contro i pedofili, all’infuori di quelli di famiglia.

Il fatto è che se si è riservata disapprovazione ai professionisti dell’antimafia, le stesse obiezioni andrebbero rivolte a chi dimentica l’obbligo della laicità e fa professione di pregiudizio anche favorevole, trasformando la militanza in mestiere, l’attivismo in impiego, l’impegno in ricerca di consenso, visibilità personale, addirittura remunerazione. Succede per quell’ambientalismo che si è collocato nella ideologia green e che pretende di contrastare profitto e speculazione con gli strumenti del mercato, succede con l’umanitarismo  che predica accoglienza anche esercitata tramite organizzazioni non del tutto trasparenti e finanziate da ben noti bricconi globali o enti e imprese commerciali, senza mai mettere in discussione l’ imperialismo e le sue guerre di rapina, comprese quella cooperazione fatta di sfruttamento e trasferimento di corruzione e malaffare.

E succede anche quando nell’arcipelago femminista alcune isole scelgono battaglie di emancipazione e riscatto che non mettono in dubbio il modello e il sistema che discrimina, emargina e colpisce le donne non solo in casa e nei rapporti personali ma in quelli di produzione, nel lavoro, nella società.

Qualcuna si è offesa perché ho chiamato queste “aberrazioni” femminismo di mercato (qui:https://ilsimplicissimus2.com/2019/03/30/oscurantismo-medievale-e-femminismo-di-mercato/ ):  era probabilmente più educato chiamarlo femminismo liberal. Perché non saprei come altro chiamare quella appartenenza, ideale e non solo,  a un’area post tutto, post comunista, post socialista, post radicale che ha abbandonato o mai intrapreso ogni logica di classe, come se fosse  “vecchiume da maschi”,  per sposare valori e principi dell’ideologia dominante, quella che vorrebbe farci intendere che una volta acquisiti e consolidati diritti ormai inalienabili si può passare ad altri “aggiuntivi”, quei diritti civili cari alla cerchia europeista o da grande mela e che non pregiudicherebbero al pieno dispiegarsi del capitalismo. Facendo intendere la più infame delle menzogne e che i bisogni e i diritti siano sottoposti a gerarchi e graduatorie, che una volta conquistati non vengano meno, che sia possibile e forse opportuno toglierne uno per  conservarne altri.

A suo tempo fummo incantate, senza sputare né su Hegel né su Marx, dall’ipotesi che la donna per la sua specificità, una volta liberata  dai gioghi della cultura patriarcale, avrebbe liberato anche il maschio.

Ma è davvero possibile? Davvero pensiamo che la raggiunta parità salariale riscatti tutti da mestieri che ci svalutano, precari e umilianti per vocazione, talento e  aspettative? Davvero pensiamo che più indagini e protezione da violenze e stupri, e che più severità nei percorsi giudiziari ci affranchi da leggi di ordine pubblico e da un sistema di amministrazione della giustizia per persegue i poveri, indigeni e stranieri, criminalizzandoli a priori? Davvero pensiamo che basti cancellare leggi che stabiliscono la proprietà e il dominio maschile sulla femmina della specie, per sopprimere magicamente quelle che a permettono di trattare corpi e ingegno come merci deteriorabili, di commercializzarli e trasferirli dove fa più comodo al padrone? Davvero pensiamo che per combattere la più tradizionale declinazione concreta del capitalismo, il fascismo con la sua triade dio-patria-famiglia, basti estirparne il radicamento dai rapporti di forza uomo -donna- padri, madri-figli- figlie, quando è stata riservata indifferente accettazione alla distruzione delle stato sociale, della scuola e dell’istruzione pubblica e laica, alla abrogazione delle garanzie e dei diritti del lavoro? O che attribuire un valore alla riproduzione e alle attività di cura e assistenza, svolti tradizionalmente dalle donne e oggi imposti nuovamente senza possibilità di scelta, ci riscatti quando invece le reintroduce nei meccanismi della sfruttamento e della mercificazione.

È vero a qualcuna ( e dovremmo pensare così tutte) non bastano il corporativismo, il sindacalismo femminile, lo sciopero con il rifiuto  non solo del lavoro retribuito ma anche quello di cura e perfino di quello dell’attività riproduttiva”. A qualcuna (e dovremmo pensare così tutte) non basta un’azione che punti alle “pari opportunità di dominio”, per sostituirci meccanicamente ai maschi nello stesso sistema di potere. A qualcuna (e dovremmo pensare così tutte) non basta neppure l’integrazione automatica dei nostri bisogni nella lotta di classe, anche se è necessario e doveroso e irrinunciabile essere in prima linea in quelle battaglie per l’ambiente, la salute, il territorio, la legalità, il sapere.

Non accontentiamoci di poco, non  accontentiamoci di una metà del cielo ciascuno, vogliamolo tutto per tutti.


Porno mondo

CIS:DYCE.1113Sulla pornografia si è scritto moltissimo e di tutto sia per difenderne i supposti diritti, sia  per esercitarvi ogni tipo di moralismo  moralismo e tuttavia gli infiniti discorsi non ne colgono l’aspetto principale che in buona sostanza potrebbe definirsi una delle forme di alienazione dalla realtà: potremmo parlare anche di porno mondo perché questa prospettiva vale ormai per qualsiasi ambito o settore dove l’immagine si sostituisce all’esperienza diretta o indiretta e fa aggio su di essa, anzi la condiziona e la fagocita. Essa è un fenomeno esclusivamente moderno, prima del Seicento non esisteva, anche se qualche primo accenno lo si può trovare dopo il naufragio della letteratura greco romana imperiale che dopo i  Virgilio e gli Orazio lasciò il posto ai ricchi salottieri, ai cuochi e a una manualistica erotico allusiva che ebbe come campionessa l’egiziana Elefantiade, amata dall’imperatore Tiberio. Il grande specchio in bronzo ritrovato a fine Ottocento in una villa sull’Esquilino e conservato oggi all’Antiquarium del Celio, con le sue decorazioni erotiche di carattere descrittivo più che simbolico, è probabile testimone di una proto pornografia che tuttavia rimase circoscritta ai ricchi e si esaurì ben presto risucchiata dal declino.

Ma è significativo che i primi segnali compaiano in corrispondenza con l’allargamento del mondo e la contrazione dell’esperienza personale in favore della narrazione e lasciasse disorientata la libido. Tutto questo però ritorna nella sua accezione contemporanea nel 700, dopo alcuni brevi lampi  come quelli dell’incisore bolognese Marcantonio Raimondi, ma con la disponibilità di ben altri mezzi a cominciare dalla stampa, per poi arrivare alla fotografia, al cinema, al 3d, sai prossimi sistemi sensoriali e all’alienazione virtuale. Esso corrisponde all’esplosione del mondo che si allarga all’intero pianeta, alla conseguente presa di potere della borghesia e alla rivoluzione industriale, insomma a tre forme diverse di estraniazione, dalla comunità, dalla tradizione, dall’esperienza diretta e dal lavoro: si tratta di un processo, di una progressione in cui tutto diventa estraneo e nel quale dunque vicino e lontano si appiattiscono perdendo prospettiva, diventano indifferenti in sé e dipendenti dall’emotività soggettiva. Parlo un tanto al tocco, ovviamente e non potrebbe essere diversamente vista la complicata storia dell’ alienazione da Hegel ad oggi, ma è chiaro che vita e narrazione finiscono per coincidere, schiavitù e libertà personale si confondono o sono due aspetti quasi coincidenti, gli uomini si disgiungono, tutto diventa merce e nulla è più per sé, così che anche le persone diventano oggetti, Oggetti anche di fantasie, perché no: la pornografia nei suoi vari stadi ne è una perfetta e fedele testimone. Siamo diventati guardoni perché non possiamo più uscire da noi stessi. La famosa battuta di Woody Allen alla domanda “che fai dopo aver fatto l’amore?” , “sgonfio la bambola e la ripongo nell’armadio” è tutto fuori che un assurdo.

Se ci si emoziona con se stessi invece che con gli altri che con gli altri perché prediligere il reale dove ci si trova nella spiacevole situazione di dover avere un rapporto umano non del tutto controllabile , quando invece a distanza si può espandere all’infinito il proprio io? Perché non passare a un’altro video quando quello che stiamo guardando non ci stimola abbastanza? E certo questo sarebbe nulla se anche tutto quello che accade e che ci viene mostrato in ogni ambito non soggiacesse alla medesima logica della pornografia : in effetti oggi la politica e le idee rassomigliano molto alle bambole gonfiabili, ne sono un correlativo cognitivo e riponiamo tutto in un armadio dopo aver consumato un rapporto di indignazione o di giubilo o di disgusto visto che si è consumata la scissione tra l’uomo e il suo mondo e siamo desideranti anche di continui eventi, ingordi consumatori di fatti, di numeri, di immagini che hanno un senso solo in rapporto a noi. In realtà potremmo anche dire che la pornografia non influisce in maniera negativa o positiva -a seconda dei pareri e dei contrapposti moralismi – sulla sessualità, ma è al contrario uno prodotto della stessa. non ne è un tralignamento, ma la verità nascosta. Paghiamo l’accrescimento della nostra miserabile eudemonia attraverso le merci con l’estraniazione: possiamo amare solo in quanto possiamo manipolare e siamo manipolati in quanto incapaci di amore. La reificazione delle catene procede assieme all’astrazione della vita.


Venezia. Gabelle medievali, svendite moderne

Carnevale Cannaregio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il Consiglio comunale di Venezia ha approvato nei giorni scorsi il Regolamento di applicazione del “contributo di accesso” al centro storico, la cosiddetta tassa di sbarco introdotta per la città lagunare dall’ultima legge di bilancio. Sono previste ben 22 tipologie di esenzione dal tributo: da quella per i nativi che abitano altrove a quella per tifosi, curve e hooligans compresi, in trasferta a Venezia per seguire gli eventi sportivi. Il  sindaco Luigi Brugnaro esprime compiacimento: «È un regolamento unico al mondo ed è la prima volta che qualcuno osa fare qualcosa di così impattante rispetto all’utilizzo di una città”.

Fatta la legge trovato l’inganno, recitava il vecchio proverbio. E adesso possiamo contare su Floris che alle istruzioni per aggirare le regole e gabbare lo stato sul reddito di cittadinanza, erudisca torme di garrule monache, scolaresche di adolescenti che trascinano i piedi sui masegni, galli in canottiera traforata e brachette, sassoni sudati che emanano afrori endogeni misti a filtri solari, pantere grigie col parroco in testa, bagnanti che giungono da Jesolo in pareo e calzoncini, trattati come numeri dalle agenzie, uniformati da berrettini (non a caso al terminologia che li riguarda è in gran parte militare: invasione, avanguardie, colonne prese d’assalto, concentramenti), e tutti parimenti adirati, su come evitare l’ingiusto obolo. Perché su questo hanno ragione, si tratta di un’imposizione ingiusta frutto dell’ideologia della disuguaglianza per censo, che sostituisce in questo caso una limitazione necessaria per stabilire e rispettare la capacità di carico della città, con una misura basata sulla capacità di spesa.

Quindi possiamo aspettarci che la creatività di tour operator, affittacamere, albergatori, osti e ciceroni si dimostri con espedienti immaginifici come è giusto avvenga in una città d’arte, in modo da aggirare le incresciose regole tramite autocertificazione di requisiti che potrebbero sconfinare nell’ambito dei diritti fondamentali e inalienabili: quello a presenziare a una gara agonistica su che fa la pipì più lontano in Canalazzo, o l’adesione a un safari di pantegane, quello a effettuare un sopralluogo, su mandato di influencer gastronomici, sul saor e l’efficacia nel tempo della suddetta forma di marinatura testata nel passato per conservare un alto prelato di Torcello la cui salma non poteva essere tumulata a Venezia  per via delle avverse condizioni meteorologiche, o anche la partecipazione a eventi a alto contenuto sociale, come il bacio collettivo qualche anno fa celebrato in Piazza, o anche  l’appartenenza con regolare esibizione dei requisiti e degli attestati a una qualche cerchia di meritevoli che un amico intelligente ha voluto giorni fa identificare in “amici di Costa Crociere”, o meglio aspirante speculatore edilizio a Marghera che il sindaco Brugnaro vuole promuovere a Serenissima 2 a vocazione turistica con tanto di frontline come Dubai e hotel come a Las Vegas e così via.

D’altra parte Venezia è abituata a leggi che non solo possono essere aggirate per motivi di interesse, per corrompere e ridurre tutto a merce, ma che proprio  nascono corrotte come nel caso del suo Mose, affidato a un’aberrazione giuridica.

Figuriamoci se si stupisce di un provvedimento che parte da un principio insano, per non dire suicida: per tutto il mondo andare a Venezia non deve essere un piacere ma un obbligo, un dovere morale e sociale per centomila crocieristi, centomila dipendenti della Toshiba, centomila scolari di college, centomila monache, centomila pensionati con centomila curati sollecitati a convergere tra le Mercerie e la Torre dell’Orologio, tra la Stazione e Campo Santi Apostoli. E’ diventato un impegno, un imperativo categorico che da oggi però, anche se si limita a un soggiorno breve, conquistato con mezzi di fortuna, un mordi e fuggi effimero, una tappa di crociera o una deviazione in vista della costa romagnola, grazie al pagamento di un modesto tributo si converte per  chi l’ha sborsato in diritto a calpestare i sacri mosaici con gli zoccoletti, a intavolare un picnic di cibi estratti dallo zaino all’ombra delle Procuratie,  abbandonando poi le bottigliette e i sacchetti in bella mostra, a tuffarsi dal Ponte di Rialto, a cavalcare i leoni dell’omonima Piazzetta, a trascinare trolley e perfino biciclette “su e zo per i ponti”, salvo magari quello di Calatrava dove sarebbe consigliabile non avventurarsi.

Eh sì perché la misura di commercializzazione della città sia pure a prezzi scontati già praticata con l’alienazione del patrimonio comune di palazzi, siti, immobili di pregio, permette a chi paga di acquisire un diritto di proprietà, o, più modestamente, di libero oltraggio. Anche perché l’ingresso in quello che la giunta veneziana ha dichiarato non più città, ma museo a cielo aperto realizzando la distopia imperiale che vuole l’Italia un grande parco tematico coi cittadini ridotti in servitù, camerieri, facchini, pony, baristi, tassisti, infine mica costa come un ingresso allo stadio, mica come una sera in discoteca, mica come un menu degustazione del locale della star di masterchef, ma molto meno, molto meno, così poco che non può essere interpretato come un dissuasivo disincentivo e non giustifica il provvedimento se non con motivazioni ideologiche. Quelle del pensiero debolissimo di un ceto dirigente consegnato al dio mercato che ha fatto della città, delle città, un prodotto da svendere, affittare, dissipare, svuotare di chi ci vive e lavora, per sostituirli con più desiderabili avventori e consumatori.

Ormai è fatta, non serve nemmeno ricordare che ben altro si sarebbe dovuto fare per difendere almeno la città se non i suoi residenti dall’affronto quotidiano (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/02/gabellieri-in-gondoleta/ ): controllo e razionalizzazione preventiva dei flussi, numero chiuso, certamente, ma soprattutto un nuovo pensare a Venezia come a una città e non come a un albergo diffuso, o peggio, a un “museo a cielo aperto”, e ai suoi residenti come a cittadini da rispettare e non da espellere, a meno che non si prestino a mansioni precarie e dequalificate. Ma questo significherebbe contrastare l’avidità irriducibile dei nuovi speculatori globali, l’egemonia delle rendite monopolistiche, il suolo urbano come terreno di estrazione, la città come brand da dissanguare. Significherebbe  abbattere  il nuovo “ordine urbano”, la  monocoltura turistica, che provoca l’espulsione e il pendolarismo di lavoratori e abitanti nel parco a tema, che induce la trasformazione del territorio, del paesaggio e dei monumenti da bene comune a merce.

Così  si deve fare i conti con una verità brutale e rimossa dalla nostra ammortizzata società: viaggi sempre più facili su aerei e navi sempre più grandi, su pullman multipiano, su treni sempre più lunghi e inutilmente veloci, su auto sempre più velenosamente efficienti mettono sempre più in circolazione masse di turisti “poveri” per i quali si possono moltiplicare i cestini con pizza e cocacola, le lattine di birra e gli hotdog, ma non Venezia, Taormina, Capri, Firenze, Pisa, luoghi unici e non replicabili neppure a Las Vegas destinati a diventare, pena la distruzione totale, destinazioni e privilegi per minoranze.

E se non è giusto che si voglia essere tutti nello stesso posto e nello stesso tempo, se non è giusto che luoghi eccezionali per essere goduti da tutti prevedano di non essere goduti da chi ci vive e ha contribuito nei secoli a farne il prodigio che sono, è altrettanto ingiusto che sia necessario via via impedire che in mezzo alla calca sudata e spesso ignorante e distratta, che si dà gomitate per farsi un selfie davanti al Ponte dei Sospiri, tra gli scimmieschi analfabeti e annoiati  che si trascinano stancamente in Fondamenta dei Vetrai per acquisire un animaletto made in Taiwan, qualcuno, un illuminato per caso, scopra la bellezza, venga fulminato dalla Madonna dell’Arancio, dai Mori che stanno a guardia dell’appartato campiello, che qualcuno, sia pure tirato su a spot, a scenari di cartapesta, a manga e percorsi virtuali,  senta come un alito, un sussurro, una luce di perfezione, non gretta, non commerciale, non cruda, una grazia insomma, la benedizione laica della bellezza.  In fondo è per loro che il Consiglio dei Dieci si sarebbe impegnato a trovare una soluzione, è per loro che, cogitabondi, hanno meditato di diritti e  morale, doveri e responsabilità collettive, Lutero, Kant,  Schopenhauer e Marx.

E cosa pretendevamo da Brugnaro?


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