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Un lapsus di Gramsci e gli ideologi neoliberisti

 

Luca Carbone per il Simplicissimus

 

Gentilissimo Alberto,

in un periodo tragicamente farsesco come quello che stiamo vivendo, in cui l’inoculazione mediatica si sta rivelando straordinariamente più efficace di quella farmacologica, forse è inopportuno molestare gli amici con quisquilie testuali. Ma mentre rileggevo “devotamente” – come mi accade fare da più di un decennio – i Quaderni di Gramsci mi sono abbattuto in un suo singolare lapsus, peraltro non segnalato nell’edizione critica di Valentino Gerratana. Il lapsus offre il pretesto per un breve, forse non disutile, cenno alla “teoria critica”, la cui pratica sembra malamente caduta intanto in disuso; così gliene scrivo, anche se nell’ormai sterminata letteratura gramsciana – Gramsci sembra sia il teorico italiano del Novecento più studiato nel mondo – sarà stato già segnalato, e magari più volte. Ma, mai come con questi temi, il ripetere giova. In polemica costruttiva verso la polemica distruttiva di Croce contro Marx ed il pensiero marxista Gramsci contesta, nel passo dove compare il lapsus, al Croce – e a tutti quelli che lo hanno pensato e pensano, inclusi molti presunti marxisti – l’identificazione delle “sovrastrutture” sociali – in senso ampio tutte le concrezioni “culturali”, incluse religione, leggi, arti e la stessa filosofia – come “apparenze”, come meri riflessi delle strutture economiche e dei connessi interessi immediati. Ma nello specifico del frammento lo scontro teorico verte proprio sulla “filosofia”. Se Gramsci, che come tutti i più grandi teorici non teme di imparare dagli avversari, accetta dal Croce la non definitività – la non assolutezza – di ogni dottrina filosofica, per cui, stando al Croce storicamente la filosofia “non è una cosa astratta ma è la risoluzione dei problemi che la realtà nel suo svolgimento costantemente presenta” – fermo restando che per Croce il “solutore” unico, sia pure esso in continuo “divenire”, rimane lo “spirito” – al tempo stesso Gramsci non solo rifiuta lo “spirito” come unico “solutore” perpetuo, ma soprattutto rifiuta la possibilità che, per il pensiero marxista avvertito, quindi al di là della polemica pratico-politica, per la filosofia della praxis, la filosofia (e pertanto tutta la “cultura” di cui la filosofia è uno dei vertici) sia solo una mera derivazione, magari “meccanica” delle strutture economico-produttive. E così puntualizza e differenzia, la sua propria posizione teorica.

Proprio in questa parte del frammento, che ora riporto, cade il lapsus gramsciano: “La filosofia della praxis intende invece [cfr. a differenza del Croce] giustificare non con principi generici, ma con la storia concreta, la storicità della filosofia, storicità che è dialettica perché dà luogo a lotte di sistemi, a lotte tra modi di vedere la realtà e sarebbe strano che chi è convinto della propria filosofia [cfr. cioè Marx], ritenesse concrete e non illusorie le credenze avversarie (e di questo si tratta, poiché altrimenti i filosofi della praxis dovrebbero ritenere illusorie le loro proprie concezioni o essere degli scettici e degli agnostici)”. [p. 1299, Quaderni del carcere, vol II, Einaudi, 2001]

Il lapsus è piuttosto sottile. Rileggiamo, variando leggermente l’ultima frase: “…e sarebbe strano che chi è convinto della propria filosofia ritenesse concrete e non [invece del tutto] illusorie le credenze avversarie”.

Per un certo ‘senso comune’, che crede che ogni nuova ‘filosofia’ o concezione del mondo debba solo ‘liquidare’ quelle contro cui si oppone, dimostrandone la ‘falsità’, questa versione sarebbe plausibile senz’altro; ma ritengo sia quella non coerente col pensiero gramsciano, e per diventare tale deve essere riscritta così:

“…e sarebbe strano che chi è convinto della propria filosofia ritenesse NON concrete e [soltanto] illusorie le credenze avversarie”.

Come è esplicitato in parentesi dallo stesso Gramsci – se i filosofi della praxis ritenessero “illusorie” – cioè meramente sovrastrutturali – cioè sempre e solo determinate dalle strutture e dagli interessi economici – tutte le “filosofie” in quanto tali, dovrebbero considerare non concreta anche la propria, di filosofia, oppure risolversi a non credere in nulla.

Il paradosso è che infine è accaduto proprio l’opposto di quello che Gramsci ha pensato – e si è ‘invece’ inverato il suo lapsus: tutte le “filosofie”, inclusa quella marxista, sono state ridotte ad “ideologie”, nel più deteriore senso della parola; a meri e puri riflessi delle strutture economiche e degli interessi a questi connesse; e ciò viene considerato vero anche ‘retroattivamente’.

Questo ha portato ad una immensa svalutazione delle sovrastrutture ‘storiche’ – mentre al tempo stesso si è venuta affermando la tendenza a istituire una sorta di Tribunale da Giudizio Universale secolarizzato – nel quale in base ai criteri e parametri ‘morali’ contemporanei – ma assolutizzati – si condannano agli inferi opere ed ‘eroi’ del ‘passato’ (Colombo, Hume, Kant… per fare qualche clamoroso nome a caso). Oppure si riattualizza il ‘passato’ totalmente in funzione del presente per immediati fini politici come nella de-russificazione dell’Ucraina, o nella de-armenizzazione dell’Artsakh (non a caso meglio noto come Nagorno Karabakh).

Ma ciò che da tempo, e sempre più oggi, mi appare più gravido di conseguenze è che la riduzione teorica sistematica delle così dette ‘sovrastrutture’ alle strutture – cioè per tentare un’immagine plastica, delle cristalline costruzioni socio-giuridico-artistiche ai viscerali intrighi del massimo profitto e del potere immediato ha sortito come effetto paradossale – un paradosso nel paradosso – che quella verità che Marcuse, trent’anni e passa dopo Gramsci, ricordava nei dibattiti con gli studenti berlinesi rivoltosi, sottolineando “che non è ancora stata chiaramente assimilata dalle coscienze” e cioè che “gli argomenti umanitari e morali non sono soltanto ideologie menzognere: possono e devono diventare fondamentali forze sociali (enfasi mia)” – questa verità ha finito col giovare proprio ai cercatori di profitto e ai detentori dei poteri immediati, che hanno colonizzato – senza incontrare una reale resistenza – pressoché l’intera area delle sovrastrutture ‘culturali’ mediante pseudo-argomenti umanitari e morali (tutti parliamo sempre delle televisioni berlusconiane, come se fosse invece ‘normale’, il fatto che alcune tra le più culturalmente prestigiose case editrici nazionali siano in mano ad un solo grande gruppo editoriale, il suo appunto).

Per contro, a me pare, che ancora nessuno si sia giovato sino in fondo della concreta conquista teorica gramsciana: la piena de – assolutizzazione delle ‘filosofie’, nonché, in senso ampio intese, delle concezioni del mondo, inclusa quella attualmente dominante della scienza quale sapere trans-soggettivo prioritario ed unico, e quella dell’ideologia neo-liberista come nuovo Verbo rivelato: ogni “verità” è (stata) la verità, ma di e per un tempo ‘dato’; nessuna verità è (né sarà mai) la verità atemporale ed assoluta, (questo Gramsci assimila dal Croce, ma su un altro piano) almeno nell’ambito del pensiero. Per ciò ‘noi’ possiamo modificare la ‘verità’ – e modificarci mediante essa; nella lotta tra le ‘sovrastrutture’. È già una sconfitta pensare che esista una sfera ‘separata’ della cultura, ed io stesso in qualche modo l’ho pensato per lungo tempo, in cui, come in un iperuranio secolarizzato, vivono ‘eternamente’ i classici del pensiero, dell’arte, della letteratura. Al di là delle spesso furiose (sino al trash) polemiche personali tra intellettuali, filosofi. artisti, di cui pullulano le storie, quelli che restano sono i contrasti tra posizioni ‘estreme’ ed incompatibili, apprendere le quali, ripercorrendole e riattualizzandole ci mette in contatto con le forze vive– non della tradizione come la celebrano i filistei culturali – ma della ‘creazione’ e della critica dell’esistente. Misticismo? Fuga dalla realtà? Può darsi, ma a me dà da pensare.

Per chiudere, un cenno per i polemici italici, quelli convinti che la logica sia stata inventata per cogliere in fallo l’interlocutore – abbatterlo – ed esporne le spoglie in pubblico, e Sé trionfanti (quello che è diventato lo sport globale sui social: una pedantesca logomachia): non c’è una contraddizione patente in Gramsci tra l’appellarsi al Marx che incitava a non limitarsi più a interpretare il mondo, da filosofi contemplativi, ma a trasformarlo, ed il definire e Marx e se stesso ‘filosofi’, anche se della ‘praxis’? Certo che c’è contraddizione! Ma è ancora più certo che Gramsci ne era pienamente consapevole – e, tra molte altre cose, i suoi Quaderni sono anche la ricerca e la risposta alle domande: che cosa intendiamo e che cosa possiamo intendere con ‘filosofia della praxis’: è un filosofare sulla praxis (invece che sullo spirito; è sufficiente cambiare d’oggetto perché cambi il modo del pensiero?)? Oppure è la filosofia che si genera integralmente nella e dalla per la praxis, per il concreto fare e pensare umano e che a questo solo appartiene?

Non è questa la sede per tentare di vedere come Gramsci abbia affrontato queste questioni: moltissimi hanno pensato e creduto, credono e pensano, che il suo sia stato un filosofare sulla praxis. Personalmente invece penso e credo, e lo penso come Lei sa da non marxista, che se non ci si pone sino in fondo la seconda domanda, ci si autoabilita senza alcun dubbio alla carriera gloriosa (per usare un’immagine cara a Gramsci) da mosca cocchiera.

Luca Carbone

Ph. D. in Fundamental Ecology


Perché non possiamo non dirci complottisti

Sarebbe interessante proporre  una storia della menzogna, cominciare da Machiavelli, prendere in esame Derrida che ha provato a farla disancorandola da quella dell’errore, citare Hannah Arendt secondo cui essa è ormai elevata a sistema, tirare in ballo il filosofo russo Aleksander Koyrè il quale trova una assoluta coincidenza tra quello che avviene nel totalitarismo conclamato e nella sedicente libera modernità e magari finire con Vàclav Havel  ex dissidente per il quale ci troviamo in uno stadio di post totalitarismo nel quale non si impone alla gente di crede e combattere in qualcosa con la costrizione, ma si riesce a coinvolgerla nella menzogna cosi che essa stessa sia vittima e allo stesso tempo megafono degli inganni. Lo strumento per ottenere questo scopo sono ovviamente i media e il loro bombardamento comunicativo, ma questa dinamica vive della paura di apparire fuori del pensiero comune, dell’area di consenso,  di mettere in crisi costrutti o fedeltà senza più significato e così a forza di non contraddire la menzogna anche quando questa è sospettabile, palese o addirittura apertamente rivelata  questa diventa alla fine necessaria per svolgere la propria vita e per nascondere a stessi la propria alienazione. Ed è per questo che l’inganno diventa sempre più grande. Ma francamente mi sembrerebbe di essere un pazzo o un funanbolo a mettermi a parlare di queste cose dentro una narrazione così grossolana nella sua elaborazione, così scialba e stupida nelle sue discussioni, così scoperta nei suoi scopi  che mi ricorda una frase di Marx: “Il capitale odia l’assenza di profitto. Quando percepisce un profitto ragionevole, il capitale diventa audace. Al venti per cento, diventa entusiasta. Al cinquanta per cento è spericolato. Al cento per cento calpesta tutte le leggi umane e al trecento per cento non si sottrae a nessun crimine”. Siamo intorno al 100 per cento ( riferito alle entrate e ai profitti della major) quindi al crocevia fra la rottamazione delle costituzioni, l’apocalisse narrativa che trasforma l’influenza in peste e in panico di per sé portatore di vittime, la disoccupazione di massa e la somministrazione praticamente forzata di farmaci non sperimentati. Sfera economica, sociale e biologica s’incontrano in una bolla di menzogne.

Quindi sceglierò un’alternativa più semplice e immediata tentando di spiegare perché non possiamo non dirci “complottisti” non nel senso risibile dato ad esso da una generazioni di informatori in mala fede e peraltro solitamente disinformati, ma in quello di realisti che non hanno una forma di rigetto nel prendere atto della realtà e della nostra stessa complicità nel crearla. Questo appare evidente dal fatto che ci sono molte menzogne esplicite, riconosciute  che non sembrano affatto aver scosso più di tanto le opinioni pubbliche, e creato quella sana diffidenza o cautela che invece esercitiamo naturalmente nella vita quotidiana. Abbiamo paura di sapere ormai. Possiamo immaginare e se non lo facciamo siamo più cretini che ingenui,  che false informazioni , allarmismo, silenzi, negazioni  insabbiamenti strategici sono da sempre utilizzate nella gestione del potere di cui si possono presentare decine e decine di esempi di ogni tipo solo a partire dalla fine guerra mondiale. Per esempio la famosa crisi dei missili sovietici a Cuba che venne raccontata ( e ancora oggi  lo è) come l’intransigenza di Kennedy che riuscì a far fare un passo indietro all’Unione Sovietica. In realtà JFK concordò con Mosca lo smantellamento dei i missili Jupiter dalla Turchia, in cambio del ritiro di quelli sovietici da Cuba, ma intuì che questo non sarebbe piaciuto agli americani e dunque chiese a Kruscev di tacere sull’accordo. Che poi il leader sovietico abbia commesso un errore clamoroso nell’accettare questa clausola, è un altra storia, ma diciamo che si tratta di un classico esempio di arcana imperii dei quali è impossibile fare a meno.

Ma a partire dagli anni ’90, dissoltasi l’Unione sovietica la governance neoliberista ormai senza freni grazie anche al monopolio della comunicazione ha cominciato a spararle sempre più grosse. Che dire delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein la cui esistenza fu proclamata per certa? Chi non ha visto Colin Powell brandire all’Onu la famosa fiala come  “prova” inconfutabile della presenza di tali armi mentre quelli che esprimevano dei dubbi erano complottisti con le orecchie d’asino ? Poi si è accertato che era una totale invenzione per invadere l’Irak, fare un milione di morti e tenere sotto i piedi il Medioriente. Eppure la rivelazione ha prodotto solo un breve fremito indignazione e non ha suscitato alcuna difesa immunitaria contro i sotterfugi del potere . Del resto meno di due anni prima era stato considerato  demente chi aveva anche qualche tiepido dubbio sul fatto che 19 beduini dopo qualche ora di scuola di volo sui Piper fossero stati in grado di pilotare dei grandi aerei di linea a bassissima quota, cosa che è ardua persino i piloti con decenni di esperienza, di dirigerli contro le due torri, ma anche contro un terzo edificio misteriosamente collassato. E che per di più nell’immane rogo sarebbero rimasti intatti intatti i documenti di tutti i terroristi che così sono stati presi in poche ore. Credibile no? Ma del resto questo deve essere un format dei servizi segreti: i terroristi lasciano sempre i loro documenti in bella vita. Oh, oui je suis tontì.

E poi abbiamo creduto alle stragi solo serbe nei Balcani, alle primavere arabe, alla guerra civile contro Gheddafi per sostenere la quale i “volonterosi” si sono dati così daffare da distruggere la Libia e  poi l’altra fantomatica guerra civile contro Assad con il trasferimento delle truppe terroriste dal Nord Africa al Medioriente con i soldi americani via Arabia Saudita,  abbiamo creduto che la coalizione occidentale combattesse l’Isis i cui adepti si spostavano nel deserto e avrebbero potuto essere spazzati via facilmente con pochi caccia come in seguito i raid dell’aviazione russa hanno dimostrato. Abbiamo davvero creduto che Greta fosse un fenomeno spontaneo, siamo arrivati a pensare che basta mettersi a dire quattro cazzate davanti a un parlamento per assurgere nell’olimpo dei grandi senza alcun meccanismo di lancio mediatico dietro, e ascoltando come un santino l’antipatica ragazzina la quale è arrivata anche a sostenere che lo scioglimento delle banchise polari farà alzare di metri il livello dei mari: la legge di Greta sostituisce quella di Archimede perché semmai sarebbe proprio il contrario visto che l’acqua ghiacciata ha un volume maggiore rispetto a quella allo stato liquido. Ma ci crediamo nonostante sia incredibile, ci mettiamo questo santino nel portafoglio. In realtà Greta non è stata che un assaggio della grande pandemia costruita su una seria, ma banale sindrome influenzale per mescolare le carte di un’economia già condannata dalla crisi del 2008, anzi possiamo dire che è stata la testimonial di un ennesimo inganno, quello di chiamare questo reset “green economy” quando con l’ambiente ha ben poco a che vedere e propone solo improbabili soluzioni di mercato contro la Co2 che tutto sommato è davvero il problema più marginale, ma in compenso promette la diffusione massiccia di nuovi veleni e un aumento del drenaggio delle risorse planetarie.

Abbiamo anche creduto che fosse giusto sacrificare la tutela della salute pubblica all’economia e oggi che è giusto sacrificare l’economia alla tutela della salute, abbiamo creduto di esportare democrazia avendola completamente persa e se non bastassero i brogli sudamericani delle elezioni Usa, c’è sempre il caso Assange a testimoniare il baratro nel quale siamo caduti.  Crediamo a tutto questo solo perché strappare il velo di Maia e dire che ci stanno prendendo in giro significherebbe assumersi le responsabilità di una battaglia dopo quarant’anni di continua resa, perché smascherare le bugie spesso grossolane che ci vengono offerte significa mettere in crisi una dimensione collettiva ormai incardinata nella menzogna tanto più fortemente quanto più si fa finta di esigere la verità; perché siamo così abituati all’alienazione che riconquistare se stessi ci appare paradossalmente pericoloso. E allora sì,  crediamo anche alla favola del complottismo che ci rende ciechi volontari e dunque cittadini virtuosi e responsabili, per i quali ormai la libertà è un peso.


I finti antifà contro Marx

20190205_154100_EFD4734E.jpg_997313609Eccoli lì gli “antifascisti” che vanno in giro ad abbattere e pittare statue di presunti razzisti di cui peraltro sono gli eredi materiali: non immaginano nemmeno di essere gli utili idioti di un potere che si potrebbe definire senza problemi fascista che li spinge verso un’inutile furia iconoclasta priva di autentici sbocchi politici ed è anzi un clamoroso diversivo per colpire in generale chi esce dai canoni del pensiero neo liberista e globalista. Non a caso a Londra è partita una petizione di un gruppo di conservatori inglesi – travestiti da antifà – per eliminare la tomba di Karl Marx dal cimitero di Highgate, peraltro spesso vandalizzata: le motivazioni sono quelle tipiche del neoliberismo più stupido e verrebbe da dire più ” americano” per indicare una totale mancanza di consapevolezza storica accompagnata dai tamburi della più tronfia eccezionalità:  Marx sarebbe responsabile della morte di milioni di persone per le rivoluzioni comuniste ( da che pulpito) , ma soprattutto si sarebbe macchiato di razzismo anti ebraico per un saggio del 1848, cosa imperdonabile non per l’ebraismo, ma per il sionismo che è la sua forma deviata.

La cosa è davvero grottesca da molti punti di vista a cominciare dal fatto che una tomba non è una statua e quindi non può rientrare nella iconoclastia monumentale di queste settimane, cosa che già di per sé testimonia del livello della petizione. Inoltre Marx stesso era ebreo e celebrava le festività ebraiche, ragione per la quale la rivoluzione d’ottobre è stata sospettata di far parte di una presunta congiura ebraica mondiale. Infine perché nel saggio sulla Questione Ebraica  del 1844 egli non esprime alcuna forma di razzismo, sempre che naturalmente si legga il saggio per intero e non ci si fermi come lettori abituati ai fumetti o a Twitter  alle singole frasi. Quando Marx scrive “l’emancipazione degli ebrei nel suo significato ultimo è l’emancipazione dell’umanità dal giudaismo” non ha alcun intento razzista e va inteso nell’insieme di un discorso che tendeva all’emancipazione dell’intera umanità. Si trattava di una critica a Bruno Bauer, filosofo della sinistra hegeliana  il quale sosteneva che era assurdo che gli ebrei chiedessero l’emancipazione nel contesto di stati cristiani, quali erano al tempo quelli tedeschi. Intendiamoci nemmeno Bauer faceva dell’antiebraismo: diceva semplicemente che fino a che lo stato non si fosse liberato dalle religioni, nessuno, né cristiano, né ebreo si sarebbe mai emancipato . Marx va semplicemente più avanti prefigurando uno stato che non fosse solo quello borghese dove tutte le confessioni religiose vengono  ammesse, ma uno stato dove la religione stessa non ha più senso. Dunque Marx si serve dell’ebraismo per mostrare come questo sia diventato da questione teologica a questione civile e politica per terminare infine  nell’emancipazione umana che va molto al di là della parità formale dei diritti.

Come si vede si tratta di una questione che si direbbe ben lontana dalle capacità di elaborazione culturale di chi ha lanciato questa assurda petizione ferma ai livelli più primitivi del discorso politico. Ma forse il presunto antiebraismo di Marx è solo un pretesto, un falso obiettivo: infatti in quel saggio egli – per confutare Bauer – prende ad esempio delle sue tesi  gli Stati uniti d’America dove  ci si illude di aver superato la religione rendendo laico lo Stato, ma anche di aver annullato il potere della proprietà privata abolendo il censo per l’eleggibilità attiva e passiva. E’ evidente che politicamente lo Stato sopprime le differenze di nascita, di condizione, di educazione, di occupazione, proclamando l’uguaglianza di tutti di fronte alle leggi, ma  socialmente lascia che la proprietà privata, l’educazione, l’occupazione reintroducano a tutto tondo le disparità. L’attualità di queste osservazioni è straordinaria, vista l’imponente crescita della disuguaglianza in Usa e negli altri Paesi neoliberisti e l’emergere di un potere grigio globalizzato formato da una manipolo di super ricchi che oggi ci vogliono imporre la dittatura una dittatura sanitaria e che si fanno apertamente antistato. Forse è proprio il vero obiettivo della petizione il cui livello è così infimo che mi ricorda molto “Un nemico del popolo” dove uno dei protagonisti dice:  “Saremo tutti d’accordo nell’affermare che sulla faccia della terra gli imbecilli costituiscono la maggioranza”. 


Incivili, ma civilizzati

MEvol1_25227-800x589Forse potrebbe apparire sorprendente che il termine civilizzazione ( col nostro significato di civiltà ) sia stato coniato in Francia e abbia cominciato a diffondersi nelle lingue europee solo a partire dal Settecento come termine distintivo tra gli abitanti dell’Europa e i selvaggi, buoni o cattivi che fossero, esposti alla colonizzazione o alla schiavitù, ma in ogni caso all’ipocrita tentativo di civilizzarli forzatamente. Pare sorprendente soprattutto a noi italiani che il termine civiltà sia così tardo, visto che lo abbiamo da due mila anni come derivazione da civitas e dal relativo civilitatis, anzi volendo proprio proseguire su certe scie che hanno origine nel Primato morale e civile degli italiani di Gioberti se ne potrebbe far risalire l’uso a condizioni analoghe, quando i romani si dovevano confrontare con i barbari del nord. Comunque dopo l’epoca napoleonica e i Reden an die Deutsche Nation di Fichte, il libro più equivocato di tutti i tempi, Bibbia a parte, in Germania nasce una contrapposizione tra Kultur che noi possiamo tradurre come civilità e Zivilisation, dove la prima rappresenta i valori e la visione del mondo di una comunità e la seconda invece solo le forme esteriori o episodiche di una società che spesso sono anche una forma di menzogna. Ma a ben pensarci il fatto che nelle lingue europee civilizzazione che per noi significa portare la civiltà (la parola fu in auge durante il fascismo) stia tout court per civiltà conferisce a questo concetto un inquietante substrato imperialistico.

Comunque questa distinzione, molto interessante per la dinamica delle egemonie culturali,  ha disgraziatamente avuto maggior spazio nel pensiero conservatore e di destra, benché avrebbe potuto benissimo far parte anche dell’apparato marxiano come distanza fra realtà e complesso astratto – universalistico della borghesia secondo il cui dogmatismo le cose non si possano cambiare, così sono sempre state e così sempre saranno. Su tutto questo si potrebbe leggere Costanzo Preve, ma non voglio farla lunga e cominciare invece ad entrare nel concreto con un esempio abbastanza facile: quando si fanno le guerre con il pretesto di portare democrazia, così come una volta si sterminavano e sfruttavano le popolazioni “selvagge” in nome dell’evangelizzazione, possiamo toccare con mano il significato di civilizzazione, cioè imporre una forma senza avere né la forza, né la costanza (il tempo è denaro del resto) di operare sulla cultura di un’area. Questo però non è solo un modus operandi colonial imperialistico, è il sintomo che alcune costrutti politico – istituzionali, fanno sempre meno parte della cultura di origine dei missionari armati fino ai denti per essere ormai solo forme di civilizzazione, ovvero una sorta “di educazione “,  il bon ton della struttura reale del potere. Non ho scelto a caso l’analogia con le missioni inviate in tutto il mondo: esse divengono più ossessive e globali via via che il credo portato al buon selvaggio sta uscendo dalla cultura profonda dei colonizzatori per trasformarsi in pura etichetta sociale o identitaria.

E’ pur vero che anche le forme di civilizzazione hanno un senso e a loro volta condizionano la struttura di base e vi si impastano così come il protestantesimo, nato dalle esigenze della grande borghesia del Nord di benedizione divina del profitto e della ricchezza, ha influenzato molte modalità del discorso pubblico: per esempio il principio di responsabilità individuale, ipostasi dell’etica del capitalismo,  è quello grazie al quale gli sfruttati si auto colpevolizzano, mentre la società nel suo insieme si assolve. Ma il fatto che la cultura della democrazia moderna  nata da appena due secoli, si sia trasformata in etichetta lo dimostra il fatto che in buona parte del continente europeo, si vota per un parlamento che non  ha alcun potere: in questo caso la ritualità è solo una forma di trascinamento “magico”  senza alcun effetto concreto, serve solo alla conservazione del potere non diversamente dalle funzioni religiose che non hanno alcun’altra ragione se non se stesse perché ciò a cui dovrebbero essere riferite non viene davvero creduto e men che meno operato da nessuno e hanno sostanzialmente un valore apotropaico.

Non può certo stupire il fatto che la Ue sia esplicitamente priva di ideologie ( salvo un richiamo del tutto incongruo e peraltro paradossale all’identitarismo cristiano tanto che non mi stupirei se si arrivasse al Gott mit Uns) dal momento che la sua ideologia è solo se stessa e ciò che essa permette alle classi dominanti. La civiltà – cultura che esprime è quella del pensiero unico, la civilizzazione – forma è quella della democrazia che per sua stessa natura dovrebbe essere l’esatto contrario. E lo si vede benissimo da questa traslazione di centralità dal politico al religioso, in quanto dimensione individuale. Insomma potremmo chiamarla falsa coscienza se non fosse che abbiamo superato la fase in cui la democrazia rappresentativa poteva essere considerata un’ideologia messa a coperchio del potere del capitale: anzi la rappresentatività democratica in quanto realizzata solo all’interno dello Stato nel quale si condensa anche il concetto di diritto sociale e non solamente individuale, non è più funzionale all’ultra capitalismo finanziario, anzi lo ostacola. Perciò essa viene sostituito da un fumoso globalismo che paradossalmente accusa gli stati e specie quelli nazionali di essere la sentina di tutti i mali, scimmiottando vecchie tesi che nel mondo attuale non hanno più senso, semplicemente perché il nemico è cambiato o meglio ha cambiato tattica. Ma per capirlo avremmo bisogno di essere civili e non solo civilizzati.


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