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I dolori del giovane baro

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

E dire che uno dei suoi più cari e fedeli scudieri è stato il primo italiano ad arrivare al tavolo finale del World PokerTour, piazzandosi al sesto posto. Eh si, avrebbe potuto andare a lezione da Adinolfi, un professionista del tavolo verde, perché non è mica detto che se uno vince al gioco delle tre carte, barando e imbrogliando, magari con la protezione  del capobanda, sappia anche bluffare quando  diventa inaffidabili anche agli occhi  del padrone del casinò, quando perfino i polli da spennare si accorgono che c’è l’imbroglio.

Ci ha provato lo spaccone. Si è presentato ai feudatari europei come fossero compagni di una partita di briscola, pensando che gli tenessero bordone, persuasi dai moti e segni che avesse in mano l’asso e il tre, quelli che dovevano assicurargli vittoria elettorale, referendaria e golpista, termine sempre meno azzardato da quando sono di pubblico dominio le relazioni delle dinastie Renzi e Boschi con noti esponenti della P3.

È che non c’è nulla di più azzardato del tentativo di un valletto, sia Arlecchino o Leporello, di gabbare il padrone. Che per appartenenza al ceto vincente, censo, messaggio genetico, maggiore intrinsechezza coi poteri, circolazione di protezioni reciproche, è destinato a trionfare, smascherando le fanfaronate di chi si è creduto più furbo. Poi si sa, i padroni sono per indole ingrati, irriconoscenti e immemori perfino nei confronti dei collaborazionisti, anche di chi ha contribuito al loro successo sostenendoli entusiasticamente e passando sopra a certe debolezze, libagioni eccessive, caratterialità temperamentali, accertate irresponsabilità, scarso amore per la trasparenza contabile.

Juncker e gli altri gauleiter hanno avuto  gioco facile nel deridere il “solito italiano”, scorretto, superficiale, infido e inattendibile, uso per indole alla  bugia e alla smargiassata, che si tratti di crescita, occupazione, accoglienza, performance di pescatore o seduttore, così grullo da persuadersi di aver vinto quando gli hanno concesso di sistemare una istitutrice poco versatile su una poltrona poco influente, tanto da far finta di niente quando hanno estromesso l’unico italiano nel gabinetto della Commissione, che i licenziamenti  gli si addicono,  o da ingoiare senza fiatare i rospi delle sanzioni e reprimende per l’accoglienza obbligata, senza mai obiettare. Ma che mai ha pensato di rivendicare il suo ruolo di garanzia della sovranità nazionale, del poco che resta di autodeterminazione, non solo per istinto alla subalternità, ma perché ha in odio democrazia e interesse generale, avendo scelto la conservazione dei rapporti forza, quelli che ritiene possano assicurargli di restare sul trono prestatogli in cambio di assoggettamento e docilità.

È che il trucco era talmente ingenuo. Che ormai cominciano ad accorgersene perfino quelli della “stampa”, e probabilmente domenica prossima perfino Scalfari ammetterà che non si trattava di rigurgito sciovinista, di ingenua rivendicazione di nazionalismo, ma soltanto delle acrobazie di un funambolo in probabile disgrazia, che aveva bisogno di distrarre l’opinione pubblica, quella in evidente letargo ma che grazie a uno degli  scandali bancari più infami e sudici – tanto da superare quelli “storici”  – ha riconquistato il diritto a avere un’opinione, intrisa di quel fango, di sfiducia, di umiliazione in misura tale da minacciare il consenso finora concesso obtorto collo  a chi proclamava di  non avere alternative.

Aveva proprio bisogno di riconquistare popolarità grazie a un pizzico di populismo e a una macinata di pepe identitario e non bastava il progetto di una “democrazia plebiscitaria”, l’erogazione sprezzante di un referendum, accordato per ‘acclamare’ anziché contrastare, a fini di prestigio personale. Non è bastato il ballo excelsior dell’Expo, o la messa cantata del Giubileo. Non basterà il balenare della luce in fondo al tunnel che illumina la litania di bugie, annunci e promesse. Né tantomeno una “difesa” dal terrorismo fatta di limitazione di circolazione e libertà, il fare e disfare sul reato di clandestinità. O la stretta sui fannulloni, ad esclusione di quelli che soggiornano in Parlamento.  O il discredito orchestrato e gettato sui temi della trasparenza e della moralità, optional arcaici e infine avversi alla crescita. Per non parlare della ostensione delle icone simboliche dell’ideologia e la ripetizione delle sue litanie gergali: innovazione, start up, banda larga, competitività, semplificazione, libera iniziativa, privatizzazioni, concorrenza, mercato, per riconfermare quel primato del “fare”, che ha ispirato una riforma accreditata come “costituzionale”, mentre è una misura “esecutiva”, pensata e realizzare per snaturare rappresentanza, partecipazione, insomma, democrazia.

L’erosione di Schengen, con l’erigersi di muri non solo virtuali, che prelude una messa in discussione di una unità ormai dichiaratamente costruita a tavolino su una moneta sempre più fragile e sempre meno autorevole, gli è parsa l’occasione buona per appropriarsi di parole d’ordine finora criminalizzate, come suoni inarticolati e barbari emessi dalle  voci della pancia,  del “populismo” di Salvini, dei 5stelle, o da una “sinistra” che si era lasciata illudere  perfino  dal bluff sul tavolo greco di un altro pokerista dilettante.

Se non si trattasse di una situazione disperata, potremmo sorridere della sua evidente e ridicola debolezza. Ma purtroppo una risata non lo seppellirà. Ci vuol altro.

 

 

 

 

 

 

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