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La Marchesa del Grillo

Gran galà di inaugurazione del nuovo teatro del Maggio Musicale FiorentinoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Mi è successo di rimpiangere di non essere mai stata madre per non avere avuto occasione di poter tagliare corto su bizze, capricci o anche richieste legittime con l’ineffabile fase: perché lo dico io. Il modo più definitivo per ristabilire principi di autorità e potere assoluto.

E stamattina alla Camera Maria Elena Boschi ha voluto ricordare ai 5 stelle colpevoli di lesa maestà, a commentatori e talkshow, rei di dedicarsi a miserabili pettegolezzi, che lei e il governo del quale è la integra e severa vestale non devono rendere conto di niente a nessuno, con il piglio di una genitrice rigorosa e intransigente che rimette al suo posto un popolino riottoso, infantile e immaturo. Altro che marchese del Grillo, Maria Elena, definita dall’opinionista Graldi una “spada”, una politica navigata e di elevata statura istituzionale, in breve una statista, che avrebbe condannato al ridicolo i suoi detrattori, con un certo talento da guitto è passata dalla memorialistica: famiglia di origine modesta, ma ambiziosa e tenace, babbo dedito a ogni sacrificio per la prole, figli che lo riscattano tramite lauree e quindi inestinguibili debiti, ops.. meglio cambiare termine, obbligo? Insomma dovere di gratitudine, al disprezzo per le avvilenti insinuazioni che non possono ledere la sua inossidabile onorabilità, ma dimostrano la pochezza morale degli accusatori, dallo sdegno per le ingiuste accuse all’attesa apoteosi, il trionfo dell’ideologia dei due pesi e due misure, ispiratrice da subito delle azioni dei rottamatori, sfrontatamente capaci di seppellire personalità e tradizioni per rilanciare vecchi marpioni e slogan ammuffiti. Eh si, altro che io so’ io e voi non siete un cazzo. Per la reginetta del governo e per tutta  la corte  loro sono loro e non sono niente tutti gli altri compresi ministri di ieri e l’altro ieri, politici e leader, la Cancellieri, la De Girolamo, Lupi con l’orologio, e così via. L’ex ministra Cancellieri che ha aiutato amici e famigliari è venuta meno al suo ruolo istituzionale, lei, Maria Elena, no. Non ci è stato dato di sapere in cosa le due dame siano differenti se non, appunto, nel principio che chi sta al potere ora ha sempre ragione rispetto a chi non c’è più, entrato nel cono d’ombra di cronaca e storia.

Devono essere così insite in questa cerchia slealtà, doppiezza e malafede da tradire non solo noi, i loro rappresentati, ma perfino i loro affini, quella casta che ha resistito anche grazie a spirito di corpo, unità di intenti, infami ma inviolabili. Chissà se a volte ritornano, chissà se ci sarà un sequel con dimissionari in vena di vendette dopo essere stati seduto in riva all’Arno, in attesa.

Quel che è certo che non ce ne verrà alcun bene: cambiano gli attori in scena, ma non cambia la commedia, quella di un conflitto di interessi e codici morali, quella di governanti che non rispondono dei loro atti al popolo, interessati unicamente a rispondere ai loro padroni interni ed esteri. Quelli che in  Europa hanno scelto di spendere 4000 miliardi di euro di danaro pubblico   per salvare le banche, quelli che nonostante ciò, non hanno mai smesso di speculare su derivati e giochi d’azzardo tossici, quelli che hanno promosso misure, sperimentate con successo   in Grecia, che impongono che i salvataggi degli istituti di credito  vengano effettuati  anche con i soldi dei risparmiatori che in quei soggetti avevano riposto fiducia.  Quelli che a quelle misure hanno apportato aggiustamenti locali per essere sicuri che gli unici che non debbono mai pagare nulla siano  banchieri e manager, ai quali anzi è stata garantita la possibilità di dedicarsi ai loro affari opachi come e più di prima. Che in fondo il buon padre di famiglia più chiacchierato è diventato commissario con compiti di sorveglianza dopo essere stato multato da Bankitalia con una sanzione di 144 mila euro per “violazioni di disposizioni sulla governance, carenze nell’organizzazione, nei controlli interni e nella gestione nel controllo del credito e omesse e inesatte segnalazioni alla vigilanza”.

È che il vortice velenoso dell’azzardo finanziario prende sempre le mosse in America dove più di vent’anni fa venne cancellata la legge che separava le banche d’affari dagli istituti di credito, è da là che si sono dettate le regole malate del Casinò globale, di quel maledetto bingo per il quale i risparmiatori  servono alle banche per partecipare alla speculazione finanziaria, condannati   a diventare addict o vittime dell’avidità, così se la borsa, il mercato, le divinità della teologia finanziaria guadagnano,  forse va bene anche a loro, ma se va male, va male solo a loro.

Paradossalmente perfino i boia su scala locale, hanno capito che quello che è successo è una forma di corruzione morale pervasiva e implacabile   che ha assoggettato  la collettività sotto il tallone di ferro di un sistema finanziario divenuto potentissimo e al tempo stesso folle fino al suicidio, all’interno del quale i valori di mercato  attribuiti   ai titoli, ai bilanci, ai redditi, ai risparmi sono labili, esposti a sbalzi, cadute e precipizi,  tanto da  distruggere lavoro,  capacità produttiva, concorrenza, concentrando il capitale nelle mani di cerchie proprietarie sempre più ristrette, perverse e insaziabili. Così hanno affidato la questione non del tutto marginale – ma laterale rispetto all’ineluttabilità del riproporsi sempre più tremendo di disuguaglianze e nuove e antiche povertà –  del risarcimento a un magistrato. Non alla giustizia, categoria rottamata e derisa, come la solidarietà e la libertà. Perché loro sono loro e noi, invece…

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