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Leopolda manigolda

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi con il ministro per le Riforme e Rapporti col Parlamento Maria Elena Boschi durante la conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri, Palazzo Chigi, Roma, 31 marzo 2014. ANSA/ETTORE FERRARI

La porta santa del renzismo si è aperta, ma dalla sala è uscito un terribile lezzo di decomposizione: tra assenze di selfie indispensabili e goliardate verso i giornali non graditi, blindature per tenere alla larga le proteste dei fregati dalle banche, soprattutto dal corpo mistico e cellulitico della Boschi epicentro fattuale e simbolico del dramma oltre che mentitrice ad oltranza,  sfolgora la totale assenza di idee del leader, la dialettica miserabile tra il “nuovo” sempiternamente promesso  e il debordare dell’immobilismo e dell’apparato affaristico politico: un insieme che nel complesso è un oltraggio alla democrazia.

Per la verità sono caratteri da sempre presenti nel bimbominchismo del premier, sono fin dall’inizio il sale della Leopolda, la differenza vera è questa emulsione nefanda di improvvisazione, incompetenza, subalternità totale ai poteri finanziari e comunque esterni, cialtroneria, tracotanza idiota e nullaggine politica, non sembrano più incontrare l’entusiasmo incondizionato della classe dirigente e quindi le fesserie prima spacciate come perle di speranza e cambiamento adesso sono passate in bigiotteria: gli aedi si sono ridimensionati a cronisti fiancheggiatori. Forse ci si sta rendendo conto che Renzi è troppo al di sotto delle aspettative, forse si è capito che aver puntato su una egotistica nullità appena creata e messa in pista grazie al sistema mediatico è stato un grave errore e ora rischia di creare intoppi sulla strada della mutazione oligarchica.

O forse Renzi, Berlusconi boy nell’anima ma navigante per interessi di famiglia in acque masso – catto – piddine è stato fin da subito nient’altro che una testa d’ariete per sfondare le resistenze della democrazia, un peso però di cui disfarsi nel momento in cui le mirabolanti promesse cominciassero a rivelarsi bolle di sapone. Ma che Renzi in fondo non sia che un prestanome, che abbia ricevute spinte e placet dall’Europa o che abbia forzato in proprio i tempi per salire a Palazzo Chigi (tesi del resto compatibili e sinergiche fra loro) rimane frutto di un errore proprio, del suo ambiente di riferimento e dei suoi padrini: credere che effettivamente ci sarebbe stata a partire dal 2014 una ripresa economica reale da sfruttare a fondo per trasformare il Paese e ridurlo in cattività politica.

Il guappo di Rignano e i suoi, illusi dagli illusionisti del liberismo, hanno pensato che se non si mandava a casa Letta in tutta fretta sarebbe stato il pallido premier di Vedrò a beneficiare dell’immancabile ripresa e invece di attendere e di prepararsi a un cambio della guardia nei tempi dovuti, hanno addentato subito l’osso. Invece il 2014 è stato lacrime e sangue, mentre il 2015 ha fatto segnare una ripresa al microscopio pur in presenza  di una congiuntura mai così favorevole: euro basso, petrolio bassissimo, quantitative easing della Bce. E il 2016 non sarà meglio, ma peggio a sentire tutti gli analisti seri e guardando al raffreddamento sempre più evidente del commercio mondiale. Senza parlare dei tremori di nuove bolle.

Tutto questo rischia di mettere in crisi lo sfascio istituzionale perseguito con Screenshot_10l’Italicum e l’orrendo pasticcio senatorio, ma anche di smascherare il “giosatt” direttamente dettato a Matteo da Confindustria come strumento per tagliare i diritti e la dignità del lavoro piuttosto che per aumentare i posti, prova ne sia che ci sono più contratti a tempo determinato di prima, nonostante i grandi vantaggi in termini di risparmio fiscale per le aziende (spesso superiori allo stesso salario) per assunzioni “indeterminate” anche part time. E si comprende anche il perché dentro la stagnazione profonda e il declino: le logiche statistiche dettate dall’internazionale liberista sono fatte apposta per ingannare e considerano occupato chi svolge un ora a settimana di lavoro retribuito in denaro o natura, cosa questa che slega totalmente i numeri, anche quelli non manipolati,  dal senso socialmente attribuito al lavoro e all’essere occupato. Questo per dire che le cifre sparse a piene mani e spesso in maniera strumentale o equivoca incidono molto meno di quanto non si pensi sulla percezione delle cose.

Ciò probabilmente indurrà Renzi a tentare la strada delle elezioni politiche prima di aver consumato tutto il credito, cosa suggerita dall’inizio di sperperi mirati e indulgenze, mentre probabilmente altri poteri lavorano a un cambiamento di cavallo al di fuori delle pericolose urne che possa in qualche modo falsificare la data di scadenza delle riforme, rinnovandole l’appeal attraverso un altra faccia e una nuova compagnia cantante di governo. Qualcuno suggerisce che il vento sia cambiato dopo le ultime giravolte renziane su guerra in medio oriente e Russia: non stupirebbe di certo, ma è probabile che certe posizioni siano state suggerite da altri vuoi per imbastire un vuoto simulacro di dibattito in seno alla Nato, vuoi per  mandare avanti il bullo che tanto non conta nulla per coprire ben più corpose, anche se sotterranee opposizioni alle strategie dell’impero.

Ma ho l’impressione che le parole d’ordine siano cambiate soprattutto per il timore che i compagni di merende, Pd renziano e vecchio blocco berlusconiano confluiti nel partito della nazione, finiscano scalzati dal potere in mancanza di cambiamenti concreti della situazione e in mezzo all’esplodere del malaffare politico affaristico come è evidente dalla vicenda delle quattro banche . Il che sarebbe un bel guaio per l’economia di relazione. Forse assisteremo a un braccio di ferro fra due bracci di argilla.

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