Anna Lombroso per il Simplicissimus

Di primo acchito mi sono detta: poi toglieranno la finta facciata di cartone e vedremo magari una brutta imitazione di gotico fiorito,  un patacca bizantina, un finto barocco veneziano. Insomma vedremo lo sforzo di aver progettato qualcosa al quale potremo poi abituarci, come il macchinone da scrivere a Piazza Venezia, come tanto ciarpame che è diventato familiare, col tempo certo, che si sa noi veneziani contemporanei ci mettiamo un po’ ad accettare le novità a differenza dei nostri antenati che chiamavano da tutto il mondo i pionieri dell’architettura, dell’arte, anche quelli della filosofia e della poesia, perché contribuissero a fare la Serenissima più splendente e orgogliosa che pria.

Invece no, l’opera  che oggi adorna Venezia, là dove non si è realizzato l’ospedale di Le Corbusier, il palazzo dei congressi di Louis Khan, la palazzina di Wright, mentre invece si è fatta la tremenda Cassa di Risparmio, è e sarà proprio così, un prodotto di osceno “cubismo”, uno schiaffo neo-brutalista all’estetica, uno scatolo bianco grezzo di cemento, un lego taroccato, un dado insensato che potremmo impaginare in un’immagine della Libia di Gheddafi, in un paese centro africano vittima del gusto filoccidentale di qualche tiranno corrotto dalle mazzette di Italcementi. Mentre invece è ben collocato in uno degli ingressi di Venezia, il meno fascinoso certo, anche se nobilitato a ambientazione  di moderna anche se poco funzionale modernità dal Ponte di Calatrava. È là, messo a nudo come le vergogne indecenti di un disinibito che vuole offendere il comune pudore, frutto  sconcio di un’autorizzazione molto discussa, che quando venne concessa anni fa, prima della “riforme Madia”, prima che il potere di veto e le funzioni di sorveglianza delle sovrintendenze venissero esautorate,  suscitò grande scandalo. Ed anche una contesa durata più del doppio della guerra dei trent’anni, intorno all’iniquo scambio di favori tra la proprietà dell’Hotel Santa Chiara, che era già brutto di suo, e il comune: la concessione a aggiungere un’ala all’albergo contro un’area  da destinare a usi di pubblica utilità.

La lunga vertenza, con inevitabile contorno di ricorso al Tar, petizioni, difese sorprendenti degli organi di vigilanza – secondo la sovrintendente molto indaffarata anche a dichiarare che le Grandi Navi in Bacino non sono poi così preoccupanti, dopo che erano stati presentati 20 progetti non si poteva che dire di si all’ultimo –  si è conclusa cinque anni fa con il definitivo avvio dei lavori. E da un paio di giorni è là in bella mostra il maledetto cubo, progettato dall’allora presidente dell’Ordine degli Architetti nonché autorevole componente della Commissione di Salvaguardia, quella che dovrebbe incaricarsi di impedire certi pugni nell’occhio nella città più speciale del mondo.

Si lo so, direte che non sono obiettiva, che ogni volta che succede qualcosa a Venezia grido allo scandalo. Ma il fatto è   che di speciale a Venezia è rimasta soltanto la tenace volontà di oltraggiarla, come se fosse un  test della sopportazione della città e dei cittadini alle scempio, per verificare fino dove si può arrivare con le smanie costruttiviste, con il sopravvento dell’interesse privato su quello generale, con la potenza della corruzione, motore vero di azioni e interventi, con l’impiego dell’emergenza finalizzata a sconvolgere regole e leggi e a imporre regimi straordinari.

Vanno per tentativi, una torre, piramide funebre in vita dello “stilista” Cardin, un ponte scivoloso anche sul piano finanziario, paratie delle quali non è mai stata accertata l’efficacia, un ritocco qua una pennellata là, navi che passano davanti a San Marco e, in alternativa, si fa per dire, un canale in località a scelta, secondo i capricci dell’alleanza impura tra municipalità, Autorità portuale, l’immancabile Consorzio tuttofare, cordate di imprese sempre le stesse. Qualcosa va in porto, è proprio il caso di dirlo, qualcosa viene fermato. Ma come si vede non è mai detta l’ultima parola: magari dopo trent’anni e più salta fuori da un cassetto una metropolitana, una tangenziale sotterranea, un funivia tinta con gli amati colori di San Marco. E già si riparla del completamento dell’idrovia  Padova Venezia come canale navigabile e scolmatore, un’ opera del valore di 700 milioni di euro tutti da trovare, che potrebbe forse contribuire a limitare le alluvioni del territorio padovano, ma della quale non è mai stato accertato il possibile impatto sull’equilibrio lagunare. E si dicono meraviglie dell’avveniristico progetto, un Palais Lumière girevole di Cardin, all’ennesima potenza , del “grattacielo del lusso”, che un gruppo di investitori immobiliari intende costruire a Marghera, destinata a trasformarla nella baia di Dubai, sempre a cura di generosi mecenati.

Ci provano e vista l’aria che tira, perlopiù gli va bene, come nel caso di scuola di Benettown, il grande store che la dinastia della “lana mortaccina”, come si dice a Napoli, ancorchè accortamente colorata,  insedierà nel Fondaco dei Tedeschi, ancora un successo dell’appropriazione indebita che i Benetton stanno compiendo ai danni dei beni comuni e del “decoro” della città. Cominciarono comprandosi l’isolato alle spalle di Piazza San Marco compreso l’antico teatro del Ridotto, con l’intento di fare dell’area, cui viene aggiunta la proprietà dell’Albergo Monaco, un “distretto” commerciale e residenziale di lusso. Fu l’inizio quello della cessione ai privati di proprietà pubbliche, favorita dall’acquiescenza del Comune, su cui fu posto il sigillo simbolico dell’incarico di portavoce del sindaco e di responsabile della comunicazione di Ca’ Farsetti della signora Salomon, allora membro della famiglia. E con la cessione della proprietà si è compiuta anche la rinuncia al rispetto – sottoscritto all’atto di acquisto – di sia pure modeste funzioni di pubblica utilità e di interesse culturale: un ex cinema, convertito in libreria è stato affittato a una grande firma, mentre intanto la dinastia trevigiana si comprava San Clemente, dove una volta c’era il manicomio femminile, per farci un grande albergo che si rivende a caro prezzo il giorno dell’apertura.

Ma il colpo finale alla dignità di Venezia viene inferto con l’acquisizione del Fontego dei Tedeschi, edificio cinquecentesco ai piedi del Ponte di Rialto, prima sede delle Poste, dalle quali viene acquistato per 53 milioni con una procedura d’asta che i maligni hanno definito “farlocca” e destinato a diventare un “megastore di forte impatto simbolico che rappresenta una sorta di immagine globale del gruppo”, grazie anche all’installazione di scale mobili, alla rimozione del tetto e ad altre pesanti manomissioni del quale pare si dica pentito perfino l’archistar autore del progetto, Rem Koolhaas. Al quale negli ultimi mesi gli audaci mecenati avrebbero addirittura impedito l’ingresso in cantiere: la cordata dei proprietari-promotori della quale fa parte  Dfs (Duty free shops) group, divisione del colosso multinazionale Lvmh (Luis Vuitton Moet Hennessy), avrebbe suggerito modifiche “avveniristiche” al progetto non condivise dalla studio  Rem Koolhaas e che ne esalterebbero la “funzione commerciale”, a discapito della “fruizione” dello spazio da parte di cittadini, quelli che una volta si davano appuntamento nel grande cortile o ci passavano in mezzo o sotto i portici per ripararsi dal sole e dalla pioggia: dove se trovemo? A le Poste.

In cambio i promotori promettono munifiche elargizioni per la Fenice, si impegnano in accordi per la “valorizzazione” della città, come se ne avesse bisogno, con l’amministrazione comunale, quella che, chiunque sia il sindaco, filosofo o imprenditore ruspante, persegue un esplicito disegno di svendita di Venezia, di respingimento dei suoi cittadini, di cancellazione della sua storia e della sua bellezza.

Altro che barbari. È che a noi, come si direbbe a Roma, dove ci si accinge a fare lo stesso, l’Isis “ce spiccia casa”.