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Marcia sulle rovine d’Italia

bacch Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è stata primavera nella quale non sia echeggiato il grido di dolore di imprenditori che denunciavano sulle prime pagine di autorevoli quotidiani: ”cerco barista”, “cerco panettiere”, “cerco bagnino”.

Avevano, a loro dire, pubblicato l’annuncio promettente  ma nessuno voleva rispondere all’offerta generosa di un competitivo cottimo o di vaucher, la formula preferita dai padroncini, senza contributi e a una paga oraria di 7,5 euro netti.

Ogni anno si alzava il piagnisteo: “offro un posto, ma ormai i giovani non hanno voglia di far niente, stanno a casa con la paghetta dei genitori, aspettando il reddito di cittadinanza”. E basta pensare alla riprovazione della quale sono stati oggetto i “volontari” dell’Expo, o il biasimevole personale del Gran Norcino Farinetti che ha disertato la sua cittadella del gusto.

Ai titoloni pieni di biasimo per i flaneur e gli sfaccendati, non si accompagna mai l’esibizione di qualche dato statistico sui tirocini a 400 euro al mese per 40 ore alla settimana, sulla obbligatorietà di accumulare due o tre lavoretti alla spina per mettere insieme pranzo e cena, su paghe di tre o quattro o sei euro lordi l’ora  o per venti righe di una news nel precariato giornalistico, in un Paese che registra il 14% di forza lavoro in condizioni di “povertà lavorativa” – lo dice l’Inps –,  dove il 30% dei giovani occupati prende meno di 800 euro al mese, dove si guadagna meno di trenta anni fa a parità di professione, qualifica e carriera, titolo di studio.

Quest’anno il termine utile per dare sfogo alla lagna miserabile contro i choosy, i perdigiorno e gli scansafatiche è scattato prima per via delle produzioni agricole ferme e dei campi disertati, cui si è posto rimedio con una sanatoria raggiro che pone rimedio al caporalato pregresso degli irregolari permettendo a chi li ha sfruttati di esonerarsi dai carichi penali e amministrativi con 400 euro e un’ammenda forfettaria per i contributi non versati, che, si hanno le prime denunce, vengono abitualmente fatte pagare agli stessi immigrati.

Mentre intanto per i nostri connazionali si aprono formidabili opportunità di carriera nei cantieri delle Grandi Opere, come magazzinieri e pony delle catene dei prodotti online, definitivamente sdoganate  in qualità di attività essenziali, e pure come steward di spiagge private, che in quelle pubbliche devono offrire il loro contributo volontario  gli immeritevoli percettori di reddito di cittadinanza o sussidi.

E figuriamoci se non sarebbe successo: in nome della salute è diventata definitiva la rinuncia obbligatoria alla tutela di talenti e competenze, ai diritti e alle conquiste, retrocessi a lusso e privilegio concesso a pochi, per nascita, appartenenza sociale, iscrizione a circoli e delfinari chiusi ed esclusivi.

E più che mai tocca astenersi dalla rivendicazione della dignità, personale e di popolo, termine questo quanto mai impopolare, appunto, preferendogli “ceto”, “società”, “categoria”, “ordine”, “grado” purchè si eviti qualsiasi riferimento all’arcaico “classe” che ricorda conflitti inopportuni e disdicevoli in un momento nel quale va salvaguardata e promossa l’unità di tutti per battere l’apocalittico nemico.

Infatti quello che si esige dai lavoratori si pretende da Paese. Che dovrebbe – dopo aver abiurato a sovranità, potere decisionale, identità nazionale accusata di sovranismo, al fine di conseguire una maggiore efficienza dell’economia all’interno dell’eurozona, garantita dall’appartenenza all’Unione Europa, soggetto designato alla costruzione di una società più libera e più giusta, finendo per essere soggiogato dal dominio delle élite finanziarie sovranazionaliste intente a distruggere la  statualità, ultimo baluardo a difesa dei beni comuni e dei ceti più deboli, ecco, dopo questo, sarebbe anche tenuto a abdicare a storia, memoria, vocazione, onorabilità, reputazione, rispetto.

In nome del doveroso rispetto delle regole, da più di vent’anni l’Italia ha smesso di crescere,  di creare e assicurare  lavoro stabile per i propri figli, di  salvaguardare l’accesso ai servizi sociali, di tutelare la salute, di dare istruzione e cultura, di esercitare la regolare manutenzione del territorio.

Ogni giorno la grande stampa auspica la promozione a più alto incarico del ministro Franceschini, impegnato in prima persona a battersi in quella che qualcuno ha chiamato la “guerra delle briciole”, per far riconoscere agli italiani il ruolo di baristi,  osti, portieri, locandieri, facchini, autisti, marmittoni.

Come è giusto esigere da un paese retrocesso a terzo mondo interno dell’Occidente, che è obbligato a prestarsi a un futuro servile, terra di giacimenti culturali troppo poco sfruttati, di paesaggi non abbastanza  degradati, di musei non sufficientemente abili a fare cassa, a aree archeologiche non sufficientemente predisposte a ospitare sfilate di mutande, a gallerie poco pronte a esibire mostre farlocche a beneficio dei critici/manager, delle multinazionali dei cataloghi e dei gadget, delle assicurazioni e dei “servizi aggiuntivi”: edizioni di scadenti sussidiari, ristorazione, merchandising.

Il destino è segnato, si riaprono i cantieri, la gleba torna  ai solchi bagnati di servo sudor e le città d’arte devono riaprirsi come prima e peggio di prima all’arrivo desiderato e promosso di turisti. Peggio di prima, si, perché dobbiamo scontare il danno alla reputazione di essere in testa ai paesi contagiati, con record di morti che gettano ombre sulla nostra ospitalità ed efficienza,  avanguardia tra gli accattoni del Mes .

Dopo che per mesi anime belle di sono beate dell’ineguagliabile bellezza di Venezia deserta, del concerto armonioso dei passi che echeggiano sul selciato di Piazza della Signora, proprio sopra l’alta velocità di Nardella, del blu del mare davanti ai casermoni obsoleti prima di essere finiti della Calabria, come ridicole quinte del teatro del consumo di suolo, diventa auspicabile che si riaprano le frontiere all’arrivo dei ciabattoni, ovunque  e comunque ci beneficino con la loro presenza, nelle città e nei paesi  da dove vengono espulsi i residenti per far posto a alberghi, case vacanze e B&B, che dopo la prova dell’epidemia devono rifarsi incrementando l’offerta di servizi esecrabili e illegali.

Non si può mica andar troppo per il sottile, è ora che i professori di storia dell’arte espulsi dalla Buona Scuola si prestino a fare le guide su e giù per le calli con il berrettino e l’ombrellino narrando col megafono la storia della superpotenza ridotta a disneyland, che la Sicilia si presti a diventare uno sterminato campo di golf, che i laureati in beni culturali si adattino a fare gli inservienti e i baristi nei posti di ristoro dei musei impegnati a far cassa, che i ragazzi dei conservatori indossino crinoline e marsine per intrattenere i villeggianti fuori dalle hosterie, e che i diplomati nelle scuole alberghiere diano fuoco alle crepes suzettes tra  le rovine di prestigiose aree archeologiche, in occasione di  matrimoni e convention.

Dobbiamo essere pronti a tutto, alle Olimpiadi che nessuna città moderna e civile vuole più per non pagarne il conto arretrato  a vent’anni di distanza, a vendere agli emiri porzioni di Milano o le coste sarde perchè ci allestiscano un ospedale accanto ai resort, non fidandosi ragionevolmente dei nostri servizi, a elemosinare dai corsari delle crociere il transito davanti a San Marco.

Eravamo nati con la camicia, per bellezza, creatività, produzione artistica, paesaggio. Adesso la fanno diventare una camicia di forza, dove siamo costretti da carestia, perdita di beni, indebitamento, ricatti. Che si sa, i poveri sono matti.

 

 


Alitalia, tre costosi beccamorti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Comunque vadano le cose, è difficile ipotizzare che fine faranno i 12.700 dipendenti dell’Alitalia. Possiamo invece star sicuri che almeno tre dei soggetti coinvolti ne usciranno comunque bene, perché gli  ammortizzatori sociali che tutelano la loro presenza perenne e garantita sul mercato funzionano a perfezione a riprova che la mobilità è un’opportunità solo per gli appartenenti alla nomenclatura dello sfruttamento, sempre in piedi, sempre liquidati profumatamente, sempre reintrodotti il quel circuito manageriali nel quale competenza fa rima con ubbidienza.

Si parla di quelle tre scimmiette collocate nelle poltrone “scomode” di Commissari straordinari, che intanto “fuori dal comune”  hanno gettoni, poteri, una referenza in più da esibire nel loro prestigioso curriculum di liquidatori, becchini, promotori di fallimenti e dispersione di patrimoni nazionali di lavoro, talenti, produzioni, professionalità, saperi. Insomma di quelli che fanno delle crisi aziendali una vera benedizione per padroni privati o pubblici che hanno promosso destini rovinosi per le aziende frantumandole o mettendole in vendita nell’outlet globale. E trasformando le produzioni in azionariati ben contenti di stare seduti nei loro opulenti uffici a contare i gettoni del casinò finanziario. O , nel caso di imprese pubbliche, convertendole in farraginose macchine clientelari mangiasoldi, inefficienti e improduttive, sì da alienarle e offrirle a poco prezzo a potentati privati, o, meglio ancora, per farle sparire, che si tratti di “fabbriche”, scuole, radiotelevisioni, orchestre, ospedali.

È infatti quella la loro vera abilità, quella di alacri esecutori al servizio di quella ideologia distruttiva e dei suoi sacerdoti che fanno la grana e incrementano il loro potere sulle macerie, del lavoro, del paesaggio, della democrazia, visto che ne fanno parte leader che non vogliono niente di durevole selva il loro trono, che cancellano la memoria per impedire la visione del futuro, che rottamano per ergersi su relitti, devastazione.

Per capire le origini di questa scelta, basta guardare i loro profili su Wikipedia e quell’inanellarsi di incarichi ben retribuiti e di prestigiose liquidazioni. Sui tre spicca Laghi, del quale apprendiamo che con quest’ultimo è arrivato al decimo mandato commissariale dopo Partecipazioni industriali spa, Ilva. Ilvaform, Ilva servizi marittimi, Innse cilindri, Sanac, Taranto energia, Tillet e Socova, più altri 4 da esplicito “liquidatore”, un record che ha fatto rabbrividire perfino i fustigatori a intermittenza dei giornaloni di regime, costretti a interrogarsi sulla irresistibile simpatia che questi governi nutrono per il conflitto d’interesse a guardare al fatto che sempre il Laghi tra i 24 incarichi annovera anche quelli di consigliere d’amministrazione della Compagnia aerea italiana, la società che nel 2009 fece rinascere proprio l’Alitalia ora commissariata e quello di rappresentante nel collegio sindacale di Unicredit, banca già azionista di Alitalia alla quale la disavventura nella compagnia aerea è costata 500 milioni.

E che dire delle referenze di Gubitosi, del suo  cursus studiorum maturato lei templi del sapere acchiappacitrulli compresi gli studi alla London School of Economics and Political Science e un master in Business Administration all’Insead di Fointanebleau, niente popò di meno, una lunga esperienza in Fiat dal 1986 al 2005, 4 anni come Ad di Wind Telecomunicazioni fino al 2011, cruciale per prepararla a una successiva felice “fusione”, poi in Rai, predecessore del beccamorto Campo Dell’Orto, incaricato della soluzione finale dell’azienda,  inoltre, per non smentire quali siano le qualità richieste per certe poltrone,  country manager e responsabile della divisione corporate and investment banking di Bank of America Merrill Lynch.

Nel trio il Paleari, laureato in ingegneria nucleare, recherà , secondo la nostra stampa economica indipendente,  l’insostituibile valore aggiunto della “sua esperienza accademica” in qualità di  professore ordinario di Analisi dei Sistemi Finanziari presso l’Università di Bergamo,  e di ex rettore dell’Università di Bergamo dal 2009 al 2015. Ma non preoccupatevi, è anche uomo di collaudata capacità imprenditoriale, avendo  fondato Universoft, azienda “spin off” dell’Università di Bergamo operante nel campo dell’analisi finanziaria e dello studio dei mercati borsistici mediante la creazione e l’uso di database proprietari.

Non hanno da stare tranquilli i lavoratori dell’Alitalia, compreso il personale di terra,  che hanno avuto il coraggio civile di dire No all’accordo che prevede quasi mille esuberi e la riduzione dell’ 8% degli stipendi del personale volante raggiunto sotto il ricatto dei libri in tribunale. E che con il loro No ci hanno restituito la speranza che non sia utopistica la resistenza a quei diktat di mercato che implicano la caduta nemmeno troppo lenta nell’abisso della povertà e della fine della speranza democratica per sancire l’egemonia della cupola malavitosa della finanza e delle multinazionali della fine del lavoro, delle produzioni, della qualità di servizi e beni. Perché a  sorridere saranno solo loro, il terzetto  che  in ogni caso si metterà in tasca  le percentuali sui ricavi, i compensi relativi alle procedure concorsuali: cessione di rami d’azienda   vendite di beni mobili e immobili, recupero crediti e tutto quanto pertiene l’attività commissariale vera e propria così, successo o no, se riuscisse a realizzare i 2,8 miliardi di attivo di bilancio di Alitalia Sai a fine 2015, il suo incasso si attesterebbe attorno ai 12 milioni di euro.

Abbiamo tutti poco da star tranquilli, i salvataggi che contano e sui quali  siamo obbligati a impegnarci entusiasticamente tutti, sono altri: per dare ossigeno a quella Compagnia della Morte chiamata Nato, i liquidatori di popoli e territori ci hanno fatto sapere che i 25 miliardi fino a ora stanziati  dal governo italiano non bastano più  e che è obbligatorio,  per essere ammessi alla tavola dei grandi distruttori di massa,  tassarci con almeno 40 miliardi.

 

 


Venezia, morti di turismo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Inutile chiedersi perché  ci immalinconissero quasi come una umiliazione collettiva quando apparvero anni fa a propagandare quelle nefande rivisitazioni vivaldiane tramite sintetizzatori e pianole elettroniche promosse addirittura a colonna sonora di Regate Storiche,  trasmesse a elevatissimi decibel per il godimenti dei mordiefuggi.

È che quei ragazzi messi  a patire il freddo in abiti di broccato, polpe  e crinoline a distribuire dépliant cercando clienti agli angoli delle strade, quelle desolate immaginette goldoniane  stavano proiettandoci il trailer sinistro del destino di una città che non aveva per fortuna voluto l’Expo del 2000 per trasformarsi in una squallida esposizione permanente, in uno di quei parchi a tema che retrocedono a  scenari e quinte   di cartapesta facciate e sfilate di palazzi  monumentali,  dove circolano quelli che erano gli abitanti ridotti ad umiliate comparse e avviliti figuranti in velluti  tarmati e lisi, in uno di quegli outlet della memoria e dell’immaginario, in uno di quei centri commerciali della cultura e dell’arte, senza più residenti ma solo inservienti e clienti.

È per denunciare questa trasformazione aberrante di Venezia, che venerdì veneziani di tutte le età hanno scelto in pieno Carnevale non un travestimento ma una maschera simbolica, quelle macchie nere su fondo bianco di un animale in via di estinzione minacciato a braccato  dalla violenta potenza del profitto e dello sfruttamento, sotto forma di interventi speculativi, di opere pesanti e rischiose, della mercificazione di paesaggio, cultura e storia convertiti in prodotti di consumo, proprio come le emozioni negate a cittadini di territori invasi, divorati e esauriti da invadenza e logorio, ma anche i visitatori resi passivi utenti di un rituale sempre uguale: arrivare, parcheggiare, comprare il biglietto, girare per il luna park e sostare per brevi istanti, quelli di un selfie, davanti alle attraction imposte dalla liturgia turistica, finalmente tornare alle auto, ai pullman. Insomma alla loro realtà.

Il fatto è che città come Venezia che hanno creduto di vivere di turismo, di turismo muoiono.  Anche prima di quello che potrebbe rivendicare di essere il peggior sindaco,  quello che vuole fare un nuovo porto offshore per le navi oceaniche, quello che pensa a una nuova Marghera con nel “waterfront grattacieli fino a cento metri con terziario e residenziale, tanti quanti ne vorranno i costruttori, alle spalle una zona industriale, sui canali la logistica”, quello che ha venduto l’aeroporto del Lido a 26 mila euro e ha privatizzato il Giardino di Papadopoli, solo per fare qualche esempio, anche prima con amministratori superboni e remoti, con altri esplicitamente ammanigliati, con commissari inutilmente autoritari, le invasioni turistiche ormai non più stagionali soffocavano la città.

Ma nel tempo l’allarme è stato addomesticato ad arte. Nell’88 uno studio condotto dall’Università di Ca’ Foscari e in particolare da Paolo Costa aveva fissato a 20.750 il numero di turisti “sostenibili”.

Poi Costa è diventato sindaco e dopo ancora presidente di quell’Autorità Portuale (ora torna nelle vesti di consulente influente del sindaco Brugnaro, come dire uno Schettino al management pubblico) che ha scelto come mission la promozione euforica delle crociere con categorico e doveroso passaggio in Bacino e ha rimosso il monito a conclusione del suo studio: troppo oltre quei 20.750 turisti, Venezia potrebbe non sopravvivere in quanto comunità urbana.

Così risale al 2009 una successiva analisi, considerata più “realistica”, commissionata dal Comune a un ente  che gli appartiene,  ha fornito sulla base di un modello matematico il dato della capienza massima della città: centocinquantamila persone. Tante sarebbe in grado di reggerne – fisicamente – Venezia,  tante ne possono   «camminare» tra Piazzale Roma e la stazione verso Rialto e piazza San Marco, lungo l’asse più frequentata della città. Oltre  il sistema  urbano collassa, diventa ingestibile. E aveva predisposto uno studio sui flussi cui per anni in troppi si sono riferiti, indicando in 21,5 milioni l’anno il numero di visitatori con una media di 59.189 giornalieri, secondo dati ricavati dai servizi di trasporto incrociati con quelli delle presenze alberghiere. Già c’era poco da crederci. Ma pensiamo a cosa è successo con il boom del turismo da crociera e alla sua incidenza se il report del Comune sul 2015 parla di 25 milioni di presenze “stimate” e se perfino l’inappropriato ministro “competente” Franceschini si è detto preoccupato dalla notizia che hanno gravitato nell’area Marciana di Piazza San Marco 27 milioni di persone.

È che è difficile una contabilità di passaggi, soste, pernottamenti  tra quelli che come marionette vengono trascinati per calli e campi e quelli che invece possono appartarsi nelle piscine del Cipriani, quelli che sfuggono a ogni controllo perché la crisi ha creato una economia sommersa di B&B e case vacanze, quelli che vengono vomitati per poche ore dai pullman e quelli che scendono per pochi minuto dai mostri marini, giusto il tempo per una foto e per sfiorare i pochi indigeni ormai molesti.

Ma comunque sono troppi. Sono troppi per una città così speciale e fragile e sono troppi perché la loro pressione è il segno del successo del disegno di cacciata dei residenti, della strategia di commercializzazione della città, di svendita del suo patrimonio monumentale e abitativo, di conversione delle sue botteghe e attività artigianali nei santuari del mercato, mall uguali qui come a Dubai, dell’espulsione di uffici pubblici diventati superflui, del rincaro di affitti e servizi promosso per favorire l’esodo, dell’espropriazione e alienazione anche dell’anima di una città che ha rappresentato un miracolo urbanistico, un prodigio di convivenza, un miracolo di mecenatismo e incoraggiamento di arti e mestieri.

Se non ci ribelleremo nulla verrà fatto per sospendere questo processo involutivo, che ci riguarda tutti non solo perché nell’immaginario Venezia è un bene comune, ma anche perché è un laboratorio osceno del destino che aspetta tutto il paese, con i paesi e i borghi investiti dal sisma condannati a svuotarsi per diventare anche quelli mete del turismo religioso, con la Sardegna svenduta agli sceiccati, con il Mezzogiorno abbandonato in modo che diventi merce deteriorata offerta a predoni variamente criminali, con Milano offerta a imprenditori intenti a svuotarla per convertirla in un grande centro direzionale di una economia immateriale e improduttiva. Le misure ci sarebbero: limiti alle presenze, controllo degli accessi e indirizzamento dei flussi,  decremento del turismo dei corsari delle crociere, vigilanza sulle forme illegali di ospitalità. Ma non bastano di certo se i veneziani non potranno riappropriarsi della loro città, ritrovare una vocazione che non sia solo quella servile di affittacamere e di ingordi quanto miserabili profitti, se non premieranno amministratori che vogliano sottrarsi agli imperativi padronali, ai gioghi del pareggio di bilancio, ai ricatti delle lobby.

Bene hanno fatto quelli dell’associazione ‘Veneziamiofuturo’ a scegliere il sagrato della Salute, la chiesa innalzata per celebrare la fine della tremenda epidemia. Oggi sono solo 54.600 i residenti nei sestieri, molti meno dei sopravvissuti alla peste del 1630 quando ci volle un secolo per tornare ai livelli di prima del terribile contagio, e pari al numero di quelli che sfuggirono alla falcidia  del 1348. Ma si vede che si trattava di flagelli meno cruenti.

 


Note sulla diaspora europea

dissoluzione-europaManca poco più di un mese e mezzo al 25 marzo, alla data del vertice Ue di Roma dove – secondo quanto sta via via emergendo – la Merkel avvierà ufficialmente la dottrina dell’Europa a più velocità, l’unico modo per la Germania di affrontare i segnali di deglobalizzazione che hanno ricevuto una spinta decisiva con l’elezione di Trump. Cosa significhi in concreto l’introduzione di una geometria variabile sinora esorcizzata come Belzebù e a quali esiti porterà è difficile dirlo, soprattutto perché appare un non senso in continuità della moneta unica, ma a Berlino interessa soprattutto conservare la carcassa dell’euro necessario al suo export, al suo surplus commerciale e dunque al suo effettivo dominio continentale che in questo modo verrebbe agevolato nella sostanza, anche se non nella forma.

Faccio notare, tanto per sottolineare le contraddizioni contemporanee, che le due massime espressioni dell’occidente si reggono oggi su un’antitesi: su un Paese che campa della sopravvalutazione del dollaro grazie alla sua imposizione come moneta globale e su un’altro che si regge invece sulla sottovalutazione del marco – euro. Due situazioni antitetiche di cui però fanno le spese tutti gli altri. Ma a parte questo è evidente come si stia dando inizio alla diaspora europea nella maniera più grottesca e meno densa di futuro possibile: in passato con la moneta unica si è voluto costruire il tetto prima delle fondamenta, adesso si vogliono minare le fondamenta impiantate sulla sabbia neo liberista, lasciando però il tetto proprio mentre è chiaro che un riequilibrio continentale si può ottenere sradicando le cause delle discordie ovvero l’euro nato in mancanza di un’omogeneità di fondo e causa dell’aumento esponenziale delle dissimmetrie. Ora gira voce che gli Usa sarebbero interessati a una decostruzione europea per poter trattare da posizioni di vantaggio  con ogni singolo Paese invece che una forte unione continentale e questo se preso in astratto può anche apparire logico, ma nel concreto, vista anche la rinascente multipolarità mondiale e l’oggettivo declino americano, dover trattare con più soggetti, con una pluralità di interessi non sempre convergenti, invece che con pochi complici a Bruxelles è assai più complicato e potenzialmente portatore di svantaggi come dimostra anche il fatto che con l’Unione, l’Europa è scomparsa dalla politica estera per ridursi ad ancella della Nato dal cui giogo proprio non riesce a liberarsi neanche di fronte al grande nulla della guerra che gli Usa preparano per disperazione.

Comunque si vedrà se ci saranno più svantaggi o vantaggi nella nuova situazione che si va creando, ma tutto questo arriva per l’Italia probabilmente troppo tardi, dopo molti anni di stagnazione  politico – economica, di disgregazione etica e dopo un ultimo periodo di orgia neo liberista nella quale  una serie di svenditori di professione e di ignobili cialtroni ha praticamente messo all’asta tutto o quasi il patrimonio produttivo del Paese rendendo di fatto l’Italia sottoposta agli svantaggi di sempre, ma probabilmente incapace di cogliere i possibili vantaggi della nuova situazione. Quindi dopo aver smantellato lo stato sociale in nome del liberismo, dopo aver reso la politica un affare di clan e di caste piuttosto che di idee e di speranze, dopo aver avvilito la scuola, dopo aver distrutto patrimoni di saperi, dopo aver persino tentato di manipolare a morte la Costituzione, non ci saranno nemmeno le briciole per mantenere la pace sociale che altrove forse si potranno raccattare prima del definitivo crepuscolo .


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