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Renzi Lingua Biforcuta

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anche se sarebbe meglio chiamarla controriforma, per il suo carattere “offensivo”, dirigista e autoritario, l’unica riforma – ammesso che questa parola  definisca un  movimento o provvedimento che sostenga o realizzi il rinnovamento più o meno profondo di un organismo, di un metodo, di una dottrina o di una tendenza o di una struttura religiosa, etica, sociale, politica –  che il teppista di Palazzo Chigi sta realizzando è quella della semantica, del linguaggio stravolto per persuadere il popolo della ineluttabilità benefica delle scelte di regime. È già successo  e non solo nel secolo breve, con il Terzo Reich e il fascismo, che i governi  abbiano prodotto nuove parole e trasformato  il significato di quelle esistenti e condivise dalla collettività, per imporre una retorica che va contro i suoi stessi  interessi, per occultare verità scomode, come in una lenta e inesorabile somministrazione di un veleno quotidiano, arsenico nell’acqua avrebbe detto il Klemperer autore della Lingua del Terzo Reich, come un gas che si respira nell’aria.  E l’allievo, del quale nemmeno i suoi diletti presidi avrebbero detto che  era intelligente ma avrebbe potuto fare di più e per fortuna, malgrado gli vengano universalmente riconosciute formidabili doti comunicative, esegue e compie quel processo avviato da Craxi prima e da Berlusconi, i suoi maestri, per una Lingua Unica della Nazione, al servizio del Partito Unico della Nazione e dei suoi padroni.

Basta pensare alla parola  riforma appunto, che per un abuso aberrante e per un pervertimento linguistico deve definire auo malgrado perfino un intervento di carattere autoritario  che disegna figure e procedure dispotiche nell’intento di affossare l’istruzione pubblica, o il definitivo stravolgimento della Costituzione e la cancellazione della partecipazione, grazie alla confusa predisposizione  di un sistemino elettorale come le schedine  del Totocalcio, per non parlare di quell’atto impuro pensato e commesso ai danni del lavoro, del suo valore,  delle garanzie e dei diritti conquistati e che credevamo ormai inalienabili. Sicché riforma diventa sinonimo di sregolatezza legale ma illecita, di privatizzazione, di esproprio di facoltà e poteri di rappresentanza, di personalizzazione leaderistica della politica e delle istituzioni.  E se prima la Costituzione era l’edificio su cui poggiava la democrazia parlamentare, oggi è diventata l’ostacolo al rinnovamento; se i partiti erano i luoghi della formazione del ceto e dell’esprimersi di vocazioni e talenti messi al servizio dell’interesse generale, oggi sono i circoli di cricche impegnate ad appagare ambizioni e avidità,  se  lo Stato sovrano era garante dei diritti, del loro declinarsi in nome della conciliazione di libertà individuale e collettiva, oggi è un ostacolo all’iniziativa provata e  finanziaria, grazie a nuove parole o alla distorsione di termini antichi, diventati i lemmi del potere: rottamare, fare, decidere, volere, nuovo, giovane, crescere, con l’impiego di quello slang della rete, hashtag, tweet,  “condividere”, mediante il trasferimento non innocuo della terminologia delle PR e della pubblicità, slogan, lucido, slide, annuncio, spot, in virtù del ricorso a forme reiterative: riconquistare, restituire, riprogrammare, riaffermare, ormai anche ri-rottamare in modo da tornare ad origini più felici, perché assumano un tono ancora più autoreferenziale e assertivo.

E d’altra parte occorre un uomo al comando, decisionista e determinato salvo smentite per fronteggiare quello stato non occasionale né inatteso, non imprevedibile e nemmeno sorprendente, quei fenomeni annunciati e lasciati crescere fino a diventare epici e abnormi, che vengono definiti “emergenze”, risorsa, retorica oltre che istituzionale,  inesauribile: emergenza abitativa, emergenza immigrazione, emergenza idrogeologica, emergenza rifiuti, emergenza criminalità, emergenza abusivismo.  Tutte epifanie ed eventi che non sono tecnicamente riconducibili a emergenza, perché non ne possiedono le caratteristiche costitutive: non sono improvvisi, non si manifestano in un tempo limitato, sono stati preavvisati, predetti e preconizzati, anzi si tratta di contesti  strutturali che proprio per questo richiederebbero programmazioni strategie, politiche di lungo periodo.  Ma che vengono accreditati – proprio come la crisi – come accadimenti stupefacenti, inattesi, estemporanei, repentini, fortuiti e repentini, che per questo vengono subiti e impongono interventi eccezionali, regimi speciali, funzioni e ruoli straordinari possibilmente extra-legali, in modo da realizzare uno stato di eccezione continuativo che diventa la norma e che concentri l’attenzione di tutti  sul “presente” , neutralizzando la memoria e le ragioni provenienti dalla consapevolezza storica e dal senso di responsabilità personale e collettiva.

 

A me personalmente rode che sia un analfabeta di ritorno ed anche di andata a compiere questa spericolata operazione di stravolgimento linguistico, cancellando davanti a quella sua lavagna da ripetente le parole della democrazia: giustizia, se prevale il carattere giuridico piuttosto che morale come osservanza di regola piuttosto che lotta alle disuguaglianze o redistribuzione, libertà, limitata a quella di   impresa,  a quella di licenziare, a quella di speculare e approfittare, sovranità, retrocessa a subalternità a padronati esterni o all’ investitura di elettori, che tanto ormai ne bastano pochi. E se  la solidarietà doverosa può ridursi a carità, la responsabilità a ipocrita buonismo, la memoria del passato arretrata a retorica, l’esigenza di onestà e trasparenza degradata a moralismo.

Ma se loro parlano  l’esperanto dei padroni, spetta a noi tagliar loro la lingua.

 

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