0OF4KUKE-kRk-U1050351231740NMC-700x394@LaStampa.itLo confesso, è stato un risveglio così  impagabile che la mastercard se lo sogna: vedere il pallore sulle facce da regime che compaiono nei talk mattinieri, frastornati sia dalla vittoria di Podemos nelle maggiori città spagnole, sia dall’annuncio della Grecia di non poter pagare le tranche di debito di giugno, è stata una soddisfazione. Il balbettio, il disorientamento, la rabbia sottopelle di questo milieu politico – mediatico  dedito ai riti di iniziazione al pensiero unico, all’Europa dei massacri “necessari” e/o al sostengo dei governi che ne praticano i comandamenti, davano l’impressione che qualcuno avesse scoperto finalmente il vuoto al fondo della botte delle chiacchiere.

Caspita vincono i populisti e per di più Syriza non ha ancora piegato la testa. Dove andremo a finire di questo passo? Domanda angosciosa che interroga il futuro delle proprie carriere, ma che soprattutto esprime lo sgomento di chi è costretto, per sopravvivenza psicologica, a credere in ciò che dice senza nemmeno porsi il problema di capirlo o di vederlo. Uno spettacolo degno di una farsa dentro una tragedia o, mettendosi nei loro panni, di una tragedia dentro una farsa. Ma certo non ci si può abbandonare a queste piccole soddisfazioni, perché intanto il potere spara a colpi di euro e di paure indotte contro le fragili barricate della civiltà del lavoro.

Se in Spagna siamo alla fine del bipartitismo e dunque anche alla crisi di un regime tutto troike e  trattati transatlantici, non si è che all’inizio di un possibile giro di boa. Molto dipenderà da ciò che accade in Grecia dove si sta arrivando a grandi passi al momento decisivo: Atene non ha piegato la testa al summit di Riga, ma personalmente continuo ad avere la sensazione che ci siano dei non detti essenziali dentro la visione di Syriza, che si viva un po’ alla giornata in attesa degli eventi, come dentro a un “punto zero” nel quale tutto possibile. A mio personalissimo parere se non si è ancora arrivati al redde rationem  è anche perché la stessa controparte europea non sa bene che fare. Non può tollerare disubbidienze riguardo ai massacri sociali in nome della moneta unica anche se è ormai noto che essi sono controproducenti: l’economia in sé c’entra relativamente, è la politica che sta dietro a tutto questo che conta. Come ha detto Draghi già due anni fa rispondendo a un giornalista che chiedeva lumi su un eventuale grexit:  “Queste domande le fanno le persone che sottostimano enormemente cosa l’Euro significhi per gli europei. Che sottostimano enormemente l’entità di capitale politico investito nell’euro .” Ed è appunto questa entità ciò su cui Bruxelles non può transigere, anche se la realtà incalza tanto che ora sembra farsi strada l’idea di una parziale retromarcia rispetto alla prima linea Schäuble: una robusta ristrutturazione (leggi cancellazione) del debito  purché però non vengano disattesi i dikat della troika che impongono di colpire a morte le pensioni, licenziare decine di migliaia di persone, abbattere ancora i salari e qualsiasi tutela sul lavoro, privatizzare tutto il privatizzabile, compreso il territorio.

Non so se sarebbe una via d’uscita politica per Tsipras, ma temo che senza un piano B e una chiara visione del ruolo giocato dalla moneta unica, la tentazione di accettare, sia alla fine quasi irresistibile, anche se in effetti l’Europa alla fine rinuncerebbe solo a debiti che la Grecia non potrebbe comunque pagare. Dunque la vera vincitrice sarebbe solo Bruxelles che eviterebbe di dover macchiare il teorema dell’irreversibilità dell’euro senza rinunciare alle sue imposizioni di carattere politico che del resto sono legate a doppio fila alla moneta unica.

Le cose però non sono così facili: dietro tutto questo si nasconde una bomba atomica creata dalla tracimazione del sistema finanziario che non conosce più limiti: sia l’uscita della Grecia dall’euro, sia una cancellazione del 50% del suo debito avrebbero oggi enormi conseguenze. Qui non si tratta più dei 350 miliardi di titoli sovrani emessi da Atene per far fronte a situazioni sostanzialmente create dalle imposizioni austeritarie conseguenti a Maastricht, si tratta invece di una cifra probabilmente dieci volte maggiore, a stare bassi, dovuta alla massa enorme di derivati sottoscritti dalle banche ( in particolare Deutsche Bank e Paribas) come assicurazione contro il ribasso dei titoli greci. Sarebbe in ogni caso un bagno di sangue a testimonianza del vicolo cieco nel quale si trova l’Europa della moneta unica con i suoi aedi, turibolatori e speculatori: quella che alla fine rischia di crollare tutta insieme al prossimo terremoto senza preparazione e senza preavviso o di diventare una dittatura del denaro.