Anna Lombroso per il Simplicissimus

Renzi ha preferito non andare a Napoli oggi, giornata di lutto cittadino. Meglio una strage per volta, si sarà detto, rinviamo a data più propizia la celebrazione elettorale di quella della trasparenza, dell’onestà, della responsabilità, della “degnità” insomma, per dirla con Vico, che di questi tempi non ne troverebbe molta nella sua città e in patria, morte per mano di una classe politica  interessata soltanto alla sua esistenza in vita, alla conservazione di potere, rendite di posizione, privilegi a tutti i costi, confidando probabilmente nella provvidenziale disaffezione e sul consenso  di cerchie affiliate, motivate a sostenere padrini e padroni.

Condannati, indagati, prescritti, riciclati. Le liste regionali pullulano di impresentabili. In Campania non bastano due mani per contare candidati sotto inchiesta e equilibristi che hanno con spericolata agilità attraversato tutte le possibili formazioni, molti sotto l’ombrello di De Luca, qualcuno indagato per amicizie ingombranti. In  Puglia sono 14: due condannati, tre rinviati a giudizio, sei indagati e tre per i quali è intervenuta la prescrizione. C’è poco da stupirsi: in Italia sono  meno di 50 gli amministratori e consiglieri comunali ad aver aderito negli ultimi 4 anni alla Carta di Avviso Pubblico, quel codice etico formulato dalla rete di enti locali per la formazione contro le mafie nata nel 1996,   la cui  sottoscrizione impegna i candidati a rispettare regole di trasparenza e  “buona politica”.  C’è poco da stupirsi se si è dovuto adottare un provvedimento per obbligare i partiti a non candidare “impresentabili”, come se dovesse servire una legge per non tradire mandato, fiducia e rappresentanza, per rispettare le regole elementari del buonsenso e dell’opportunità, per  non alimentare scontento, disincanto, malcontento. C’è poco da stupirsi se lo stesso sfascia carrozze che a suo tempo lanciava le sue invettive contro il marciume delle vecchie volpi della politica «Non bisogna candidare chi ha precedenti penali. E’ assurdo che un bidello non può lavorare se non ha la fedina penale pulita mentre un politico con la fedina penale sporca può essere eletto», oggi sostiene carcasse usurate, vecchi attrezzi, ma anche volti più nuovi, ma già toccati dalla ruggine, purché utili a convogliare truppe, garantire salmerie, assicurare longevità a chi si è già seduto o intende stare assiso abbastanza a lungo da maturare  incassi, vitalizi, provvidenze.

Succede nel Mezzogiorno, come se fosse realistico e fisiologico perpetuare vizi, pratiche e patologie mutuate dalle organizzazioni mafiose, come se si trattasse di morbi endemici prodotti da territori malati e inguaribili, propaggini del sottosviluppo, contro i quali poco si può fare per via di proverbiali assoggettamenti alla criminalità, indolenza nutrita di sole, mandolini e pummarola  ‘ncoppa, come hanno avuto modo di ricordare notabili e ministri di un susseguirsi di governi parassitari e incapaci. Ma succede anche nel Nord non più opulento, dove si contano candidati indagati per frequentazioni inquietanti, per le abituali  campagne di acquisti improbabili effettuati nei contesti regionali, ma anche per responsabilità legate all’alluvione di Genova.

Tutti generosamente sostenuti dai loro partiti, la cui incrollabile fiducia nella magistratura significa la certezza aprioristica in redentive assoluzioni o attesa demiurgica di felici prescrizioni. E non c’è da credere a chi li solleva da responsabilità dirette, per via di quella distanza dalle periferie considerata una sofferenza fatale della quale patiscono tutte le organizzazioni, perché quella lontananza,  quella recisione dei legami tra vertici e base ripropongono pedissequamente  quella intervenuta tra  rappresentanti e cittadini e la colpa per una volta, a dispetto della retorica sul disincanto democratico, pende da una parte e ricade su chi di quel distacco approfitta e gode, per imporre un regime dispotico, quello del leader patron, del premier podestà, del padrone satrapo, del preside sceriffo.

Non a caso secondo quel sistema di governo delle crisi ben rappresentato dalla formula “sono cazzi vostri”, il burbanzoso ragazzotto invecchiato  in presenza di  candidati “non soltanto impresentabili, ma ingiustificabili”, suggerisce agli elettori di non votarli, che lui ha il suo da fare con riforme istituzionali, scuola, immigrati, guerre intestine e esterne, e, come nel vecchio spot, non può mica  pulire anche il water.

Che poi queste elezioni, anche quelle amministrative che riguardano enti senza poteri, amministrazioni sempre più esautorate, autonomie strangolate da nodi scorsoi sovranazionali, sono destinate a mostrare la  vera faccia di cerimonie formali, proprio come si è voluto fare per quelle nazionali con una legge approvata in sosti­tu­zione del por­cel­lum e che ne riproduce  sfacciatamente le inco­sti­tu­zio­na­lità accer­tate dalla Corte, che  infrange i fon­da­menti della demo­cra­zia rappresentativa e mira a dis­sol­verla con­cul­cando il diritto di sce­gliere chi votare come pro­prio rappresentante in Parlamento, che abiura il prin­ci­pio di ugua­glianza pre­ve­dendo il “pre­mio di mag­gio­ranza”, un dispo­si­tivo che sancisce la fal­si­fi­ca­zione della volontà dal corpo elet­to­rale mediante la mani­po­la­zione del risul­tato dei voti espressi.

Altro che impresentabili – nel caso del premier, peraltro, mai candidato, altro che ingiustificabili, altro che incompetenti, altro che ignoranti, altro che inadeguati, siamo in presenza di  malfattori, nel significato più proprio,  quello di fare il male, di esercitare  ingiustizia, di compiere azioni immorali. Il candidato n.1 nelle loro liste è Pericolo Pubblico.