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Il candidato Nessuno

civAnna Lombroso per il Simplicissimus

In previsione delle future scadenze elettorali circolano in rete, oltre che sui quotidiani,  appelli al voto a sostegno di candidati che incontrano il favore di quella virtuosa società civile che vuole contrastare la cattiva politica, i suoi vizi e la sua barbara comunicazione, proponendo icone gradite all’ideologia del politicamente corretto per indole mite e garbata o per l’appartenenza di genere, purchè naturalmente queste loro qualità siano quelle che dimostrano l’adesione e la fidelizzazione all’establishment, rassicurato e reso ancor più vigoroso dalla vittoria di Bonaccini in Emilia Romagna.

Ne ho sott’occhio una, quella, eccellente per molti motivi, di Ferruccio Sansa in Liguria, aggraziata allegoria della coalizione governativa declinata su scala, in quanto appoggiata, pare,  dal Partito Democratico in temporanea associazione di impresa – augurandosi che non sia di pompe funebri, con  il Movimento 5 Stelle, “per assestare un duro colpo nel cuore del Nord al Centrodestra e soprattutto alla Lega di Matteo Salvini” come scrivono in questi giorni le cronache politiche. Tanto che le solite fonti accreditate citano un sondaggio che darebbe il fronte Pd-M5S più altri partiti come Leu/Mdp e Verdi, a distanza di un solo punto rispetto a quello di Lega-Fratelli d’Italia-Forza Italia, guidato dal  presidente uscente Toti, che malgrado le performance negative sarebbe ancora favorito.

Sansa sta riscuotendo il caldo appoggio di quelle personalità che ormai servono a ravvivare un po’ l’elenco delle firme in calce agli appelli degli intellettuali organici, cantanti e attori, filosofi e sociologi del pensiero debole e del presenzialismo forte, vignettisti e comici. E in effetti il giornalista del Fatto ha tutti i numeri per piacere alla gente che piace: ed è anche noto anche al pubblico televisivo per avere anticipato l’ideologia delle sardine opponendo negli anni un certo garbo agli attacchi virulenti di figuri aggressivi, da Gasparri a Rondolino e alla Santanchè. Ma anche  per essersi fatto interprete e portatore di begli affetti familiari cari allo schieramento dell’Amore, difendendo la figura del padre, Adriano, magistrato e ex sindaco di Genova, cui sono state attribuite, probabilmente  non a torto, responsabilità politiche e amministrative  per la “decadenza” della  Superba, anche da irriducibili marpioni quali Burlando, noto più per aver percorso contromano un tratto autostradale che per le sue imprese di   governatore della Regione o per quelle di vice e poi primo cittadino del capoluogo, quando, lui vigente, si verificarono  due alluvioni catastrofiche e si consolidò il sacco della città grazie a operazioni immobiliari speculative.

Secondo poi una tradizione che riguarda proprio quelle geografie potrebbe contribuire al successo della candidatura anche la sua personalità incolore, almeno quanto lo era e lo è quella dei predecessori di tutto l’arco costituzionale, sia in regione che nel comune, a conferma di quei caratteri etnici contrassegnati da dimessa modestia e poca appariscenza.

E chi meglio di facce poco distinguibili, temperamenti educatamente scialbi potrebbe dare  il senso del contrasto e della dissonanza  con i versi belluini del pericolo numero 1, con i suoi suoni inarticolati e la sua violenza ferina? Infatti mica servono più competenza, esperienza, conoscenza dei problemi, accertata capacità di gestione della macchina amministrativa. Non si guarda più nemmeno alle prestazioni date nel passato di primi mandati e meno che mai agli scarni programmi per il domani, perché quello che conta è la rivendicazione e l’accreditamento nella funzione di simulacro contro il feroce spauracchio, il gran maleducato, il rumoroso e sgradevole ospite che si è imposto nella casa degli italiani, nessuno dei quali si direbbe l’abbia invitato e men che mai votato. Quello che conta è batterlo nella tornata elettorale, dare un segnale forte grazie alla cambiale della quale non si esige il pagamento ai diversamente Salvini (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/01/31/diversamente-salvini/) , quelli ammodo e cortesi in modo che con il consenso generale raggiungano gli stessi obiettivi della controparte battuta, si tratti della secessione regionale  che rompe l’unità nazionale, si tratti di grandi opere, si tratti delle cravatte imposte dal racket dell’Ue,  si tratti del salvataggio di banche criminali o di quello tramite prescrizione o immunità o regime di concessione perenne per imprenditori altrettanto criminali.

Il vero successo di tutte le formazioni partitiche presenti in parlamento, maggioranze e opposizioni, consiste nella permanenza di sistemi elettorali  che scoraggiano e inibiscono la partecipazione: l’elettore mette un segno, di solito contro,  sigillo notarile, voto di protesta o pretesa di innocenza, poi si chiama fuori per impotenza o abiura.

È appena successo in Emilia Romagna e succederà ancora, come dimostrano altri appelli e altre proposte, quelle che riguardano Venezia ad esempio per scegliere candidati che si oppongano all’impresentabile Brugnaro. E dove fa spicco la proposta di una donna, avvocatessa e capogruppo del Pd, che rappresenta esemplarmente tutti i valori combinati del politicamente corretto, del progressismo dei notabilati con un pizzico del vecchio e dimenticato Senonoraquando aggiornato dal Nonunadimeno, cui affidare  la sostituzione meccanica di un maschio rappresentante  del sistema, arrivato e arrivista, con una femmina rappresentante del sistema, arrivata se non ancora arrivista.  Si tratta, maschi o femmine, di un target  che non condivide più le condizioni materiali (livelli di reddito, qualità dei servizi sociali, luoghi di vita, livelli di mobilità sociale e fisica) né la cultura dei ceti e delle classi popolari, che disprezza per il loro linguaggio politicamente scorretto, accusandoli di xenofobia e razzismo, di ignoranza e qualunquismo, temuti e isolati perché personificano il rancore degli esclusi nei confronti delle èlite intermedie al servizio del sistema.

Sempre sulla stessa linea ha circolato la proposta di una compagine di signore tutte affermate professioniste, manager, docenti in vista,  in qualità di giunta rosa nell’amministrazione guidata da un prestigioso super partes, a garanzia che il sodalizio di tutte donne, appartenenti al ceto dirigente della città, quando non proprio apparatchik delle cerchie che comandano, voglia cancellare come per una magia le politiche seguite da giunte di centrosinistra prima e di Brugnaro poi, che ad onta delle etichette, non sono distinguibili: gentrificazione, Mose, svendita del patrimonio immobiliare, assoggettamento ai corsari delle Grandi Navi, consolidamento del destino turistico della Serenissima con l’espulsione delle attività tradizionali soppiantate dallo spaccio di prodotti tutti uguali a tutte le latitudini, conversione definitiva della Terraferma in territori senza vocazione e missione se non quella di servizio al baraccone della disneyland  lagunare.

Intanto è naufragata l’ipotesi della candidatura del rettore dell’Università di Venezia, scappato a gambe levate dopo aver misurato l’impossibilità di superare divisioni e presentarsi come rappresentante unitario del centro sinistra. È amabile e gentile come un verso gozzaniano, come un bozzetto goldoniano che ci sia qualcuno che pensa di interpretare e testimoniare la società civile che si definisce   di sinistra,  facendosi indicare dal Pd, la forza che meglio incarna il neoliberismo progressista, e che infatti, proponendo ipotesi irrealistiche e impraticabili,  porta acqua al suo candidato più affine, Brugnaro, impareggiabile esponente e portavoce dei poteri che comandano in città e incaricato della sua distruzione ormai inarrestabile e veloce.

Non si possono non rimpiangere dunque  le Tribune Elettorali con Jader Jacobelli, i corsivi di Fortebraccio, le liste del Pci con l’operaio, l’artigiano, il maestro in rappresentanza del popolo che ancora si chiamava così senza essere presi per populisti, la casalinga e la bracciante. No, la bracciante è meglio di no, a vedere la carriera della Bellanova.


Regionali, il monumento all’elettore ignoto

breakingprimarie-2E’ incredibile che a quattro giorni di distanza dalle elezioni regionali il Viminale non sia ancora in  grado di presentare il quadro completo dei risultati ed è ancora più grave e ridicolo che ciò avvenga in un Paese dove una riforma elettorale infame e di natura oligarchica è stata spacciata ai cittadini più sprovveduti come mezzo per sapere chi ha “vinto il giorno dopo”. Intanto, per fortuna sappiamo chi ha perso, i numeri che ci sono appaiono sempre più impietosi nei confronti del bullo rignanese e della sua corte dei miracoli, nonostante la straordinaria campagna mediatica in suo favore, la costante alterazione di dati e persino l’occhio di riguardo di una magistratura che ritarda i provvedimenti perché non influenzino le urne, come è accaduto per la seconda grande retata di Mafia Capitale.

Tuttavia la presenza di dati più completi rispetto a quelli che si avevano a botta calda, permette non solo di misurare il rapido sfaldamento del progetto renzista tra chi ha votato, ma di far risaltare il totale scollamento dell’elettorato  rispetto al sistema politico. Unendo infatti la percentuale delle astensioni al dato finalmente disponibile ( non ancora per tutte le regioni) delle schede bianche o nulle  il quadro diventa ancora più inquietante. Polisblog presenta già un primo conto di questo deterioramento della rappresentatività politica generale.

Facciamo qualche semplice conto focalizzando il discorso sul Pd renziano che è il grande sconfitto di questa tornata elettorale, ma sapendo che il discorso vale anche per gli altri. Dunque in Liguria il sedicente partito della nazione che ha tentato di tutto pur di sfangarla, persino arruolando il “sinistro” Bersani in aiuto della Paita, ha preso il 28, 1% dei voti validi , il 26,9% dei voti totali,  ma solo il 13, 6% del consenso degli elettori  la metà dei quali non è andata ai seggi e per il 2% ha messo nell’urna una scheda bianca. Tuttavia la percentuale scende all’ 11,6% se si considera l’insieme dei liguri, mentre godrà del 26,7% dei seggi in consiglio regionale. E questo solo perché è uscito sconfitto: i vincitori berlusco – salviniani  avendo preso il consenso di solo il 13% dei residenti nella regione, avrà il 36, 7% dei seggi.

La cosa è ancor più evidente in Puglia dove il Pd di Emiliano ha vinto prendendo il 46,1% dei voti validi, il 42,6% dei votanti, il 22% del corpo elettorale e infine il 19,2% dei pugliesi, ma ottenendo il 59% dei seggi  in consiglio regionale.

Ma la cosa diventa esplosiva in Umbria dove la percentuale di schede bianche ha raggiunto addirittura il 28,6% dei votanti, vale a dire quasi la stessa percentuale del Pd, un record storico mondiale, un monumeto all’elettore ignoto, per così dire che dimostra come si stia rapidamente arrivando a un punto di rottura. Ora proviamo ad estendere questo quadro al livello nazionale nel quale una percentuale del 40% dei voti validi dà diritto alla maggioranza assoluta dei seggi (340 su 630): si può governare il Paese con appena il 15% dei consensi e con forse solo metà di questi consapevolmente favorevoli al premier che scaturisce dal voto.

Non ci vuole molto per capire che siamo dentro un’emergenza democratica nella quale l’assenza di rappresentatività anche sul puro livello numerico e senza contare la subalternità del milieu politicante ai poteri economici, sta creando un grande vuoto politico potenzialmente esplosivo e annunciatore di esiti infausti per la tenuta del Paese se non verrà riempito al più presto. Non siamo in tempi normali e  le modalità, le prassi, le abitudini dei tempi normali funzionano poco: ci vuole un nuovo soggetto politico capace di navigare nelle grandi praterie della disillusione e della rabbia, trasformandole in una occasione di cambiamento reale. Un territorio che non può essere conquistato dalla sinistra radicale e dai suoi espedienti di fase che si risolvono nell’inconcludenza, specie ora che la grande speranza di Syriza rischia di fallire. Che di certo non potrà essere coperto dai tardivi e timidi esperimenti di secessione dal Pd renziano. Ma che nemmeno può essere espugnato davvero dal M5S a causa dei suoi limiti di struttura, di ideazione, ma soprattutto del suo tendenziale autismo della protesta che lo ha portato a perdere una straordinaria occasione per impedire la deriva del Paese. Bisognerebbe forse trovare una qualche formula di alleanza alla Podemos per evitare di finire in mano ai peggiori demagoghi e ai peggiori istinti.  Ma chissà, forse mancano gli uomini e il respiro, forse manca una generazione che risponde solo allo smartphone, forse quei peggiori istinti hanno già vinto.


Renzi #staisereno

Renzi sull'austoscontroNon c’è bisogno di profonde analisi per capire che il progetto renziano ha subito un colpo di arresto: non certo sul piano parlamentare, ma su quello politico nel quale non è più vero, anche se continueranno a dirlo fino allo spasimo, che il renzismo e il Partito della nazione  sono l’oscuro oggetto del desiderio dei cittadini. Il risultato delle regionali non restituisce affatto un pareggio 5 a 2 come certamente si dirà per carità di patria piddina, perché, appunto il renzismo avrebbe dovuto trasformare e in qualche caso ribaltare assetti di 5 anni fa, quando ancora c’era in sella il Cavaliere: invece dovunque il Pd ha avuto risultati inferiori a quelli delle precedenti elezioni regionali. Se poi si fa un calcolo sulle europee portate sempre come legittimazione della tracotanza renziana siamo a un meno 15% del Pd  e del 9% considerando le alleanze. Si tratta di un chiaro rifiuto del disegno imposto dal bullo di Rignano in combutta con Confindustria, banche e poteri finanziari. Per di più in Veneto e Liguria dove correvano i candidati di più pura origine e fedeltà renziana, il Pd è andato incontro a un vero e proprio tracollo, mentre altrove, dove ha vinto ha visto ridurre dovunque e a volte in misura straordinaria come in Umbria (57% nel 2010, circa 41% oggi)  la distanza dagli avversari. Se non è una bocciatura questa non so come si possa chiamarla, anche perché avvenuta al riparo di una imponente copertura dei media con punte di servilismo nord coreano, altissima astensione, alterazioni di dati per fingere la ripresa e insufflare ottimismo fasullo ( a proposito sapevate che lo 0,3% in più del Pil sbandierato più o meno un mese fa si è trasformato magicamente nello 0,1%?), bombardamenti diurni e notturni di notisti, banchieri e sedicenti esperti a dirci, come nei campi di rieducazione di Pol Pot, che ormai la ripresa è cosa fatta e chissà quali meraviglie ci attendono. Anzi sono curioso di vedere come cambieranno i dati sull’occupazione sparati da Poletti una settimana fa. Per non parlare della disaggregazione del centro destra e dell’accorrere di una consistente parte di notabilato locale ex forzitaliota sotto le bandiere del ganassa -premier. Se poi il ragionamento o la semplice registrazione della realtà non fosse sufficiente a testimoniare la sconfitta, basterebbe rivedersi la faccia cadaverica e stravolta dell’ultrarenzista Mentana e delle sue cocchine alla Crozza, durante la maratona sulle regionali di ieri. La forza di Renzi rimane, ma non ha più i caratteri propulsivi che si autoattribuiva con successo di audience, risiede ormai nella mancanza di opposizione politica, organizzata, efficace. Il centro destra in dissoluzione è chiaramente espressione di potentati locali che o tendono a passare all’altra parte o fanno quadrato corporativo come in Liguria, senza però esprimere alcunché di diverso da Renzi. Oppure si riversano nel pozzo di miseranda demagogia senza prospettive di un Salvini. La sinistra dal canto suo non riesce ad affrancarsi davvero dal tutore piddino e naviga sempre ai margini, incapace di darsi contenuti realmente alternativi o per dirla più banalmente di rottura. Il movimento cinque stelle ritorna a macinare buoni numeri, ma come ho detto alcuni giorni fa, senza riuscire ad infastidire i padroni del vapore: se si fosse aperto a un articolato panorama di alleanze (come ha fatto Podemos in Spagna ) senza rimanere rinchiuso nell’utopia autistica del 51%  adesso potrebbe governare la Liguria e forse anche un’altra regione. Si limita invece a navigare schizofrenicamente tra il recinto istituzionale e il megafono Grillo, evitando di mettere in moto quei meccanismi di dibattito, orientamento  e selezione interna che oltre a chiarire ed elaborare le idee- forza del movimento,  e specificare la sua identità, potrebbero generare una classe dirigente all’altezza del compito e non solo ufficiali di scrittura. Chissà che a qualcuno non faccia comodo la messa tra parentesi di una consistente parte dell’elettorato e lavori attivamente per questo anche se c’è da sperare che proprio il successo di queste elezioni con la conferma dei Cinque stelle come unico vero competitore del Pd, cambi questa situazione e apra il respiro del movimento.  Per ora l’isolazionismo viene sicuramente a fagiolo per Renzi specie ora che sta perdendo la portanza alare delle chiacchiere. Però qualcosa è cambiato: il premier  dopo queste regionali non può più illudersi di figurare come l’uomo del futuro e del cambiamento per rientrare ufficialmente, assieme ai suoi armigeri e clientes, nelle più modeste vesti di ultima spiaggia, almeno per gli italiani in eterna gita: una posizione che per ora non scalfisce il potere acquisito, anche se cominceranno ad apparire i distinguo e le forze centrifughe, ma alla quale si chiedono risultati concreti vale a dire l’unica cosa che la governance italiana, comandata da Bruxelles, così modesta da non riuscire a scollarsi dai più vieti luoghi comuni, totalmente priva di visione, non può ottenere. Per di più la speranza di una ripresa globale a cui attaccarsi in maniera passiva se non parassitaria, per avvalorare le proprietà taumaturgiche dello scasso istituzionale e del lavoro viene meno ogni giorno che passa. In questo quadro è un attimo passare da uomo del futuro a omuncolo del passato.


Venezia, un giudice e tu

Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’astensione a volte è una bella tentazione. Essere lontana da una città difficile alle prese con un voto difficile mi pareva un bel sollievo. Ma di questi tempi non possiamo permetterci riposo dalle scelte, anche quelle ininfluenti, anche quelle solo simboliche. Quindi ho deciso per chi voterei a Venezia, magari nella mia vecchia scuola, che oggi mi sembra tanto più “buona”  di quella del futuro, magari davanti a un presidente e a scrutatori, volti noti e dimenticati che affiorano dal passato, occhi con i quali scambiare uno sguardo di riconoscimento che evoca antiche amicizie.

È che tante volte anche su questo blog mi sono interrogata sul perché abbiano votato Berlusconi e poi il Pd individui e gruppi che non solo non hanno ricavato i benefici degli apparentati, affiliati e  fidelizzati delle cricche, ma che con tutta evidenza appartengono invece a ceti bistrattati, impoveriti di beni e valori, prima di tutto quello del lavoro, umiliati da concessioni pelose smerciate per diritti, imbrogliati dalla menzogna reiterata come sistema di governo. E’ perfino banale dire che sono condizionati dalla propaganda distopica della necessità che impone scelte scomode, rinunce,  abiure, come pena comminata per un eccesso di immeritato benessere, per aver vissuto al di sopra delle possibilità, per aver voluto ottusamente conservare privilegi e garanzie (ma quali?) a discapito delle generazioni a venire. È perfino ovvio pensare che abbia avuto una presa forte e non sorprendente quella che viene definita la “mancanza di alternative”, per certi versi vera, dettata da disincanto, incapacità, inadeguatezza, aberrazioni del potere, ma che consiste anche nell’indole alla delega che pare essere un connotato presente nella nostra autobiografia nazionale, nella consegna al leaderismo fino alla ripetizione periodica del soggiacere a dittature ventennali (speriamo di no), nel preferire vigliaccamente un “noto” conosciuto,  ancorché avvilente, mediocre, misero a un ignoto sconosciuto, ancorché forse bello, probabilmente emancipato,  certamente indipendente e sovrano.

Ma a ben guardare purtroppo c’è di mezzo qualcosa che si ha pudore e vergogna ad ammettere, perché ci piace pensare che esista un ceto politico corrotto, ignorante, incompetente e spregiudicato e per contro una società civile proba, onesta, integra, sottomessa per bisogno, piegata per via dello strapotere della dirigenza, ma piena delle antiche qualità dei comuni, della capacità di riscatto che nasce dalla responsabilità, dalla coscienza dei meriti e delle prerogative morali  della “cittadinanza”.

È qualcosa di altrettanto antico e di molto più radicato: si tratta del vecchio e ben noto voto di scambio, quello della scarpa da appaiare di Lauro, quello della metà carta da diecimila lire da incollare  dopo conteggio delle preferenze, quello  degli 80 euro di ieri e domani quello del “bonus” di 500 euro per i pensionati che hanno subito trattenute illegittime.  È qualcosa di altrettanto antico e molto più radicato: si tratta di corruzione che nella sua forma diffusa corre come un veleno, il veleno di un governo che si comporta come una cosca, che se pensa al popolo lo fa tramite elargizioni e favori e non attraverso leggi e redistribuzione, che pretende ubbidienza e consenso, proprio come fanno quelli del racket, conquistati con  l’intimidazione  e il ricatto, col bastone e qualche smunta carota, sicché il risultato elettorale, che nasce già condizionato e manomesso da leggi truffa obbrobriose, è e sarà sempre di più l’autorizzazione ad agire senza limiti e vincoli normativi o  istituzionali, grazie all’esproprio benaccetto delle rappresentanze.

Per quello ancora una volta ho scelto il voto inutile e – meravigliosa libertà della rete – raccomando a tutti di fare come me. Perché a subire estorsioni, coercizioni, intimidazioni   non siamo solo noi individui. Sono anche i poteri locali, le rappresentanze periferiche, strangolati dai vincoli di bilancio, il cui potere decisionale in contesti fondamentali riguardanti beni e proprietà comuni, assetto urbano e governo del  territorio, è stato ridotto in favore di rendite proprietarie, di potentati immobiliari, di cordate speculative.

E allora bisogna dare un segnale, bisogna mettergli paura, soprattutto in città e regioni che sono state il laboratorio della corruzione, della trasandatezza nei confronti dell’ambiente, del territorio, delle risorse, dell’arroganza tracotante di signorie favorite da regimi speciali, da provvedimenti eccezionali, in modo da rendere ogni licenza legale, ogni trasgressione inevitabile.

Qualche giorno fa Paolo Flores d’Arcais, che continua a confondere giustizialismo con giustizia, a preferire trasparenza nominale e di “ruolo” a quella delle leggi, del controllo, della competenza suggerisce di turarsi il naso e votare Casson a Venezia, per via del passato di magistrato, trascurando gli onori dell’appartenenza mai rinnegata al Pd.  Vittoria della democrazia significa, a Venezia, elezione di Felice Casson al primo turno, scrive su Micromega. Perché a suo dire “Casson vuol dire una politica della legalità, che dopo un quarto di secolo di spadroneggiare bipartisan su scala nazionale dell’impunità di establishment equivale a una rivoluzione della legalità”. Come se non ne avessimo abbastanza di “tecnici”: poliziotti, vigilantes, magistrati, spaventapasseri messi a fare da paravento a abitudini talmente consolidate da aver condizionato gestione del potere, pubblica amministrazione, organi di vigilanza, norme e procedure, percezione collettiva. Come se mettere qualcuno, di valore o meno a fare da argine virtuale e simbolico potesse introdurre cambiamenti culturali oltre che iniettare democrazia a partecipazione nella società. Come se aver  maturato un curriculum prestigioso in magistratura fosse garanzie necessaria e sufficiente per agire per il bene comune, per non subire la pressione delle nomenclature, neppure di quelle delle quali fanno parte, per compiere scelte fisiologicamente funzionali all’interesse generale.  Nel caso specifico già messe in forse da disinvolti apparentamenti, da alleanze spericolate, da silenzi che la dicono lunga sulla resistenza adire no. No alle Grandi navi, no allo strapotere del Consorzio Venezia Nuova, no a opere che compromettono la città più straordinaria e per questo più vulnerabile del mondo, no alla svendita o alla cessione del patrimonio comune, no al reiterarsi di ipotesi fantasiose quanto pericolose, idrovie, canali, piramidi, torri, no all’egemonia dell’emergenza: ac1qua alta, turismo, crociere,  buco di bilancio, in modo che tutto sia permesso, tutto sia lecito tutto sia necessario.

Ci sono alternative a Venezia, liste che si sono sottratte alla fascinazione del partito unico, ci sono i 5stelle, c’è la lista Venezia Cambia legata alla formazione in lizza per le regionali Altro Veneto, ci sono comitati e gruppi che sostengono candidati “liberi”, insomma ci sono voti “utili”, come ci sono in Toscana, come ci sono in Liguria, come ci sono in Campania, voti e volti presentabili, come i nostri.

 

 

 


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