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Politica Spazzatura

inceAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non badate alle apparenze, il vero insider del Pd nel governo è Salvini. Proprio come nei romanzi di spionaggio la sua copertura è assicurata dalla deplorazione per i suoi comportamenti belluini, dalla condanna per le sue intemperanze da gran maleducato, dal biasimo per le sue impulsività brutali, che dovrebbero fare di lui un pericoloso ricercato da assicurare se non alla giustizia almeno alla  censura morale. Il Pd è ormai uno spettro i cui aderenti coincidono numericamente  con gli aspiranti segretari/becchini, ma nell’incarico riservato e sotto traccia dato al Buzzurro istituzionale, ha visto giusto perché il suo fascismo confonde sulla vera natura del totalitarismo, al cui servizio  il cosiddetto arco parlamentare si presta anche grazie alla ineluttabilità di scelte compiute dalle quali sarebbe impossibile tornare indietro.

Così se i 5stelle ci vogliono far digerire in nome della irrimediabile fatalità la Tap, la Tav, le Triv, il Mose, le Grandi Navi, e le Grandi Schifezze imposte dai governi precedenti, Salvini come per magia le trasforma  in opportunità doverose, proprio nello stile del più perfetto renzusconismo, come sta accadendo con gli inceneritori in Campania, che potrebbe diventare la regione pilota per l’esecuzione in grande stile e in tutto il Paese  delle strategie di “gestione” dei rifiuti dello Sblocca Italia dettate dalle stanze del partito delle discariche e degli inceneritori: grandi aziende (molte municipalizzate), grandi interessi e collegamenti  consolidati con i passati governi e frange influenti di quello attuale (anche se l’oscuro ministro Costa fa dei tentativi di impugnazione del famigerato decreto e Fico sbraita perlopiù inascoltato), c’è da star sicuri, con la criminalità.

Nel provvedimento, che dichiarava “strategici” e di prioritario  interesse nazionale trivellazioni petrolifere e infrastrutture per il gas, irrinunciabili proprio come l’alta velocità, qualche  metropolitana perfino sotto Piazza dei Miracoli, uno o più stadi, erano indicati come irrinviabili anche gli inceneritori, dando vita a una stridente contraddizione: da una parte si ribadiva la necessità di costruirne di  nuovi  per andare incontro a una presunta domanda insoddisfatta. Dall’altra si imponeva la liberalizzazione del  traffico di rifiuti da una regione all’altra  per  sfruttare  appieno il potenziale dei termovalorizzatori  oggi largamente sottoutilizzati e in forte passivo con pesanti ricadute sui conti delle società di gestione che hanno bisogno di importare rifiuti da bruciare, da qualunque parte provengano.

Anche allora, autorevoli esponenti dell’ambientalismo prestati alla compagine, compresi quelli di un’altra lega della quale erano stati prestigiosi dirigenti, fecero intendere che si doveva dire Si, si trattava di una scelta doverosa in presenza di un popolo riottoso che non si dedicava col necessario scrupolo alla differenziata e per garantire profitti e guadagni alle imprese di settore, aziende parapubbliche e cooperative, nel nome della green economy.

E a quello stesso verde, come i fazzoletti e le cravatte che inalberava nei pellegrinaggi sul sacro fiume, si ispira Salvini, che ha annunciato di voler collocare un inceneritore in ogni provincia della Campania e a chi dice no, peste lo colga sotto forma di malattie e roghi. Che poi la logica è sempre la stessa, quella degli untori che mettono la fonte del contagio o il vaso dei veleni, dove ci sono già, porcheria più porcheria meno, in modo da convogliarvi anche quelle che arrivano dall’operoso Nord, che la strada la conosce già per averla percorsa andando a rovesciare i suoi rifiuti tossici e nocivi in quelle che erano state campagne felici, convertite in terre dei fuochi.

Poco importa che si tratti di un braccio di ferro con gli alleati che vedono mettere in discussione uno dei loro capisaldi, poco importa se si tratti dell’ennesima dimostrazione di disprezzo nei confronti del sud parassitario. Importa invece che siamo di fronte a una di quelle scelte anche simboliche che denunciano come il capitalismo possa essere stupido e irrazionale fino all’autolesionismo, e che lo siamo anche noi se riteniamo di potergli affidare i nostri destini, il lavoro, la salute, l’ambiente.

Nel Nord esistono alti tassi di raccolta differenziata, ci sono inceneritori (circa 45, che  trattano però solo il 17,2% di RSU, e lo 0,7% degli speciali, e sono quindi  sottoutilizzati perché  gli enti e le comunità locali rifiutano l’eventualità di far conferire rifiuti provenienti dal Centro e dal Sud)  e discariche, ma la presenza di un mercato drogato e di infiltrazioni criminali ha favorito la transumanza colonialista di rifiuti speciali e tossici nei depositi clandestini del Mezzogiorno o saturando le discariche  “regolari”.  Da Roma – dove Marino si è reso responsabile di aver chiuso Malagrotta e la Regione guidata da un altro probo celebre, Zingaretti, si è resa responsabile di non mettere a punto un’alternativa, e non solo, partono i carichi di robaccia mista, controllati da organizzazioni quanto meno opache, costosi quanto irragionevoli, poiché i paesi di destinazione cui paghiamo il trattamento ci guadagnano lautamente con il recupero energetico.

Il fatto è che la soluzione della raccolta differenziata sarebbe quella ottimale, favorisce un incremento occupazionale oltre a standard di compatibilità ambientale elevati. Ma  non è la preferita dai signori dell’immondizia. Perché un inceneritore medio come quello di Parma, costa sui 300 milioni di euro e brucia 130.000 tonnellate l’anno, impiegando poche decine di persone, si tratta di impianti molto complessi e costosi da costruire e gestire con la conseguenza fisiologica che le spese si ripercuotono sulle tariffe: ogni tonnellata di solidi urbani  incenerita costa ai comuni, e quindi a noi, intorno a 150 euro. Per questo il brand è così redditizio soprattutto quando diventa emergenza e costringe a misure eccezionali, commissari e autorità speciali, localizzazioni estemporanee in zone che sono sempre le solite, le più bistrattate. Anche se un bell’inceneritore è previsto a Venezia e uno a Firenze (costo pari a circa 170 milioni di Euro, per smaltire 200.000 tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati annui), sempre per la legge della necessità sarebbero indispensabili per fronteggiare la crisi di un surplus di rifiuti originati da un turismo auspicato ma maleducato che non si adegua alle regole della differenziata. In nessuno dei due casi si pensa alle alternative praticabili, come ad esempio la ristrutturazione degli impianti di Trattamento Meccanico Biologico (TMB) finalizzati a recupero dei materiali e già presenti, operazione che nel caso di Firenze costerebbe intorno ai 5 milioni.

Ma a pensar male si fa bene e non è certo un caso che in coincidenza con lo Sblocca Italia sia nato il più robusto polo dell’incenerimento in Italia grazie alla fusione di due società, la Kinexia di Pietro Colucci, convitato eccellente alle cene di Renzi, e la Biancamano di Giovanni Battista Pizzimbone, compagno di merende  di Marcello Dell’Utri, che aveva a suo tempo rilevato le attività ambientali del gigante cooperativo Manutencoop, e sostenuto da un pool bancario disposto a sobbarcarsi i debiti dei due dinamici partner.

Anche oggi basterà seguire il tintinnare delle monete per vedere che faccia ha il fascismo che suggerisce gli slogan del   Rodomonte de noantri, per capire che i suoi veleni sono sempre gli stessi e sempre gli stessi sono gli intossicati.

 

 

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Bestie e clown nel circo Orfeo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non avevamo bisogno dell’ascesa al trono di direttore generale della Rai di Mario Orfei per essere certi di non poter più aspirare a una informazione obiettiva e trasparente, come ci si aspetterebbe da un servizio pubblico.

Non ci serviva l’investitura di un fedele servitore del regime, uno che detesta i referendum, siano sull’acqua bene comune, sia quello di “riforma” costituzionale, sopportato e propagandato solo in funzione di plebiscito bonapartista in appoggio al passaggio da reuccio a despota assoluto del suo referente, cui deve quest’ultima promozione peraltro benedetta da tutto l’arco del partito unico nel consolidamento della comunicazione unica e che nel totale giubilo festeggia la nomina dell’uomo giusto al posto giusto, la virtù premiata di un eccellente professionista, di una straordinaria competenza, di un eccelso talento  per bocca, unica anche quella, di Meloni, Gasparri, Brunetta, Guelfi, Romano e così via. in segno di grata riconoscenza   per uno dei più solerti facilitatori di festose comparsate, ubique presenze in talkshow, alacri passaggi di porte in porta, sollecita diffusione di tweet e stati in dinamica sostituzione delle vecchie veline dell’agenzia Stefani, superate ormai da un esercizio costante  di manipolazione, mistificazione, omissione, censura secondo una volontà e un costume unici pure quelli.

Sapevamo già prima di questo sfrontato atto di forza che l’informazione privatizzata agisce al servizio della menzogna, delle divinità del mercato e del dovere di consumare ideologie, valori, prodotti, dell’obbligo di comprarsi e bere le bottigliette commercializzate dalle fabbriche del falso, della “politicanza” che avvilisce e esonera da ogni ruolo  la politica della vita, che si è data il compito di scavare sempre di più la voragine che separa chi ha e possiede e esige sempre di più da noi, desinati ad avere e a contare sempre di meno, esclusi dalle decisioni grazie all’egemonia della mistificata astrazione sulla realtà. Basta pensare a come viene presentato ormai il lavoro, se gli stage altro non sono che volontariato gratuito e umiliante, se il telelavoro viene magnificato come innovativa opportunità e non come strumento infame per impedire la possibilità di organizzarsi e difendersi, se la celebrata indipendenza offerta da prestazioni professionali “libere” incarna la svolta contemporanea impressa al solito antico sfruttamento di dipendenti catalogati e definiti da statistiche, leggi, fisco e media come autonomi.

Siamo sempre più separati e dunque esclusi dall’origine di tutto a cominciare dalle scelte che ci riguardano, dagli alimenti che viaggiano per chilometri prima di cadere in pentola, dal militare che guida il dorme e preme il tasto che a miglia e miglia di distanza farò cadere la bomba. È quello che vogliono: sancire la lontananza remotissima delle cause dagli effetti e delle decisioni dai risultati. Perché è proprio quella che genera impotenza e quella accidiosa indifferenza che permette e autorizza l’esercizio dispotico e autoritario del potere.

E infatti ormai la limitazione dell’accesso dei cittadini alle informazioni sulle scelte che condizionano le loro esistenze avviene anche attraverso leggi e misure che riducono la portata di trattati e convenzioni internazionali volute e prodotte quando ancora non era esplicito il disegno transnazionale di abbattere democrazie colpevoli di vocazioni “socialiste”.

È quello che finisce per legittimare e autorizzare l’alienazione di beni comuni, l’esproprio di proprietà pubbliche, la svendita  del territorio e del patrimonio artistico e culturale, il saccheggio delle risorse, gli attentati contro salute e ambiente.

Basta pensare ai cambiamenti introdotti  in materia di valutazione d’impatto ambientale delle Grandi opere, ma non solo di quelle grandi: linee ferroviarie, autostrade, ponti e anche gasdotti come il Tap.  Progressivi secondo l’ineffabile Galletti   promotore di un decreto legislativo mobilitato sul fronte della indispensabile “semplificazione” delle procedure che ostacolano la crescita e l’iniziativa privata. Peggiorativi  per chi ne individua i contenuti che segnano un non inatteso ritorno alle opacità e alle dinamiche della Legge Obiettivo, uno dei trofei nel curriculum del governo Berlusconi.

Basta pensare a quello che sta accadendo intorno alla realizzazione del nuovo aeroporto di Firenze, alle sempre più assatanate pressioni dei promotori che esigerebbero dalla Commissione Via e dal  Ministero di autorizzare l’incarico per l’Enac, ente proponente, di controllore della realizzazione del progetto e anche del suo stesso operato, secondo il regime instaurato con il Mose a Venezia, e che non vogliono l’istituzione di un molesto Osservatorio indipendente che monitori l’impatto dell’opera e della sua esecuzione.

Basta pensare che le Nazioni Unite  hanno accolto le relazioni delle Ong che hanno denunciano il governo del Malawi che non ha preso le misure necessarie per proteggere i diritti e i mezzi di sussistenza delle persone che vivono nelle comunità danneggiate dai progetti di sfruttamento minerario. Ma pare che Onu e Ue non si siano accorti di quello che succedeva e succede a Taranto, a Broni, a Casale e in tutti quei posti dove la gente non sa nulla del destino che le è riservato salvo la condanna a un unico “diritto”: la fatica in cambio della salute e ormai nemmeno quelle.

Non consola che nelle tenebre che avvolgono le decisioni e le scelte e nell’astensione di chi avrebbe l’incarico di indagare e conoscere per informarci, ci si debba affidare e a male fatto, ai tribunali, ormai guardati con sospetto (ne ho scritto recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/06/04/tar-tassate-il-guappo/)m ), vituperati e obiettivi di indilazionabili “riforme”, siano i Tar che impongono il rispetto della legge sulla nomina dei direttori di importanti musei o che annullano il decreto che scippava l’anfiteatro Flavio e i Fori al comune di Roma e alla Soprintendenza speciale, per concederlo ai son et lumière  da avanspettacolo tra musical e tenzoni tra gladiatori in attesa dei leoni, sia la Corte che bacchetta le riforme renziane e pure la sfrontata legge regionale della   Campania  che consentiva di  ottenere il titolo abilitativo in sanatoria per gli interventi che erano stati realizzati senza permesso, “ma che per le loro caratteristiche risultassero conformi al Piano Casa”, estendendo la sanatoria agli abusi.

È una fatica, ma pare che dobbiamo diventare giudici, degli altri e di noi stessi.

 


Licenza d’abuso

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni giorno ormai ci tocca assistere alla monotona sostituzione di diritti e giustizia con elargizioni e arbitrarietà, di garanzie con  elemosine, di certezze con obbligatorie abiure di libertà. Oggi è la volta di una sanatoria che all’apparenza viene accreditata come concessione in favore di chi ha commesso un abuso edilizio in condizione di necessità.

Il Parlamento sta per mettere ai  voti un ddl che distingue tra speculazione e stato di bisogno, prevedendo in questo caso la sospensione dell’abbattimento e della rimozione.

C’è da sospettare di una agevolazione che potrà venir concessa in deroga a leggi, soggetta necessariamente a interpretazioni   non obiettive e facoltative, della quale potrebbero beneficare sì indigenti che hanno tirato su le loro tane  in improvvisate e desolate bidonville. Ma molto probabilmente anche i camorristi che hanno realizzato le loro new towns a ridosso del sito archeologico di Pompeo, intestate a nonnini ricoverati in ospizi dei poverelli, o mafiosi e speculatori non diversamente criminali che dimostreranno facilmente quel loro stato di necessità che li ha costretti a erigere mausolei e falansteri ad uso di inquilini di incerto status sociale, tanto che il provvedimento in itinere conferma la demolizione per costruzioni erette in aree demaniali, quelle in aree soggette a vincoli paesaggistici, e quelle ad opera di accertati malavitosi, ma non dei loro famigliari.

C’è da sospettare della benevola erogazione di  quel tanto di “ingiustizia”, di quel tanto di “illegalità” che diventano sacrosante,  legittime e giustificate  non tanto quando la bilancia pende inesorabilmente e sempre dalla stessa parte, bensì quando farne dono esonera da affrontare il problema, in questo caso quello abitativo e quando l’urbanistica è diventata la scienza della contrattazione  al servizio esclusivo di rendite  e profitti speculativi, se sono state promosse riforme che davano licenza di manomissione di suolo, territorio, risorse, beni comuni, monumenti e perfino dei diritti e delle prerogative di piccoli  proprietari, qualora non si allineassero a pratiche illecite diventate legali in nome della legge del più forte, la stessa che permette qualsiasi nefandezza a chi raccoglie più voti nell’ambito di bastarde maggioranze.

C’è da sospettare quando in alto si chiude un occhio guardando in basso, se a dettare legge è l’imperio dell’emergenza che lascia decantare problemi e crisi in modo da autorizzare   licenze, deroghe, poteri speciali e misure eccezionali. Se infatti a beneficiarne ora potranno essere i senzatetto del terremoto, che in attesa delle casette di legno promesse dai governi “giuda” degli annunci e dei falsi giuramenti, piegati a un vergognoso faidate e perseguiti per le loro “irregolarità”, è sicure che certe “grazie” aprano la strada a ben altre licenze e condoni, ben collocati in quella pratica negoziale che sovrintende ai rapporti tra amministrazioni pubbliche e privati in nome della necessità, della opportunità, dell’obbligatorietà di appagare appetti insaziabili in nome della crescita del paese in un settore strategico. Nel quale e non solo da un presidente del consiglio ossessionato dal mattone, è stato permesso ogni genere di deroga, licenza, scorciatoia lasciato nelle mani di cordate del cemento, immobiliaristi, organizzazioni criminali.

C’è da sospettare che questa liberatoria in nome della obbligatorietà del bisogno,voglia  adottare e applicare criteri certi. E se si salverà da piccone e ruspa il tetto provvisorio sia pure incongruo rispetto al decoro estetico immaginato dal governo e dal suo commissario speciale, vedrete se non verranno risparmiati ben altri abusi, tra attici eccellenti, orticelli e verande allestiti su costruzioni monumentali, insediamenti turistici cresciuti come ameni funghetti in siti naturalistici. Come è tradizione ormai, se in Campania a fronte di 70 mila manufatti abusivi sono poco più di 4500 le ordinanze di demolizione e qualche modesto centinaio quelle eseguite. Se girano intorno a 20 mila gli abusi accertati che si commettono ogni anno.  comprensivi di verandine e aumenti di cubature, di seconde case, investimento preferito in un Bel Paese che si arrangia con un’economia parassitaria a beneficio di affittacamere improvvisati, gestori di approssimative strutture alberghiere. .

C’è da sospettare di certe indulgenze. E se è vero che l’Istat denuncia che nel 2015 sono almeno 20 le edificazioni abusive ogni 100 autorizzate, con un incremento significativo rispetto agli anni precedenti, vorrà dire, o no? che  ha avuto successo la partica di smantellamento della rete dei controlli e della sorveglianza, dai tecnici dei piccoli comuni alle moleste sovrintendenze, vorrà dire, o no? che all’attività edilizia è stato concesso un trattamento speciale a beneficio dei piccoli ma soprattutto dei grandi, quelli delle grandi opere, dei grandi condomini, della conversione dei centri cittadini in tessuto di uffici, banche e alberghi di lusso.

Abusivismo e evasione fiscale si assomigliano, tentano di commetterli tutti su scala, l’artigiano che non dà la ricevuta e il frequentatore di paradisi fiscali, chi chiude la terrazzina per ricavare una cameretta e il costruttore dell’immenso e offensivo hotel sulle nostre coste. È la loro sorte che è diversa perché se la fortuna è cieca, la giustizia ci vede benissimo e sa da che parte far pendere la bilancia e contro chi indirizzare le ruspe.

 


Scantonare le responsabilità

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sarebbe ora di smascherare una volta per tutte la straordinaria capacità di comunicatori di Renzi e della sua cerchia: sparate, annunci, retorica, bugie, falsificazioni,  omissioni, esagerazioni sono potenti  solo  in presenza di un pubblico che se le beve, solo presso un’audience di babbei creduloni che vogliono a tutti i costi farsi prendere per i fondelli.  Che prima hanno dato credito ai silenziatori, quelli che hanno raccomandato di astenersi da giudizi, dubbi, preoccupazioni, esercizi mnemonici a proposito del recente passato, per dedicarsi interamente all’elaborazione del lutto, alla muta pietas, perché pare debba vigere un bon ton delle catastrofi che impone la morigerata continenza di logica, ragione, critica, soprattutto se quest’ultima potrebbe avere l’effetto di disturbare manovratori e decisori.

E adesso si beano  del consiglio non disinteressato di affidare in regime di delega la fattiva ricostruzione a gente “pratica”, di fiducia del governo a cominciare dai magistrati, ormai largamente impiegati per aggiungere un pizzico di legalità a cerchie di impresentabili, chiamati a fare da spaventapasseri per scoraggiare incursioni troppo smaniose o troppo esplicite di rapaci, incaricati di dare una ripulita, anzi un camouflage a speculazioni e operazioni opache già avviate. Ma molto meno caldeggiati e incoraggiati nello svolgimento delle loro funzioni: che quando si mettono in testa di fare davvero i pm, i giudici, in sede giudiziaria o amministrativa, allora pare venga fuori quella vena disfattista, irriverente, nichilista, insomma “rossa”.

Da ieri  la soluzione per contrastare la penetrazione della criminalità, l’invadenza del malaffare, l’egemonia della corruzione  e della speculazione più velenosa è nelle mani, tanto per fare un esempio, del procuratore antimafia che ci rassicura: non si ripeterà lo scandalo Irpinia, dimenticando quello dell’Aquila, oltre al particolare non trascurabile che l’ultimo appalto per la scuola di Amatrice era stato dato a un consorzio  di ditte sotto inchiesta nel capoluogo abruzzese, e, che, tanto per fornire una informazione in più è stato attivo nella realizzazione delle fondamenta dell’Expo. E del presidente dell’Anac Cantone, che con spericolata protervia sostiene che il modello  cui guardare per la ricostruzione del Centro Italia deve essere l’Expo.

Di primo acchito uno spera che sia un modello sì, ma da evitare, invece no, invece viene indicato come caso di successo. Malgrado sia stato un   grande evento inutile e fallimentare, malgrado sia stato oggetto del desiderio, della cupidigia e dei traffici di varie tipologie criminali, malgrado abbia esercitato una pressione sconsiderata su territorio e risorse, malgrado intere investite da pratiche “lucrose” siano regredite a terra di nessuno in offerta a speculatori e predoni, malgrado, come avviene per Olimpiadi e Giochi e Luna Park affini,  infrastrutture vere o di cartapesta, sussistano come monumenti a futura memoria innalzati per celebrare megalomania e malaffare, malgrado la kermesse ad uso di pizzicagnoli istituzionali e velenose multinazionali abbia finito per imbandire una tavola sì.  Ma  per commemorare il lavoro, convertito in volontariato della servitù, per soddisfare gli appetiti di varie imprese diversamente o esplicitamente mafiose, alcune delle quali, malgrado l’adoperarsi del Commissario convinto ancora che Milano sia la capitale morale, hanno continuato a far parte sia pure inquisite, sia pure in odore di corruzione, sia pure in odore di mafia, delle cordate che si erano aggiudicate appalti sbrigativi e emergenziali.

Purtroppo i format replicabili ci sono, eccome e tutti negativi. Se   alacri malviventi di imprese attive nel Consorzio Venezia Nuova, l’esemplare più perfetto di una emergenza dilatata e gonfiata per legittimare potrei speciali, leggi eccezionali, deroghe diventate norma, e malgrado inchieste troppo lunghe, detenzioni troppo brevi, tempi di prescrizione complici, fanno brillantemente parte di cordate e associazioni impegnate nelle alte velocità, nelle Grandi Opere di Incalza, nelle Vie d’Acqua, nei Nodi Ferroviari, nella Salerno- Reggio, nei Passanti, nelle Metropolitane, con i soliti sospetti che girano di appalto in appalto, di progetto in progetto, come comparse, prestanome, burattini o burattinai, entrando e uscendo di galera, omaggiando orologi, consulenze, strenne, intercettati, ascoltati, derisi, ma sempre là, in odore di complicità inquietanti come in sentore di alte protezioni. E se è ormai sempre più labile il confine che separerebbe un’economia “legale” –  quella appunto dei soliti sospetti onnipresenti in ogni aggiudicazione, in ogni banca che propone alle sue vittime fondi avvelenati e derivati tossici, nelle parole di un manager che oscenamente richiama all’imperativo morale di agire con coscienza, ma anche in un governo che dopo una  erogazione di 1 miliardo il primo anno per la ricostruzione dell’Aquila, dal terzi al quinto non ha trasmesso il becco di un quattrino, o che, in ottemperanza alla legge del 2009,  che prevede  l’erogazione di un miliardo in dieci anni, ha stanziato per il   2016  la cifra irrisoria di 44 milioni mentre lo Sblocca Italia, gioiello del renzismo   assegna  3,9 miliardi in cinque anni alle Grandi Opere,  e l’autostrada Orte-Mestre dovrebbe costare 10 miliardi (2,5 già stanziati) – da quella esplicitamente criminale delle mafie.

C’è poco da fidarsi, se questo terremoto viene quarant’anni dopo quello del Friuli e 36 dopo quello della Basilicata e della Campania e come se non si fossero mai verificati, se nulla è stato fatto per prevenire i rischi, se lo smantellamento della rete di vigilanza e controllo ha messo nelle mani delle imprese facoltà arbitrarie e discrezionali, competenze tecniche esclusive, la possibilità di affidamento di incarichi progettuali e perfino peritali a cerchie “familiari” e clientelari, se i soggetti abilitati all’accertamento dei danni sono gli stessi incaricati della verifica dei lavori, comprese quelle sottoposte a indagine giudiziaria, se a differenza di quello che succede quando si restaura un appartamento, nelle opere pubbliche il vero business consiste nello sforare il budget, nell’allungare i tempi di realizzazione, nell’intervenire sul progetto con varianti e aggiustamenti profittevoli.

Allora è meglio, invece di delegare, essere presenti, parlare, gridare, denunciare, imporre l’osservanza delle regole di accesso alle informazioni e il rispetto delle leggi sulla valutazione di impatto, sugli appalti, sullo snellimento della burocrazia, che non sia solo aggiramento licenzioso. Se non possiamo sperare di battere la collera della terra che trema, dobbiamo voler fare tutto l’umanamente possibile perché non l’abbiano vinta, la sua furia e chi se ne approfitta, sulle nostre vite, le nostre memorie, la bellezza dei nostri luoghi.

 

 

 

 


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