giustiziaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dice che il governo decide e che gli eletti dal popolo – si fa per dire – non possono fermare la sua marcia. Dice che lui resta a Palazzo Chigi due mandati poi, a suo comodo, si ritira. Dice che rinnova la sua fiducia a un manager indagato, perché da lui si aspetta profitti a dispetto degli ostacoli degli apparati. Dice che i sindacati, i partiti, le rappresentanze sono archeologia da riporre in soffitta. Dice che chi non accetta i suoi diktat è fuori. Dice che vuole una riforma della giustizia moderna, che introduca criteri manageriali nella sua gestione. Dice che bisogna limitare lo strapotere dei parrucconi conservatori, delle sovrintendenze che bloccano la crescita, della magistratura del lavoro che salva i profittatori e gli indolenti.

Seppellita la democrazia, potremmo dire di essere ormai compiutamente nell’era della sovversione dall’alto, esercitata da chi usa il linguaggio della legalità come indicatore di un’aspirazione al cambiamento, come critica alle caste e alle lobby, ma in realtà compie un graduale ed esplicito attacco alle istituzioni, approfittando dello stato di emergenza psicologica nel quale versa il Paese, compiendo quell’attacco alle leggi, alla loro amministrazione avviato dal suo padrino e che si colloca bene nel generalizzato consenso per la rule of law, quella contro-giustizia, attraverso cui le istituzioni globali e l’imperialismo finanziario condizionano i processi politici di gran parte del mondo, grazie ai soloni in ermellino, quel ceto  costituito da giuristi e avvocati, dai grandi studi internazionali che predispongono principi, valori e regole del diritto globale su incarico delle multinazionali, in grado di trasformare una mediazione tecnica in procedura pubblica e in imposizione morale, con la pretesa  di incorporare l’arbitrario riconoscimento dei diritti e dei bisogni, delle inclinazioni  e delle legittime aspettative nel sistema e nelle regole di mercato.

Ci si è sbagliati. Negli anni del berlusconismo visibile, prima di questo ancora più protervo e volgare, si è data consistenza a un equivoco: che i voti, la maggioranza numerica legittimassero la violazione delle forme e dei limiti dello stato di diritto e della Costituzione, che avere ragione giuridicamente comportasse l’avere ragione politicamente. E viceversa. Che si potesse –  anzi fosse ragionevole e pragmatico – creare una gerarchia, e rispettarla, di legalità, legittimità, opportunità, come se non esistesse invece uno scarto incolmabile tra legalità illegittima e legittimità condannata e messa fuori legge come antagonista o irrealistica.

Si è fatto del garantismo una gabbia, quando a interpretarlo sullo scenario sociale era chi non aveva perduto del tutto l’integrità, ma soprattutto un alibi, quando i contagiati dal potere, come avviene ancora, l’impiegano per una indeterminata e perenne presunzione d’innocenza, per nutrire quelle disuguaglianze che hanno il loro fondamento sui privilegi, sul censo, sull’appartenenza al regime e sull’esclusione di chi ne è escluso, soggetto a perdere diritti, prerogative compreso il riconoscimento delle sue ragioni.

Vale la pena allora di rifarsi al dizionario, alla voce garantismo, quando recita: concezione e pratica giuridica basata sull’affermazione di una serie di garanzie costituzionali a tutela dei diritti civili del singolo cittadino e sulla limitazione della possibilità di abusi da parte dello Stato. E vale la pena di ricordarsi questa definizione in questi giorni nei quali è stato messo un infame sigillo sulla vicenda di un giovane torturato e “giustiziato” mentre era sotto la custodia della Stato e dei suoi servitori. E vale la pena di fermarci a pensare quanto possa sembrare “letteraria”, almeno quanto suona lirica la Costituzione manomessa proprio nella rivendicazione della sovranità dello Stato, e non solo in materia economica, nel rammentarci la centralità del lavoro e dei suoi diritti, ormai definitivamente cancellati, della tutela del paesaggio e della cultura, ormai in svendita come merci, della salute e della salvaguardia della vita compromessi da agenti esterni, quelli dell’Ilva, del dissesto idrogeologico, della speculazione.

Abusi, arbitrarietà, sono ormai sistema di governo, se da anni, con il tacito consenso di forze che avrebbero dovuto con l’opposizione e la critica rappresentare gli interessi di sfruttati e deboli, vengono promulgate e applicate provvedimenti che decretano e legittimano discrezionalità, che permettono di comprarsi impunità così come consentono la vendita di beni comuni, che impediscono di fatto la partecipazione non solo ai processi decisionali, ma perfino allo svolgersi degli esercizi primari della vita democratica, tramite libere elezioni, che via via limitano il potere dello Stato, confinandolo nel ruolo di donatore di cerchie parassitarie, di guardiano poco responsabile, che riducono le rappresentanze a funzioni notarili delle scelte del governo e di chi lo comanda e manovra. Se  grazie ad atti ufficiali si mette in atto  un dispositivo  di accettazione accidiosa necessario a neutralizzare i conflitti, a produrre opinione pubblica tanto risentita quanto impotente di fonte a reati fiscali presentati come fisiologici al mantenimento di un equilibrio sociale, di fronte a una corruzione generalizzata della nostra “sfera pubblica”: corruzione non “morale”, non patologica, ma sempre più evidentemente costitutiva di quella stessa sfera, di fronte a espliciti atti intimidatori e autoritari, di fronte a pervicaci manovre di diminuzione della democrazia in modo da appagare l’avidità di oligarchie molto potenti, molto remote, molto determinate, e dei loro burattini locali.

Le parole generiche su moralità, gli inviti ad abbassare i toni, le preoccupazione per le contrapposizioni e per i conseguenti pericoli per le istituzioni si arrendono, ed è giusto, al ripetersi quotidiano dell’inganno, della menzogne e della manipolazione. Potrebbero aver ragione quelli che invitano al giustizialismo, come svolta nazionale e necessaria del garantismo nelle vicende giudiziarie. Ma meglio sarebbe andare più in là, non permettere la presunzione di innocenza e l’assoluzione di chi  promuove l’ingiustizia come forma di governo, le disuguaglianze e la sopraffazione come regime.