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Sos, Servizio Obbligatorio di Sudditanza

groù Anna Lombroso per il Simplicissimus

Devo fare una pubblica ammissione  della colpa che insieme al populismo pare essere diventata la più odiosa. La mia carriera di sovranista è cominciata molti anni fa, quando bambina per mano ai miei genitori sfilavo scandendo “fuori l’Italia dalla Nato” e quel che è peggio ho continuato così anche quando il compagno D’Alema ci trascinava festosamente in una delle campagne belliche più  infami e ingiustificate, quando l’alleanza ci costrinse a comprare armamenti pena l’allontanamento invece di investire in servizi e tutela del territorio, quando intere regioni hanno subito l’oltraggio di essere convertite in aree militarizzate, in poligoni di tiro dove far divertire generali e truppe americane con war games che non sperimentano in patria per via degli innegabili danni che producono, ma anche per farci sentire ancora dal 1945 il peso del tallone di ferro dei “liberatori”.

Non avevo capito però che questo significasse essere sovranista, mentre avevo iniziato ad averne consapevolezza quando mi sono infuriata per la volontaria abiura dal potere decisionale in materia di scelte  economiche imposto con la sottoscrizione del patto di sudditanza del fiscal compact, e dunque con la rinuncia a una identità statale in favore di una “nazione” superiore, la cui appartenenza impone  l’abdicazione e l’abbandono volontario di prerogative e diritti, ma soprattutto responsabilità. Tanto è vero che da anni l’impotenza e la cattiva volontà di governi trovano un alibi ed una motivazione proprio in quei vincoli che non premettono di “servire il popolo” per dipendere e soddisfare le esigenze di una entità dispotica.

Ed è probabilmente proprio a motivo di ciò che la condanna del sovranismo è trasversale e coinvolge quelli che lo reputano una professione di fede “economicistica”  che si  basa sulla convinzione demiurgica e illusoria che è solo il recupero della sovranità monetaria a poter generare crescita, grazie al ruolo egemone accordato alle banche centrali, alla facoltà di sottrarsi da vincoli monetari anche permettendo la svalutazione delle divise nazionali,  prescinde dall’esistenza di classi sociali e dunque dei possibili effetti redistributivi di queste misure. Ma è abbracciata anche da chi lo interpreta come l’arcaico cascame della Destra nazionalista.

Ora anche quella bambina che gridava ai cortei “Nixon boia” era in grado di capire che c’è poco da fidarsi delle censure teoretiche opposte dagli economisti  verso altri economisti e altre liee di pensiero, avendo a che fare con una scienza dell’improbabile e dell’imprevedibile, quando ogni crisi si verifica come un fulmine a ciel sereno inatteso, che rompe l’equilibrio dell’unica certezza che ispira i premi Nobel e i governi dell’impero, che il mercato si regola e si cura da sé con i suoi meccanismi, che le emergenze e i fallimenti sono l’effetto  di politiche fiscali o monetarie errate, troppo lassiste e permissive.

E quella stessa bambina anche se non era posseduta  dal mito della superiorità morale e sociale dell’Urss  era già consapevole che in mancanza di meglio, che nella improbabilità di una rivoluzione per di più permanente, la sovranità economica dello Stato potesse interpretare e rappresentare gli interessi della classe degli sfruttati,  lottando contro il capitale reo  dell’impoverimento delle classi subalterne e della perdita delle loro facoltà decisionali.

Ma oggi avere questa consapevolezza non è così facile e immediato: troppi danni ha fatto l’ideologia neoliberista in termini di percezione e perfino di semantica. Poteri e competenze dello Stato sono stati stravolti per favorire la sua conversione in entità soggetta alla tirannia e alla vigilanza del mercato, inviso in qualità di esattore e gradito quando svolge pietosa opera di aiuto compassionevole alle imprese e al padronato con sovvenzioni e leggi in favore delle rendite e del profitto, sfiduciato dai cittadini  e ridimensionato anche nell’immaginario  in favore del sovrastato cui è obbligatorio continuare ad aderire, pena l’espulsione dalla modernità cosmopolita che ci regala l’Erasmus, la Tav, i bombardamenti recanti con sé rafforzamento istituzionale e democrazia nelle lontane province che hanno osato costituirsi troppo a ridosso di basi Nato e pozzi petroliferi.

Così si è fatta strada una vulgata che  per sovranismo intende unicamente le istanze di rivendicazione autonomiste su base nazionale (Quebec, Irlanda, Palestina, ecc.),  o la perversa determinazione di un paese a uscire da un contesto penalizzante, dunque sinonimo per l’opinionismo politicamente corretto di impulsi irrazionali e fascisti, tanto che la Treccani ne dà una decodificazione che pare dettata da un guru delle Sardine come di un “atteggiamento mentale caratterizzato dalla difesa identitaria del proprio presunto spazio vitale”, alla pari con altre perversioni del passato sopravvissute solo tra frange psichicamente deboli, comunisti, anarchici, antagonisti persuasi che esista ancora la lotta di classe anche se si muove all’incontrario e che ci si è esercitato intorno per diagnosticarlo come patologia perfino Recalcati, che non perde un colpo nell’indicare come la salute dell’inconscio dipenda strettamente dalla possibilità di addomesticare il capitalismo e addolcirlo purgandolo dalla sua avidità, dalla “febbre della gola” rispetto, cito,  al “carattere ascetico della ritenzione anale”.

Non deve stupire: denuncia ancora una volta l’eclissi del pensiero e dell’azione della sinistra perdente o arresa all’ordoliberismo, arruolata o sgominata dal pensiero unico che consolida la convinzione del carattere di “legge naturale” incontrastabile del capitalismo.

Eppure una “sovranità” che si esprima come volontà di un Paese e del suo popolo non è e non deve essere necessariamente nazionalismo, se parla di autodeterminazione, se la sua distinzione tra interno ed esterno non si sviluppa come xenofobia ma come capacità di disegnare uno spazio del quale il soggetto politico è responsabile, con la facoltà di decidere sulla pace e sulla guerra, sulle alleanze e le ostilità, senza doversi assoggettare a interessi e domini “altri”, annettersi a aree di influenza e intese squilibrate.

Ma ormai sembra che non si possa sfuggire al vassallaggio imposto anche da un sistema giuridico internazionale che legifera ed è vincolante per i soggetti che agiscono sullo scenario globale, tanto che l’Onu si incarica di esercitare azioni di polizia e ingerenze, tanto che tribunali penali internazionali decidono di perseguire i supposti autori di reati sottraendoli ai tribunali dei singoli paesi e facendo esplodere il conflitto tra diritti umani e diritto nazionale e internazionale, aggirando le leggi degli Stati in favore di quelle del soggetto che ha prevalso in qualità di guardiano e giudice.

Il fatto è che la sovranità soprattutto se rappresenta una voce che non vuole essere coperta dalle cannonate, è una cosa seria e non dovrebbe essere lasciata nelle mani né dei mercanti né dei loro commessi  del supermercato globale.


Buoni maestri, cattivi ministri

ICCD3306953_C0030709Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una docente d’italiano in servizio all’istituto tecnico industriale di Palermo  “Vittorio Emanuele III” (dedica significativa), è stata sospesa per 15 giorni con stipendio dimezzato per non aver esercitato la doverosa vigilanza “sulla produzione di un filmato realizzato dai suoi alunni” lo scorso 27 gennaio, in occasione della Giornata della memoria, nel quale si accostava la promulgazione delle leggi razziali del 1938 al decreto sicurezza del ministro dell’Interno in carica.

Ci sarebbe  da rallegrarsi che i quattordicenni di oggi si accorgano di certe allarmanti affinità, mentre in quattordicenni del 1998 (legge Turco-Napolitano), quelli del 2002 (anno di promulgazione della Bossi-Fini), quelli del 2011 (ministro Maroni sull’immigrazione) non avevano intuito che venivano adottati provvedimenti che avevano come scopo la criminalizzazione e l’emarginazione degli stranieri. Già da allora pare proprio che servissero  misure aggiuntive ai codici vigenti che provvedevano già a penalizzare i poveri, colpevoli di atteggiamenti indecorosi e di reati minori attribuibili alle loro condizioni. Ma è con il ministro del Pd Minniti che si è capito che le due linee direttrici di leggi e regole pensate per colpire gli ultimi in modo da rassicurare i penultimi dovevano ancor arricchirsi di ferocia repressiva. Servivano regole aggiuntive che autorizzassero e normalizzassero il sospetto, la diffidenza e la paura per respingere, mettere al bando e chiudere in enclave di lusso o in lager e miserabili periferie le due facce del progresso, i privilegiati e i poveracci, e gli uni contro gli altri, i primi armati i secondi disarmati.

E se i poveracci sono neri o gialli, professano altre religioni e parlano altri idiomi e mangiano cibi differenti da sofficini e big burgher, allora il buonsenso, il decoro e la sicurezza raccomandano che vengano puniti due volte negando loro alcuni gradi di giudizio nei procedimenti giudiziari, rendendo più agevoli le procedure di espulsione, punendo di riflesso chi li aiuta o chi denuncia la loro condizione, grazie a un “sentiment” comune promosso non a caso negli Usa dopo l’attentato alle Torri Gemelle e diventato un approccio scientifico grazie all’espressione “diritto penale del nemico”, che auspica un diritto penale parallelo riservato agli “ospiti” e privato delle tradizionali garanzie che dovrebbero essere patrimonio delle democrazie.

Come per la cosiddetta “legittima difesa” non si è dovuto aggiungere molto al già vigente, se non fosse che i supplementi di xenofobia e razzismo, esercitati nei confronti di disperati anche appartenenti al terzo mondo interno, sono firmati dal cagnaccio rabbioso all’Interno, cui capiterà di dovere riconoscenza per aver svegliato qualche coscienza letargica che non si era accorta dei quello che avevano già fatto altri cani altrettanto spietati ma dotati di diverso pedigree. E quindi con procedura immediata riconosciuto subito come neo fascista, mentre pare ci si metta un po’ a dare la stessa definizione del permanere nei nostri codici di disposizioni adottate proprio nel Ventennio e dopo e mantenute perché alla base vi è lo stesso intento, punire chi non ha per tranquillizzare chi ha, confermando la convinzione più antica del mondo, che i poveri sono tutti delinquenti o potenziali delinquenti e gli stranieri, condannati alla clandestinità, ancora di più perché la condizione di irregolari li espone a trasgressione e illegalità anche per il solo fatto di respirare, calpestare il sacro suolo, essere visibili, e colpa ancora peggiore, sedersi sulle panchine dei nostri giardinetti e prendere i nostri bus.

E infatti a essere ancora sanzionati con maggiore severità sono i fatti che destano allarme sociale tra i benestanti ora beneficati dalla opportunità di farsi giustizia da sé qualora il reato predatorio: rapina, furto, venga consumato tra le pareti di casa, mentre vengono proporzionalmente punite di meno o addirittura restano impunite le condotte criminose lesive del bene comune e del patrimonio di tutti: illeciti fiscali, delitti societari e fallimentari, che hanno comportato la perdita di risparmi di investitori e correntisti, se si pensa che per la bancarotta fraudolenta la pena massima prevista – 10 anni di reclusione- è la stessa di un furtarello pluriaggravato. E allo stesso modo i reati alla persona sono soggetti a scale di giudizio e interpretazioni arbitrarie e discrezionali se il danno alla salute dovuto al degrado ambientale è sanzionato perlopiù con contravvenzioni e solo dal 2015 sono entrati nel codice penale i delitti di inquinamento e disastro ambientale  descritti con formule vaghe e soggetti a scappatoie, per non dire degli incidenti sul posto di lavoro, quando l’imprenditore in attesa degli applausi a scena aperta in Confindustria, se la cava   con una multa da 500 e 2000 euro, visto che la reclusione da 3 mesi a un anno è prevista in via alternativa.

A volte nemmeno occorre il doppio binario della giustizia forte coi deboli debole coi forti, che non accade di sovente che un abitante dei Parioli o di via del Vivaio venga sorpreso a rubare nei supermercati o a equipaggiarsi di un allaccio abusivo di corrente e gas, azione criminosa cui si sono sottratti solo quelli di Casa Pound che si limitano a non pagare le fatture continuando a godere dei servizi. Né  tantomeno si è saputo di un villeggiante di Capalbio preso con le mani nel sacco dove ha custodito la legna rubata sui mondi dell’Amiata o mentre si dedicava alla “spigolatura” o a “rastrellare” in fondi agricoli non suoi.  E se Arsenio Lupin non è mai stato perseguito per il possesso di chiavi alterate e grimaldelli, altre pittoresche prescrizioni restano inalterate a dimostrare che i poveracci rientrano sempre nella cerchia dei soliti sospetti.

Abbiamo visto che questo vale anche per assembramenti potenzialmente sediziosi, si tratti di eversori che pronunciano la paroletta proibita: NO, si tratti di frange di oppositori che si permettono di disturbare i manovratori, fossero Boschi, Renzi o Salvini, sottoposti ai controlli e alle limitazioni preventive della Ps e delle polizia municipali promosse a operazioni di ordine pubblico anticipate da ordinanze di sindaci sceriffi bipartisan, Pd o Alemanno che aveva disposto la chiusura dei siti del centro di Roma perfino alla Cgil, e ancora prima dalla repressione anche feroce di chi si era macchiato dell’invasione die terreni pubblici, come, tanto per fare un nome, Danilo Dolci, mentre non viene vista come pericolosa per l’ordine pubblico la calca nelle lunghe e intemperanti file per approvvigionarsi di IPhone di ultima generazione.

Allo stesso modo che non dovremmo sentirci rassicurati dalle sanzioni che puniscono la vendita di prodotti contraffatti, quelli stesi sui tappetini delle vie del centro o trasportati in carovane stanche sui nostri litorali, perché è vero che si tratta di un mercato al dettaglio controllato dalla criminalità ma è altrettanto vero che non si tratta di delitti contro la fede pubblica: chi compra una borsa griffata a un prezzo irrisorio sa bene che non è autentica e chi l’acquista la vuole esibire facendo credere di averla pagata cara, bensì di affronti a interessi protetti, non quelli del consumatore bensì quelli delle imprese che temono di vedere ridotti i profitti accumulati grazie allo sfruttamento, magari nei paesi d’origine del vucumprà, in una implacabile catena di speculazione predatoria.

Arriva solo ultimo anche se particolarmente scrupoloso quanto indecente il ministro Salvini.  Negli ultimi decenni la maggior parte dei paesi occidentali ha proposto e concretamente applicato nuove pratiche del controllo a livello locale,  indirizzate al controllo di un’ampia gamma di comportamenti,  soprattutto di quelli che si manifestano nello spazio pubblico, che sono posti in essere dai gruppi più marginali delle nostre società e che sono percepiti come problematici per l’ordine sociale indipendentemente dall’essere definiti, o meno  come reati dal codice penale.  L’intento è quello di dare una risposta repressive o almeno fortemente dissuasiva ai bisogni di  comunità,  cavie di sperimentazioni per istillare e aumentare la percezione della paura, della minaccia e  dell’incertezza,  in modo che si dividano, si fronteggino e  combattano tra loro perdendo di vista gli stregoni all’opera per criminalizzare la povertà per cancellare i confini tra crimine e disordine, per attuare una repressione penale e anche amministrativa come con l’istituto dell’ allontanamento o con il Daspo urbano. Mentre continuano a agire indisturbate le reti criminali che organizzano e sfruttano la sopravvivenza degli “ultimi” nelle economie di sussistenza, cui è riservata in casi eccezionali qualche compassionevole gesto di carità.

Se la scuola deve essere un posto dove si coltiva senso critico, autonomia di giudizio, rispetto per la dignità propria e altrui, il minimo è aspettarsi uno sciopero generale a sostegno dell’insegnante. Il giusto aspettarselo contro la Buona Scuola, il Jobs Act e i decreti sicurezza.


Fascismo, malattia senile del capitalismo

industria-fascismo-ponte-gardenaAnna Lombroso per il Simplicissimus

E basta! liquidare l’azione del governo guidato da Salvini  in materia di sicurezza come il sorprendente palesarsi del neofascismo  leghista, come la redenzione del razzismo soffocato nella vergogna e che solo adesso,  propagandato e avallato dal l’indecente populismo, può ardere come una fiamma avvelenata, come, cioè, la regolarizzazione di un  fenomeno arcaico fino alla bestialità, affrancato da una ideologia barbarica.

Troppo facile bollarlo e bollare milioni di elettori come marmaglia ignorante  e zotica sedotta da una leadership sboccata, volgare, sfacciata, incapace e cinica che ha avuto il sopravvento,  suscitando bassi istinti plebei che le èlite precedenti, più educate,  avevano contenuto nei limiti del bon ton.

Non c’è stata una recente svolta securitaria del sorvegliare e punire, solo il consolidarsi di una ideologia della “sicurezza” che fa esplodere il rapporto tra la distruzione dello stato sociale e il potenziamento dello stato penale, in virtù di un processo per il quale quando viene liberata completamente l’indole selvaggia del mercato si devono mettere in atto azioni e dispositivi di controllo e repressione per   gestire le conseguenze sociali che si sono generate.  Lo stato, che ha abiurato ai suoi compiti e che ha sostenuto nei fatti la strategia della disuguaglianza in modo che chi ha possa avere sempre di più e chi non ha venga punito per non aver approfittato delle magnifiche sorti e  progressive delle opportunità del gioco d’azzardo, deve diventare lo sbirro cattivo che reprime, incarcera, rende invisibili perché offendono il decoro le vite nude dei poveracci, condannati ad essere irregolari in quanto molesti e potenzialmente pericolosi se cresce la loro collera, mai abbastanza imbavagliata.

È che il fascismo non è stato certo un incidente imprevedibile e occasionale, se sa esercitare magari con altre fattezze  lo stesso ruolo, se riassume in sé la stessa fisionomia di gene insito nel capitalismo che lo impiega come cane da guardia, se lo promuove a regime quando serve, quando la sua inarrestabile avidità  e la sua smania di accumulazione fino al suicidio richiedono le maniere forti per contenere la pressione dei poveracci e dei loro bisogni, nostrani, indigeni o estranei.

E avremmo dovuto preoccuparcene ben prima dell’avocazione a sé dell’ordine come diritto dei nativi e della sicurezza come prerogativa di chi possiede beni, a rischio soprattutto quando sono pochi e  sudati, che le banche o le grandi imprese prima ancora di godere dell’assistenza pubblica, di salvano con guardie,  eserciti privati e non, tecnologie e addirittura  leggi a loro beneficio.

Infatti il buzzurro all’Interno ha sapientemente messo insieme in forma esplicita e plateale la crisi immigrazione” assurta a “emergenza” e il problema ordine pubblico, nella sua funzione di mantenimento del decoro e di lotta alla microcriminalità, che quella maxi con tutta evidenza non riveste la stessa crucialità. Ma non saremmo arrivati a tanto senza la Legge Martelli che amplia e definisce lo status di rifugiato e il diritto di asilo politico per dare il via a quel distinguo artificioso tra immigrati che fuggono alla guerra e immigrati che fuggono a fame e sete, con l’intento di regolamentare l’aumento esponenziale dei flussi migratori degli anni ’80, mediante programmazione statale dei flussi di ingresso degli stranieri non comunitari in base alle necessità produttive e occupazionali del Paese e delineando fin da subito quella che diventerà una costante della legislazione: la gestione dell’immigrazione da un punto di vista economico.

Non saremmo a questo punto se non ci fosse stata la Turco-Napolitano, che a completamento dell’impianto della legge Martelli,  impostava la stabilizzazione dei migranti,  in modo da comporre la relazione domanda-offerta di occupazione, possibilmente servile e non qualificata,  “a disposizione” di chi arrivava: badanti, camerieri, autisti, giardinieri, pizzaioli, muratori, insomma quel serbatoio gradito perfino in quel di Capalbio  e che scappava dalle guerre umanitarie cui partecipava l’Italia, meglio, così erano più grati e ubbidienti. Non saremmo qui se con la stessa foga di oggi avessimo deplorato la Bossi-Fini che su quei presupposti andava a incidere, in senso vessatorio e punitivo, da un lato rendendo più difficoltoso l’ingresso e il soggiorno regolare dello straniero e agevolandone l’allontanamento, dall’altro riformando in senso restrittivo la disciplina dell’asilo.

E non ci dovremmo vergognare dell’oggi se ci fossimo vergognati del recente passato, dell’approvazione   dei Decreti Legge nn. 13 e 14 che portavano le firme del Ministro degli Interni Marco Minniti e di quello alla Giustizia Andrea Orlando, che  sceglievano di inseguire le destre sul fronte securitario, addirittura superando e inasprendo il terreno già seminato dal Decreto Sicurezza di Maroni del 2008 e perseguendo e punendo fino
all’incarcerazione i “sommersi”   come soggetti  “non riusciti” e falliti da un punto di vista  personale, individui parassitari quindi pericolosi per la coesione sociale, siano barboni, graffitari, mendicanti, senza tetto in baracca o occupanti immobili vuoti, “rovistatori”, stranieri in attesa di riconoscimento di status (cui viene tolto il diritto di difesa in ogni stato e grado del procedimento) o ragazzotti colpevolmente muniti di cellulare in cerca di qualcosa di meglio della miseria, tutti parimenti oggetto di politiche volte alla difesa del diritto alla sicurezza che deve prevaricare su tutti gli altri e intesa a emarginare, penalizzare o espellere dalla società quelli che la società non sa e non vuole “contenere”.

Non deve stupire se  il virus del fascismo prende forma epidemica adesso in  successione non singolare  con la ferocia delle politiche deflazioniste e di austerity, di liberalizzazione dei mercati finanziari,  di dissoluzione del lavoro e dei suoi valori retrocesso a occupazione precaria e a contrattazione ricattatoria di mansioni dequalificate, di smantellamento della stato sociale.

E non deve stupire nemmeno che la reazione che oggi ci si raccomanda è quella di mettersi tutti insieme, con Macron e Tsipras, con Renzi e Cacciari, e pure sommessamente con Draghi e Mattarella, contro il ributtante folclore razzista e xenofobo di Salvini, in modo da far passare doverosamente sotto silenzio  la guerra contro la democrazia  e i suoi abitanti di ogni latitudine  condotta con le armi del colonialismo affilate e usate anche nel nostro Terzo Mondo interno.

 

 


La guerra di Polonia, pretesti e ragioni reali

polexit-2Da qualche settimana in Europa è esplosa la questione polacca, segnale di una fragilità terminale della Ue: da una parte si accusa il governo di Varsavia di aver varato alcune leggi che ledono l’indipendenza del sistema giudiziario con annessa minaccia di sanzioni che potrebbero arrivare anche al ritiro del diritto di voto in molte assemblee, nel caso non si facesse un passo indietro, dall’altra- ovvero quella polacca – si respinge questa intromissione negli affari interni del Paese e si minaccia di uscire dall’unione facendo intendere che ormai i vantaggi dell’entrata nella Ue si sono esauriti e restano solo i legacci. Insomma per la prima volta si scontrano i principi di sovranità e il disprezzo dei medesimi da parte delle oligarchie continentali che li vedono come gli ultimi ostacoli verso l’affermazione di una società basata sul profitto e sulla disuguaglianza.

Il problema, la radice dello scontro. è alla fine proprio questo perché la questione specifica della magistratura polacca è in gran parte di lana caprina, un pretesto per chiarire molto bene, in un momento di grande incertezza per l’Unione, che i governi e i Parlamenti non devono rispondere ai popoli che li hanno eletti, ma principalmente agli ordini sovranazionali. E lo si vede subito esaminando i punti principali della contestata riforma che violerebbe i valori europei sulla quale tutti gli agit prop del neoliberismo post democratico stanno giocando sporco approfittando del fatto che spesso le persone di accontentano di notizie sommarie, di suggestioni e di suggerimenti che non osano contestare:  in sostanza si tratta di una riforma del Consiglio nazionale della magistratura, l’organo di autogoverno dei giudici, un terzo dei cui membri dovrebbero essere deletti eletti dal Parlamento. Inoltre il consiglio  dovrebbe valutare le candidature dei magistrati, stilare regole etiche, e chiedere alla Corte costituzionale opinioni sulla costituzionalità delle leggi.

Non c’è alcun dubbio che l’autonomia della magistratura venga gravemente limitata con questo collegamento tra il potere giudiziario a quello esecutivo, cosa che viola una delle regole fondamentali della democrazia. Peccato però che queste regole siano disattese praticamente anche in tutto il resto del continente che si finge scandalizzato dal momento ché di fatto solo l’Italia ha una struttura del potere giudiziario che si avvicina, sia pure teoricamente all’ideale di separazione, visto che i pubblici ministeri, nonostante i tentativi polacchi di Berlusconi godono di ampia autonomia di movimento. Certo, l’organo di autoverno dei giudici, ovvero il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dall’inquilino del Quirinale ed per un terzo è eletto dal parlamento, con un meccanismo che ricalca quello polacco. In Francia invece l’ analogo del Csm è un organo ausiliario della presidenza della Repubblica, mentre i pm sono agli ordini del ministero degli interni che indica loro quali inchieste fare e quali no. In Germania non esiste nemmeno un organo di autoverno dei magistrati che vengono nominati direttamente dal minstero dell’Interno federale, mentre i provvedimenti discplinari che non riguardano eventuali reati comuni, possono essere addirittura richiesti direttamente dal Parlamento. In Gran Bretagna i giudici vengono nominati dal Lord Chancellor che a sua volta e’ nominato dal Primo Ministro, mentre la  funzione di magistratura suprema spetta alla House of Lords, che e’ composta principalmente di membri nominati dal governo. Per quanto riguarda i pubblici ministeri, invece, si pesca tra gli avvocati . I punti essenziali di questa struttura valgono per tutti i Paesi di common law come gli Usa dove tuttavia i pubblici accusatori anche qui estranei alla magistratura in senso stretto, sono legati a doppio filo con la politica dunque non sono in nessun modo parte neutrale o lontana dal potere esecutivo.

Detto questo qual’è lo strappo fatto dalla Polonia rispetto al resto dell’Europa? Forse quello di rassomigliare di più ai maggiori componenti della Ue? Oppure si tratta di una prova di forza che ha altre origini e altri obiettivi? Certo è strano che la Unione non abbia avuto la stessa reazione quando il presidente Lech Kaczynski alla fine del 99 firmò l’emendamento alla costituzione che introduce l’apologia di reato comunista, vietando e perseguendo penalmente produzione, diffusione  e possesso di simboli, propaganda e idee legate al comunismo, mentre il nazismo è in libera diffusione o quando, sempre lo stesso anno. lo stesso presidente rese obbligatoria oltre al carcere la castrazione chimica per chi abusa di minorenni al di sotto dei 15 anni di età anche consenzienti o quando poco più di un anno fa è stata introdotta una legge che restringe la libertà di riunione nei luoghi pubblici..

Infatti il problema è nato da quando questa deriva, peraltro non nuova nel Paese e mai ostacolata in alcun modo, anzi fomentate e fatte crescere proprio dalle insensate politiche di austerità, ha cominciato a toccare temi davvero sensibili per la Ue e non mi riferisco alle baruffe sull’immigrazione che vede la Polonia allineata a molti stati dell’Est, Ungheria e Repubblica Ceca in testa, ma al fatto che buona parte della destra polacca pensa che i dogmi del libero mercato, che hanno guidato la crescita dal 1989 e i cui proventi sono finiti all’estero o in pochissime tasche, vadano riconsiderati, che occorra rafforzare la presenza dello stato nell’economia e sviluppato il welfare. L’ allarme è cominciato a diffondersi quando sono stati concessi 120 euro a figlio come assegni familiari che è una bella cifra per un Paese dove i salari medi sono di 1000 euro. Evidentemente le condizioni reali delle persone erano tali da rendere questa mossa, assieme ad altre, necessaria per il mantenimento del consenso. Solo che essa è stata accompagnata da un rigetto quasi ufficiale delle tesi liberiste. Quando Bruxelles notò che provvedimento così genere avrebbero messo sotto pressione i conti pubblici: “Il Pil è solo un idolo delle élite economiche” disse Mateusz Morawiecki, quando era ministro dell’economia. poco prima di diventare presidente del consiglio.

E’ solo una frase fra le tante che possono essere portate a testimonianza di una guerriglia ormai aperta. Il fatto è che se si sviluppa il welfare addio gli enormi benefici finora goduti dalle aziende europee che hanno delocalizzato in Polonia e se questo per giunta avviene nell’ambito di una rivalutazione della sovranità, come aglio per i vampiri, apriti cielo, c’è il rischio che vengano rottamati  i progetti delle oligarchie europee. Questa democrazia a senso alternato messa da parte quando lede gli interessi economico finanziari e ripolverata ad hoc quando gli stessi lo richiedono ormai provoca la nausea, anche perché gli effetti deleteri sono visibili a chiunque: una rissa imbarbarita tra sciovinismi e oligarchia globalista, tutte cose che dovrebbero essere il passato e sono ahimè il futuro che vorrebbero servirci.


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