alluvione_genovaAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Onnipotenza astratta e concreta impotenza”, sembra essere questa la condanna dell’uomo contemporaneo dopo che Prometeo gli ha fatto dono di strumenti, armi, conoscenze così poderose e sofisticate da alimentare in lui il senso  del possesso di facoltà illimitate ed assolute, di una invincibilità che gli permette di fronteggiare e governare eventi ostili, nemici imbattibili, malattie inguaribili.

Poi succede qualcosa. Qualcosa di prevedibile, qualcosa di provocato e quindi non sorprendente, qualcosa di annunciato dall’esperienza, qualcosa di profetizzato dalla storia perché già avvenuto, ma lungamente rimosso e l’uomo si stupisce, si difende dalla responsabilità, dall’improrogabile obbligo di apprendere dal passato, attribuendogli la qualità nel mistero inatteso, del malefico prodotto di una natura matrigna o di poteri indomabili, inimmaginabile e imponderabile.

Succede con la crisi, che si narra sia un evento naturale, un incidente verificatosi, senza che nulla gli si potesse opporre, nel cammino del progresso, ma che  non ne fermerà l’avanzata, malgrado il conto presentato dalla storia in stragi, fermenti, vittime. Come la crisi e le sue devastazioni, volute e prodotte in nome dell’accumulazione, dello sfruttamento, dell’avidità, del profitto, si vorrebbe credere e far credere che siano naturali, estemporanei, imponderabili anche i catastrofici effetti del cambiamento climatico, insieme alle conseguenze dell’abbandono del territorio alla speculazione, della trascuratezza, della pressione di interventi per lo più inutili certo dannosi realizzati per nutrire commerci opachi di quattrini, consenso, voti, per sostenere il brand della corruzione, del malaffare, della criminalità.

Ha ragione il Simplicissimus a ricordare una volta di più che si tratta di un humus del quale hanno approfittato tutti per far “crescere” la mala pianta degli interessi egoistici ed immediati, incoraggiati dalla cultura della licenza, del condono, dello scudo, diventata strumento difensivo  in una fase nella quale si sono cancellati i confini del lecito, del legale, dello stato di diritto, favorendo precarietà, insicurezza, arbitrarietà. E questa considerazione non deve esimere da colpe individuali e collettive. Ma  è anche vero che quei conti la storia li presenta alla povera gente, alla più indifesa, alla più esposta, mentre chi ne fa motore di arricchimento, e di affermazione personale, chi ne fa  sistema di governo non paga mai, nemmeno nei seggi elettorali diventati i luoghi nei quali si officia una liturgia frustrante e futile a conferma di deleghe, nomine e mandati calati dall’alto e in bianco.

Così mentre una cerchia di incompetenti ed impotenti lagnava l’assenza di un allarme, pretestuosa denuncia a fronte della proterva incapacità di governare ogni giorno con cura, manutenzione, custodia, sorveglianza, insomma con attività quotidiane, tenaci, puntuali, il premier ha approfittato della fortunata occasione per una nuova intervista e un tempestivo tweet per rammentare l’improcrastinabile necessità di realizzare le “grandi opere”.

Facciamo che non sia solo il macabro interesse a favorire le cordate del cemento. Facciamo che sia solo pervaso dalla convinzione idiota e arcaica che in assenza di una opportuna guerra e di una festosa ricostruzione, la crisi offra l’occasione di produrre crescita e occupazione coi mattoni, con l’edilizia, con i ponti, con le doghe, con l’ammuina, scavando trincee per poi riempirle. Facciamo che come altri despoti, tirannelli, ridicoli dittatori delle banane, che almeno quelle le coltivavano, voglia insieme al fido Lupi, lasciare una impronta abominevole e incancellabile tramite le sue personali piramidi:  canali in laguna, tunnel sotto Firenze, alte velocità non si sa per andar dove, autostrade deserte, stadi. Facciamo che sia ispirato da tutti questi elementi. Ebbene sono tutti sbagliati, tutti controproducenti, tutti mefitici e tossici come nuove bolle finanziarie, fatte e gonfiate perché se ne avvantaggi quella cupola  planetaria, fatta di grandi patrimoni, di alti dirigenti del sistema finanziario, di politici, appunto, che stringono patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti, di tycoon dell’informazione, insomma quella classe capitalistica transnazionale che domina il mondo e è cresciuta in paesi che si affacciano sullo scenario planetario grazie all’entità numerica e al patrimonio controllato e che rappresenta   decine di trilioni di dollari e di euro che per almeno l’80% sono costituiti dai nostri risparmi dei lavoratori,  gestiti a totale discrezione dai dirigenti dei vari fondi, dalle compagnie di assicurazioni o altri organismi affini.

La loro marionetta ha dimostrato da sindaco di sapere bene cosa serve ai padrone, come li si accontenta, come si nutre la bestia rapace e incontentabile che si nasconde in loro. A quello servono le sue riforme, a quello serve quello Sblocca Italia che studiosi, tecnici, intelligenze libere da condizionamenti chiamano correntemente Rottama Italia. Che non investe il becco di un quattrino in opere di tutela, di riassetto del territorio, di difesa del suolo, che sospende vigilanza e impoverisce il sistema di controlli. Che ci riporta indietro quando  “sviluppo” era uguale a “cemento”. Quando  per “fare” era necessario violare la legge, o aggirarla. Quando  i diritti fondamentali delle persone (come la salute, l’ambiente, la bellezza, la cultura) erano considerati ostacoli

superabili, e non obiettivi da raggiungere. Quando non c’era una Carta che li collocava in cima alle aspirazioni legittime del cittadino.  E siccome adesso c’è e prima di noi altri l’hanno conquistata insieme a dignità, autodeterminazione e sovranità, vogliono stracciarla, coprirla col fiume di fango della loro vergogna.