57fb2f68431afe5ea6b2103e756e3c75_imageAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che sarebbe consigliabile se si va pazzi per la Nutella non visitare la Ferrero, che in certi ristoranti sarebbe meglio non entrare in cucina, che non si dovrebbe vedere Napoleone in vestaglia e conoscere di persona il proprio autore preferito: le naturali, inevitabili magagne deludono, le debolezze dei grandi contrariano, le meschinità degli eroi amareggiano.

Ieri in margine al post de il Simplicissimus sulla disinvoltura informativa di Repubblica, non certo nuova ma sempre più sfrontata via via che il quotidiano di De Benedetti si colloca fermamente e tenacemente nella funzione di velina governativa, alcuni lettori hanno manifestato il loro disincanto, la loro disillusione di aficionados traditi.

Per carità faccio presto io a non essere sorpresa: ho visitato la Ferrero, insomma, e in quella  cucina di  ho lavorato per qualche anno, ma soprattutto sarebbe improbabile che un giornale e i suoi giornalisti si sottraessero a un destino inevitabile in Italia,dove non esiste un’editoria “pura”, dove il ricatto è diventato sistema di governo, dove i padroni hanno vinto la guerra contro il lavoro, manuale e non, quello di essere assoggettati al potere, di andarci a braccetto, lusingati dall’ammissione nelle stanze dei palazzi, convincendosi per contagio di abitarci, per contiguità di contare, per benevolenza di essere autorizzati a trasmettere quello che i “lorsignori” vogliono farci sapere e niente più, merito e concessione conquistata a forza di ipocrisia, acquiescenza, autocensura, che di censura non c’è nemmeno più bisogno.

Certo è penosa la rivelazione che questa corporazione di valletti soggiogati e contenti di esserlo, fieri della slealtà verso gli obblighi imposti dalla professione compensata da lauti stipendi, una visibilità garantita da quotidiane ospitate nelle quali ripetono le suggestioni governative e i mantra di regime, sia la stessa che per anni ha preteso e rivendicato non solo di interpretare l’opinione pubblica, ma di “essere” l’opinione pubblica.

Convincendo una folta massa di lettori che con l’esborso quotidiano di una misera cifra e il rito della preghiera laica del mattino, ci si comprava l’appartenenza a una èlite, speciale, esclusiva, anche un po’ cinica se si trovava a approvare De Mita, ma molto per bene se testimoniava la riprovazione per Berlusconi; se si acquisiva l’ingresso in un club, l’iscrizione al quale esime dalla stizza quando si apprende che il libro peggiore ha vinto il premio più ambito, ma l’autore è un assiduo collaboratore della testata, se il filosofo più critico della televisione va in tv a parlare dei danni corruttivi che produce, se aiuta a familiarizzare con i fenomeni culturali contemporanei scesi dal piedistallo per l’occasione, pronti a convertirsi in dispense, enciclopedie a fascicoli, in sostanza, garantisce che la lettura diuturna costituisce la forma di critica più appagante, anche grazie a quell’accorgimento, oggi ormai cadute in desuetudine e mutuato dalla politica, di dare accesso e pari opportunità a tutto e al contrario di tutto, a discordie che si conciliano sotto l’egida della comune adesione al giornale partito, perfino a previsioni meteo od oroscopi discordanti.

In modo che in molti comunque si possano riconoscere e identificare grazie all’unica critica ammessa, quella alle catene e ai vincoli delle ideologie e per esteso, delle idee, come d’altra parte rivendicato dal fondatore di Repubblica “il contrasto d’opinioni è il sale della società democratica e non può far paura a che crede nella ragione”. Passato alla funzione sacerdotale deve essersene dimenticato e lo hanno dimenticato il giornale e i suoi giornalisti, che vantano un’adesione monocorde al regime, l’unico che veramente conta, quello dei padroni: delle ferriere, delle finanziarie, dei giornali, delle loro teste arrese.