Annunci

Archivi tag: La Repubblica

La banalità del maluccio

166336_xxfnqvwbjaoka6sin1k5bvlpo Anna Lombroso per il Simplicissimus

È risaputo che il successo di un quotidiano fondato nel 1976  e che ha rappresentato un novità nel repertorio della stampa italiana, a cominciare dal formato che ne rendeva agevole la lettura, anche col vento sotto l’ombrellone dell’Ultima Spiaggia, consisteva nell’affrontare temi alti e complessi in modo leggero e i temi frivoli con pensosa e sussiegosa profondità. E nell’ospitare pareri diversi, spesso contraddittori, e ricostruzioni contrastanti,  in modo da accontentare una platea più attenta alle opinioni che ai fatti e persuaderla così di appartenere a un club esclusivo, a un cenacolo ristretto e selettivo di “pensanti” infastiditi dall’ascesa di ambiziosi impazienti, di rentier arroganti, di parvenu arrivisti, estranei alla cerchia chiusa e eletta cui si voleva essere annessi, quella radical chic definizione che allora contava già 6 anni ma che purtroppo è ancora in voga, sotto forma di accusa o rivendicazione.

Inutile dire che il giornale, come tutti, ha perso smalto, ma resta in vigore come costume diffuso almeno uno di quei due caratteri che ha convertito in qualità l’incoerenza fino al tradimento di promesse e mandato, facendo della contraddizione una virtù  a conferma di vivacità di pensiero, capacità di adeguarsi ai tempi e dinamismo, che dà nuovo sapore alla massima secondo la quale solo gli imbecilli non cambiano mai parere. Soprattutto quando certi equilibrismi entrano a far parte della cassetta degli attrezzi  del politico costretto suo malgrado a convertirsi alla realpolitik e a piegarsi alle dure leggi della prassi.

Oddio, anche la leggerezza sembra essere nello spirito del tempo. Peccato che pesi come un macigno, per l’abuso che ne viene fatto sicché ogni riso diventa sghignazzo, ghigno, ogni birignao di signore bene diventa provocazione in favore di empi interventi, ogni criticata melensaggine del bon ton di Jader Jacobelli diventa urlaccio di Sgarbi: capre, capre! e ogni tentativo di riservatezza diventa criticabile manifestazione di ipocrisia e distanza dal popolo che si dice esiga la sfacciata ostensione dei menù del giorno, della esposizione dell’ecografia, mentre cala un sobrio e pudico silenzio sui redditi che permettono sorprendentemente acquisti immobiliari sfarzosi e nuove abitudini sibaritiche.

È la leggerezza che deriva dalla superficialità, quella di chi può permettersi di frequentare la vita da turista, per rendita o affiliazione o dinastia, altra cifra un tempo condannata e che oggi è invece interpretata come una gradita particolarità che distingue dai parrucconi che ostacolano la libera iniziativa e il decisionismo, come ad esempio i famigerati sovrintendenti e gli ancor più deprecabili costituzionalisti, o dai troppi laureati che fanno sfoggio di sapienza per mortificare chi ha fatto la scuola della strada – o dell’avanspettacolo – come sui profili di Facebook o da ieri all’Unesco, ma anche da chi ha un vero talento se non addirittura una vocazione che lo rende inviso a nuovi miti e prodigi, Allevi contro Glenn Gould,  Buttiglione contro  Abbagnano, Serra contro Cioran, Fusaro contro Gramsci, noto solo per la sua avversione  agli indifferenti grazie a Wikiquote.

Si, superficiali, spigliati, disinvolti, moderni insomma, purché su di loro non si faccia dello spirito, che altrimenti si adombrano.  Alzano il sopracciglio come Elisabetta davanti agli hooligans del Chelsea, gli si gonfia la vena del collo, minacciano rappresaglia via tribunali e polizia postale, raccomandano censura per limitare l’uso della violenza che deve restare a loro in regime di esclusiva – oggi buffoni e giullari sarebbero già oggetto di Daspo. Mentre si sentono autorizzati  alle battutacce sconce, quelle alla Berlusconi, scollacciate, da saletta del casino col numero di tacche segnate sul muro, quelle alla Calenda, impudenti, da coffee break del master alla Bocconi: nessuna buona azione deve restare impunita, quelle sempre in voga sui difetti fisici, statura, riporto, tacchetti incalzate da quelle sulla consecutio tradita, slealtà più disapprovata di quelle alle promesse elettorali, soprattutto da alunni scarsi, il cui diploma italiano o albanese, puzza di trastola lontano un miglio.

D’altra parte è finita la satira precipitata nelle mani di ex incendiari che indirizzano i loro idranti micidiali contro chiunque osi criticare la loro cricca e il loro salottificio, proprio come l’invettiva di quelli di “né con lo Stato né con le Br” che  dalle poltroncine girevoli di direttore hanno aggiunto un bel no deciso al molesto popolo ingrato, cui sarebbe necessario levare il pericoloso suffragio universale. Così ormai l’umorismo surreale è affidato alle colonne della prima del Corriere dalle quali il senatore Monti  rimpiange che i governi del passato non abbiano concluso  un trattato di Acquisgrana co ‘a pummarola ncoppa coi due acclarati statisti: Macron e Gentiloni, e lui novello Carlo Magno sortito dal sarcofago.

Si, ormai siamo alla comicità involontaria di Libero che denuncia che calano Pil e fatturato ma aumentano i gay, come d’altra parte insinua il Moccia della filosofia che teme che la concessione di diritti civili possa insidiare quelli primari e sociali, ambedue preoccupati che possiamo svegliarci e aspirare a riconquistarli tutti nessuno escluso.

O quella che ha portato a  pensare come baluardo in difesa della libertà di stampa e del diritto all’informazione oltraggiati dalla rimozione dell’augusto tappetino di Chetempochefa, a una bella striscia dopo il Tg affidata a Maria Giovanna Maglie, interprete talmente strenua dell’indipendenza del giornalista dai poteri da aver avocato a sé anche la gestione amministrativa del suo incarico, quella sì davvero allegra proprio come piace appunto al nostro rappresentante all’Unesco, dove dopo tanta bulimia di “culturame” intende portare il sorriso, anzi, il riso a pensare a quello che susciterà una nomina così estrosa da parte del Paese  che possedendo più “petrolio” artistico e paesaggistico lo lascia bruciare per avidità o trascuratezza o tutte e due.  O quella, demenziale, che suscitano i bestiali lottatori del Catch della politica, il bisonte all’Interno, l’avvoltoio in toga senatoria che mena colpi dal tour di conferenziere, il caimano ancora attivo nel serraglio, la jena allo sviluppo, tutti a sbuffare, digrignare i denti, mostrare poderosi muscoli verbali, tirare le orecchie all’avversario, assestare pugni e smatafloni, tutti virtuale però, perché quello che conta è lo spettacolo: stanno facendo scena, la loro è una indolore farsa a uso di un pubblico infantile che  finge di non sapere  che non si faranno mai davvero male, intenti allo stesso scopo, salvarsi lo sgabellino sul ring. O anche  quella, surreale, che ingenera in noi l’attivismo online di testimonial dell’umanità e della legalità appena scoperta e prima considerata un optional, che pagano in nero colf, dipendenti e press agent, di cantanti su palchi montati da cottimisti a alto rischio, di attori che hanno campato sulle lottizzazioni teatrali e televisive degli operatori culturali in forza all’arco parlamentare, di occhiuti smascheratori delle caste della speculazione con tanto di piscina e attico abusivo, di requisitori inflessibili sul blog e remissivi travet in redazione.

Ecco, anche chi pensa che la leggerezza sarebbe più adatta a questi tempi così poco eroici anche nel male, dominati da ombre di mezza tacca: bestialità, immoralità, cupidigia, arrivismo al posto della disumana efferatezza, dell’amoralità depravata, dell’avidità assatanata, dell’ambizione sfrenata, finisce per arrendersi alla pesantezza della banalità del maluccio.

 

 

 

Annunci

Provaci ancora Eugenio

LuChre_vScalfari è senza dubbio uno dei più rilevanti monumenti dell’antropologia italiana pur non essendo né un eroe, né un santo, né un navigatore, ma rappresenta nel migliore e nel più insospettabili modi il peggio ovvero l’ossequio per il potere che solo raramente diventa reale adesione ad esso, ma solo mezzo di potere. Caporedattore di Roma Fascista sotto il fascismo, rappresentante del liberismo di marca americana dopo la guerra e svelto ad approfittare dell’occasione di tornare in campo giornalistico quando incontrò e sposò Simonetta De Benedetti, figlia del più noto giornalista italiano del tempo dopo Montanelli, ovvero Giulio De Benedetti  direttore de la Stampa e parente dell’attuale proprietario del gruppo Espresso.  Nonché famiglia legata da sempre a doppio filo con gli Agnelli.

Le sue nuove posizioni post belliche, atlantiste, azioniste e radical – liberali collegate a una sorta di fede in una problematica eticità del capitalismo di origine weberiana, lo spinsero per due volte sulla cresta dell’onda prima come direttore ombra de l’Espresso con il famoso articolo di Cancogni su Capitale corrotta, Nazione infetta e successivamente con lo scandalo Sifar, quello del fallito golpe De Lorenzo. Proprio queste stigmate dell’ascesa di Scalfari ne consegnarono un’immagine di contraltare del Palazzo che era l’esatto contrario della sua natura di uomo in mezzo al potere. Avverso ovviamente al comunismo, e per certi versi anche alla Dc è rimasto sempre dentro la torre d’avorio con innamoramenti e tradimenti continui: così l’anticraxiano Scalfari è stato una decina di anni dentro al Psi, compresa una legislatura alla Camera, ha sbertucciato i comunisti, ma li ha lodati quando si avvicinavano alla Nato o diventavano meno comunisti nell’illusione di poterli gestire , si è innamorato persino di De Mita pensando di potere condizionare la Dc. E’ proprio in quegli anni e in quel flirt con l’intellettuale della Magna Grecia che nasce o meglio si concretizza l’idea del partito Repubblica che scorrazza nel Palazzo senza mai dubitare delle fondamenta. Del resto un decennio prima l’idea alla base della fondazione del quotidiano era quella di farne un foglio elitario che desse voce alle classi produttrici del paese contro le classi parassitarie che, evidentemente, votavano Dc. Ma naturalmente si trattava di un progetto estremamente elitario, radical chic, destinato ad andare nelle mani della gente che conta, con poche pagine, senza sport e cronaca, fatto da ragazzini e da alcuni culi di pietra cui si aggiungevano le grandi firme, la sua prima di tutte e poi di  Sandro Viola,, Bocca, Aspesi, la Mafai, Peppino Turani, Terzani: l’intento era quello di snobbare i partiti di massa e collocarsi in un’area politica che cominciava dai repubblicani e finiva con gli autonomi, cioè i lembi non clandestini del brigatismo, anche se poi l’intreccio di informazioni che venivano a Scalfari dal Palazzo, da Evangelisti come da Cossiga, da Enrico Cuccia come  da Forlani costituivano la linfa vitale del giornale e materiale per le messe cantate del direttore.

Non ci si può stupire se il quotidiano andasse male e fosse in procinto di chiudere quando Moro fu rapito e le Brigate Rosse scelsero Repubblica come veicolo della loro comunicazione. La prima foto Br faceva vedere Moro prigioniero che teneva in mano Repubblica. Scalfari, profittando della contemporanea crisi di Paese Sera e insinuandosi in un’area giovanile stanca del grigiore del Pci riuscì ad imbarcare un pubblico variamente e spesso anche vagamente di sinistra che poi lo ha seguito nell’anguilleria. L’opera fu completata successivamente con la batosta presa dal Corriere della Sera quando il quodiano milanese entrò nello scandalo P2, portandosi a casa anche una fetta di pubblico benpensante e moderato cui si dava in pasto la difesa della democrazia formale e delle istituzioni. In realtà a Scalfari era stata persino offerta una quota del Corsera piduista e l’avrebbe anche presa se la redazione non si fosse sollevata contro quel tipo di partnership. Furono i tempi d’oro del giornale che terminarono con l’ascesa di Berlusconi, l’acquisizione totale della testata da parte di De Benedetti, il lodo Mondadori e l’ingaggio del quotidiano in una battaglia di azionariato e conflitto di interessi. Che sfociarono con le dimissioni di Scalfari nel ’96 e la sua trasformazione in padre nobile e in qualche modo di direttore occulto. Ma anche questa violenta opposizione verso il Cavaliere ha sempre avuto caratteri più di etichetta del capitalismo che di politica. Poi lo sappiamo Scalfari è stato dalemiano ai tempi di D’Alema, prodiano ai tempi di Prodi, montiano ai tempi di Monti, un babà con Napolitano, letttiano con Letta, papalino con papa Francesco, renziano con Renzi. Un anno fa dichiarò che sarebbe stato con Berlusconi contro Di Maio e oggi dice che è meglio di Maio che Salvini nonostante quest’ultimo sia in strettissima alleanza con il Cavaliere, suscitando così le ire dell’establishment paleo europeista di cui tuttavia fa pienamente parte.

Badate bene non parla mai di elettori, di popolo, di necessità, di uguaglianza, di lavoro e di diritti, ma solo di personaggi, di vertici, di potere, di manovre. E tuttavia Scalfari è abilissimo a non consegnarsi mai del tutto, come accade invece per certa informazione spenta e grigia che ha grande difficoltà a cambiare i proprio feticci o a trovare un minimo di autonomia dai luoghi comuni: lui è talmente uomo di palazzo che ci sguazza dentro come una guida turistica o un ladro, come un custode o un direttore, ma mai come un visitatore. Questo è il suo vero Eugenio.


Un voto confidenziale

0004C049-stato-e-potenzaOggi vorrei rispondere agli input che ricevo da un po’ di tempo riguardo al fatto che sempre più spesso mi occupo di vicende estere e di geopolitica, dedicando pochissimo spazio al dibattito italiano, se così possiamo chiamare l’insensato bailamme che ci circonda. Il fatto è che nella mia ingenuità irredimibile, avevo pensato che la crisi iniziata nel 2008 avrebbe via via reso nudo l’imperatore e svelato come il liberismo atlantista avesse ormai raggiunto i limiti della sua capacità propulsiva e dunque di attrazione, favorendo cosi una progressiva riaggregazione politica attorno ai poli della solidarietà, eguaglianza,  civiltà del lavoro. Però nulla di tutto questo si è verificato:  l’impoverimento di vasti ceti sociali, la sottrazione di diritti, la precarietà galoppante, la distruzione della scuola, la privatizzazione della sanità, la scomparsa potenziale dell’istituto pensionistico, la disuguaglianza ai massimi storici, il ricatto del posto di lavoro, la svendita degli asset del Paese se da una parte hanno suscitato drammi e proteste, dall’altra non hanno scalfito il paradigma dal quale tutto questo è nato e gli strumenti con i quali è stato realizzato.

Non c’è stato insomma quel salto di qualità  che è necessario per una svolta radicale e anche tra chi si pensa come controcorrente o come antagonista del contemporaneo,  ci si ferma ai tatticismi, all’occasionalismo, a una sorta di crepuscolarismo politico che – ma è solo un esempio – riesce a fare di un uomo dell’establishment come Grasso, una speranza. Ed è difficile capire quanto ci si illuda o quanto ci si voglia lucidamente illudere. La forza di una comunicazione ormai in poche mani, la paura instillata e abilmente depistata, il dominio dell’economia cartacea rappresentata dalla finanza e il trasferimento del lavoro e sempre più spesso del sapere in Asia, la crescita di almeno due generazioni dentro un modello global – liberal- atlantista divenuto archetipo con la caduta dell’Urss e dunque nemmeno più discusso, rendono molto arduo afferrare il timone e cambiare rotta. Questo vale per l’Italia nella sua peculiare realtà formatasi dopo il conflitto mondiale, ma vale anche, mutatis mutandis, per tutti i paesi europei nei quali crescono movimenti di opposizione di varia natura, ma non abbastanza forti da ribaltare la governance o quando ciò accade non abbastanza convinti da resistere ai ricatti e ben presto assorbiti dentro la logica del globalismo finanziario e ricattante come è accaduto in Grecia. Per non parlare di quelle fazioni eretiche del neoliberismo che talvolta la spuntano trovandosi però a gestire tutte le contraddizioni e le impossibilità del caso come sta succedendo a Trump.

Per questo mi sono sempre più convinto che un radicale cambiamento potrà determinarsi stabilmente solo nell’ambito delle mutazioni geopolitiche in corso e in particolare dalla perdita di potere globale del potere finanziario occidentale che porterà a rivedere e relativizzare i rapporti di forza. Ne è un esempio la nuova via della seta cinese che si pone come alternativa al globalismo finanziar – bancario focalizzato in America, così come lo è, su un altro piano, ma in qualche modo convergente, la brillante e inaspettata resistenza della Russia all’accerchiamento militare perpetrato attrarverso gli arancionismi finanziati da Washington . La comparsa di antagonisti e deuteragonisti credibili,  libererà energie che oggi sono solamente potenziali e restituirà maggiore libertà ai popoli soggetti al mercato e a un Pantheon degno della peggiore restaurazione in cui gli dei  maggiori si chiamano profitto privato e stato di sorveglianza. Da dentro,schiacciati dall’enormità del potere e più ancora del suo immaginario, è difficile proporre qualcosa che non sia illusorio: persino in settori specifici e di confine come quello delle criptomonete che alcuni interpretano quale riscatto, è una chimera credere che esse siano al sicuro da manipolazioni visto che sono completamente basate su infrastrutture informatiche centrate in Usa e alla fine sotto controllo dei centri finanziari.

Naturalmente si tratta soltanto di ripristinare la dialettica democratica di cui oggi sono rimaste solo le vestigia, quanto agli esiti essi sono tutti da determinare. Per questo motivo preferisco occuparmi proprio di queste logiche più generali piuttosto che di quelle specificamente italiane che in sé paiono un gioco a nascondino e si esauriscono in una partita di sottrazione, come ad esempio quello che sta portando alla crisi i giornali di sistema in particolare Repubblica, il quotidiano del Pd e della soi disante sinistra  senza però che qualcuno adombri un sistema effettivamente diverso, oppure la sempre più drammatica  perdita di identità e di cultura del Paese nel suo complesso. Certo alla fine anche io metterò una scheda nell’urna e non sarà certo per Renzi, per Salvini e Berlusconi o per i trasfughi fuori tempo massimo del Pd, né per qualunque forma  parallela di altrismo europeista o finanziario: ma con la consapevolezza che si tratta solo di una testimonianza per quello che può valere.


La caduta delle Repubbliche

415218-thumb-full-720-cernoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Qualcuno, malizioso, ha insinuato sospetti  sulla credibilità dei giornalisti di Repubblica folgorati dalla  inattesa rivelazione che il loro non era un editore puro, ma un imprenditore spregiudicato che coltivata relazioni opache con decisori funzionali ai suoi profitti.

Così non ha creduto alla loro ferma presa di distanza, un po’tardiva magari, ma certamente sincera. Invece ieri abbiamo avuto la conferma che si tratta di professionisti indipendenti che rivendicano nei documenti e negli atti la loro autonomia dal padrone: mentre De Benedetti ha fatto sapere che considera Renzi e il partito del quale è stato il primo e prestigioso tesserato, un investimento sbagliato, un leader ormai bollito e un brand decotto, ecco che il co-direttore chiamato dall’Espresso a risollevare le sorti dell’autorevole quotidiano,  rende  palese a scopo dimostrative  la sua scapigliata inclinazione alla disubbidienza costruttiva candidandosi col Pd.

Motiva la sua scelta con la volontà di trasferire dal giornale al Parlamento la battaglia per la difesa dei diritti, ad esclusione, si direbbe di quello alla salute dei cittadini esposti all’amianto e pure a conflitti di interesse che drogano la democrazia, la libera concorrenza e anche la libera informazione.

Gli va dato atto che per realizzare il suo insano proposito avrebbe dato le dimissioni da co-direttore. Ma resta un interrogativo a proposito della discesa in politica di soggetti anche apprezzabili che a differenza delle abitudini presenti nella nostra autobiografi nazionale, decidono di salire entusiasticamente sul carro dei perdenti: a cominciare dalla elezione a senatore del padre fondatore i giornalisti  prestati alla politica aderivano sia pure con aristocratico distacco a formazioni in ascesa, al culmine se non di consenso almeno di popolarità. Mentre il Cerno offre in giocondo olocausto  la sua faccia e il suo nome a  un organismo in stato di avanzata putrefazione, da qualche tempo diagnosticata perfino dal suo giornale,  perfino dal suo direttore che ha dedicato uno dei suoi rari editoriali diventato topico, al tramonto , meritata, del bullo e della sua leggenda.

Non è la prima volta che per interpretare i fenomeni del consenso e della fidelizzazione a l Pd servirebbe più che il sociologo lo psichiatra. E per comprendere lo strano fenomeno che da una parte conduce persone in vista a scegliere una volontaria eclissi e il sacrificio rituale della propria reputazione per finire tra i ranghi vituperati dei peones. E dall’altra la voluttà che mostrano alcuni di partecipare in prima persona alla catastrofe, non solo come spettatori, come invece fanno tanti che aspettano la catartica salvezza guadagnata tramite il suicidio del capitalismo, il regicidio della cattiva politica, il naturale epilogo dei giornaloni destinati a incartare le scarpe da risuolare, a meno che anche per quello non vengano imposti opportuni sacchetti biodegradabiili.

Sembra un episodio marginale questo, invece è una allegoria forte dell’agonia accelerata che accomuna politica e informazione, costretti a stringere sempre di più vincoli difensivi per contrastare  l’egemonia della contro la molesta comunicazione – disordinata  plebea volgare ignorante populista – della rete.

Ancora una volta  gli addetti ai lavori si sono fatti sorprendere, come succede con le crisi, le epidemie senza vaccini, le alluvioni prodotte dal preventivabile dissesto idrogeologico, i morti sotto le case prove di requisiti antisismici, e così via, non avevano messo in conto   che la gente, anche i più affezionati alla stampa di partito, Repubblica compresa, vuole dati  e non le sussiegose e superciliose opinioni di una cerchia autoreferenziale che ha dimenticato non solo i principi enunciati da Brecht «Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata; l’arte di renderla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi”, ma perfino le cinque regolette ripetute stancamente i ogni prodotto hollywoodiano  e quindi anche da noi, che ci siamo fatti colonizzare anche la immaginazione. Tanto che a fronte dell’accettazione e addirittura del gradimento di censure e stampa comprata e venduta dii continuiamo a beare delle gesta – purché lontane, antiche e ben confezionate  – di gole profonde, Pentagon Papers, giornalismo investigativo. Proprio quello che da noi non si pratica, preferendo veline e intercettazioni passate sottobanco, somministrate dagli attori della contesa per bande, carriere dinastiche tramandate per li rami a beneficio delle fucine privilegiate dei master prestigiosi per acchiappacitrulli, la riduzione in schiavitù precaria di potenziali talenti, la pubblicazione oculata e selezionata di quello che gli arcana imperii vogliono rendere noto in cambio dell’ammissione alle loro stanze e in cambio di miserabili benefici.

Chi ha rinunciato alla preghiera laica del mattino, chi ha scelto di cercare e anche di contribuire alla verità altrove non si stupisce: da tempo eravamo passati da diritto di cronaca  a delitto di cronaca.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: