download (4)Se potessimo viaggiare nel tempo e spostarci di 100 anni nel futuro, apprenderemmo forse che il più grande scandalo italiano del XXI° secolo è stata la Tav Torino Lione. Vi confiderò, purché non lo diciate a nessuno, che, grazie alla conoscenza personale del dottor Quatermass, ho potuto effettivamente fare quel viaggio e sono riuscito riuscito ad annotare qualche brano dell’Enciclopedia Treggatti, edizione 2103, alla voce Grandi opere. La riporto fedelmente giusto a titolo di curiosità.

“Molto più costosa del Mose di Venezia, più inutile dell’Expo di Milano, la vicenda della Tav Torino Lione -8 miliardi di vecchi euro per un tunnel e altri 20 per le infrastrutture -rappresenta la più organica e vasta forma di corruzione e collusione singola che si sia avuta nella storia repubblicana. E insieme anche la più grande bugia organizzata. Le basi della vicenda, nascono dalla disgregazione di una grande città monoculturale, egemonizzata da una fabbrica di automobili da tempo scomparsa di nome Fiat: per decenni tutti i pezzi della società, nessuno escluso, fecero riferimento ad essa, fino ai moti del  2019. In maniera dialettica finché c’erano le battaglie operaie, in maniera passiva dopo quella stagione e in modo servile successivamente, quando man mano che si indeboliva la fabbrica, la monocoltura produttiva veniva via via sostituita da una sorta di monocratismo delle elite e degli affari funzionante ad ogni livello da quello politico nel suo complesso a  quello giudiziario, a quello bancario, burocratico, universitario.

Proprio questa particolare situazione fece sì che la maggiore delle grandi opere, quella la cui inutilità era palese e in qualche modo anche confermata a livello internazionale dai documenti siglati con la Francia, mentre trovò la ferma opposizione delle popolazioni su cui l’opera si abbatteva, godette però della complicità assoluta da parte dal potere locale. Così la parossistica e paradossale volontà di andare avanti con una nuova linea ferroviaria quando già la vecchia era di gran lunga sottoutilizzata, pur in una situazione di drammatica crisi di finanza pubblica, non fece attivare alcun sospetto che la ragione di tanta mal riposta tenacia  consistesse in altro e principalmente nella possibilità di autofinanziamento a lungo termine della governance cittadina e regionale. Eppure i sintomi della patologia erano ben presenti e visibili su entrambi i versanti dell’opera, quello italiano e quello francese. Oggi molti storici concordano sul fatto che i grandi moti del ’19 quelli che spazzarono via la degenerata repubblica detta Cartello del Ribollito trovarono i loro prodromi e uno dei nuclei di condensazione proprio nell’opposizione alla Tav Torino -Lione.

Non a caso proprio attorno alla difesa di quest’opera si ebbero i primi tentativi di censura orwelliana: rimane un classico il tentativo di soffocare la libertà di opinione, attribuendo ad essa un automatico valore di istigazione alla violenza. Secondo la classica formulazione di quegli anni l’opinione si può esprimere solo se è innocua, vale a dire se è solo conformista e dunque se non è un’opinione. In questo meccanismo intimidatorio finirono anche uno scrittore ai suoi tempi noto, Erri De Luca (vedi ) e un filosofo Gianni Vattimo (vedi) scelti come capri espiatori dagli stessi uffici giudiziari da sempre all’erta per rimuovere i problemi dell’opera o soprattutto per non vederli”.

Purtroppo i limiti intrinseci dei viaggi nel tempo costringono a una permanenza molto breve sia nel passato che nel futuro, per cui non sono riuscito a leggere e riportare più di questo. Ma la voce della Treggatti era ancora lunga, segno che molto deve essere intervenuto successivamente. Non sono nemmeno riuscito a capire in che cosa consistessero i moti del ’19. Pazienza. Quatermass mi ha promesso un prossimo viaggio nel futuro.